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3. COME SCEGLIERE IN MANCANZA DI AUTORITA RICONOSCIUTE?
Supponi di essere un soldato del Regio Esercito Italiano l'8 settembre del 1943, quando lo Stato (detentore formale del monopolio della forza legittima) si disgrega. Il Re e i capi militari fuggono lasciando l'esercito e i civili senza ordini, mentre le istituzioni si dissolvono o si dividono in fazioni contrapposte. Molti decidono di "tornare a casa" (nella latitanza dello Stato, riprende così forza il più antico dei nuclei sociali, la famiglia) o di attendere comunque gli sviluppi della situazione. Venuti a mancare tutti i punti di riferimento ufficiali, tu - come la maggior parte degli italiani adulti - ti trovi disperatamente solo a dover prendere delle decisioni che non avresti mai creduto di dover affrontare e che sono in ogni caso rischiose, perché ti pongono dinanzi a un drammatico conflitto di lealtà e di valori o anche perché manca alle tue scelte il sostegno e l'approvazione di qualsiasi autorità unitaria, riconosciuta e riconoscibile.
"Nelle situazioni di normalità, infatti, ' non è necessario prendere continuamente posizione a favore del sistema'. Ma la necessità di esplicitamente consentire, o dissentire, diventa impellente quando il sistema scricchiola, il monopolio della violenza statale si spezza, e gli obblighi verso lo Stato non costituiscono più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali, in quanto lo Stato non è più in grado di pretendere quei 'sacrifici per amore' sui quali spesso fa affidamento" (C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, p.23)].
Alternative
Nella fase cruciale successiva all'8 settembre del 1943, come ti saresti comportato? Avresti scelto di isolarti dal dramma generale e di pensare prima di tutto a te stesso e alla tua famiglia, ritenendo giusto - in determinate circostanze - separarti dalla situazione storico-politica generale (SOLUZIONE A ; )? O avresti semmai pensato che la storia ci sovrasta in modo tale che, dinanzi ad eventi di tale ordine di grandezza, ci risulta sostanzialmente impossibile scegliere con conoscenza di causa (anche perché molto dipende dal caso, nella fattispecie dalla geografia, ossia dal trovarsi più lontani o più vicini ai Tedeschi o agli Alleati, dall'essere rimasti nel Regno del Sud e nella Repubblica Sociale Italiana) (SOLUZIONE B; )? Oppure, con la sofferta decisione di combattere anche contro i tuoi connazionali, avresti deciso di schierati da una parte o dall'altra (SOLUZIONE C; )?
A
Scegliendo questa soluzione seguiresti o una variante dei precetti epicurei "vivi nascosto!" e tieniti lontano dal "carcere della politica" [Cfr. Manuale, I, pp. 257-258] o, più semplicemente, ti saresti giustificato sulla base del detto comune "tengo famiglia", avresti cioè separato la tua storia personale dalla Storia collettiva, quella scritta spesso con la "s" maiuscola, considerandola implicitamente estranea alla tua più propria esistenza. O forse avresti mostrato quel carattere indeciso e velleitario, che viene descritto da Benedetto Croce.
