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5. RIVOLUZIONE E AZIONE POLITICA IN SENSO FORTE
Problema
Il termine "rivoluzione" evoca in genere un'esperienza di rottura: rottura per lo più violenta con un determinato ordine, e sua sostituzione, progettata e eventualmente realizzata, con un ordine diverso. Ciò spiega l'uso del termine sia al di fuori del campo della politica, come quando si parla di "rivoluzione scientifica", sia, in politica, quando si parla di "rivoluzioni conservatrici", le quali certamente apportano dei cambiamenti essenziali, ma consolidano e non scuotono il precedente aspetto economico-sociale. Basti pensare alla "rivoluzione nazionale" di Petain (seguita all'armistizio con la Germania nel giugno del '40) e, per opposto verso, alla Rivoluzione francese. In entrambi i casi ci fu rottura e non continuità, ma certo in direzione diversa.
All'inizio de La Rivoluzione francese di Mathiez e Lefebvre, si legge che le vere rivoluzioni "non si limitano a cambiare la forma politica e il personale di governo, ma (...) trasformano le istituzioni e danno luogo ai grandi trasferimenti della proprietà" (Mathiez - Lefebvre, La Rivoluzione francese, Einaudi, Torino, 1960, p.157). E con ciò si sottolinea evidentemente il motivo della rottura. Ma si precisa anche che queste grandi rivoluzioni "lavorano a lungo sotterranee prima di scoppiare alla luce del giorno sotto l'impulso di qualche circostanza fortuita" (ibid.). Ciò è ribadito poco più avanti: "la rivoluzione era già compiuta negli spiriti molto tempo prima di tradursi nei fatti" (ivi p.27). Si sottolinea dunque il motivo della continuità: i tempi devono essere maturi. Già Marx, pensatore rivoluzionario per eminenza, aveva insistito sullo stesso motivo: solo quando una determinata formazione sociale (per lui un determinato modo di produrre ricchezza) si è sviluppata in tutta la sua pienezza, può subentrarle una forma sociale nuova.
E' stato però anche detto che la storia si compiace nell'improvvisare: determinate circostanze possono suggerire di rompere totalmente con la continuità, in qualche maniera come un artista geniale crea un'opera in nessun modo riconducibile a canoni consolidati. La rivoluzione leninista è uno di questi casi, e nessuno più di Lenin ne era consapevole: abbiamo preso il potere sapendo bene che bisognava passare attraverso tappe intermedie prima di giungere al socialismo (e molti hanno visto in questa "anomalia" e in ciò che ad essa è seguito la debolezza della rivoluzione leninista).
Ma è proprio necessario ricorrere alla rivoluzione e ai rischi gravi che essa comporta? Gli ordinamenti democratici non offrono per esempio possibilità di cangiamenti anche radicali attraverso il confronto non-violento delle idee e degli interessi? Ciò è stato sostenuto da molti, e non solo dai pensatori contrari alla Rivoluzione francese, ma anche da pensatori che si richiamano al socialismo o comunque aspirano a un aspetto che superi o riduca al minimo le situazioni di dominio. Nel pensiero politico contemporaneo questo atteggiamento è molto diffuso.
Si tratta, come è evidente, di attitudini diverse, valutabili in termini storici, più che teorici. È questo l'avviso di Kant, specialmente a proposito della Rivoluzione francese (ma anche di altri eventi rivoluzionari). Non senza durezza Kant dice che il criterio di giudizio è il risultato. Ma aggiunge che il contenuto etico-politico dell'azione rivoluzionaria può avere comunque un operante significato culturale.
Alternative
Come valutiamo le rivoluzioni?
SOLUZIONE AHotwordStyle=BookDefault; : Come atti necessari, variamente configurantisi, volti al superamento di un determinato ordine ritenuto ingiusto.
SOLUZIONE BHotwordStyle=BookDefault; : Come atti politici ormai non più praticabili. Le situazioni democratiche consentono le trasformazioni (da perseguire comunque con cautela).
