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5. LAMORE VERSO LA PATRIA E I DOVERI VERSO LO STATO. CROCE E IL FASCISMO
Problema
Nel 1948 Croce pubblica un breve scritto, L'amore verso la patria e i doveri verso lo Stato. In esso egli riprende la sua tesi dello stato-forza, pensoso soltanto del suo interesse, in rapporto virtualmente conflittuale con gli altri stati. Figura poco amabile questa dello stato-forza, e tuttavia necessaria (l'idea dell'estinzione dello stato è per Croce un'idea fatuamente utopistica), e di fronte a ciò che è necessario non c'è che l'accettazione consapevole, in questo caso il dovere di servire lo stato. Ma servirlo non significa amarlo. Il cittadino leale non ama lo stato, ama la patria [Sul patriottismo Cfr. Michael Walzer intervista 39 HotwordStyle=BookDefault; "Guerre giuste e guerre ingiuste", domanda n. 5 e Adriaan Peperzak intervista 29HotwordStyle=BookDefault; "Etica e politica" domanda n. 5] . La quale patria è di una natura diversa dallo stato, è una idealità etica, portatrice di valori che vanno oltre gli interessi dello stato, che anzi qualche volta possono entrare in conflitto con questi interessi. E Croce dice anche che il dovere verso lo stato è mediato dall'amore verso la patria, non è dunque un dovere assoluto. È allora lecita la disobbedienza? Croce non risponde perentoriamente, ma fa l'esempio degli esuli per ragioni di coscienza e di religione, che nel secolo decimosesto abbandonarono la loro patria, e aggiunge che nessuno oserebbe rimproverarli. La ribellione aperta non è esclusa in modo esplicito, ma sembra chiaro che il comportamento che Croce preferisce è quello di chi si sottrae, magari con l'esilio, all'obbedienza a uno stato la cui politica, i cui ordinamenti ripugnano alla sua coscienza morale.
Questo scritto sembra avere una valenza autobiografica (che forse c'era anche nell'intenzione dell'autore). Croce si trovò nei confronti del fascismo in una situazione di conflitto fra il dovere di servire lo stato e il dovere morale di amare la patria. In un primo tempo egli aveva guardato al fascismo con simpatia, perché pensava che l'azione politica fascistica, anche quella violenta, potesse contribuire alla restaurazione, al rafforzamento degli istituti liberali in grave crisi. Ma quando il fascismo divenne regime e regime apertamente illiberale, Croce fu un risoluto oppositore e non cessò di combattere quel regime sul piano culturale (il piano politico non era praticabile apertamente, date le restrizioni imposte). Ma questa opposizione doveva continuare o magari intensificarsi di fronte alla guerra? Per un verso Croce era legato a una tradizione secondo la quale la patria, abbia ragione o torto, è sempre la patria e quando la patria è in guerra non c'è che contribuire alla sua vittoria; ma, per un altro verso, egli vedeva nella Seconda guerra mondiale una guerra di religione, uno scontro di civiltà, e all'Italia, per volontà del fascismo, era toccato di stare dalla parte della coalizione antifascista e antigermanica. E fu questa la posizione di Croce. Tuttavia con delle oscillazioni, e non soltanto di ordine psicologico.
[Su Croce Cfr. il Manuale, III, pp. 392-393 e Gennaro Sasso intervista 34 HotwordStyle=BookDefault; "Politica ed etica", domanda n. 5].
Alternative
Come devo comportarmi verso lo stato?
SOLUZIONE A HotwordStyle=BookDefault; : L'appartenenza nazionale è ciò che conta: devo comunque obbedire al mio stato, anche con eventuale lacerazione interiore.
SOLUZIONE BHotwordStyle=BookDefault; : L'appartenenza nazionale non è l'ultimo orizzonte dell'agire politico. Interessi economici o imperativi etici la condizionano. Posso dunque disobbedire al mio stato, anche se con cautela.
SOLUZIONE CHotwordStyle=BookDefault; : E' forse possibile conciliare politicamente le due soluzioni.
