4. EGUAGLIANZA

Problema

L'idea di eguaglianza è un'idea ritornante nella storia del pensiero e in particolare del pensiero politico. Che gli uomini siano per essenza eguali fra loro e che le ineguaglianze siano il frutto di casualità naturali o circostanze storiche è cosa ripetuta infinite volte e nel quadro di diverse culture. Tuttavia, anche ammesso ciò, si rilutta a ricavarne che a questa fondamentale eguaglianza debba corrispondere una eguaglianza materiale, ossia che a ciascuno debba esser data la stessa cosa o che almeno si debba tendere verso una parificazione dei compensi. Quando si dice che a ciascuno si deve dare secondo il merito, secondo l'opera, secondo il dettato della legge, si affermano esigenze che possono esser definite di giustizia meglio che di eguaglianza. Se dico che a ciascuno si deve dare secondo la sua opera pongo un rapporto di eguaglianza tra l'opera e il suo compenso, ma con ciò nego che a ciascuno si debba dare la stessa cosa, essendo ovvio che le opere fornite sono assai diverse tra loro. L'alto funzionario deve essere retribuito meglio del commesso [Sui concetti di giustizia distributiva e di giustizia commutativa Cfr. Paul Ricoeur intervista 33HotwordStyle=BookDefault; "L'idea di giustizia", domanda n. 2].

Più egualitaria potrebbe sembrare la formula a ciascuno secondo i suoi bisogni, che è la formula della società comunistica nella accezione di Marx. Ma, a ben vedere, questa formula non è egualitaria perché va oltre l'egualitarismo (e oltre la giustizia), e infatti presuppone una società in cui la penuria è superata (come lo stesso Marx dice), ed è così possibile dare a ciascuno secondo il bisogno senza con ciò far torto a nessuno. Ma i bisogni sono eminentemente diseguali.

In realtà le obiezioni all'eguaglianza materiale si basano soprattutto sull'idea che la produzione dei beni, condizione necessaria (anche se non sufficiente) di civiltà, richiede da parte di chi li produce col suo lavoro un interesse e, si può dire, un certo egoismo, onde i cosiddetti incentivi, senza i quali si cede alla pigrizia e al disimpegno. Il moderno mondo capitalistico e liberale è la celebrazione di questa idea. Ma di questa idea partecipa anche il mondo socialista che nasce in opposizione a quello: anche qui si ricorre, pur nel diverso sistema, all'emulazione e alla concorrenza, mancando le quali regnano la stagnazione e l'indifferenza. Non solo, ma anche si rileva che come contropartita dell'egualitarismo socialista si creano i privilegiati del socialismo. Ed è interessante notare una certa analogia tra gli argomenti dei fautori della concorrenza e dell'emulazione socialista di contro al socialismo burocratizzato, e gli argomenti dei fautori del mondo capitalistico di contro al vecchio mondo feudale e agrario.

Tuttavia l'egualitario può obiettare che per questa via affiora un certo autoritarismo, l'autoritarismo di quanti sono interessati alle ineguaglianze, magari dei meglio dotati, comunque dei fortunati. E in ogni caso emerge che le ineguaglianze non sono in sé plausibili, ma sono un ripiego in vista delle occorrenze economiche. Non solo, ma taluno osserva che l'incentivo economico è un mito che le moderne società occidentali avanzate smentiscono. Il grande guadagnatore viene severamente tosato dalle tassazioni progressive. E poi chi ha detto che il movente economico è quello decisivo? I premi Nobel di solito non sono dei guadagnatori, e nessuno pensa che essi abbiano lavorato in vista dell'entità del premio. Emerge insomma un certo omaggio alla formula, in genere ritenuta volgare, a ciascuno la stessa cosa.

 

Alternative

Di fronte al quesito è plausibile l'idea di eguaglianza materiale? Diverse sono le possibili risposte:

(SOLUZIONE AHotwordStyle=BookDefault; ): l'idea di eguaglianza materiale è plausibile in quanto corollario della più generale idea di eguaglianza;

(SOLUZIONE BHotwordStyle=BookDefault; ): essa è infondata e comunque inoperante;

(SOLUZIONE CHotwordStyle=BookDefault; ): è impraticabile, ma è possibile andare oltre di essa in una situazione di universale soddisfacimento dei bisogni.

