|
| |
2. SCELTA POLITICA E TEORIA POLITICA DI DANTE
Problema
Dante è un guelfo bianco, esponente di un ceto politico comprendente la piccola nobiltà e strati di borghesia. Suoi avversari sono i magnati di Firenze, raccolti sotto il segno del guelfismo nero e del ghibellinismo (come è noto guelfi e ghibellini, termini di origine germanica, designano rispettivamente i fautori dei diritti della Chiesa e del papato e i fautori dei diritti dell'Impero. A Firenze si ebbe una divisione del partito guelfo in bianchi e neri). Egli è difensore strenuo dell'autonomia del Comune di Firenze contro le ingerenze del papa. Durante una missione presso lo stesso papa, Bonifacio VIII, i neri si impadroniscono del potere a Firenze e Dante viene processato e condannato e costretto all'esilio. Esule, non cessa di operare politicamente, sperando di poter tornare a Firenze. Contro Firenze, specie da un certo momento in poi, ha accenti polemici violentissimi e autentiche invettive. La cultura politica a cui Dante si richiama è quella che teorizza la piena autonomia del potere politico di fronte all'autorità della Chiesa, autorità tuttavia riconosciuta e rispettata, ma solo in campo spirituale e religioso. Ma la mondanità della Chiesa è simonìa. Il potere politico ha dunque una sua originalità e assolutezza, e questo assoluto potere è rappresentato dall'Impero, secondo l'antica tradizione romana che si prolunga nel Medio Evo.
Alternative
SOLUZIONE A HotwordStyle=BookDefault; : Il credente, pur distinguendo la Chiesa comunità di salvezza dalla chiesa realtà sociologica, non deve mai porsi in contrasto con essa (quella stessa distinzione non è separazione), non deve disobbedirle.
SOLUZIONE B HotwordStyle=BookDefault; : Il credente deve distinguere nettamente la Chiesa comunità di salvezza dalla chiesa realtà sociologica, e considerare la scelta politica unicamente con criteri politici. Su questo piano può disobbedire alla Chiesa.
A
La bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII (18 novembre 1302) ribadisce che ogni potere, lo spirituale come il temporale, deriva da Dio e quindi dalla Chiesa a cui Dio lo ha conferito. La bolla è diretta contro le pretese di Filippo il Bello, che rivendicava l'autonomia del suo potere, in quanto re di Francia, come lo avevano rivendicato gli imperatori.
Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade, una spirituale, cioè, ed una temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: Ecco qui due spade - che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare - il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: Rimetti la tua spada nel fodero. Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l'altra dalla Chiesa; la prima dal clero, la seconda dalla mano di re o cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del clero, perché è necessario che una spada dipenda dall'altra e che l'autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. Perché quando l'Apostolo dice: Non c'è potere che non venga da Dio e quelli (poteri) che sono, sono disposti da Dio, essi non sarebbero disposti se una spada non fosse sottoposta all'altra, e, come inferiore, non fosse dall'altra ricondotta a nobilissime imprese. Poiché secondo san Dionigi è legge divina che l'inferiore sia ricondotto per l'intermedio al superiore. Dunque le cose non sono ricondotte al loro ordine alla pari e immediatamente, secondo la legge dell'universo, ma le infime attraverso le intermedie e le inferiori attraverso le superiori. Ma è necessario che chiaramente affermiamo che il potere spirituale è superiore ad ogni potere terreno in dignità e nobiltà, come le cose spirituali sono superiori a quelle temporali. Il che, invero, noi possiamo chiaramente constatare con i nostri occhi dal versamento delle decime, dalla benedizione e santificazione, dal riconoscimento di tale potere e dall'esercitare il governo sopra le medesime, poiché, e la verità ne è testimonianza, il potere spirituale ha il compito di istituire il potere terreno e, se non si dimostrasse buono, di giudicarlo. Così si avvera la profezia di Geremia riguardo la Chiesa e il potere della Chiesa: Ecco, oggi Io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni etc.
Perciò se il potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale, se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato solamente da Dio e non dagli uomini. (Chiesa e Stato, a cura di G. Soranzo, Vita e Pensiero, Milano, 1958, pp. 124-125).
