9. FONDAMENTO DELLA MORALE SU LEGGI DIVINE E UMANE

Sei solo e puoi compiere un'azione considerata immorale, senza che nessuno se ne accorga e in completa impunità. Qualcosa però ti turba, ti blocca e ti inibisce l'atto, così che - dopo avere a lungo esitato - decidi a malincuore di astenerti da esso. Quali pensi che siano le motivazioni che ti hanno fermato e che, più in generale, rendono quasi tutti riluttanti di fronte alla violazione di una norma morale?

 

Alternative

Quando ti astieni dal compiere un atto moralmente riprovevole, ciò dipende dalla paura di una punizione divina o del disordine che, secondo Dostoevskij, deriverebbe dalla negazione di ogni fondamento religioso della morale ("se Dio non fosse, tutto sarebbe lecito") (SOLUZIONE A; )? Oppure sei convinto che si debbano seguire dei criteri di origine totalmente umana, ma non per questo meno vincolanti (SOLUZIONE B; ) ?

A

Ti poni in sintonia con la tendenza probabilmente più antica dell'umanità, quella che fa coincidere i comandamenti religiosi con le norme etiche (o li fa, comunque, scaturire da essi). In questo caso sei vicino al magistero della Chiesa cattolica, che - anche recentemente, con l'enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor, del 1993 - ha cercato di spiegare la fondazione cristiana dell'etica, predicando l'obbedienza e la sottomissione alla verità, impersonata da Cristo, unica luce che permetterebbe di sottrarsi ai pericoli del relativismo e dello scetticismo:

"E' Gesù stesso il compimento vivo della Legge in quanto Egli ne realizza il significato autentico con il dono totale di sé: diventa Lui stesso Legge vivente e personale, che invita alla sua sequela, dà mediante lo Spirito la grazia di condividere la sua stessa vita e il suo stesso amore e offre l'energia per testimoniarlo nelle sue scelte e nelle sue opere (...). La legge morale proviene da Dio e trova sempre in lui la sua sorgente: in forza della ragione naturale, che deriva dalla sapienza divina, essa è, al tempo stesso, la legge propria dell'uomo (...) La vera autonomia morale dell'uomo non significa affatto il rifiuto, bensì l'accoglienza della legge morale, del comando di Dio: 'Il Signore Iddio dette questo comando all'uomo (...). La libertà dell'uomo e la legge di Dio s'incontrano e sono chiamate a compenetrarsi tra loro, nel senso della libera obbedienza dell'uomo a Dio e della gratuita benevolenza di Dio all'uomo. E pertanto l'obbedienza a Dio non è, come taluni credono, un'eteronomia, come se la vita morale fosse sottomessa alla volontà di un'onnipotenza assoluta, esterna all'uomo e contraria all'affermazione della sua libertà" (...). L'uomo può riconoscere il bene e il male grazie a quel discernimento del bene e del male che egli stesso opera mediante la sua ragione, in particolare mediante la sua ragione illuminata dalla rivelazione divina e dalla fede" (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, paragrafi 40, 41, 44).

Quando però Nietzsche parla della "morte di Dio" vuole appunto affermare il crollo di tutti i valori assoluti, garantiti da una volontà ordinatrice del mondo fisico e morale, diversa dall'uomo [Cfr. il Manuale/I testi , III, pp. 249-251]. L'essere capaci di creare e stabilire la propria tavola di valori distingue anzi gli uomini, operandone la cernita. Vi sono i peggiori, quelli che appartengono al "gregge" di chi segue passivamente e infantilmente ordini estranei ("la voce del gregge" è infatti la più antica e potente) e i "superuomini" o "oltre-uomini", che rifiutano la morale degli schiavi basata sul risentimento e sono capaci di dire di sì alla vita [Cfr. Manuale, III, pp. 328, 334-341 e Manuale / I testi, III, pp. 251-252. Cfr. inoltre Otto Apel intervista 1; "L'etica della comunicazione", domanda n. 7].

B

Se ritieni più plausibile questa soluzione, allora puoi scegliere entro un largo ventaglio di posizioni. La via meno problematica è quella di chi si limita ad adeguarsi alle leggi del proprio paese, senza porsi domande troppo complicate e onorando la Provvidenza o il destino che ci ha fatto nascere in un luogo piuttosto che in un altro. E' questa la tesi di Montaigne o di Cartesio [Cfr. il brano di Cartesio tratto dal Discorso sul metodo, nel Manuale/ I testi, II, pp. 140-142]. Tale posizione si riconnette alle discussioni attualmente molto vivaci sul "multiculturalismo" [Cfr. la Questi; one n. 9; e di Alain De Benoist intervista 12; "La democrazia diretta", domanda n. 5], scontrandosi tuttavia con i paradossi del relativismo morale, messi in evidenza già da Pascal [Cfr. Manuale, II, pp. 195-211]:

"Nulla si vede di giusto o di ingiusto che non muti col mutare di clima. Tre gradi di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza; un meridiano decide della verità; nel giro di pochi anni le leggi fondamentali cambiano; il diritto ha le sue epoche; l'entrata di Saturno nel Leone segna l'origine di questo o quel crimine. Singolare giustizia che ha come confine un fiume! Verità di qua dei Pirenei, errore di là. Essi [i dogmatici, gli Stoici e i seguaci del "giusnaturalismo"] affermano che la giustizia non consiste in queste costumanze, bensì in leggi naturali, riconosciute in ogni paese. E, certo, lo sosterrebbero ostinatamente, se, tra le leggi umane che la temerarietà del caso ha disseminato, ce ne fosse almeno una di universale; ma il buffo è che il capriccio degli uomini si è così ben diversificato che non ce n'è nessuna. Il furto, l'incesto, l'uccisione dei figli o dei padri, tutto ha trovato posto tra le azioni virtuose. Si può dar cosa più spassevole di questa: che un uomo abbia il diritto di ammazzarmi solo perché abita sull'altra riva del fiume e il suo sovrano è in lite con il mio, sebbene io non lo sia con lui ?" (B. Pascal, Pensieri, trad. it. di P. Serini, Torino, Einaudi, 1962, p. 133).

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Ritieni che possa esistere un'etica che coincida con l'osservanza delle leggi e del costume del proprio paese, senza entrare mai in rotta di collisione con la "voce della coscienza" o con qualcosa di analogo, in qualunque modo la si voglia definire?