A

Antifonte, sofista, sostiene l'eguaglianza naturale di tutti gli uomini:

Noi rispettiamo e veneriamo chi è di nobile origine, ma chi è di natali oscuri, né lo rispettiamo, né l'onoriamo. In questo, ci comportiamo gli uni verso gli altri da barbari, poiché di natura tutti siamo assolutamente uguali, sia Greci che barbari. Basta osservare le necessità naturali proprie di tutti gli uomini (...) nessuno di noi può esser definito né come barbaro, né come greco. Tutti infatti respiriamo l'aria con la bocca e con le narici (I presocratici, Laterza, Bari, 1969, fr. 44, pp. 997-998) [Su Antifonte Cfr. il Manuale, I, pp. 91-92 e il Manuale /I testi, I, pp. 67-70].

 

Anche Ambrogio difende l'eguaglianza naturale:

Fino a quando, e fin oltre qual limite, spingete, o ricchi, la brama insaziabile della vostra insana cupidigia? Abiterete forse la terra voi soli? Perché rigettate chi ha per natura i vostri uguali diritti e vendicate per voi il possesso di tutta la terra? In comune patrimonio di tutti, del ricco e del povero, fu creata la terra! Perché, dunque, vi arrogate il diritto di proprietà del suolo? La natura ci genera tutti poveri, non conosce ricchi. Nessuno viene al mondo con gli abiti, né siamo generati con l'argento e con l'oro. La natura ci espone nudi alla luce, bisognosi di vestito, di cibo e di bevanda, e ci riprende nudi come ci ha generati; essa non chiuderà le nostre ricchezze insieme con noi nel sepolcro. Poche zolle di terra bastano al povero e bastano al ricco; e la terra che non contenne le brame del ricco, finché egli era in vita, lo riceve morto con tutte le sue ricchezze. La natura non fa distinzioni tra i poveri e i ricchi, né quando si nasce, né quando si muore. Essa ci genera tutti uguali nel grembo del sepolcro. E chi potrebbe distinguere i morti fra loro? Apri la terra e riconosci, se puoi, il povero fra i poveri. Scopri una tomba e identifica, se puoi, il povero. Questa sola differenza, forse, è possibile: che insieme con il ricco periscono molte altre cose (De Nabuthe, I, 2, Il pensiero politico cristiano, a cura di G. Barbero, I, UTET, Torino, 1962, pp. 428-429).

 

Tommaso Moro: Critica della proprietà privata

Senza dubbio, mio caro Moro (per esprimerti con schiettezza il mio intimo convincimento), sembra a me che dovunque vige la proprietà privata, dove il denaro è la misura di tutte le cose, sia ben difficile che mai si riesca a porre in atto un regime politico fondato sulla giustizia o sulla prosperità, a meno che tu ritenga che la giustizia si attui là dove le cose migliori vanno ai soggetti peggiori, o che si instauri la prosperità dove tutte le ricchezze sono spartite tra pochissime persone: e neppure queste possono dirsi pienamente a loro agio quando tutti gli altri son ridotti alla miseria.