Tommaso d'Aquino [Cfr. il Manuale, I, pp. 397-398], pur teorizzando la distinzione di potere politico e potere sacerdotale, corrispondente a quello di natura e sopranatura, con una "natura" avente una sua autonoma razionalità, afferma tuttavia la risoluta superiorità del potere spirituale, che è l'organo di ultima istanza. Il caso più tipico di giustificata disobbedienza al potere politico è la scomunica del principe apostata:
Come è stato detto più sopra, l'incredulità per se stessa non si oppone al potere, perché il potere è fondato sul diritto delle genti, cioè sul diritto umano. Per contro la distinzione fra fedeli e infedeli corrisponde al diritto divino, che non abolisce il diritto umano. Ma colui che commette il peccato di incredulità può essere privato giudizialmente del suo potere, come d'altronde anche per altre colpe. Ora alla Chiesa non spetta punire l'incredulità in coloro che non hanno mai abbracciato la fede, in conformità di quanto dice l'Apostolo nella I Lettera ai Corinzi (V, 12): Che devo giudicar io quei di fuori?. Ma la Chiesa può giudizialmente punire l'incredulità di coloro che abbracciarono la fede; e conviene che essi siano puniti col perdere il potere sui sudditi credenti. Un siffatto potere invero potrebbe significare una grave minaccia per la fede: poiché, come sta scritto, l'apostata nella perfidia del suo cuore ordisce il male, e semina le discordie, cercando di distogliere gli uomini dalla fede. E perciò, non appena chi è al potere viene colpito dalla scomunica per apostasia dalla fede, ipso facto i suoi sudditi sono sciolti dal suo potere, e dal giuramento di fedeltà che a lui li legava (Tommaso, Summa theologica, II, IIae, 12, II, Resp. trad. it. di A. Passerin d'Entrèves, in Politica I, a cura di F. Valentini, Sansoni, Firenze, 1968, p. 334)
Lamennais nella fase cattolico-liberale del suo pensiero politico sostiene che il vero iniziatore del cattolicesimo liberale è Gregorio VII, che rivendica la libertà della chiesa contro le ingerenze del potere secolare (in realtà Gregorio VII sosteneva, come dopo di lui Bonifacio VIII, la superiorità del potere spirituale su quello secolare). Dunque per Lamennais libertà della Chiesa di fronte allo Stato, perché la Chiesa rappresenta valori spirituali che la politica deve rispettare; per Dante libertà dalla Chiesa da parte del fedele quando la chiesa si esprime in quanto realtà sociologica e non in quanto comunità di salvezza:
Nel tentativo di asservire il papato stesso e di fondare al di sopra di esso la tirannide materiale assurta alla direzione della cristianità, gli imperatori cercarono di abolire la nozione stessa di ogni vero diritto, e non ci si potrebbe fare oggi se non una idea molto approssimativa del profondo disordine, della schiavitù degradante in cui i popoli redenti dal Cristo sarebbero precipitati, se Gregorio VII, il grande patriarca del liberalismo europeo, non avesse difeso, così come fecero dopo di lui i suoi successori, contro le violenze e le pretese imperiali, la supremazia dello spirito: cioè l'autorità primigenia della giustizia e del diritto, con uno zelo, un'energia, una perseveranza, che salvarono la Chiesa, il cristianesimo, la civiltà e la libertà (R. Lamennais, Scritti politici, a cura di D. Novacco, UTET, Torino, 1964, p. 120). [su Lamennais vedi il Manuale, III, p. 258]
B
Il potere dell'imperatore deriva direttamente da Dio:
Nel capitolo precedente si è dimostrato, con una riduzione ad inconveniens, che l'autorità dell'Impero non trae la sua origine dall'autorità del sommo pontefice, però la sua diretta dipendenza da Dio non è stata dimostrata se non in quanto è una conseguenza di questa negazione dalla quale deriva che, se non dipende dal vicario di Dio, deve dipendere da Dio.
Per una soluzione esauriente occorre dunque dimostrare con metodo diretto che l'imperatore, ossia il monarca del mondo, è in rapporto immediato col principe dell'universo, che è Dio.
