5. IDEALI, DOVER ESSERE, ATTENZIONE ALLA REALTA’

Ti sarà certo capitato spesso, nei momenti di svolta dell'esistenza, di fantasticare su quale sarebbe stata la tua vita se non avessi compiuto una determinata azione o se non avessi incontrato una certa persona. Nell'inseguire queste ipotesi astratte o nel formulare tali sogni a occhi aperti potresti però cercare di sfuggire alla realtà, di trovare alibi a te stesso e ai tuoi fallimenti. Ma il rispetto di quella che chiamiamo "realtà" è poi così importante? Non si dovrebbe piuttosto contrapporre alla "forza delle cose" la potenza della propria immaginazione morale, la forza cioè di ideali che - negando l'esistente e i suoi diritti assoluti in nome del possibile e del desiderabile - introducano nel mondo nuovi stati di cose mediante la tua volontà?

 

Alternative

Credi che sia necessario partire sempre, nelle tue scelte, dal riconoscimento dei condizionamenti imposti ai nostri progetti dalla realtà e dal peso ineludibile del passato, lottando contro le pretese esorbitanti di un io incapace di distinguere i confini tra i propri desideri e i limiti imposti dal mondo (SOLUZIONE A; )? O sei, al contrario, convinto che non bisogna lasciarsi intimidire dalla presunta "forza delle cose", perché tanto noi, quanto il mondo siamo in perpetuo cambiamento, dimodoché quel che ci appare come "realtà" immodificabile altro non è se non un equilibrio storico instabile di possibilità create da innumerevoli atti di volontà del passato e, dunque, come tale modificabile da nuove decisioni [Cfr. Karl Popper intervista 30; "Il futuro è aperto, domanda n. 1) (SOLUZIONE B; )?

A

Se intuitivamente segui questa soluzione, ti mostri sensibile al pericolo che gli ideali si scontrino sempre con l'inaggirabile durezza della realtà, con i diritti che il mondo e i "fatti" accampano indipendentemente dai bisogni e dalle esigenze della coscienza individuale. Sei cioè prossimo - in diverse forme - alle concezioni sostenute da Hegel [Cfr. di Paul Ricoeur intervista 33; , L'idea di giustizia, Domanda n. 7 e 8], Marx [Cfr. di Fernand Braudel intervista 8; , Il senso della storia, Domanda n. 3] e Croce [Cfr. di Gennaro Sasso intervista 34; , Politica ed etica, Domanda n. 5], che antepongono l'etica pubblica (o Sittlichkeit in senso hegeliano, legata cioè all'agire effettivo degli uomini all'interno delle istituzioni politiche e della storia) alla morale privata (alla Moralität). [Cfr. il Manuale III, pp. 133-139] Saresti pertanto d'accordo con le seguenti affermazioni hegeliane:

"Nulla è più frequente e consueto del lamento per l'irrealizzabilità degli ideali: fossero, a far valere il loro diritto, gli ideali della fantasia o gli ideali della ragione, essi non sarebbero comunque traducibili in realtà, e specialmente gli ideali della gioventù sarebbero dalla fredda realtà abbassati allo stadio di sogni. Questi ideali, che nel viaggio della vita naufragano e periscono sugli scogli della dura realtà, non possono anzitutto che esser soggetti e appartenere all'individualità del singolo, il quale vede in sé la realtà più alta e intelligente di tutte (...). L'individuo si fa spesso un'idea personale di sé, delle sue alte intenzioni, di magnifiche imprese che egli dovrebbe mettere in atto: si fa un'idea propria dell'importanza che la sua persona avrebbe, e su cui egli sarebbe autorizzato a contare, servendo essa alla salute del mondo. Tali immaginazioni son condannate a restar lì dove sono. Di se stessi si possono sognar molte cose, che poi si riducono a un'idea esagerata del proprio valore. Può anche accadere, certo, che così resti sacrificato il diritto dell'individuo: ma ciò non riguarda la storia del mondo, a cui gli individui servono solo come mezzo per il suo progresso" (G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, La Nuova Italia, 1966, vol. I, pp. 62-63);

"Questa è la prosa del mondo quale appare alla propria e all'altrui coscienza, un mondo fatto di finitezza e di mutamenti, inviluppato nel relativo, oppresso dalla necessità, alla quale il singolo non è in grado di sottrarsi. Infatti ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contempo da ciò che è altro, mentre la lotta per la soluzione della contraddizione non va oltre il tentativo di questa guerra permanente" (G. W F. Hegel, Estetica, Torino, Einaudi, 1967, p.171).

"Ognuno vuole e ritiene di essere migliore di questo suo mondo. Chi migliore è, esprime solo questo suo mondo meglio degli altri" (G. W. F. Hegel, Aforismi jenensi, n. 52, Milano, Feltrinelli, 1981, p.72)].

Seguire la machiavelliana "verità effettuale della cosa" vuol dire invece, nel caso di Marx [Cfr. il Manuale III, pp. 226-232], prestare attenzione non soltanto ai vincoli posti dalla storia, ma anche alle sue possibilità, far passare cioè gli ideali sotto le forche caudine della realtà. Egli non accetta quindi né il moralistico e utopico porsi al di sopra dell'esistente, con la sua indiscriminata condanna, né l'appiattirsi su di esso, il "porsi al di sotto" delle possibilità offerte dalle condizioni date. Esclusivamente da questa prospettiva, il comunismo non gli appare come un modello astratto che deve passare mediante la violenta imposizione di uno schema preconcetto. Esso non vuole infatti essere uno "stato di cose che debba essere instaurato" o "un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi", bensì "il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente" e i cui presupposti sono già operanti.