Per questo ritorno col pensiero alle istituzioni degli Utopiani, le più savie e degne ch'io conosca, perché essi con così poche leggi governano con tanta efficacia, in modo che al merito non manchi il riconoscimento e nel livellamento economico tutti vivano nell'abbondanza (...). E poi metto a confronto con questa loro condotta tanti altri popoli, che di continuo emanano ordinanze senza che ce ne sia pur uno che goda di un ordine decente, tutti i paesi in cui chiunque può proclamare bene suo privato qualsiasi cosa di cui si sia impadronito, dove le leggi così numerose che tutti i santi giorni vengono promulgate non hanno efficacia bastante a far sì che la gente possa assicurarsi, o tutelare, o distinguere con bastante chiarezza dalla roba altrui quello che ciascuno per conto suo rivendica come possesso personale, com'è rivelato con evidenza dalle liti senza numero che nascono ad ogni momento e sono destinate a non concludersi mai (...). Dicevo che, nel rimuginare tra me su questi fatti, finisco per dar ragione a Platone e mi stupisce meno il suo rifiuto di redigere qualsiasi altra legge per coloro che avessero rifiutato di accettare quella che stabiliva la divisione in parti eguali di tutte le sostanze fra tutti i cittadini. Perché riuscì facile a quell'uomo di suprema saggezza prevedere che quella era l'unica e sola via del comune benessere, cioè sancire l'eguaglianza dei beni; questa poi non vedo come possa mai venire conservata dove sussiste la proprietà individuale. Dato infatti che ciascuno cerca di accaparrare con titoli legali tutto quello che può, per quanto larga sia l'abbondanza dei beni, sono in pochi a spartirseli, lasciando gli altri in miseria: e quasi sempre accade che questi ultimi siano più meritevoli dei primi, perché quelli sono predoni disonesti e buoni a nulla, mentre questi sono uomini modesti e semplici, che con la loro operosità quotidiana riescono più utili alla comunità che a se stessi (Tommaso Moro, L'utopia, nel Manuale/I testi, II, pp. 52-53). [Su Tommaso Moro Cfr. il Manuale, II, pp. 66-67 e Il Manuale/I Testi, pp. 51-58].

 

Babeuf: l'eguaglianza dei diritti non basta; vogliamo l'eguaglianza reale

Noi non abbiamo soltanto bisogno di questa uguaglianza, quale risulta dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino: la vogliamo in mezzo a noi, sotto il tetto delle nostre case. Siamo disposti a tutto, a far tabula rasa per conservar essa sola. Periscano, se necessario, tutte le arti, purché ci resti l'uguaglianza reale!

Legislatori e governanti, che non avete ingegno più che buona fede, proprietari ricchi e senza cuore, invano tentate di neutralizzare la nostra santa impresa, dicendo: essi non fanno altro che riprodurre quella legge agraria, richiesta già parecchie volte in passato.

Calunniatori, tacete a vostra volta e, nel silenzio della confessione, ascoltate le nostre pretese, dettate dalla natura e basate sulla giustizia.

La legge agraria o la divisione delle terre fu l'aspirazione momentanea di alcuni soldati senza principi, di alcune popolazioni spinte dal loro istinto più che dalla ragione. Noi miriamo a qualcosa di più sublime e di più equo, il bene comune, o la comunità dei beni! Non più proprietà privata della terra: la terra non è di nessuno. Noi reclamiamo, vogliamo il godimento comune dei frutti della terra: i frutti appartengono a tutti.

Dichiariamo di non poter ulteriormente permettere che la grande maggioranza degli uomini lavori e sudi al servizio e per il piacere di una piccola minoranza (Babeuf, Manifesto degli uguali (1779), in Il socialismo prima di Marx, a cura di G. M. Bravo, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 57-58). [Cfr. di Domenico Losurdo intervista 26HotwordStyle=BookDefault; , La felicità, Domanda n. 2].

 

Proudhon afferma che le diseguaglianze economiche sono frutto di un Potere che interviene dall'esterno nella società e che esse sono inconcepibili in una libera associazione.

Dopo una citazione nella quale si dice che bisogna dare a ciascuno in proporzione del suo valore e che quindi Achille, più valoroso, deve prendere più bottino di Aiace, Proudhon continua:

Achille e Aiace sono o non sono associati? In questo consiste tutto il problema. Se Achille e Aiace, lungi dall'essere associati, sono essi stessi al servizio di Agamennone che li assolda, non c'è niente da dire sulla regola di Aristotele: il padrone che comanda degli schiavi può promettere doppia razione d'acquavite a chi farà doppia corvée. È la legge del dispotismo, è il diritto della schiavitù. Ma se Aiace e Achille sono associati, sono eguali. Che importa se Achille sia forte come quattro uomini e Aiace come due soltanto! Questi può sempre rispondere ch'egli è libero; che se Achille è forte come quattro, cinque lo uccideranno; infine, che servendo con la propria persona, lui, Aiace, rischia tanto quanto Achille. Lo stesso ragionamento vale anche per Tersite: se non sa battersi, se ne faccia un cuoco, un fornitore, un cantiniere; se non è buono a niente, lo si metta all'ospedale: in nessun caso gli si può fare violenza ed imporgli delle leggi.