SOLUZIONE C HotwordStyle=BookDefault; : Come azioni politiche radicalmente trasformatrici da valutare in base ai risultati e ai contenuti etico-politici.
A
Per Robespierre la rivoluzione è rottura totale con il passato:
Il governo è istituito per far rispettare la volontà generale: ma gli uomini che sono al governo hanno, invece, una volontà particolare: ed ogni volontà particolare tenta di dominare sulle altre.
Ora, se essi impiegano in questa direzione la forza pubblica di cui sono dotati, allora il governo è solo il flagello della libertà.
Ne concluderete, dunque, che l'obiettivo principale di qualsiasi Costituzione deve essere quello di difendere la libertà pubblica ed individuale contro il governo stesso.
Ed è precisamente questo obiettivo che i legislatori hanno dimenticato. Essi si sono occupati solamente del potere del governo. Nessuno ha mai pensato a cercare i mezzi per poterlo ricondurre nei limiti di quella che ne è la vera essenza.
Essi hanno preso infinite precauzioni contro l'insurrezione del popolo, mentre hanno incoraggiato, per quanto potevano, la rivolta dei suoi delegati.
Ne ho già indicato le ragioni: l'ambizione, la forza e la perfidia sono state sempre i legislatori del mondo.
Essi hanno soggiogato perfino la ragione umana, depravandola, e l'hanno resa complice della miseria dell'uomo. Il dispotismo ha prodotto la corruzione dei costumi, e la corruzione dei costumi ha sostenuto il dispotismo. In tale stato di cose, vi è chi venderà la sua anima al più forte, legittimando l'ingiustizia e divinizzando la tirannia. E allora la ragione non è più altro che follia; e l'uguaglianza non è più altro che anarchia; e la libertà, disordine, e la natura, una chimera; ed è ribellione il ricordare i diritti dell'umanità. E allora vi sono solo Bastiglie o patiboli per la virtù, palazzi per la dissolutezza, troni e carri di trionfo per il crimine. Allora vi sono i re, i preti, i nobili, i borghesi, e la canaglia: ma non già un popolo, non già degli uomini.
Osservate quegli stessi legislatori, che sembrano essere stati costretti - dal progresso della pubblica ragione - a rendere un qualche omaggio ai principi. Osservate se essi non hanno forse impiegato tutta la loro abilità per eluderli, quando non potevano più accordarli con le loro ambizioni personali. Osservate se essi hanno fatto altra cosa che variare le forme del dispotismo e le sfumature dell'aristocrazia. Hanno fastosamente proclamato la sovranità del popolo, ma in realtà lo hanno incatenato: e nel riconoscere che i magistrati sono i suoi mandatari, li hanno poi trattati come i suoi dominatori e come i suoi idoli.
Tutti si sono trovati sempre d'accordo nel presupporre che il popolo sia insensato e ribelle, e che i funzionari pubblici siano essenzialmente saggi e virtuosi. E senza andare a cercare esempi presso le nazioni straniere, potremmo trovarne di ben clamorosi nel seno della nostra stessa rivoluzione e nella stessa condotta delle legislature che ci hanno preceduto. Osservate con quanta viltà esse incensavano la monarchia! E con quanta impudenza predicavano la fiducia cieca nei riguardi dei pubblici funzionari corrotti! E con quale insolenza avvilivano il popolo, e con quale barbarie esse lo stavano assassinando!
Tuttavia, osservate da quale parte stavano mai le virtù civiche. Ricordatevi i sacrifici generosi sopportati dall'indigenza, e la vergognosa avarizia dei ricchi. Ricordatevi l'abnegazione sublime dei soldati e gli infami tradimenti dei generali; il coraggio invincibile, la pazienza magnanima del popolo, ed il vile egoismo e l'odiosa perfidia dei suoi mandatari (M. Robespierre, La rivoluzione giacobina, a cura di U. Cerroni, trad. it. di F. Fabbrini, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 129-130. Si tratta di un discorso pronunciato all'Assemblea nazionale nella seduta del 10 maggio 1793).[Cfr.di Remo Bodei intervista 7HotwordStyle=BookDefault; ,L'idea di progresso, Domanda n. 7].
