Scienza si dice ogni forma di sapere o disciplina, consistente in un sistema di proposizioni, formulate in un particolare linguaggio, secondo un codice di regole semantiche e grammaticali convenute per adesioni stratificate, e sempre in via di riconvenzionamento al fine sia di rendere dicibili e computabili esperienze nuove e inedite, sia di riorganizzare nel sistema le innovazioni intervenute nella codificazione. Ogni sistema scientifico è storico, in quanto periodicamente, per mutamenti impercettibili o per traumatici salti, esso si trasforma, e ciò che esso era prima della trasformazione diventa del tutto estraneo al suo attuale operare.
La filosofia non è una scienza. Essa non è un linguaggio speciale, ma è il nostro medesimo comune linguaggio quotidiano, che si ripiega su di sé per rendere chiari alla coscienza la sua potenza e i suoi limiti.
Le scienze son volte ad appropriarsi dell'oggettivo essere dell'uomo stesso, per saziarne la curiosità di sé, e per dissolvere i paurosi fantasmi che dall'interno lo assalgono. Molto più spesso però esse mirano ad appropriarsi dell'essere delle cose per dominarle e farne strumento del dominio di uomini su altri uomini.
La filosofia invece esprime l'interesse che l'uomo prova per il suo inoggettivabile esistere. Si tratta di un interesse disinteressato, cioè non particolaristico e strumentale. L'uomo non mira a servirsi del proprio esistere, non ha interesse su di esso, ma se ne interessa. Anzi l'esistere è l'unico suo interesse, ciò in cui ne va dell'uomo, ciò che ne occupa interamente la cura vitale e gli sta a cuore, secondo il più proprio significato latino di inter-esse. La filosofia non si sforza di sottomettere alle voglie dell'uomo l'estraneo, ma custodisce per lui l'intimo, cura la sua esistenza.
Perciò come l'uomo, pur esprimendosi storicamente, cioè nelle mutevoli forme della cultura, sempre si riconosce nella sua identità attraverso la molteplice diversità delle forme, così la filosofia attraversa la storia ma non è storica. La storia tuttavia serve la filosofia, poiché quando nelle tracce di lontanissimi uomini l'uomo riconosce se stesso, i segni del proprio esistere, si produce stupore.
Il problema vitale dell'uomo, di tutti noi, è di fare in modo che la polvere della storia, l'irrigidirsi abituale dei gesti, il ridurci prigionieri del nostro scientifico imprigionare le cose, non ci ottunda lo stupore per l'esistenza ogni volta ritrovata, non ci distragga dall'inter-esse e dalla cura per l'esistenza che noi viviamo, non ci consegni alla banalità dell'insensatezza e di una morte temuta soltanto come un evento meccanico.
Evidente allora che la filosofia è l'etica viva. Essa non si riduce alle quotidiane moralità dei poveri conformismi e delle velleitarie rivolte, ma attende l'uomo al varco delle situazioni eccezionali, delle scelte-limite (di cui qualche esempio s'è dato nelle questioni seguenti), e mettendone in crisi l'esistenza lo ridesta alla necessità vitale di prenderla a cuore, interessarsene, averne cura. Di questa cura la ragione nella sua costitutiva finitezza è l'unico fedele ministro.