24. DONO, EGOISMO, SOLIDARIETA’, DIRITTI UMANI

Ti capita con una certa frequenza di incontrare persone 'disinteressate', impegnate in attività politica o di volontariato che sembrano dimenticare se stesse in favore di ideali di fratellanza e di solidarietà fra tutti gli uomini. Si dedicano così a tempo pieno a far progredire i valori e i progetti di determinate istituzioni (Stati, partiti, chiese), si prendono cura degli immigrati o dei portatori di handicap, regalano i loro beni ai poveri, preferiscono cioè la cultura dell'abnegazione e del dono a quella dell'isolamento nella vita privata e dell'interesse personale. Davanti al loro atteggiamento ti sei chiesto in cosa consistano l'egoismo e l'altruismo oppure non ti è mai venuto in mente il sospetto che l'egoismo possa derivare da una sopravvalutazione dei doveri verso gli altri e da una parallela sottovalutazione dei doveri verso se stessi?

 

Alternative

Valuti positivamente la cultura del dono e dell'altruismo e sei convinto che esistano forti ragioni per mobilitare la solidarietà tra gli uomini come premessa indispensabile a una vita piena e felice anche per il singolo individuo che sembra sacrificarsi (SOLUZIONE A; )? Oppure credi, al contrario, che ciascuno dovrebbe essere responsabile prima di tutto di se stesso e salvaguardare i propri legittimi interessi, perché non si crei poi un alibi alla passività e al parassitismo di chi pretende di sostenersi attraverso il lavoro, il denaro o la carità altrui (SOLUZIONE B; ) ?

A

Se credi che abbiano ragione coloro che si donano agli altri, allora potrai apprezzare - nella sua forma più radicale - l'eroica condotta di Caio Gracco Babeuf. Conclusasi la Rivoluzione francese e non volendo egli rinunciare agli ideali di eguaglianza e fratellanza fra gli uomini, organizzò una "congiura" per tentare l'instaurazione di questi valori. Arrestato e condannato a morte nel 1797, la sera prima dell'esecuzione scrisse questa lettera alla moglie e ai figli:

"Miei cari, spero che vi ricorderete di me e ne parlerete spesso. Spero che crederete che io vi ho molto amato tutti. Non concepivo altra maniera per rendervi felici se non attraverso la felicità comune. Ho fallito; mi sono sacrificato; muoio anche per voi (...) Il solo bene che ti resterà di me sarà la mia reputazione. Ed io sono sicuro che tu e i tuoi figli, godendone ne avrete un gran conforto. Vi sarà grato sentire tutti i cuori sensibili e retti dire, parlando del vostro sposo, di vostro padre: Fu perfettamente virtuoso [ossia dedito esclusivamente all'interesse generale]. Addio. Io non sono più legato alla terra se non per un filo che domani si spezzerà".

Senza giungere ai limiti del sacrificio della propria vita e senza qui considerare la dimensione religiosa cristiana delle "opere di carità", può darsi che tu attribuisca notevole importanza all'attenzione verso gli altri, che si manifesta anche nelle decisioni apparentemente minori della vita quotidiana, come nella scelta di regali che facciano effettivamente piacere non a te, ma a chi li riceve [Cfr. la Questione n. 22; ].

B

Se scegli questa soluzione, allora puoi ritrovarti in più posizioni. Puoi (come nel caso della Questione n. 11; ) sostenere la tesi radicale dell'assurdità della contrapposizione di egoismo e altruismo. Oppure puoi giustificare i diritti e i benefici dellegoismo in base alla teoria - che da Mandeville [Cfr. il Manuale, II, pp. 396-397] e Vico [Cfr. il Manuale, II, pp. 277-288] giunge agli attuali difensori dell'economia pura di mercato - secondo cui i "vizi privati" generano "pubbliche virtù, così che l'avidità di guadagni incrementa il commercio o la vanità dei singoli fa costruire ospedali. Saresti inoltre, per questo lato, in sintonia con Adam Smith [Cfr. il Manuale, II, pp. 397-398 e Francesco Valentini intervista 35; "Che cos'è la politica", domanda n. 5], il quale ritiene che in società gli uomini scambino per interesse i prodotti della loro attività e delle loro facoltà (che sono peraltro frutto della divisione del lavoro), poiché solo l'uomo è un animale scambista:

"Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale, coi suoi gesti o le sue grida naturali, far capire a un altro animale: 'Questo è mio, quello è tuo, io darei volentieri questo in cambio di quello'. Quando un animale ha bisogno di ottenere qualcosa, da un uomo o da un altro animale, non ha altri mezzi di persuasione oltre quello di guadagnarsi il favore di colui di cui ricerca i servizi. Il cucciolo lecca la madre; lo spaniel tenta con mille scodinzolamenti di attirare l'attenzione del padrone che sta pranzando per farsi dare da mangiare. Anche l'uomo usa qualche volta con i suoi simili le stesse arti e, quando non ha altri mezzi per indurli ad agire secondo i suoi desideri, tenta di ottenere la loro benevolenza profondendosi in gentilezze servili e striscianti. Ma l'uomo non ha tempo per comportarsi così in tutte le circostanze. In una società incivilita egli ha bisogno in ogni momento della cooperazione e dell'assistenza di moltissima gente, mentre tutta la vita gli basta appena per assicurarsi l'amicizia di poche persone. In quasi tutte le altre razze di animali l'individuo giunto a maturità è del tutto indipendente, e nel suo stato naturale non ha bisogno dell'assistenza di altri esseri viventi. L'uomo ha invece quasi sempre bisogno dell'aiuto dei suoi simili e lo aspetterebbe invano dalla sola benevolenza; avrà molta più probabilità di ottenerlo volgendo a suo favore l'egoismo altrui e dimostrando il vantaggio che gli altri otterrebbero facendo ciò che egli chiede (...) Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del loro interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi. Nessuno che non sia un mendicante sceglie mai di dipendere soprattutto dalla benevolenza dei suoi concittadini, e pesino un mendicante non dipende esclusivamente da essa".