Karl Marx: crisi della formazione sociale e possibilità di rivoluzione.
Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già, o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno, possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana (K. Marx, Per la critica dell'economia politica, prefazione, trad. it. di E. Cantimori Mezzomonti, Editori Riuniti, Roma, 1971, pp. 5-6).
È dunque impossibile contrastare le naturali fasi di svolgimento di una società:
Anche quando una società è riuscita a intravvedere la legge di natura del proprio movimento - e fine ultimo al quale mira quest'opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna - non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento. Ma può abbreviare e attenuare le doglie del parto. (K. Marx, Il Capitale, Prefazione alla prima edizione, trad. it. di E. Cantimori, Rinascita, Roma, 1954, volume I, 1, p. 18) [Su Marx Cfr. il Manuale, III, pp. 230-231].
Lenin: la rivoluzione come conquista precoce del potere e attuazione controllata delle fasi presocialiste.
Se per creare il socialismo occorre un determinato livello di cultura (quantunque nessuno possa dire quale sia questo determinato "livello di cultura"), perché non dovremmo allora cominciare con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo livello determinato, per potere in seguito - sulla base del potere operaio contadino e del regime sovietico - metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?(...)
Per creare il socialismo - voi dite - occorre la civiltà. Benissimo! Ma perché non avremmo potuto creare da noi, anzi tutto, quelle promesse della civiltà che sono la cacciata dei latifondisti e la cacciata dei capitalisti russi onde cominciare poi la marcia verso il socialismo? In quali libri avete letto che simili modificazioni nell'ordine storico abituale sono inammissibili o impossibili?
Napoleone, se ben ricordo, scrisse: "On s'engage et puis... on voit". Liberamente tradotto ciò significa:" Prima bisogna impegnarsi in un combattimento serio e poi... si vedrà". Ed ecco che noi, nell'ottobre 1917, ci siamo impegnati dapprima in un combattimento serio e soltanto dopo abbiamo visto taluni particolari dello sviluppo (dal punto di vista della storia universale, questi sono indubbiamente dei particolari) come la pace di Brest-Litovsk o la nuova politica economica, eccetera. E oggi non v'è più alcun dubbio che, in linea generale, noi abbiamo ottenuto la vittoria. (Lenin, Sulla nostra rivoluzione "Pravda", 16 gennaio 1923, 17 gennaio 1923, in Opere Scelte, edizioni in lingue estere, Mosca, Volume II, 1948, p.815) [Su Lenin Cfr. il Manuale, III, pp. 550-551].
Gramsci: la rivoluzione contro il Capitale.
La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti. (Perciò, in fondo, poco ci importa sapere più di quanto sappiamo). Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così ferrei come si potrebbe pensare e si è pensato.
Eppure c'è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono "marxisti", ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre, come massimo fattore di storia, non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma le società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici, e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace, come alla volontà piace (A. Gramsci, "Avanti!", ed. milanese, 24 novembre 1917, in Scritti politici, I, Editori Riuniti, Roma, 1973, pp. 130-131 [Su Gramsci Cfr. il Manuale, III, pp. 560-562]
Engels (1895): utilizzazione del Parlamento e del suffragio universale in Germania da parte del movimento operaio, ma sempre a fini rivoluzionari.