Per l'uomo ci sono solo due stati possibili: essere nella società o fuori della società: Nella società le condizioni sono necessariamente uguali, salvo il grado di stima e di considerazione che ciascuno può raggiungere. Fuori della società l'uomo è una materia da sfruttare, uno strumento capitalizzato, spesso un bene mobile scomodo ed inutile (Proudhon, Che cos'è la proprietà?, trad. it. Laterza, Bari, 1967, pp. 251-252, nota). [Su Proudhon Cfr. il Manuale, III, p. 289].

 

Guido Calogero - filosofo contemporaneo (1904-1986) - illustra il mito dell'incentivo economico:

In una civiltà sempre meglio organizzata, cioè sempre più capace di offrire a tutti i suoi membri un sufficiente livello di soddisfazione vitale, il motivo della competizione smarrisce sempre più la sua ragion d'essere. Chi continua a difenderlo, lo fa solo sostenendo che la genialità e la creatività dell'uomo non riescono veramente produttive se non c'è l'aspettativa del successo: e che quindi bisognerebbe compensar meglio Fermi dei suoi colleghi, altrimenti egli non sarebbe spinto ad inventare la pila atomica. Ma questa giustificazione sta in piedi assai malamente, per quanto moltissimi, ancora oggi, sembrino ritenerla inattaccabile.

Se infatti ciò fosse vero, la conseguenza sarebbe che il mondo avrebbe dovuto essere tanto più produttivo, quanto più altro era il compenso differenziale spettante, nella gara economica, ai migliori produttori rispetto ai peggiori. In realtà le cose si sono svolte esattamente nel modo opposto. Si produceva di più, in Inghilterra, quando un audace intraprenditore poteva ottenere, come premio, il possesso di un impero nell'Oceano Indiano, oppure adesso, quando neppure il più brillante vincitore nelle competizioni economiche e finanziarie può possedere un parco o un castello senza doverlo a poco a poco cedere al Fisco? Non cè dubbio che oggi si produca molte volte di più, per compensi differenziali molte volte inferiori: e questo manda all'aria tutto il ragionamento sugli incentivi economici. Sta di fatto che quanto oggi più conta nel mondo, produttivamente e tecnologicamente parlando, è prodotto nella maggior parte dei casi da ricercatori e da tecnici a stipendio fisso, i quali guadagnerebbero più o meno lo stesso anche nel caso che non inventassero niente. O si crede, davvero, che essi scoprano quel che scoprono soltanto per la speranza di ricevere prima o poi il premio Nobel? O che Shelley abbia scritto l'Ode al vento dell'Ovest nell'aspettativa di diventare ricco? Che tutte le intelligenze veramente creative del mondo si riducano, insomma, a delle specie di primedonne, le quali non cacciano dall'ugola la voce che non hanno nessun merito di possedere se non sono pagate mille volte più dei portieri dei loro teatri, mentre gli scopritori della penicillina e del vaccino contro la poliomielite non guadagnano che quattro o cinque volte più dei bidelli delle loro università? (G. Calogero, Competizione e coesistenza, in Filosofia del dialogo, Comunità, Milano, 1962, pp. 433-434).

