Certamente, proprio alla luce del razionalismo critico kantiano, nella decisione di tener fede al patto pur comportando ciò il terribile impegno di aiutare l'amico a togliersi la vita, scoppia un lacerante conflitto. Sulla base della medesima argomentazione, per cui risulta assolutamente doveroso rispettare il patto stabilito, altrettanto assolutamente doveroso risulta il rifiuto del suicidio [Cfr. Vittorio HÖSLE intervista 19; "Da Kant a Rawls", domanda n. 3]. La massima di accorciare egoisticamente la mia vita non è infatti universalizzabile. "Una natura, la cui legge fosse di distruggere la vita stessa proprio in forza di quel sentimento che è destinato a promuoverla, sarebbe in contraddizione con se stessa, e quindi non sussisterebbe come natura; sicché questa massima non può in alcun modo trovar posto come legge generale della natura" (Ibid., pp. 119-121).
Il dilemma morale dinanzi al quale tu ti troveresti sembra a questo punto ancora più grave di prima, poiché con lo stretto dovere morale di mantener fede al patto confligge in effetti nella tua coscienza non soltanto il dovere di non ammazzare, ma in più il dovere di non rendere possibile al tuo amico di trasgredire egli stesso la legge morale suicidandosi, cosa ch'egli per le sue condizioni di salute e di spirito da solo non sarebbe in grado di fare.
Se dunque tu, nell'affrontare la difficile situazione, in cui ti pone la drammatica richiesta dell'amico, ti richiami ai principî del razionalismo critico kantiano, ti trovi dinanzi ad un perfetto esempio di complicato "conflitto di doveri" (ovvero, nel linguaggio filosofico-giuridico tedesco Pflichtkollision).
In un caso come questo, paradossalmente, non ci si può richiamare all'imperativo fondato sui principî del razionalismo critico senza essere costretti a trasgredirlo.
Sia infatti che tu mantenga fede al patto con l'amico, aiutandolo a togliersi l'ormai insopportabile vita, sia che tu non ti presti a soccorrerlo nel suo progetto di morte, violando così l'impegno giurato, finisci in ogni caso per trasgredire la determinazione razionale della legge.
Alla fine, qualsiasi scelta tu compia, non può non essere intervenuto nella tua comunque dolorosa decisione qualche criterio che ecceda la pura argomentazione razionale e ne rompa il paralizzante bilanciamento di alternative implicazioni.
La razionalità è necessaria per suscitare la piena coscienza della responsabilità e, nella tensione morale, qualificare l'esperienza della decisione. Ma è non sufficiente a fornire il criterio ultimo della scelta.
Qualunque sia la tua decisione, il criterio non può che trovarsi nel centro profondo della tua personalità, incarnata nella tua "intuizione del mondo". Di essa lo stesso rigoroso razionalismo, che tu professi, è un aspetto assai importante, ma insieme con esso gioca in modo decisivo quella complessità di fattori psicologici e culturali, di cui espressione radicalmente autentica è il tuo personalissimo atteggiarti dinanzi all'esistenza e al mondo.
Questo criterio che, radicato nella tua irriducibile singolarità personale, eccede la razionale universalizzabilità, è certamente una "motivazione", ma non è altrettanto certamente una "giustificazione": in altre parole esso spiega la tua decisione, ma non è detto che la legittimi: mostra perché si sia arrivati ad essa, ma non dimostra che vi si doveva arrivare.
Starebbero proprio così le cose, se ambedue le alternative tra cui alla fine tu hai scelto non fossero state ambedue razionalmente doverose , e dunque giustificate. Il problema, in questo caso, è se sia giustificabile la scelta tra le due alternative, ambedue in sé giustificabili ma reciprocamente controgiustificanti.
"Giustificare qualcosa nel campo del fare (una decisione, un'azione, etc.) è riportarla, come conclusione pratica, a un principio direttivo di portata più generale" e perciò "nella relazione col principio che viene così istituita, nella generalizzazione in tal maniera effettuata, consiste la "ragione" giustificante" (Ugo Scarpelli, Gli orizzonti della giustificazione, in: AA. VV., Etica e diritto, a cura di L. Gianformaggio e E. Lecaldano, Laterza, Roma-Bari 1986, p.38).
