8. ETICA DEGLI AFFARI

Sei un giovane dirigente ambizioso e 'rampante' di un'importante industria. Ti si chiede di primeggiare, di essere il più bravo. Ciò presuppone tuttavia che tu ti metta in concorrenza e in situazioni di potenziale conflitto con gli altri tuoi colleghi di 'pari grado' (che sono magari degli amici) in vista della promozione e di maggiori guadagni. Dovresti cioè competere individualisticamente contro di loro, identificarti senza residui nel tuo ruolo, e - nello stesso tempo - collaborare con i colleghi per il bene della società in cui tutti lavorate.

 

Alternative

Se, per fare carriera, dovessi - al limite anche con l'inganno e il sotterfugio - incrinare o rovesciare i rapporti di affetto per il tuo migliore amico (per cui Cfr. la Questi; one n. 18; ) o di rispetto per una persona che stimi, come ti comporteresti? Penseresti che "una carriera vale una vita" e ti dedicheresti anima e corpo a questo scopo (SOLUZIONE A; )? Oppure ritieni che il successo professionale non debba essere perseguito con accanimento tale da dimenticare ogni altro interesse vitale e credi, inoltre, che la tua funzione sociale o professionale non coincida con la tua vita e non esaurisca la tua identità (SOLUZIONE B; )?

A

Se credi che il successo (guadagnare molto, avere una brillante vita sociale) sia la cosa più importante del mondo, allora appartieni probabilmente a quella specie di uomini che privilegiano l'individualismo e l'egoismo (sono sempre esistiti, ma si sono moltiplicati negli ultimi decenni in società concorrenziali in cui il "riuscire" o l'arrivare primi nella "corsa della vita" costituisce la principale unità di misura dell'esistenza).[Cfr. il brano di Stirner, La rivolta dell'Unico in Manuale / I testi, III, pp. 178-180]

B

Se pensi che il lavoro non sia tutto e l'identificazione con esso o con il successo che comporta non meritino che il sacrificio di altre esperienze [Cfr., sull'alternativa all'individualismo, Aldo Masullo intervista 27; "L'etica della salvezza", domande nn. 3 e 6], allora appartieni al quel genere di persone che, secondo il sociologo canadese Goffman, manifestano, anche mediante segnali esteriori, la loro distanza dal ruolo

"I modelli di abbigliamento forniscono un esempio sistematico per un'analisi che utilizzi una versione allargata del ruolo, e illustrano come il fenomeno della distanza dal ruolo richieda l'adozione di una prospettiva. I giovani psichiatri che negli ospedali psichiatrici simpatizzano per la situazione dei pazienti esprimono talvolta distanza dal loro ruolo medico amministrativo indossando camicie aperte senza cravatta, così come fanno i socialisti nelle loro incombenze legislative. Le cameriere disposte ad indossare un'uniforme, ma non a chiudere la capigliatura in una cuffia, forniscono un esempio particolare, respingendo in parte il loro mestiere in favore della loro femminilità" (E. Goffman, Espressione e identità, Milano, Mondadori, 1971, p. 148)].

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Sei fra quelli che ritengono che le donne dovrebbero sì poter lavorare fuori casa, ma non dovrebbero mettersi "in carriera", entrando in competizione con gli uomini, perché altrimenti si "mascolinizzerebbero", acquisendo anche i vizi maschili e perdendo la "dolcezza della loro femminilità"? Anche in Italia si sta sviluppando la riflessione su quella che viene chiamata l'"etica degli affari" e l'"etica delle professioni", che costituiscono due branche dell'etica pubblica tese ad analizzare, rispettivamente, (1) le maniere più corrette di produrre, negoziare, distribuire e pubblicizzare beni e servizi e (2) le modalità delle decisioni individuali e collettive e il comportamento differenziato che ogni singolo o gruppo deve tenere all'interno di organizzazioni professionali. Diversi sono così, in parte, i criteri morali a cui devono ubbidire un medico (legato al "giuramento ippocratico" che gli impone di salvare a qualsiasi costo la vita di un malato) e un militare, al quale è richiesto talvolta di uccidere. A questo proposito, quale pensi che debba essere il comportamento di un avvocato nel difendere un cliente che sa colpevole? O quello di un pubblicitario che reclamizza prodotti il cui uso è indubbiamente nocivo?