A
Nonostante il riconoscimento della validità di alcuni aspetti del marxismo - il realismo politico - nel 1912 Croce sostiene che occorre restaurare la coscienza dell'unità nazionale contro i socialisti che ad essa attentano. Si nota qui un'inflessione costrittiva, una conferma della politica come forza:
Questa coscienza dell'unità sociale, scossa dalla lunga consuetudine della ideologia socialistica, urge, a mio credere (e l'ho detto un'altra volta), restaurare; e per restaurarla efficacemente, bisogna andare strappando tutte le piccole radici, dalle quali nell'animo nostro può ancora rinascere la mala gramigna di quella ideologia (B. Croce, Cultura e vita morale, Laterza, Bari, 1926 seconda ed., p. 196).
In una lettera a Gentile del 7 ottobre 1918 Croce allude alle teorie della giustizia, sulle quali si era fondata la propaganda dell'Intesa durante la guerra e si augura che non a queste, ma ai corposi interessi dello stato si ispirino le trattative di pace:
Auguriamoci che le teorie della giustizia, le quali abbiamo tanto gridato, non ci nocciano nelle trattative di pace: l'Austria conta certamente di valersi si esse contro di noi, e ha qualche facilità di gioco. Speriamo che prevalgano invece le richieste dei competenti militari e navali, come tu dici, e dico anch'io: cioè, le ragioni di vita del nostro Stato (B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile, Mondadori, Milano, 1981, p. 576).
In caso di guerra i soldati devono fare il loro dovere (c'è qui probabilmente una nota di opportunità politica: non è praticabile di fatto una forma di disobbedienza. Ma è certo che Croce rilutta a una posizione di attivo dissenso):
Così, pur guardandoci attentamente dal dir parola che potesse scoraggiare i nostri soldati, pur esortandoli, quando a noi si rivolgevano, desiderosi di conoscere il nostro pensiero, a fare unicamente il loro dovere militare per la propria dignità, per imporre il rispetto agli avversari e concorrere, con questo che era il solo mezzo che ad essi si offriva, al migliore avvenire dell'Italia, noi ricercammo ansiosi la formazione dell'avvenire migliore dell'Italia non già nei successi militari del cosiddetto asse (che del resto, cominciarono a scemare al secondo anno di guerra e per l'Italia a mancare affatto); ma nei progressi lenti e faticosi dell'Inghilterra e poi della Russia e dell'America (B. Croce, Scritti e discorsi politici, I, Laterza, Bari, 1963, p. 52).
Nel discorso all'Assemblea costituente Contro l'approvazione del dettato di pace (24 luglio 1947) Croce sostiene che abbiamo comunque perduto la guerra e l'abbiamo perduta tutti:
Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l'abbiamo perduta tutti, anche coloro che l'hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l'ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l'opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente (Ivi, II, p. 404).
Questo discorso si chiude con una nota di orgoglio nazionale se non nazionalistico, a proposito della flotta italiana che, dopo l'armistizio, raggiunge la flotta alleata:
Ricordate che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all'ordine del Re ed al dovere di servire la patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra (Ivi, II, p. 411).
Alcuni anni prima (1935), al tempo della guerra italo-etiopica e delle sanzioni economiche contro l'Italia decise dalla Società delle Nazioni, il fascismo promosse una raccolta di oro alla patria, come risposta a quelle sanzioni. Croce, su invito del Presidente del Senato (com'è noto, Croce era senatore) offrì la sua medaglia di senatore, esprimendo però il suo dissenso dalla politica del governo. Dissenso dunque da esprimere, ma da non convertire in atti positivi contro il proprio stato. Ecco la lettera scritta da Croce al Presidente del Senato:
Roma, 5 dicembre 1935
Eccellenza,
Quantunque io non approvi la politica del Governo, ho accolto, in omaggio al nome della Patria, l'invito dell'E.V., e ho rimesso alla questura del Senato la mia medaglia, che ha la data del 1910.
Con osservanza
(B. Croce, Epistolario, I, Istituto Italiano per gli Studi Storici, Napoli, 1967, p. 187).