Passando infine a Croce [Cfr. il Manuale III, pp. 389-391], chiedersi quale sarebbe stata la nostra esistenza se determinati fatti che ci hanno segnato si fossero svolti diversamente costituisce un futile passatempo e persino un sintomo di debolezza intellettuale e morale. In questo atteggiamento si nasconde infatti anche l'oblio e un errore logico: dimentichiamo infatti che oggi siamo esattamente quel che siamo proprio perché abbiamo attraversato quelle esperienze che attualmente, magari, vorremmo non aver voluto attraversare. La domanda su cosa saremmo diventati in altre circostanze è così

"un giocherello che usiamo fare dentro noi stessi, nei momenti di ozio e di pigrizia, fantasticando intorno all'andamento che avrebbe preso la nostra vita se non avessimo incontrato una persona che abbiamo incontrata, o non avessimo commesso uno sbaglio che abbiamo commesso; nel che con molta disinvoltura trattiamo noi stessi come l'elemento costante e necessario, e non pensiamo a cangiare mentalmente anche questo noi stessi, che è quel che è in questo momento, con le sue esperienze, i suoi rimpianti e le sue fantasticherie, appunto per aver incontrato allora quella data persona e commesso quello sbaglio: sennonché, reintegrando la realtà nel fatto, il giocherello si interromperebbe senz'altro e svanirebbe" (B. Croce, La storia come pensiero e come azione (1938), Bari, Laterza, 1973, p. 19).

Il difetto morale si manifesta nell'indulgere a sterili rimpianti, nel coltivare la passività dinanzi a desideri di fuga dalla realtà. Proprio la fedeltà al reale, al mondo, forma il nucleo dell'etica crociana e la giustificazione più profonda del suo "storicismo". Essa insegna a conoscere la specificità, le differenze, la complessità e le molteplici contraddizioni del presente, resistendo alle tentazioni, sempre incombenti, di nostalgico ritorno indietro o di proiezione in avanti: nel futuro dell'utopia o nell'eternità della religione.

B

Se segui questa soluzione, è chiaro che non condividi la tesi di quanti negano l'esistenza della volontà, come ad esempio Hobbes [Cfr. il Manuale II, p. 176], la cui posizione viene qui illustrata da una delle grandi figure femminili del pensiero filosofico del pensiero filosofico del nostro secolo, Hannah Arendt.

"C'è in primo luogo, sempre ricorrente, l'incredulità nell'esistenza stessa della facoltà di volere. Si sospetta la Volontà di essere una semplice illusione, un fantasma della coscienza, una sorta di allucinazione inerente alla struttura stessa della coscienza. Nelle parole di Hobbes, 'una trottola di legno...mossa da fanciulli...che ora ruota su se stessa, ora finisce ad urtare gli stinchi della gente, se avesse la sensazione del proprio movimento penserebbe che esso proceda dalla sua volontà, a meno di non percepire che cosa l'ha messa in movimento' (...) [Th. Hobbes, English Works, vol. V, p.155]" (H. Arendt, La vita della mente, Bologna, Il Mulino, 1987, pp. 336 sgg.).

Ti ricolleghi, dunque, a tradizioni teoriche e religiose, in parte qui già accennate, come quella di Sant'Agostino [Cfr. il Manuale I, pp. 334-335] o Kant [Cfr. il Manuale II, pp. 453-464] (il quale ultimo insiste sulla Moralität) oppure a quella di coloro che si riferiscono, da Socrate in poi [Cfr. il Manuale I, pp. 110-111], alla "voce della coscienza" [per cui Cfr. la Questi; one n. 9; ], sei però vicino anche alle posizioni di Henri Bergson, il quale - pensando che l'universo sia caratterizzato dal movimento in avanti, dall'"evoluzione creatrice" [Cfr. il Manuale, III, pp. 361-362) - ritiene che tutto quanto vi è di nuovo nel mondo umano venga introdotto dal "colpo di Stato della volontà". E' anche probabile che tu condivida l'idea di Ludwig Wittgenstein, secondo il quale "se la volontà non esistesse, non vi sarebbe nemmeno...il soggetto dell'etica", mancherebbe cioè chi decide, perché non saremmo responsabili delle nostre azioni (L. Wittgenstein, Quaderni 1914-1916, in Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Torino, Einaudi, 1974, p. 181) [Cfr., sull'idea di "responsabilità", sotto un altro profilo, la Questi; one n. 20; ).

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Rispettare la realtà non significa, comunque - in linea generale -onorare l'esistente, ma neppure ignorarlo. Saresti in grado di individuare un tuo spazio specifico tra due margini estremi, quello dell'attitudine passiva e furbesca di Sancho Panza (che si adegua sin troppo alle regole di un mondo che non ha voglia di cambiare), e quello dell'idealismo visionario di Don Chisciotte (che scambia la proiezione dei suoi desideri con la realtà)? Credi che si possa trovare una forma di agire effettivo, capace di modificare le asperità di un reale in stato di perpetua trasformazione?