A questo fine bisogna tener presente che l'uomo, solo fra gli esseri, sta di mezzo fra le cose corruttibili e le cose incorruttibili per cui i filosofi lo paragonano giustamente all'orizzonte che è la linea d'incontro di due emisferi. Difatti l'uomo è corruttibile o incorruttibile secondo che lo si considera isolando una delle due parti essenziali di cui è composto, l'anima e il corpo. Per cui ben dice il Filosofo, nel secondo libro Dell'anima, riferendosi alla sua parte incorruttibile: solo questa può separarsi dal corruttibile come quella che è eterna. L'uomo dunque, poiché è termine medio fra le cose corruttibili e le incorruttibili e poiché ogni termine medio partecipa della natura degli estremi, deve necessariamente esser partecipe della natura delle une e delle altre. E siccome ogni natura è preordinata ad un fine ultimo, l'uomo dovrà avere due fini in modo che, come solo fra tutti gli esseri partecipa della incorruttibilità e della corruttibilità, solo fra tutti gli esseri sia ordinato a due fini ultimi, a uno in quanto corruttibile, all'altro in quanto incorruttibile.
L'ineffabile Provvidenza ha dunque posto davanti all'uomo come mete da raggiungere, due fini: la felicità di questa vita che consiste nella esplicazione delle sue capacità ed è raffigurata nel paradiso terrestre; e la felicità della vita eterna la quale consiste nel godimento della visione di Dio (alla quale l'uomo non può elevarsi da sé senza il soccorso della luce divina) ed è raffigurata nel paradiso celeste. A queste felicità, come a termini diversi, bisogna giungere con mezzi diversi. Arriviamo alla prima per mezzo degli insegnamenti della filosofia se li seguiamo effettivamente operando secondo le virtù morali e intellettuali; arriviamo invece alla seconda per mezzo degli ammaestramenti dello Spirito se li seguiamo operando secondo le virtù teologiche, cioè la fede, la speranza e la carità. Queste mete e i mezzi per raggiungerle ci sono state additate rispettivamente dalla ragione umana che i filosofi ci hanno reso tutta chiara e dallo Spirito Santo il quale, per mezzo dei profeti e degli scrittori sacri, per mezzo di Gesù Cristo figlio di Dio a lui coeterno e dei suoi discepoli, ci ha rivelato la verità sovrannaturale a noi necessaria. Tuttavia la cupidigia umana farebbe dimenticare e mete e mezzi se gli uomini, come cavalli erranti in preda alla loro bestialità, non fossero tenuti a freno nel loro cammino quaggiù con la briglia ed il morso. Per questo fu necessario dare all'uomo due guide in vista del suo duplice fine: il sommo pontefice che, seguendo le verità rivelate, guidasse il genere umano alla vita eterna, e l'imperatore che, seguendo invece gli ammaestramenti della filosofia, lo indirizzasse alla felicità temporale. E siccome a questo porto della felicità terrena nessuno o pochi (e questi con difficoltà estrema) potrebbero giungere se il genere umano, calmati i tempestosi allettamenti della cupidigia, non trovasse libertà e pace, ecco che questo è lo scopo al quale deve mirare con tutte le sue forze quel tutore del mondo che si chiama principe Romano: far sì cioè che in questa aiuola mortale si viva in pace e con libertà. Siccome poi la disposizione di questo mondo è in diretto rapporto con la disposizione dei cieli rotanti, è necessario, perché si possano applicare utilmente i principi della libertà e della pace in modo adatto ai luoghi e ai tempi, che il tutore del mondo sia stabilito da chi ha la visione diretta e immediata della totale disposizione dei cieli: ma questi può essere soltanto Colui che l'ha preordinata per potersene valere a tutto coordinare secondo i suoi piani. Se è così, solo Dio elegge, solo Dio conferma perché non ha nessuno al disopra di sé. Da cui si può trarre questa ulteriore conseguenza: che il titolo di elettore non appartiene né a quelli che comunque possono averlo portato in passato: essi vanno considerati piuttosto come i rivelatori della volontà provvidenziale di Dio. Di qui la discordia che talvolta li divide dovuta al fatto che tutti od alcuni di essi, ottenebrati dalla nebbia della cupidigia, non riescono a individuare l'elezione che Dio ha fatto. E così si è dimostrato che il monarca temporale riceve senza alcun intermediario la sua autorità dalla Fonte stessa di ogni autorità, la qual fonte tutta unita nella roccaforte della sua semplicità, si scinde in molteplici ruscelli per la sua bontà sovrabbondante. (Dante Alighieri, Monarchia, III, trad. it. di G. Vinay, in Politica I, a cura di F. Valentini, Sansoni, Firenze, pp. 357-358).