Ora, quando tale procedura razionale conduce al paradosso per cui, alla luce di un medesimo principio direttivo, come la razionalità critica kantianamente intesa, giustifica una scelta ma anche la sua opposta alternativa, e al tempo stesso con ognuna delle due controgiustifica l'altra, allora si è portati a prendere in considerazione il "desiderio che influenza l'azione". Questo può svolgere la funzione giustificativa che la pura procedura razionale di riporto della decisione a un principio generale si è mostrata impotente a compiere. In tal caso sarebbe rilevante solo il 'desiderio "razionale" ', quello cioè che "continua ad esser presente [...] anche dopo un adeguato confronto con la migliore conoscenza disponibile" (Maurizio Mori, Il problema della giustificazione nella filosofia pratica recente [...] , ivi, p. 113).
Ma nel caso in esame, una migliore conoscenza potrebbe benissimo non riuscire affatto a sciogliere il dilemma, cioè tanto a giustificare una scelta e non l'altra, quanto ad annullare la controgiustificazione di questa nei riguardi di quella.
Si potrebbe tuttavia, nell'ambito dello stesso razionalismo critico kantiano, tentar di uscire dal vicolo cieco. Il giudizio morale non è certo assimilabile ad un "giudizio determinante", come quello strettamente conoscitivo, intellettuale, consistente nell'applicare una nozione universale, un concetto, ad un particolare fenomeno, che viene in tal modo generalizzato e determinato nella sua oggettività. Il giudizio morale sembra piuttosto avvicinabile a un "giudizio riflettente", come quello estetico, che è funzione del sentimento, ed in cui la mera particolarità del fenomeno viene vissuta indipendentemente da concetti e da interessi, dunque nell'assoluta individualità del soggetto e nell'intersoggettiva universalità della comunicazione (I. Kant, Critica del Giudizio, tr. it. di A. Gargiulo, rev. di V. Verra, Laterza, Bari 1982). Qui l'universalità non precede la banalità dell'esperienza particolare, ma nasce dalla riflessione sull'esperienza forte di un'individuale originarietà.
Pensatori assai diversi come il francese Jean-François Lyotard (Leçons sur l'analytique du sublime, Galilée, Paris 1991) e i nordamericani Ronald Dworkin e Michel Walzer (su cui si veda: Alessandro Ferrara, Introduzione al volume collectaneo da lui curato (Comunitarismo e liberalismo, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. LIV-LVI) cercano nella Critica del Giudizio kantiana un modello di razionalità per l'etica, fondato non, come quello del "giudizio determinante", su di un "universalismo generalizzante e acontestuale [cioè astratto dalla sempre drammatica concretezza delle singole situazioni esistenziali e storiche]", bensì su di "un universalismo esemplare e individuante", come quello del "giudizio riflettente".
In altri termini, si cerca di aprire la strada a un giudizio morale, che non consista nel misurare la conformità di una soluzione ad una presupposta legge generica, ma, così come avviene per il giudizio estetico, implicita in una singolare soluzione e nella sua interna necessità.
In ultima analisi, proprio in un caso come quello in esame, di due scelte alternative ambedue razionalmente giustificabili ma anche ambedue vicendevolmente controgiustificantisi, la decisione alla fine può risultare "giustificata" soltanto dal trionfo di una "motivazione", dalla cui potenza risolutiva emerga una coraggiosa assunzione di "responsabile" esemplarità di fronte non al presupposto, e dunque passato (la legge), ma all'imprevedibile, e dunque futuro (l'umana domanda che ancor non possiamo udire). [Per un'etica della responsabilità Cfr. Hans Jonas intervista 21; "Etica della responsabilità", domanda n. 6; sull'apertura del soggetto alle possibilità dell'esistenza Cfr. Aldo Masullo intervista 27; "Etica della salvezza", domanda n. 3]
Nella costrizione a scegliere in una situazione eccezionale, qualunque sia la tua scelta, la tua personale "motivazione" non sarà mai in grado di "giustificarla" nella sua astratta oggettività, ma avrà sempre la forza di "giustificarti", di testimoniare cioè la tua personale, invincibile necessità, il tuo dovere di scegliere ciò che hai scelto.