B

Hume contrappone il moderno mondo operoso dell'industria e del commercio alla staticità premoderna della proprietà terriera:

Dove le manifatture e le arti meccaniche non sono coltivate, la massa della popolazione si dedica all'agricoltura, e, se la sua abilità e la sua attività aumentano, dal suo lavoro si deve trarre molto più di quanto basta al fabbisogno generale. Essi non sono indotti quindi ad aumentare la loro capacità ed attività, dato che non possono scambiare la produzione eccedente con nessuna di quelle merci che potrebbero servire al piacere o alla vanità loro. Prevale naturalmente un abito di indolenza. I terreni coltivati non rendono il massimo per mancanza di abilità e di assiduità da parte degli agricoltori. Se in ogni tempo le esigenze pubbliche richiedono che grandi quantità di persone siano addette al pubblico servizio, allora il lavoro della popolazione non produce eccedenze tali da poterle mantenere. I lavoratori non possono aumentare ad un tratto la capacità e l'attività loro. Le terre incolte non possono divenire curate nel giro di pochi anni. Gli eserciti, frattanto, devono fare improvvise e violente conquiste o sbandarsi per mancanza di mezzi. Un'offensiva o una difesa regolari non sono perciò da attendersi da un tale popolo, e i suoi soldati saranno ignoranti e incapaci come i suoi agricoltori e artigiani.

Tutto al mondo si acquista con il lavoro, e le nostre passioni sono la sola causa del lavoro. Quando una nazione è ricca di manifatture e dotata di arti meccaniche, i proprietari terrieri, come gli agricoltori, studiano l'agricoltura come una scienza e raddoppiano l'attività e lo zelo. L'eccedenza di produzione che deriva dal loro lavoro non va perduta, ma viene scambiata con i prodotti destinati a quegli usi che il lusso degli uomini fa ora ardentemente desiderare. In tal modo la terra fornisce una quantità di sostentamento vitale molto maggiore di quella che basta a coloro che la coltivano. In tempi di pace e di tranquillità, questa produzione eccedente è destinata al mantenimento degli artigiani e di quelli che si dedicano alle arti liberali. Ma è facile per lo Stato trasformare in soldati molti di questi lavoratori e mantenerli con le eccedenze derivanti dal lavoro degli agricoltori. Troviamo perciò che tale è il caso di tutti i governi civili (D. Hume, Sul commercio, in Opere, II, Laterza, Bari, 1971, pp. 668-669).

 

Nel mondo dell'industria e del commercio sono in molti, dice Hume, a fruire della ricchezza:

Spero che non venga considerata una digressione superflua, se io qui osservo che, come è vantaggiosa la molteplicità delle arti meccaniche, lo è altrettanto il gran numero di persone tra cui va a dividersi la produzione di queste arti. Una troppo grande diseguaglianza tra i cittadini indebolisce ogni Stato. Ogni persona dovrebbe, se possibile, godere i frutti del suo lavoro fruendo pienamente di tutti i beni necessari alla vita e di molti di quelli che ad essa arrecano piacere. Non vi è dubbio che una tale eguaglianza è la più confacente alla natura umana e toglie molto meno alla felicità del ricco di quanto aggiunga a quella del povero. Essa aumenta inoltre la fortuna dello Stato e fa sì che tasse e imposte straordinarie siano pagate più volentieri (Ivi, p. 672). [Su Hume Cfr. il Manuale, II, p. 327 e il Manuale/I Testi, II, pp. 337-339].

 

Adamo Smith, sull'interesse e lo scambio:

Ma l'uomo ha quasi sempre bisogno del soccorso dei suoi fratelli, ed invano egli l'attenderebbe soltanto dalla loro benevolenza. Avrà più probabilità d'ottenerlo, se potrà volgere a proprio favore il loro interesse, mostrando loro che tornerebbe a loro vantaggio fare per lui quello che egli richiede da loro. Chiunque offre ad un altro un contratto di qualunque specie, fa una proposta di tal genere. Dà a me quello di cui ho bisogno, e tu avrai questo, di cui tu hai bisogno; ed è in questo modo che noi otteniamo l'uno dall'altro la massima parte dei servizi di cui abbiamo bisogno. Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione dell'interesse proprio. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai loro dei nostri bisogni, ma dei loro vantaggi (A. Smith, Ricchezza delle nazioni, UTET, Torino, 1958, p. 17) [Su Smith Cfr. il Manuale, II, pp. 397-398, e di Francesco Valentini intervista 36HotwordStyle=BookDefault; , Hegel e il nostro tempo, Domanda n.7].