Il suffragio universale esisteva in Francia già da molto tempo, ma era caduto in discredito per l'abuso fattone dal governo bonapartista. Dopo la Comune, non era più esistito un partito operaio che potesse utilizzarlo. Anche in Spagna esso esisteva dal tempo della Repubblica, ma in Spagna l'astensione elettorale era stata la regola di tutti i partiti seri di opposizione. Anche le esperienze svizzere di suffragio universale erano tutto fuorché un incoraggiamento per un partito operaio. Gli operai rivoluzionari dei paesi latini si erano abituati a considerare il diritto di voto come una trappola, come uno strumento di mistificazione governativa. In Germania fu tutt'altro. Già il Manifesto comunista aveva proclamato la conquista del suffragio universale, della democrazia, come uno dei primi e più importanti compiti del proletariato militante, e Lassalle aveva ripreso questo punto. Quando poi Bismarck si vide costretto a introdurre questo diritto di voto come un unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi piani, i nostri operai immediatamente presero la cosa sul serio e inviarono August Bebel nel primo Reichstag costituente. E da quel giorno essi hanno utilizzato il diritto di voto in un modo che ha recato loro vantaggi infiniti e che è servito di esempio agli operai di tutti i paesi. Secondo le parole del programma marxista francese, il diritto di voto è stato da essi trasformé, de moyen de duperie qu'il a été jusqu'ici, en instrument d'émancipation: trasformato da strumento d'inganno, quale è stato sino ad ora, in strumento di emancipazione. E quandanche il suffragio universale non avesse dato altro vantaggio che quello di permetterci di contarci ogni tre anni, di avere, grazie alla regolare verifica del rapido e inatteso aumento dei voti, aumentato in egual misura la fede nella vittoria e la paura dell'avversario diventando così il nostro miglior mezzo di propaganda; di darci una nozione esatta delle nostre proprie forze e di quelle di tutti i partiti avversari, fornendoci così un criterio superiore a qualsiasi altro per regolare la nostra azione e preservandoci tanto dalla pusillanimità inopportuna, quanto dalla intempestiva temerità, se questo fosse il solo vantaggio che abbiamo ricavato dal diritto di voto, sarebbe già più e più che sufficiente. Ma il suffragio universale ha fatto molto di più. Nell'agitazione elettorale ci ha fornito un mezzo che non ha l'eguale per entrare in contatto con le masse popolari, laddove esse sono ancora lontane da noi; per costringere tutti i partiti a difendere dai nostri attacchi davanti a tutto il popolo le loro opinioni e le loro azioni. Inoltre esso ha aperto ai nostri rappresentanti al Reichstag una tribuna, dall'alto della quale essi hanno potuto parlare ai loro avversari nel Parlamento e alle masse con tutt'altra autorità e libertà che nella stampa e nelle riunioni. Di quale aiuto è stata per il governo e per la borghesia la loro legge contro i socialisti, se l'agitazione elettorale e i discorsi socialisti nel Reichstag hanno continuamente aperto in essa delle brecce? (F. Engels, Introduzione alla prima ristampa del Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 di K. Marx, in K. Marx, F. Engels, Opere Scelte, a cura di L. Gruppi, Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 1267- 1268).
Engels prospetta la possibilità che di fronte al "sovvertimento" legale del partito social-democratico, i dirigenti del partito dell'ordine ricorrano alla illegalità. In questo caso la social-democrazia risponderebbe con la violenza, che perciò sarebbe una violenza difensiva:
Ma non dimenticate che il Reich tedesco, come tutti i piccoli Stati, e in generale come tutti i Stati moderni, è il prodotto di un patto, del patto in primo luogo dei principi tra di loro e in secondo luogo dei principi col popolo. Se una parte rompe il patto, tutto viene meno; e anche l'altra parte allora non è più vincolata. [Come Bismarck ci ha così ben dimostrato nel 1866. Se voi violate dunque la Costituzione del Reich, allora la socialdemocrazia è libera, e può fare nei vostri confronti ciò che vuole. Ma ciò che essa farà allora, si guarda bene dal farvelo sapere oggi]" (Ivi, p. 1275. Le righe in parentesi quadre furono soppresse nella pubblicazione che dello scritto fece la "Neue Zeit"). [Su Engels Cfr. il Manuale, III, pp. 246-247].
Antonio Labriola: è illogico pensare che un sistema economico-sociale possa essere trasformato utilizzando gli istituti che esso ha eretto a sua difesa.