Del resto, aggiunge Adam Smith, la scala gerarchica e la collocazione sociale non è influenzata più di tanto dalle capacità spontanee degli individui:

"Le differenze tra i talenti naturali degli uomini è in effetti molto minore di quel che si pensa; e, in molti casi, le diversissime inclinazioni che sembrano distinguere in età matura uomini di diverse professioni sono piuttosto effetto che causa della divisione del lavoro. La differenza tra due personaggi tanto diversi come un filosofo e un volgare facchino di strada, per esempio, sembra derivi non tanto dalla natura quanto dall'abitudine, dal costume o dall'istruzione. Quando vennero al mondo, e fino a sei o otto anni, potevano anche somigliarsi molto e magari i genitori o i compagni di gioco non sarebbero stati capaci di notare nessuna differenza significativa. Ma a questa età, o poco dopo, vengono indirizzati a occupazioni molto diverse, sicché da allora comincia a essere avvertita una differenza di talenti che cresce a poco a poco fino a che la vanità del filosofo giunge a non riconoscere più quasi nessuna somiglianza" (A. Smith, La ricchezza delle nazioni [1767], Milano, ISEDI, 1973, pp. 17-18, 19).

Sei poi, probabilmente anche convinto del bisogno della responsabilità personale, della saggezza del detto che se ciascuno spazzasse davanti alla propria porta la città sarebbe pulita. Pensi forse - secondo una tradizione inaugurata dottrinalmente dai calvinisti e dai protestanti in genere contro l'eccessiva esaltazione di poveri che essi vedono prevalere nei cattolici, ad esempio anche nella cerimonia della lavanda dei piedi - che i poveri debbano venire aiutati solo nella prospettiva di far trovare loro un lavoro. Saresti quindi d'accordo con Hegel nel giudicare che nella "società civile" [Cfr. il Manuale, III, pp. 135-136] -, in cui esiste una 'forbice' tra sovrapproduzione e sottoconsumo (ossia in cui si produce troppo, per effetto delle macchine, e si consuma troppo poco perché, sempre a causa dell'alto rendimento delle macchine, il valore del lavoro diminuisce, i salari sono bassi e la disoccupazione cresce), non si possono aiutare i "poveri" o la cosiddetta "plebe", che nasce dalla loro umiliazione e degradazione. Il soddisfacimento dei loro bisogni deve passare unicamente attraverso il lavoro (che peraltro per molti non c'è e si dovrà cercare attraverso l'emigrazione e la colonizzazione). [Cfr. di Francesco Valentini intervista 36; "Hegel e il nostro tempo", domanda n. 7].

[TESTO antologico; ]

L'operosità, il darsi da fare, l'intraprendenza, il rischio nell'arena della concorrenza sono state le virtù per eccellenza della borghesia in senso stretto e del "razionalismo occidentale" nell'accezione datane da Max Weber [Cfr. il Manuale, III, pp. 373-377] nell'Etica protestante e lo spirito del capitalismo [Cfr. la Questione n. 22; ]. Il lavoro diventa il metro per giudicare il successo sociale e la proprietà - da Locke [Cfr. il Manuale, II, pp. 300-302. Sul liberalismo di Locke Cfr. Augusto Viano intervista 37; "Locke", domande nn. 6 e 7] in poi - è giustificata soltanto se frutto del proprio lavoro, non se costituisce una rendita parassitaria.

Ci si può semmai domandare come sarà possibile oggi (con le ricorrenti crisi del mercato mondiale, la sovrappopolazione e i processi di "globalizzazione" in corso [Cfr. Alain De Benoist intervista 12; "La democrazia diretta", domanda n. 3 e Fernand Braudel intervista 8; "Il senso della storia", domanda n. 5], nella fattispecie di interdipendenza reciproca delle economie degli Stati-nazione) garantire il lavoro e l'accesso di miliardi di uomini ai beni indispensabili a una vita che sia degna di essere vissuta.

Sembra allontanarsi sempre più (ma la storia, lo abbiamo spesso constatato, è piena di imprevisti) la prospettiva di liberazione dell'umanità dal bisogno, il passaggio dal "regno della necessità" al "regno della libertà" che era stata immaginata da Marx [Cfr. il Manuale, III, pp. 235-241] in quell'opera incompiuta che è Il capitale:

"Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare anche l'uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre il regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità" (K. Marx, Il capitale, libro III, sezione settima, capitolo 48, Roma, Editori Riuniti, 1974, voll. III, 2, pag. 933).

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Quali ritieni che debba essere il giusto atteggiamento nei confronti di popolazioni come gli zingari, abituati al nomadismo, e, si dice, a non lavorare (in realtà esiste però tra loro, ad esempio, una lunga tradizione nel forgiare i metalli)?