[TESTO antologico ; ]
Chiunque, conducendo vita operosa, deve piegare altri a suoi collaboratori o è costretto a toglierseli d'accanto perchè d'impaccio all'opera che esercita, ha occasione di osservare quotidianamente, con non poco dispiacere e fastidio e dolore, uomini che sembrano colpiti da paralisi della volontà. Tali esperienze sono così frequenti che egli, quasi senza avvedersene, foggia una serie di tipi psicologici, per mezzo dei quali li viene raccogliendo nelle loro somiglianze e varietà; e, quando incontra nuovi casi, li saluta come vecchie conoscenze, li riporta al vecchio tipo e si regola in conseguenza. Ecco l'uomo fantastico: quante volte non ci siamo dovuti urtare in costui, illuderci dapprima con le sue illusioni, scoprirle tali, illuderci da capo con la speranza, e infine, rinunziare disperati a prenderlo sul serio! - l'uomo dico, che forma facilmente disegni e propositi e, quando li ha formati, quando li ha vagheggiati a parte a parte, quando ne ha più volte discorso come di cose che stanno per passare nella realtà, li lascia cadere tutti, o, al primo conato di attuazione, se li vede prosaicizzati e diminuiti (malinconia), e se ne disgusta, e torna a formare altri disegni e propositi con lo stesso successo o insuccesso che si dica. Ma l'insuccesso, che presto rende noi scettici sul conto suo, non rende mai scettico esso sul conto proprio; tanto è in lui spontanea e irrefrenabile quella germinazione di disegni e di propositi. Ed ecco il perplesso o pauroso, che, a ogni azione da compiere, si trova la mente popolata dai fantasmi delle possibili conseguenze dannose della sua azione, e vorrebbe prendere l'assicurazione contro tutte esse; e, poichè quelle possibilità sono infinite, trascorre di paura in paura, e non si risolve a operare. Ed ecco ancora l'uomo affranto dalle sventure, legato al passato che non torna, inadattabile al presente, inerte innanzi al presente.
Fermiamoci a questi tre tipi. Che cosa manca a tutti costoro? Al primo, si dirà, manca la concretezza, al secondo il coraggio, al terzo il gusto del vivere. Cioè, manca a tutti lo stesso: la forza volitiva, che è concretezza, che è coraggio, che è amore alla vita.
E che cosa hanno in cambio? Non hanno nulla, hanno il nulla; e questo è il male, questa la ragione della loro angoscia.
Certo, ciascuno di essi agita nella fantasia immagini, a mo' di poeta, ed elabora riflessioni e giudizi, a mo' di pensatore. Ma se hanno immagini, sequele o urti di immagini, non hanno l'immagine, se hanno riflessioni e pensieri, non hanno il pensiero. Perciò non provano soddisfazione e gioia, per le quali si richiederebbe appunto la forza che loro manca: la volontà di contemplare o di indagare, la volontà dell'artista o del pensatore. Taluno, infatti, si salva dalla perdizione a questo modo: col dire tacitamente a se stesso, o col fare praticamente come se così si fosse detto: - Sono un pover'uomo, sono un inconcludente, un pauroso, un uomo distrutto dal dolore; - e con l'oggettivare sé innanzi a sé stesso, e analizzarsi da filosofo o e fondersi nella lirica e nella confessione (nella poesia o nell'aprirsi a un cuore amico); e ottiene un lenimento più o meno durevole ai suoi mali, perché entra in una forma di volontà e di attività.
Ma se coloro non scampano in quest'attività del contemplare e del meditare, e se non riescono, d'altra parte, a operare praticamente, - il nulla li vince. La loro agitazione d'animo mette capo alla negazione della vita: al pervertimento, alla follia, al suicidio, alla morte insomma dell'individuo.
Le descrizioni, che ho accennate con rapidi tocchi, sono empiriche, s'intende bene, e perciò ho parlato di "tipi"; ma in questi tipi si vede come in grande (sebbene alquanto alterato pel fatto stesso dell'ingrandimento), l'eterno processo volitivo nelle sue antitesi. Dalla descrizione tipica e dalla sua astrattezza ripassando ora alla realtà concreta, quelli che apparivano fatti distinguibili e separabili da altri fatti, si scoprono come nient'altro che un momento intrinseco a ogni nostro atto volitivo: il momento della fantasticheria, della paura, dell'inerzia, della follia: il momento della passività.
Questo momento io ho chiamato altra volta quello dei desideri, definendo il desiderio come volontà dell'impossibile o (che è lo stesso) volontà impossibile. Il desiderio, che non è più contemplazione o pensiero, non è ancora volontà, anzi sta nel processo volitivo come ciò che non si può e non si deve volere. Non può ridiventare mera contemplazione o pensiero, perché lo spirito ha già percorso quello stadio e non rifà due volte la stessa strada; e intanto non è volontà, perché non accetta le condizioni della volontà, e vuole senza volere. Contraddizione che non ha realtà per sé stante e designa appunto il passaggio dalla teoria alla pratica, ed anzi è questo passaggio stesso.