Il sistema economico non è una fila o una sequela di astratti ragionamenti; ma è anzi un connesso ed un complesso di fatti in cui si genera una complicata tessitura di rapporti. Pretendere che questo sistema di fatti, che la classe dominatrice si è venuto costituendo a gran fatica, attraverso i secoli, con la violenza, con l'astuzia, con l'ingegno, con la scienza, ceda le armi, ripieghi, o si attenui, per far posto ai reclami dei poveri, o ai ragionamenti dei loro avvocati, gli è cosa folle. Come chiedere l'abolizione della miseria, senza rovesciare tutto il resto? Chiedere a questa società, che essa muti, anzi rovesci il suo diritto, che è la sua difesa, gli è chiederle l'assurdo. Chiedere a questo Stato, che esso cessi da esser lo scudo, e anzi il baluardo, di questa società e di questo diritto, è volere l'illogico. Cotesto socialismo unilaterale, che, senza essere astrattamente utopistico, parte dal preconcetto che la storia ammetta la errata-corrige senza rivoluzione, ossia senza fondamentale mutazione nella struttura elementare e generale della società stessa, o è una ingenuità, o è un imbarazzo (A. Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti, in La concezione materialistica della storia, a cura di E. Garin, Laterza, Bari, 1965, pp. 50-51) [Su Labriola Cfr. il Manuale, III, pp. 558-559].
B
Burke: mutare sì, ma per preservare.
Non escluderei del tutto le alterazioni, ma anche se dovessi mutare, muterei per preservare, grave dovrebbe esser l'oppressione per spingermi al mutamento. E nell'innovare, seguirei l'esempio dei nostri avi, farei la riparazione attenendomi il più possibile allo stile dell'edificio. La prudenza politica, un'attenta circospezione, una timidezza di fondo morale più che dovuta a necessità, furono tra i primi principi normativi dei nostri antenati nella loro condotta più risoluta. (E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, in Scritti politici, a cura di A. Martelloni, UTET, Torino, 1963, p. 442) [Su Burke Cfr. il Manuale, III, p. 34].
Anche la rivoluzione (l'anarchia) può essere necessaria, ma deve risultare da un ordine necessario, non mai da una autonoma scelta:
Il ricorso all'anarchia può essere giustificato solo da una suprema necessità, da una necessità non scelta, ma che sceglie, più importante di qualsiasi deliberazione, che non ammette discussioni, né richiede evidenza. Ma questa necessità non costituisce un'eccezione alla regola, perché essa stessa altro non è che una parte di quell'ordine morale e fisico dell'universo a cui l'uomo deve, per amore o per forza, sottomettersi. Se invece quanto scaturisce inevitabilmente da necessità è fatto oggetto di una scelta, allora si infrange la legge, si disubbidisce alla natura, e i ribelli sono posti fuori legge, scacciati ed esiliati da questo mondo di ragione, di ordine, di pace, di virtù, di fruttuosa penitenza, nel mondo opposto, di pazzia, di discordia, di vizio, di confusione, e di vani lamenti (Ivi, p. 269).
Habermas: gravi inconvenienti nello sviluppo capitalistico.
