1. PATRIA E AFFETTI FAMILIARI

Situazione

Immagina d'essere, durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata dai nazisti, il giovane allievo di cui parla Sartre (L'existentialisme est un humanisme, Nagel, Paris, 1960, pp. 39-41). "Suo padre aveva rotto con la madre, e propendeva a collaborare con gli occupanti; il fratello maggiore era stato ucciso durante l'offensiva tedesca del 1940, ed il giovane era smanioso di vendicarlo. Sua madre viveva sola con lui, assai afflitta per il tradimento del marito e per la morte del primogenito, e non trovava conforto che in lui. Il giovane si trovò dinanzi alla scelta di partire per l'Inghilterra e arruolarsi nelle forze francesi di liberazione, e con ciò abbandonare la madre, o restare con lei ed aiutarla a vivere. Egli si rendeva ben conto che questa donna non viveva che per lui, e che la sua partenza, e forse la sua morte, l'avrebbero precipitata nella disperazione. Altrettanto si rendeva conto del fatto che in fondo, concretamente, ogni atto rivolto alla madre aveva la sua efficacia, nel senso che aiutava costei a vivere, mentre qualsiasi atto egli compisse per andare a combattere sarebbe stato ambiguo, potendo anche insabbiarsi, e non servire a nulla: per esempio, partendo per l'Inghilterra attraverso la Spagna, egli avrebbe potuto restare indefinitamente internato in un campo di concentramento spagnolo; o magari, arrivando in Inghilterra o ad Algeri, finire relegato in un ufficio come scritturale.

Per conseguenza egli si trovava di fronte a due possibili azioni assai diverse: l'una concreta, immediata, ma rivolta ad un solo individuo; l'altra rivolta a un grande numero di persone, ad un'intera nazione, ma proprio perciò molto meno determinata, di esito incerto e suscettibile d'interrompersi durante il suo corso."

 

Alternative

La domanda è: in situazioni estreme come queste, in cui si sia costretti a scegliere tra due valori moralmente forti, l'uno imposto da un interesse generale, ma appunto perciò concepito piuttosto che immediatamente vissuto - abbandonare la madre per difendere la patria - (SOLUZIONE A; ), e l'altro imposto da un interesse particolare, ma esistenzialmente assoluto - rimanere accanto alla madre (SOLUZIONE B; ), a quale criterio ci si può appigliare per dirimere l'angoscioso dilemma e uscire ragionatamente dall'indecisione? Si può forse rispondere anche che in casi come questi non esistono criteri razionali di scelta (SOLUZIONE C; ).

A

Se si risponde che va assunto come dovere primario correre alla difesa della patria in pericolo, perché, perduta la patria, tutto è perduto [Sul problema dell'identità nazionale Cfr. Stuart Woolf intervista 40; "Il nazionalismo", domanda n. 7; sul patriottismo Cfr. Michael Walzer intervista 39; "Guerre giuste e guerre ingiuste", domanda n. 5 e Adriaan Peperzak intervista 29; "Etica e politica", domanda n. 5], e la madre stessa sarebbe allora travolta nella generale rovina, ciò vuol dire che si è fatto ricorso ad uno tra almeno due possibili riferimenti teorici.

a) Un riferimento possibile è la logica dialettica della storia. Se l'universale s'incarna nell'individuale, ma vero individuo non è l'uomo nella sua naturalità bensì il soggetto storico, famiglia o società civile o Stato, allora valore supremo è la libertà dell'uomo non come individuo naturale ma come persona, in quanto cioè tale libertà coincide con l'ordine della famiglia o della società civile o, nella forma più matura, dello Stato. La libertà della persona esige dunque la salvezza della società storica, la cui universalità essa incarna.

Tale posizione si trova esemplarmente configurata nel pensiero di Hegel [Cfr. il Manuale, III, pp. 139-140 e il Manuale/I testi, III, pp. 121-123; Cfr. inoltre Paul Ricoeur intervista 33; "L'idea di giustizia", domande nn. 7 e 8 e Jacques D'Hondt intervista 14; "Hegel: la politica", domanda n. 5]. Essa corrisponde al principio etico dell'idealismo storicistico.

b) Un altro e assai diverso riferimento possibile è la teoria, che propone un vero e proprio calcolo, in cui i termini del dilemma vengano posti sulla bilancia della comparazione quantitativa come ponderabili grandezze di "utilità". Insomma, se si simboleggia con s (p) la salvezza della patria e con v (m) la vita della madre, risulta che s (p) include v (m), e dunque, poiché con tutta evidenza l'includente è maggiore dell'incluso, il valore s (p) è maggiore del valore v (m). In questo caso viene adottato il principio etico dell'utilitarismo [Cfr..il Manuale, III, pp. 295-299 e di Vittorio HÖSLE intervista 19; , Da Kant a Rawls, Domanda n. 9].

B

Se si risponde che primario è il dovere di soccorrere chi ci è più vicino, il "prossimo", nella sua drammatica concretezza di persona bisognosa (e chi è nostro "prossimo" più di quanto lo sia la madre?), si è ispirati all'idea di un ordine "naturale", in cui la "prossimità" originaria, e quindi massima, è quella della madre. In questo caso ha deciso un criterio di morale naturale, rinforzato dal principio etico dell'amore ("ama il prossimo tuo") d'ispirazione cristiana.