 

Eguaglianza dei diritti: il preambolo della Costituzione francese del 1791:

L'Assemblea nazionale, volendo stabilire la Costituzione francese sui principi ch'essa ha riconosciuto e dichiarato, abolisce irrevocabilmente le istituzioni che ferivano la libertà e l'uguaglianza dei diritti. Non vi è né nobiltà, né paria, né distinzioni ereditarie, né distinzioni di ordini, né regime feudale, né giustizie patrimoniali né alcuno dei titoli, denominazioni e prerogative che ne derivavano, né alcun ordine cavalleresco, né alcuna delle corporazioni o decorazioni, per le quali si esigevano delle prove di abilità, o che supponevano delle distinzioni di nascita, né alcun'altra superiorità, all'infuori di quella dei funzionari pubblici nell'esercizio delle loro funzioni. Non vi è più né venalità, né eredità di alcun ufficio pubblico. Non vi è più, per nessuna parte della Nazione, né per nessun individuo, alcun privilegio o eccezione al diritto comune di tutti i Francesi. Non vi sono più né giurande, né corporazioni di professionisti, arti e mestieri. La legge non riconosce più né voti religiosi, né alcun altro legame che sia contrario ai diritti naturali, o alla Costituzione (Costituenti e costituzioni nella Francia rivoluzionaria e liberale, a cura di A. Saitta, Giuffré. Milano, 1975, pp. 252-253).

 

Mai uguagliare il diseguale, dice Nietzsche: l'eguaglianza è innaturale.

Parlo anch'io di ritorno alla natura, quantunque questo non sia propriamente un retrocedere, quanto invece un andare in alto - in alto verso l'eccelsa, libera, e anche tremenda natura e naturalità, una natura che gioca e può giocare coi grandi compiti. Per esprimerci con una similitudine: Napoleone fu un frammento del ritorno alla natura, così come lo intendo io, per esempio in rebus tacticis e più ancora, come sanno i militari, nella strategia). Ma Rousseau, questo primo uomo moderno, idealista e canaille in una sola persona; che ebbe bisogno della dignità morale per sopportare il suo stesso aspetto; malato di una sfrenata vanità e di un illimitato disprezzo di sé. Anche questa creatura mal riuscita, che ha preso posto sulla soglia della nuova età, voleva il ritorno alla natura - dove, chiediamo ancora una volta, voleva tornare Rousseau? - Odio Rousseau anche nella rivoluzione: essa è l'espressione nella storia universale di quella doppia natura d'idealista e di canaille. La farsa sanguinosa in cui questa rivoluzione si sviluppò, la sua immoralità, m'importa poco: quel che odio è la sua rousseauiana moralità - le cosiddette verità della rivoluzione con le quali essa continua sempre a esercitare i suoi effetti e a conciliarsi tutto ciò che è piatto e mediocre. La dottrina dell'uguaglianza!...Ma non c'è tossico più velenoso: essa infatti sembra predicata dalla giustizia...l'uguale agli uguali, il diseguale ai diseguali - questo sarebbe il vero discorso della giustizia: e, come ne consegue, mai uguagliare il disuguale. Il fatto che intorno a questa dottrina dell'uguaglianza si siano avuti tanti orribili e sanguinosi avvenimenti ha conferito a questa idea moderna par excellence una specie di aureola e di fiammeggiante splendore, cosicché la rivoluzione come spettacolo ha sedotto anche i più nobili spiriti. Ma infine questa non è una ragione per apprezzarla di più (F. Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano, 1992, pp. 125-127) [Su Nietzsche Cfr. il Manuale, III, p. 327-329 e Karl Otto Apel intervista 1HotwordStyle=BookDefault; "Etica della comunicazione", domanda n. 7].