Oggi il compromesso dello stato sociale, che si è radicato nelle strutture della società, costituisce la base da cui, alle nostre latitudini, deve prendere le mosse qualsiasi tipo di politica. Ciò si esprime in un consenso sugli obiettivi di politica sociale, che C. Offe commenta con queste parole ironiche: "Quanto più triste e senza vie di uscita si presenta il socialismo realmente esistente, tanto più diventiamo tutti comunisti, nella misura in cui non ci vogliamo sottrarre alle preoccupazioni per la situazione pubblica e per l'orrore davanti alla possibilità di sviluppi catastrofici della società globale" ("Die Zeit, 8 dicembre 1989). Neanche uno dei problemi legati alla specificità del nostro sistema è stato risolto dal crollo del Muro. L'insensibilità del sistema dell'economia di mercato nei confronti dei suoi costi esterni, fatti ricadere sull'ambiente sociale e naturale, non cessa di accoppiare i sentieri di una crescita economica e le sue crisi con le ben note disparità e marginalizzazioni all'interno, con l'arretratezza economica, addirittura con il sottosviluppo, cioè con le condizioni di vita barbariche, le confische culturali e le catastrofi della fame nel Terzo Mondo, per non parlare dei rischi mondiali di un esausto equilibrio ambientale. Il contenimento sociale ed ecologico dell'economia di mercato è la formula universale in cui si è generalizzato, con il dovuto consenso, l'obiettivo socialdemocratico di un contenimento del capitalismo. Perfino l'interpretazione dinamica di una ristrutturazione ecologica e sociale della società industriale trova un consenso che va al di là della cerchia dei Verdi e dei socialdemocratici. E' questa la base su cui oggi si accende la polemica. Essa riguarda i modi operativi, l'orizzonte temporale e i mezzi di realizzazione degli obiettivi comuni, comunque accettati sul piano della retorica. Vi è anche consenso sulle modalità politiche di un'influenza indiretta ed esterna sui meccanismi di autogestione di un sistema di cui non è consentito infrangere la logica interna con interventi diretti. In questo senso la polemica sulle forme di proprietà ha perso il suo significato dogmatico. (J. Habermas, La rivoluzione in corso, a cura di M. Protti, Feltrinelli, Milano, 1990, pp. 195-196)
Habermas: Politica non violenta e democratica, unica forma possibile di azione politica.
I nuovi movimenti sociali non appartengono più a quel tipo di movimenti di massa che avevano occupato le piazze (ed anche i sogni dei teorici della rivoluzione) del XIX e del XX secolo. I modelli tradizionali erano lo sciopero di massa da una parte, e la canaglia fascista in uniforme dall'altra. Quanto più progredisce la civilizzazione di massa, tanto più si scolorisce questo romanticismo dell'azione di massa - nonostante Lipsia e Piazza San Venceslao. Ciò non ha nulla a che vedere con i numeri assoluti. La catena umana lunga più di cento chilometri e le masse di manifestanti pacifisti pieni di slancio del 1983 a Bonn e altrove, e ancora l'enorme manifestazione pacifista nell'Hofgarten di Bonn, dopo lo scoppio della Guerra del Golfo, costituivano la negazione vivente della fede nella violenza e nella massa in azione fusa in un macrosoggetto. Ciò, naturalmente, è considerato dalla prospettiva della vecchia Repubblica federale. Le manifestazioni in cui si esprime l'indignazione per la miseria sociale nella ex Ddr rientrano - come gli slogan dell'ex partito comunista della Ddr e dei sindacati, che canalizzano il risentimento - nel tipo tradizionale di movimenti sociali. Malgrado tutto, la fede nei macrosoggetti e nella presa diretta sui grandi sistemi sociali è ormai, grazie al cielo, obsoleta.
I nuovi movimenti sociali sono diventati essi stessi motori della pluralizzazione e della individualizzazione. Esprimono un processo di astrazione a cui oggi l'idea di democrazia deve tener dietro, se vuole rimanere realistica. Non la psicologia di massa, ma la dinamica massiccia di correnti pubbliche di comunicazione è il veicolo per il cui tramite si realizza la partecipazione democratica e si dispiega un pluralismo reale. Solo attraverso la comunicazione pubblica le istituzioni della libertà possono riempirsi con la sostanza di un processo razionale di formazione politica dell'opinione e della volontà (...)Se ho conservato un resto di utopia, essa consiste soltanto nell'idea che la democrazia - e l'aperta discussione nelle sue forme migliori - possa tagliare il nodo gordiano di problemi che appaiono insolubili. Non dico che ci riusciremo. Non sappiamo nemmeno se potremo riuscirci, ma poiché non lo sappiamo, dobbiamo almeno tentare. Le atmosfere apocalittiche consumano energie di cui si potrebbero nutrire tali tentativi. l'ottimismo e il pessimismo, in questi contesti, non sono categorie appropriate" (J. Habermas, Dopo l'utopia, a cura di W. Privitera, Marsilio, Venezia, 1992, pp. 94-95 e 99). [Su Habermas Cfr. il Manuale, III, pp. 575-577].