B
Dovere, non amore verso lo stato:
Definire un ordine di fatti non importa abolirlo ma conoscerlo o aprirsi la via a ben conoscerlo in ogni aspetto suo e in ogni relazione con gli altri fatti. E della definizione verace dello Stato nel suo ufficio e nel suo limite s'intende perché lo Stato sia bensì ammirato come ogni manifestazione di forza, e per la stessa ragione altresì temuto, ma non mai per sé oggetto di amore. Lo si serve perché non si può non servirlo; lo si serve scrupolosamente, perché ciò che è accettato come necessario pone doveri e i doveri portano, nell'eseguirli, scrupoli di coscienza; ma non lo si ama. Non l'amano neppure coloro che dicono di amare la politica o la guerra, ma in realtà godono, com'è naturale, di spendere attitudini dovute da natura o coltivate dall'educazione, e di far ciò che essi sanno fare bene nella parte a loro assegnata nella vita morale, nell'esercizio di un dovere e non già nell'espansione di un amore.
La relazione con lo Stato sembra illuminarsi di amore quando viene scambiata con l'altra, ben diversa, dell'amore per la patria, che è veramente un grande amore (B. Croce, L'amore verso la patria e i doveri verso lo Stato, in Quaderni della Critica, n. 10, marzo 1948, p. 36).
Il dovere verso lo stato è condizionato dall'amore verso la patria:
E per la mediazione dell'amore per la patria sorge il dovere verso lo Stato, cioè verso la necessità che hanno i popoli della buona amministrazione e governo delle loro forze, e della pace e della sicurezza, per svolgere l'opera del lavoro civile, onde, tra gli Stati che abbiamo dipinti come animali lottanti tra loro, anche quello della propria patria lotta e difende la vita di essa, e poiché il difendere è tutt'insieme un offendere (non diciamo nelle teorie dei giuristi, ma nella realtà), offende altri Stati per garantirsi dalle temute offese, e il timore e l'incertezza che reca con sé lo rende incerto intorno al punto a cui in questa difesa-offesa gli conviene arrestarsi e lo fa trascorrere talora oltre il segno giusto, che l'interesse ben inteso, nel quale è compreso l'interesse per l'umanità tutta, deve porre. Nondimeno nell'adempiere questo dovere verso lo Stato, ciò che in esso veramente si ama non è lo Stato ma la patria (Non tibi, sed Petro), tutti i valori morali di cui la patria è sintesi ed è simbolo, e la sua forza e la sua potenza solo in rapporto a questi valori; al pari della buona salute che serve per il lavoro e non per l'ozio, e, decaduta ad ozio, si fa spregevole e c'è caso che si faccia anche tristezza e cattiva salute perché priva della buona coscienza di meritarla col bene adoprarla.
Ma l'amore di patria, accogliendo per la patria il dovere verso lo Stato, con ciò stesso distingue da sé lo Stato e lo contiene nel carattere e nel grado che gli spetta, e non lo parifica a sé e meno ancora gli si sottomette come a dovere assoluto. Assoluto non è quel dovere perché ha, come si è detto, un limite, e il limite è nel principio ideale che anima il vero amore per la patria. Troppi, e individui e popoli, hanno ai nostri giorni smarrito questa distinzione, e hanno concepito come assoluti i comandi, quali che siano, dello Stato; e di questo smarrimento gli effetti orrendi sono alla vista di tutti, onde la guerra, che per sé è al di là del bene e del male, si è contaminata di cattiveria per non aver osservato quel limite posto a ogni atto dell'uomo che sia di utilità e di forza. Né vale a cancellare questo limite neppure il santo amore della patria, che è santo perché sol perché lo tien sempre presente e l'osserva. Né qui vale addurre la generale riprovazione per coloro che disertano la patria nella sua opera faticosa e nelle sue prove dolorose, quando invece diserzione e tradimento stanno dall'altra parte, dalla parte di coloro che, governando la patria, abusano delle sue forze e del suo nome. E chi oserebbe rimproverare le migliaia e migliaia di cittadini che, nel secolo decimosesto, fuggendo le oppressioni e persecuzioni chiesastiche, alle quali lo Stato dava il braccio secolare, esularono e cangiarono patria e fondarono nuove patrie per ragioni di coscienza e di religione? (Ivi, pp. 37-38).