 

Hayek (premio Nobel per l'economia nel 1974) sostiene che il concetto di giustizia sociale in una società di uomini liberi e di libero mercato è inutilizzabile:

L'opinione che in una società di uomini liberi (distinta da ogni organizzazione obbligatoria) il concetto di giustizia sociale sia vuoto e senza senso sembrerà del tutto incredibile alla maggior parte delle persone. Non si è forse costantemente turbati nel vedere come la vita tratti ingiustamente le varie persone e nel vedere soffrire coloro che sono meritevoli e prosperare coloro che sono indegni? E non si prova forse la sensazione che le cose siano appropriate, nonché un sentimento di soddisfazione, quando si riconosce che una determinata ricompensa corrisponde ad uno sforzo o ad un sacrificio?

Quel che fin dal primo approccio dovrebbe indebolire questa certezza è che si provano gli stessi sentimenti anche in riferimento alle differenze che intercorrono fra i vari destini dell'uomo per i quali ovviamente non vi è alcun agente umano responsabile, e che sarebbe quindi assurdo definire ingiusti. Ciononostante si protesta contro l'ingiustizia quando una serie di calamità colpisce una famiglia mentre un'altra prospera, o quando uno sforzo meritevole viene frustrato da un incidente imprevedibile, e in particolar modo se fra tanta gente, i cui sforzi sembrano della stessa entità, alcuni riescono brillantemente mentre altri falliscono completamente. È certamente tragico assistere al fallimento degli sforzi più meritevoli dei genitori per allevare i propri figli, o di giovani per costruirsi una carriera, o di un esploratore o uno scienziato nel perseguire un'idea brillante. Si protesta di fronte ad un simile destino sebbene non si conosca il colpevole e non sia possibile evitare tali delusioni.

Non vi è differenza rispetto al sentimento generale di ingiustizia nel caso della distribuzione di beni materiali in una società di uomini liberi. Anche se in questo caso si è meno pronti ad ammetterlo, le nostre lamentele in merito all'ingiustizia dei risultati del mercato non significano che qualcuno sia stato ingiusto e non c'è alcuna risposta alla domanda di chi sia stato ingiusto. La società è semplicemente diventata la nuova divinità presso la quale si protesta e si chiede riparazione se essa non soddisfa le aspettative che ha creato. Non esiste alcun individuo, o insieme di individui che agiscono in cooperazione, contro cui chi soffre potrebbe a ragione lamentarsi; e non vi sono regole concepibili di condotta individuale che possano allo stesso tempo assicurare un ordine funzionante e prevenire tali delusioni.

L'unica accusa implicita in quelle lamentele è che noi tolleriamo un sistema in cui a ognuno è permesso di scegliere la propria occupazione e quindi nessuno può avere il potere e il dovere di vedere che i risultati corrispondano ai nostri desideri. In un sistema simile, in cui ogni individuo può usare liberamente le proprie conoscenze per i propri fini, il concetto di giustizia sociale è necessariamente vuoto e privo di significato, perché in esso non vi è alcuna volontà che possa determinare i redditi relativi delle varie persone, o evitare il fatto che dipendano in parte dal caso. Si può dare un significato all'espressione giustizia sociale soltanto nel caso di un'economia amministrata o sottoposta a comandi (come nell'esercito), dove si ordina agli individui che cosa devono fare.

Una qualsivoglia concezione di giustizia sociale può essere realizzata soltanto in un sistema centralizzato di questo genere. Tutto ciò presuppone che la gente venga guidata da ordini specifici e non da norme di mera condotta individuale. Infatti, nessun sistema di norme di mera condotta individuale, e quindi nessuna azione libera degli individui, potrebbe produrre risultati che possano soddisfare un qualsiasi principio di giustizia distributiva (F. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, trad. it. in Il realismo politico di L. von Mises e F. von Hayek, antologia a cura di G. Vestuti, Giuffré, Milano, 1989, pp. 523-525).

C

Secondo Karl Marx l'ineguaglianza è inevitabile finché non si esce completamente dal modo di produzione capitalistico. Solo in una società pienamente comunistica, raffigurata come società eminentemente ricca, si potrà dare a ciascuno secondo i suoi bisogni:

Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l'eguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.