Nella sfera morale, questo momento antitetico del desiderare è ben noto come la tendenza utilitaria, e perciò egoistica, che fronteggia la forza etica e ne è vinta. Ma anche nella sfera utilitaria esso riappare come la passione antieconomica e dannosa, che è vinta dalla volontà del proprio bene e del proprio piacere.
Qui si affaccia un'obiezione, che verrebbe a contestare la fondatezza della distinzione di una sfera utilitaria. Cioè, si dice: - Come mai, se il momento utilitario è quello del piacere, del "libido", dell'impulso affatto individuale, può dar origine a un'opposizione? Mi piace a, e questo piacere mi trae tutto a sé e non trovo ostacoli, né nella coscienza morale, che, nell'ipotesi, non si è ancora accesa, né in un altro piacere, che, in quanto non è preferito, non esiste.
Senonché, quel che la volizione utilitaria si trova a fronte è appunto la molteplicità dei desideri, la forza centrifuga, che dal volere riconduce senza ricondurre, al contemplare e riflettere, che non contempla né riflette veramente. E questa essa procura di vincere; e perciò con essa si entra nella cerchia dello spirito pratico (B. Croce, Desiderare e volere, in Frammenti di etica, a sua volta in Etica e politica, Bari, Laterza, 1973, pp. 11-14).
B
Se sei incline a riconoscerti in tale soluzione, allora potresti aver scelto tra varie concezioni, considerando tuttavia qui soltanto le più nobili (da cui si esclude cioè la malafede): 1) quella fatalistica, per cui tutto è già deciso da un destino che ci comanda (tesi sostenuta dagli stoici, ma, secondo un gustoso aneddoto, quando il filosofo Cleante scoprì che uno dei suoi schiavi lo derubava, questi - che furbescamente orecchiava la dottrina del suo padrone - disse che era il destino a volere che lui rubasse; al che Cleante, preso un bastone, cominciò a picchiarlo, aggiungendo serenamente che anche la sua bastonatura era scritta nel destino) [sullo stoicismo Cfr. il Manuale, I, pp. 245-248], 2) quella evangelica espressa dalla frase di Gesù in croce "Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno!", il che non esime però il cristiano dalle scelte; 3) quella del cosiddetto "intellettualismo socratico", secondo cui si compie il male esclusivamente per ignoranza [Cfr. il Manuale, I, pp. 107-110 e Giovanni Reale intervista 32; "Messaggi del pensiero antico per l'uomo d'oggi", domanda n. 8]. Paradossalmente è più facile scegliere quando si è sottoposti a costrizioni politiche, giuridiche o morali che non quando si viene esentati da esse e le scelte cadono così tutte 'sulle nostre spalle'.
C
Se credi che ci si possa schierare sulla base di valori (ma quali in questo caso ?) e che anche le decisioni più ardue e sofferte siano possibili [Cfr. per questo aspetto la Questi; one n. 17; ), allora respingi, come già Aristotele, l'idea socratico-platonica dell'intellettualismo etico e cominci ad attribuire all'individuo la responsabilità delle sue scelte [Cfr. il Manuale, I, pp. 206-208 e il Manuale / I testi, I, pp. 216-219]. Saresti, in questo caso, anche dalla parte di Sant'Agostino - il primo vero teorico delle idee di "volontà" e di "libero arbitrio" -, in favore cioè della radicalità delle scelte, per cui cioè un solo attimo può decidere della vita eterna. Ma, per questo, la volontà umana ha bisogno della grazia. Da qui la complessa dottrina della predestinazione [Cfr. Manuale, I, pp. 335-336, la Questi; one n. 14 ; e di M. Cacciari intervista 9 ; Il libero arbitrio domanda 4 e 5].
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Saresti in grado di argomentare il perché sarebbe lecito o illecito per ciascuno sottrarsi a scelte che mettono a rischio la propria vita o quella dei propri familiari? Riusciresti a spiegare perché alcuni dei valori in lotta in una guerra civile sono eventualmente migliori di altri? |