Ma Cesare usi riverenza a Pietro:
E con questo mi sembra ormai di aver raggiunto la meta che mi ero proposto. Difatti sono state risolte secondo verità le tre questioni: se l'ufficio del monarca sia necessario al benessere del mondo, se il popolo Romano si sia appropriato di diritto dell'Impero, infine se l'autorità del monarca dipenda direttamente da Dio o da altri. La soluzione che si è data di quest'ultimo problema non va ad ogni modo interpretata così alla lettera da escludere assolutamente che il principe Romano sia legato da qualche vincolo di soggezione al sommo pontefice perché è un fatto che questa nostra felicità terrena è in certo modo in funzione della felicità eterna. Cesare usi dunque verso Pietro di quella riverenza che il figlio primogenito deve al padre, affinché, irraggiato dalla luce della grazia paterna, illumini con maggior efficacia il mondo al quale è stato preposto da Quello solo che è il reggitore di tutte le cose spirituali e temporali. (Ivi, p. 359)
Ma l'autorità del papa, anche del gran nemico di Dante Bonifacio VIII (che Dante destina all'Inferno come simoniaco), è pur sempre l'autorità del vicario di Cristo. E l'episodio di Anagni, quando Bonifacio fu ingiuriato e fatto prigioniero dagli inviati di Filippo il Bello, è vivamente condannato da Dante. Ugo Capeto, nel Purgatorio antivede l'episodio (il "novo Pilato" è Filippo il Bello che si dichiarò non responsabile dell'episodio. E si allude all'azione dello stesso Filippo contro l'ordine dei templari che accusò di eresia per impadronirsi delle immense ricchezze di quell'ordine):
Veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel tempio le cupide vele
(Purgatorio, XX, 86-93)
In una delle epistole scritte da Dante in occasione della discesa in Italia di Arrigo VII, egli si rivolge agli "scelleratissimi fiorentini che si trovano in Firenze" e che si preparavano a resistergli. Resistergli è "peccato" perché significa resistere all'autorità per eminenza, all'unica fonte della legalità:
Né v'accorgete che è la cupidigia che vi domina, perché siete ciechi; che vi lusinga con velenosi sussurri, vi costringe con fallaci minacce, vi imprigiona nella legge del peccato, vi impedisce d'obbedire alle sacrosante leggi modellate sulla giustizia naturale; la cui osservanza se lieta, se libera, non solo provatamente non è schiavitù, ma anzi evidentemente, a guardar bene, è la stessa libertà suprema. Infatti, che altro è la libertà se non un libero fluire della volontà nell'atto che leggi rendono più agevole a quelli che le obbediscono? Così i soli veri liberi sono quelli che obbediscono volontariamente alle leggi; e voi che credete di essere, voi che proclamate di amare la libertà e intanto cospirate ad onta di tutte le leggi contro il principe delle leggi? (X Epistola, in Tutte le opere, a cura di F. Chiappelli, Mursia, Milano, 1965, p. 881).
La sostanza del problema si è riproposta nel mondo moderno. Ad esempio nel Risorgimento italiano molti cattolici, decisamente favorevoli al Risorgimento e poi al nuovo Stato italiano, considerarono l'atteggiamento ostile della Chiesa come dovuto a occorrenze politiche e non a preoccupazioni di carattere spirituale e non mutarono il loro atteggiamento politico. Arturo Carlo Jemolo, cattolico, delinea questo atteggiamento, prendendo le mosse dalla posizione di Alcide De Gasperi che in una occasione - che tuttavia non lo costrinse a scegliere - si mostrò incline a seguire la parola del papa se questa si fosse manifestata in forma imperativa. Dante può considerarsi il lontano maestro di quei cattolici liberali.
Nobilissimo uomo De Gasperi, ma quanto lontano da quelli le cui immagini imparai adolescente a venerare con culto che non è mai venuto meno: Santarosa che, cattolico praticante, preferisce vedersi rifiutata l'assoluzione in punto di morte piuttosto che sconfessare la sua opera di deputato e di ministro; Minghetti, credente (dice a Bernardo von Bülow che desidera sposare la figliastra, la quale ha avuto sciolto civilmente il matrimonio, che mai l'unione potrà compiersi se non si abbia l'annullamento religioso), ma che incurante delle scomuniche a tre anni da Porta Pia è presidente del consiglio, in Roma capitale (C. A. Jemolo, Anni di prova, Neri Pozza, Vicenza, 1968, p. 128).
|