Ma l'uno è fisicamente o moralmente superiore all'altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev'essere determinato secondo la durata o l'intensità, altrimenti cesserebbe di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale per un lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente la ineguale attitudine individuale, e quindi capacità di rendimento, come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della diseguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell'applicazione di una eguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio, nel caso dato, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l'altro no; uno ha più figli dell'altro ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l'uno riceve più dell'altro, l'uno è più ricco dell'altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale.

Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.

In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l'angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni! (K. Marx, Critica del programma di Gotha, in Opere scelte, a cura di L. Gruppi, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 961-962. Il programma di Gotha, che Marx critica, è il programma di unificazione del Partito socialdemocratico tedesco con l'Associazione operaia tedesca. Lo scritto di Marx è del 1875) [Cfr. il Manuale, II, pp. 226-235].

 

Mikhail Gorbaciov affronta la necessità degli stimoli economici e delle differenze di reddito:

Qual è la manchevolezza principale del vecchio meccanismo economico?

Soprattutto la mancanza di stimoli interni per l'autosviluppo. L'azienda riceve commesse e risorse mediante un sistema di indici di piano. In pratica tutte le spese sono coperte, la vendita dei prodotti è sostanzialmente garantita e, cosa ancora più importante, il reddito dei lavoratori non dipende dai risultati finali del lavoro del collettivo, e cioè dall'adempimento degli impegni contrattuali, dalla qualità della produzione e dai profitti. Questo meccanismo tende a generare una qualità di lavoro mediocre o addirittura scadente, ci piaccia o no. Come può progredire l'economia se crea condizioni preferenziali per le aziende arretrate e penalizza quelle efficienti?

Non possiamo più gestire in questo modo i nostri interessi. Il nuovo meccanismo economico deve porre rimedio a tali carenze. Deve diventare una leva potente, una forza motivante per un rendimento di qualità. Ogni azienda deve partire dalla domanda sociale reale per determinare la propria produzione e i piani di vendita. I piani non debbono essere basati sulle decisioni dettagliate fissate da organi superiori, bensì su ordinazioni dirette inviate da organizzazioni del governo, aziende a contabilità autonoma e ditte commerciali, per richiedere prodotti specifici di qualità e in quantità appropriata. Le aziende devono essere poste in condizioni che incoraggino la concorrenza economica per soddisfare le esigenze del consumatore, e i redditi dei lavoratori devono dipendere strettamente dai risultati finali della produzione e dai profitti (M. Gorbaciov, Perestroijka, Mondadori, Milano, 1987, p. 107).

 

L'intensificazione della produzione sociale suggerisce un nuovo atteggiamento nei confronti dell'impiego efficiente e richiede un riordinamento della forza lavoro. Mentre operiamo in questa direzione, dobbiamo considerare con attenzione come viene applicato il principio della giustizia sociale. La pratica diffusa dell'egualitarismo è stata una delle principali deformazioni degli ultimi decenni, e ha prodotto atteggiamenti di dipendenza, di consumismo e una filosofia dalla mentalità ristretta del tipo: Non è affar tuo, lascia che se ne preoccupino i tuoi superiori.

Ecco in che modo il XXVII Congresso del PCUS ha formulato il problema della giustizia sociale: nel socialismo, il fondamento della giustizia sociale è il lavoro. Soltanto il lavoro determina il vero posto del cittadino nella società, la sua posizione. E ciò preclude ogni manifestazione di egualitarismo.

Gli atteggiamenti egualitaristici rispuntano ogni tanto anche adesso. Certi cittadini hanno inteso l'appello alla giustizia sociale come egualizzare tutti. Ma la società richiede con insistenza che il principio del socialismo venga trasposto con fermezza nella vita. In altre parole, ciò che più apprezziamo è il contributo dato da un cittadino al paese. Dobbiamo incoraggiare l'efficienza della produzione e il talento di uno scrittore, di uno scienziato e di ogni altro cittadino onesto e operoso. Su questo punto teniamo ad essere molto chiari: il socialismo non ha nulla a che fare con il livellamento. Il socialismo non può assicurare condizioni di vita e di consumi secondo il principio: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni (Ivi, pp. 127-128).