Croce giovane studiò il marxismo al quale rivolse critiche radicali, pur apprezzandone e anzi facendone suoi alcuni aspetti, essenzialmente il realismo politico. In uno dei suoi saggi sul marxismo (1897) egli osserva che non si può parlare di interesse generale della società, essendo la società presente divisa in gruppi antagonistici:
Il liberismo si rivolge con le sue esortazioni a un ente che, ora almeno, non esiste, all'interesse nazionale o generale della società; perché la società presente è divisa in gruppi antagonistici e conosce l'interesse di ciascuno di questi gruppi, ma non già, o solo assai debolmente, un interesse generale (B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, Laterza, Bari, 1918, p. 102).
Diversi anni più tardi Croce ribadisce questo concetto, meravigliandosi che i socialisti tedeschi lo avessero dimenticato (in una conversazione sulla "Morte del socialismo":
- Sicché il socialismo è morto per Lei, e non già in se stesso?
- Così appunto io pensavo allora, ed ero disposto ad ammettere la mia personale indegnità. Ma, qualche anno dopo, udii voci a me note, porsi ascolto con interesse, e appresi che la classe operaia eroica, della quale di decennio in decennio, anzi di quinquennio in quinquennio, si prediceva l'imminente trionfo in Germania, la conquista che compirebbe dei poteri pubblici e la socializzazione che avrebbe effettuata dei mezzi di produzione, - in Germania, per l'appunto, si era più o meno raffreddata, addomesticata, fusa con la democrazia, affiatata con gl'interessi generali del paese, ossia con quelli della classe dominante. In Germania! Nella patria di Marx ed Engels! (B. Croce, Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Laterza, Bari, 1914, pp. 156-157).
A guerra dichiarata si produce una grave lacerazione nell'animo dell'antifascista liberale:
Ma ancora, a guerra dichiarata e irrevocabile, un più terribile travaglio fu vissuto da noi nei nostri petti; perché una severa educazione civile ci aveva reso assiomatico il principio che, quando si ode il primo colpo di cannone, un popolo deve far tacere tutti i suoi contrasti e fondersi in unica volontà per la difesa e la vittoria della patria, la quale, abbia essa ragione o torto, è la patria. E a questo principio solenne noi riluttavamo ad obbedire, e la riluttanza non era di ribelle passionalità, ma di una voce interiore, di un senso di verità che ci faceva avvertire che l'osservanza dell'antica massima sarebbe stata, questa volta, un impossibile sforzo, una brutta ipocrisia verso di noi stessi. A poco a poco la luce si fece in noi: cominciammo a udire intorno a noi il giudizio che la presente guerra non era una guerra tra popoli ma una guerra civile; e più esattamente ancora, che non era una semplice guerra di interessi politici ed economici, ma una guerra di religione; e per la nostra religione, che aveva il diritto di comandarci, ci rassegnammo al penoso distacco dalla brama di una vittoria italiana, di una vittoria che sarebbe stata non solo la rovina del restante mondo ma quella dell'Italia resa schiava della Germania, e, direi, della stessa Germania resa a sua volta indefinitamente schiava di una fazione di prepotenti, schiavi essi stessi della propria sfrenata ed ebbra animalità, giacché solo le idee legano gli uomini, serbandoli liberali, e la Germania oggi non ha idee ma cupidità ed istinti brutali (Scritti e discorsi politici, Laterza, Bari, 1963, p. 51. Si tratta del discorso al Congresso dei partiti uniti nei Comitati di liberazione, tenuto a Bari il 28 gennaio 1944).