C
Kant: insuperabile ambivalenza dell'atto rivoluzionario, che può essere valutato solo storicamente.
Neppure v'è da dubitare che, se le rivoluzioni per le quali la Svizzera, i Paesi Bassi o anche l'Inghilterra, hanno conquistato la loro attuale costituzione tanto lodata, avessero avuto esito sfortunato, i lettori della storia avrebbero visto nel supplizio dei loro autori, oggi tanto esaltati, null'altro che la pena dovuta a grandi criminali politici. Infatti la considerazione dell'esito si mescola solitamente nel giudizio che facciamo dei principi giuridici, i quali sono certi, mentre l'esito è incerto (I. Kant, Sopra il detto comune: "Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica", in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, trad. it. di G. Solari, G. Vidari, UTET, Torino, 1956, p. 267).
Kant: sul fondamento morale della Rivoluzione francese.
"La rivoluzione di un popolo di ricca spiritualità, quale noi abbiamo veduto effettuarsi ai nostri giorni, può riuscire o fallire; essa può accumulare miseria e crudeltà tali che un uomo benpensante, se anche potesse sperare di intraprenderla con successo una seconda volta, non si indurrebbe a tentare a tal prezzo l'esperimento; questa rivoluzione, io dico, trova però negli spiriti di tutti gli spettatori (che non sono in questo gioco coinvolti) una partecipazione d'aspirazioni che rasenta l'entusiasmo, anche se la sua manifestazione non andava disgiunta dal pericolo, e che per conseguenza non può avere altra causa che una disposizione morale della specie umana (...).
Vi deve essere qualche principio morale a fondamento (della rivoluzione), che la ragione presenta come puro, ma che per la grande e decisiva influenza attualmente esercitata, essa presenta anche come qualche cosa cui corrisponde un dovere nell'animo dell'uomo, che riguarda la specie umana nella sua totalità (non singulorum, sed universorum), se essa applaude con così universale consenso e con tanto disinteresse alla speranza del successo, ai tentativi per realizzarlo. Questo avvenimento è il fenomeno non di una rivoluzione, ma (come si esprime il signor Erhard*) dell'evoluzione di una costituzione fondata sul diritto naturale, che non può certo essere attuata con lotte selvagge, - distruggendo la guerra interna ed esterna tutte le costituzioni statutarie (positive) finora esistenti - ma che però tende a portare verso una costituzione che non può essere causa di guerra, cioè a una costituzione repubblicana: e questa può sussistere o per la stessa forma dello Stato o anche solo per il modo di governare, quando lo Stato è amministrato sotto l'unità del monarca in base a quelle stesse leggi che il popolo darebbe a se stesso secondo principi di diritto universali.
Ora io credo, anche senza esser dotato di spirito profetico, di poter presagire per l'umanità, in base agli elementi e ai segni precorritori dell'età nostra, che il raggiungimento di questo fine e con ciò il progresso verso il meglio non conoscerà più un totale regresso. In effetti un tale fenomeno nella storia dell'umanità non si dimentica più, poiché ha rivelato nella natura umana una disposizione e un potere per il meglio tale che nessun uomo politico ha potuto fino a oggi estirparlo dal corso delle cose e che solo la natura e la libertà associate nella specie umana, secondo principi intrinseci al diritto potevano promettere, sia pure, per ciò che riguarda il tempo, solo in modo indeterminato e come un avvenimento casuale.
* Ricorda il suo devoto seguace Johann Benjamin Ehrard (1766-1827) medico a Norimberga e più tardi a Berlino del quale cita lo scritto Sul diritto del popolo a fare la rivoluzione (1795)
(I. Kant, Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio (dal Conflitto delle facoltà), ivi, pp. 219 e 221-222) [Su Kant Cfr. il Manuale II, pp. 472-473].
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