C

Si potrebbe però anche rispondere che qui, come in qualsiasi altro caso di decisione tra valori fondamentali, non esistono criteri "razionali", cioè dimostrativi, di scelta.

a) Una tale risposta può essere sostenuta sulla base della fenomenologia dei valori, teorizzata da Max Scheler [Cfr. il Manuale, III, p. 513-515]. Secondo questo punto di vista, ogni valore è oggetto di una specifica intuizione sentimentale (o percezione affettiva), cioè originaria, immediata e indeducibile, così come altrettanto è la preferibilità di un valore rispetto ad altri. La possibilità della percezione soggettiva dei valori e della loro preferibilità si fonda insomma su di una loro specifica oggettività, appartenente ad una sfera autonoma d'intuibilità. Secondo Scheler, quando Pascal sentenzia che "il cuore ha ragioni che la ragione non ha", egli vuol dire che "esiste un modo-di-esperienza i cui oggetti sono assolutamente inaccessibili all'intelletto, e rispetto ai quali l'intelletto è cieco come l'orecchio e l'udito ai colori, e tale modo-d-esperienza ci mette in presenza di oggetti autenticamente oggettivi e del loro ordine eterno, ossia in presenza dei valori e della loro immutabile gerarchia [onde la preferibilità dell'uno rispetto agli altri]". Invero "esistono evidenti connessioni e opposizioni tra i valori e le attitudini di fronte ai valori e gli atti di preferenza che vi si fondano, e sulla loro base una vera fondazione delle decisioni morali e delle leggi che le comandano è necessaria e possibile" (Der Formalismus in der Ethik und die materiale Wertethik [1916], VI ed., Francke, Bern-München 1980, p. 35).

La scelta non è che la conseguenza dell'atto di preferenza, in cui si esprime l'irriducibile singolarità di una persona nel suo rapporto con l'intuitiva oggettività dei valori e delle loro vicendevoli preferibilità [Sulla struttura dell'azione Cfr. Franco Chiereghin intervista 10; "Antropologia ed etica", domanda n. 7 e Massimo Cacciari intervista 9; "Il libero arbitrio", domande nn. 1 e 2] .

b) Ma la medesima risposta può essere data sulla base dell'etica della situazione, come appunto propone J. P. Sartre nel testo citato. Secondo questo punto di vista, "l'uomo si trova sempre in una situazione organizzata, in cui egli stesso è coinvolto, e in cui peraltro non può evitare di scegliere". Egli "non potrà scegliere, riferendosi a dei valori prestabiliti; ma sarebbe ingiusto tacciarlo di capriccio", poiché la sua scelta esprime la coerente concretezza della sua situazione. In altri termini, nella decisione morale avviene come nell'arte. Non vi sono regole prestabilite, ma le regole dell'operare nascono con l'operare stesso, e si manifestano solo nel risultato. Continuamente, nell'uomo, "l'insieme della sua opera s'incorpora nella sua vita". L'uomo è la situazione in cui si trova, e la sua azione come coerente dinamica della situazione è la libertà [Cfr. il Manuale, III, pp. 536-541].

c) La radice critica della risposta che nega la "razionalità" della scelta etica si trova comunque nella filosofia di David Hume [Cfr. il Manuale, II, pp. 324-325 e il Manuale/I testi II, pp. 329-332]. Secondo l'analisi di costui, i valori non sono né "relazioni tra idee" né "inferenze da dati di fatto", ossia non sono opera della logica e non sono pertanto logicamente trattabili, ma sono semplici sentimenti, immediati "dati di fatto", elementi naturali che con il loro empirico gioco di forze precedono il calcolo della ragione e decidono delle scelte morali. In questa radicale critica humiana, ripresa e sistematicamente sviluppata agl'inizi del nostro secolo da G. E. Moore con la celebre confutazione della cosiddetta "fallacia naturalistica", gli studiosi di etica d'impostazione analitico-linguistica vedono la prima precisa formulazione della fondamentale regola logica, secondo cui, come si esprime Hare, "da un insieme di premesse, che non contenga almeno un enunciato imperativo, non si può trarre nessuna valida conclusione imperativa" (The Language of Morals, London 1952, I, 2; trad. ital. di Borioni e Palladini, ed. Ubaldini, Roma 1968, p. 37).

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Scegliere di abbandonare la madre per correre in difesa della patria minacciata suppone l'idea che l'interesse generale è più importante di quello particolare. Misconoscere ciò, equivarrebbe a mandare in frantumi quel principio di solidarietà, su cui si fonda la possibilità dello "stato civile", ed il cui riconoscimento è l'esistenza stessa del patto sociale [Sul patto sociale Cfr. Francesco De Sanctis intervista 13; "Hobbes", domande nn. 5 e 6; sul venir meno della solidarietà nell'ideologia liberale Cfr. Alain De Benoist intervista 12; "La democrazia diretta", domanda n. 6].

Scegliere invece di non allontanarsi dalla madre implica l'idea che non si possa lasciar morire chi ci ha dato la vita. Certo si ha il dovere di subordinare la propria vita al bene della società. Ma nessuno ha il diritto di disporre della vita di un altro essere umano, a lui oggettivamente affidato e da lui dipendente.