L'antifascismo esercitò un'azione corrosiva nei confronti del fascismo e dello stesso esercito combattente (in questa forma è dunque legittima una certa attiva disobbedienza):
E gl'Italiani, i quali, non abbastanza consapevoli del pericolo e non abbastanza guardinghi, mercé l'insidia delle menzogne a cui non erano adusati dai loro precedenti governi, e d'inganni messi in opera e di colpi di forza al momento propizio, si trovarono a poco a poco, gradualmente, privati di rappresentanza politica, del diritto di associazione e di libera stampa, e di garanzie giuridiche e avvinti in ogni parte della vita dal nuovo e tirannico potere, se ne stettero forse rassegnati o inerti? Rispondano a questo i nomi di coloro che dettero la vita lottando contro il fascismo, rispondano i condannati del tribunale speciale e i confinati in via amministrativa; rispondano gli esuli, e non solo quelli che errarono per paesi stranieri, ma gli altri, in tanto maggior numero, che non vollero o non poterono lasciare la patria me prescelsero di restare esuli in patria, esclusi da ogni forma di vita pubblica, sapendo di poter lavorare qui, copertamente, ma tenacemente, e negli svariati modi che quotidianamente si porgevano, a fronteggiare il fascismo, a indebolirlo, a corroderlo e a coltivare concetti e sentimenti opposti ai suoi. Un giorno si raccoglieranno le memorie di questa opposizione che già viene trapassando nel dolce-amaro dei ricordi; e io ripenso agli amici e ai giovani che ritrovavo nelle mie gite fatte più volte nell'anno a Firenze, a Milano, a Torino, nel Veneto, e che chiamavo la famiglia italiana. Perfino coloro che erano impiegati, e dal fascismo invigilati e minacciati, perfino qualche addetto alla polizia, sempre che ne avevano il destro, ci dimostravano la loro simpatia ed erano lieti se potevano renderci qualche servigio. I migliori insegnanti, quando ad altro erano impediti, leggevano e interpretavano agli alunni i nostri classici scrittori, tutti pieni di umanità e di sensi liberali; cosicché dolendosi essi talora con me dei programmi iniqui a loro imposti, io li consolavo col detto di Giovenale: Spoliatis arma supersunt: le armi nostre, che sono i classici che il fascismo non osò bandire dalle scuole. Ma la maggiore, la più fiera battaglia, gli italiani dovettero vincerla nei loro petti, quando si strapparono dal modo consueto dell'affetto per la patria e si rivolsero a desiderare e ad affrettare coi voti, dolorosamente, la sconfitta dell'Italia nella guerra empia accanto alla Germania, la sconfitta che sola poteva essere per loro vittoria di restituita indipendenza e libertà. Questo diffuso sentimento, ancorché in molti inespresso, questa avversione, questa ripugnanza al tedesco, divenuto simbolo del male nel mondo, scemò anche entusiasmo e salvezza nel nostro esercito (L'Italia nella vita internazionale, discorso tenuto a Roma il 21 settembre 1944. Ivi, pp. 89-90).
Per queste ragioni l'Italia, vinta, stava idealmente dalla parte dei vincitori. Tale l'inizio, e l'assunto, di quel discorso:
Signori, quello che enuncio proprio qui, nell'inizio, può suonare come un paradosso, e paradosso non è - né io mi permetterei di giocare con voi di paradossi in tempi così gravi, - ma è la schietta verità. Il punto celato ma sostanziale di ogni relazione dell'Italia con la presente vita internazionale, il punto che i non italiani par che non vedano e che molti di noi non osano con nettezza formulare, è che l'Italia, vinta formalmente secondo il giure di guerra e pace, non si sente vinta, non si adatta a essere considerata tra i popoli vinti, ma afferma il suo diritto di stare tra i vincitori (Ivi, p. 87).
C
Una considerazione finale
Non si potrebbe vedere in questa oscillazione, l'oscillazione delle convenienze politiche? Dissenso sì, ma non dissenso aperto, perché non praticabile, e quindi non conveniente (naturalmente questa era una presumibile valutazione di Croce; altri praticarono per quanto possibile il dissenso aperto). Accentuazione del valore dell'antifascismo e quindi Italia nel campo dei vincitori. Accentuazione invece dell'interesse nazionale di fronte al fatto, incontestabile, che i vincitori, pur portatori di una istanza etico-politica plausibilissima, l'istanza della libertà, operano pur sempre nel loro interesse statale che è un interesse di parte, di fronte al quale è lecito far valere l'interesse della nostra modesta parte nazionale.
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