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23. ETICA, SPETTACOLO, POLITICA
Guardando la televisione o leggendo i giornali, ti trovi quotidianamente dinanzi alla trasmissione di informazioni che coinvolgono la responsabilità tanto di chi le elabora, quanto - sia pure indirettamente - di chi le recepisce. Ti coglie mai il sospetto che la proclamata neutralità e oggettività dei mezzi di comunicazione di massa sia - in molti casi - perlomeno dubbia e che la riproposizione ossessiva di scene di violenza o di sesso, nonché di politica trasformata in spettacolo, abbia a che fare più con il sensazionalismo e la propaganda che non con una corretta opera di orientamento dell'opinione pubblica? E non ti sfiora mai il dubbio che persino i programmi 'leggeri' e di intrattenimento siano, per mancanza di fantasia o di spirito, raramente divertenti e che forse dovresti essere più esigente e selettivo nel seguirli per impiegare meglio il tuo tempo?
Alternative
Credi che i mezzi di comunicazione di massa siano uno specchio - più o meno deformante - di quanto effettivamente succede nel mondo e che l'oggettività costituisca una chimera (per il semplice motivo che nessuno può essere assolutamente imparziale) e che, di conseguenza, sia un bene che tutti, compresi i bambini, aprano al più presto gli occhi sullo spettacolo poco edificante della realtà (SOLUZIONE A ; )? O ti sembra più sensato ritenere che - sebbene non si possa giungere a una perfetta imparzialità - ci si possa tuttavia avvicinare, nel senso almeno di un rafforzamento dell'etica professionale dei giornalisti o della 'serietà' dei politici, in vista di un confronto che permetta al fruitore di questi mezzi di forgiarsi una propria opinione non prefabbricata (SOLUZIONE B; )?
A
Se scegli questa soluzione, significa che sei in possesso di una concezione realistica, disincantata e aperta sul ruolo delle comunicazioni nella nostra epoca storica, che ne capisci l'importanza e non attribuisci a esse i mali del mondo. Ritieni che uno specchio non sia responsabile di quel che riflette e che i giornalisti, come tutti gli esseri umani, si formano convinzioni e punti di vista che nascono dalle loro esperienze e dai quali non possono uscire, come non si può uscire dalla propria pelle. Con Hegel ritieni comunque utile assorbire dalla realtà informazioni che vadano ad di là della propria ristretta sfera di vita e che perciò "la lettura dei giornali del mattino è la preghiera dell'uomo moderno" [Cfr. Jacques D'Hondt intervista 14; "Hegel: la politica", domanda n. 4], che gli serve per orientarsi quotidianamente in un mondo sottoposto a incessanti trasformazioni.
Se poi - continui a riflettere - i bambini vedono tanta violenza alla televisione, essa non è inferiore a quella delle fiabe. Come ha dimostrato un grande psicanalista e scrittore, tali racconti di bambini pieni di crudeltà e di personaggi ed eventi orribili (orchi, lupi, draghi, sventramenti, cannibalismo) servono a farlo crescere, a immunizzarlo attraverso una lotta simbolica contro i pericoli reali che troverà da grande. E' anche vero che le società democratiche hanno come caratteristica di spicco quella di basarsi esplicitamente sul riconoscimento dell'opinione, di quella doxa che Platone avversava [Cfr. il Manuale, I, pp. 165-166], e che oggi alcuni vorrebbero riportare in auge, quale potente antidoto all'integralismo e all'implicito totalitarismo di chi ritiene di aver sempre ragione. E', al contrario anche possibile che tu giudichi giusta la constatazione di Machiavelli [Cfr. il Manuale, II, pp. 61-64]:
"E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu se'; e quelli pochi non ardiscono opporsi all'opinione di molti che abino la maestà dello stato che li difenda (...) perché el vulgo ne va sempre preso per quel che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è che vulgo; e li pochi non ci hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi" (N. Machiavelli, Il principe, XVIII, 5-7, Feltrinelli, Milano, 1983, pag.74).
E cioè: dato che la maggior parte degli uomini, il vulgo, non ha modo di controllare da vicino, di toccare con mano, quello che sei (e anche se qualcuno potesse rivelare qualcosa ne sarebbe dissuaso con la forza), gli occhi, le immagini, ciò che appare pubblicamente a tutti e a distanza sono gli organi più importanti della politica. Il principe deve saper simulare e dissimulare nel gran teatro del mondo, imparando il mestiere al pari di un attore. Se si guarda dal punto di vista dei privati, tale atteggiamento non può che apparire come ipocrisia, teatralità in senso deteriore. Guardato dall'alto invece - assumendo cioè l'ottica della "maestà dello stato" -, esso non è che lo sforzo di chi comanda di liberarsi delle sue accidentali caratteristiche psicologiche, di spersonalizzarsi, proprio per poter impersonare un ruolo consono alla dimensione collettiva.
In entrambi i casi, tuttavia, rifletti meglio per vedere se non trascuri il fatto - che pur nell'ineliminabilità delle opinioni soggettive e nel peso da attribuire alla "maestà dello Stato" - non deve scomparire la responsabilità di chi vuole "toccare" con mano le notizie: procurandole, raccogliendole, confezionandole, plasmandole, scegliendole e diffondendole attentamente e 'onestamente'. L'etica professionale o l'"onestà" del giornalista non consistono più, tuttavia, soltanto nel riferire correttamente un evento. Non gli si chiede né di rimanere granitico nelle sue opinioni (magari, questo sì, di argomentare in maniera convincente le ragioni del mutamento), né di essere al di sopra della mischia, di avere cioè uno sguardo 'poliedrico', in grado di percepire le cose da ogni lato, come il Dio di Leibniz [Cfr. il Manuale, II, pp. 259-269]. Gli si domanda però di valutare, sulla base di buoni argomenti e di maggiore completezza di informazione, lo stato dei fatti e la pluralità delle voci rilevanti che lo interpretano. Le notizie si possono manipolare anche senza toccare apparentemente i contenuti. Basta modificare la griglia dei criteri adottati di selezione e di 'impasto' delle informazioni, decidere di gettar luce su un evento piuttosto che su un altro, spostare l'enfasi, l'accento emotivo, su un evento invece che su un altro, che il senso della comunicazione è già cambiato. Rendere visibili alcuni eventi implica renderne altri invisibili o poco perspicui. Da questa prospettiva, l'ideale democratico della "casa di vetro" o il modello di "società trasparente" non possono che essere kantiane idee 'regolative'.
B
Se propendi per questa soluzione, allora ti vengono in mente tante obbiezioni contro la tesi che combatti. In primo luogo, puoi sostenere l'inderogabile esigenza, in una società democratica, che tutte le opinioni vengano sottoposte a un attento vaglio [Cfr. Alain De Benoist intervista 12; "La democrazia diretta", domanda n. 3]. Una volta confrontate pubblicamente fra loro si attiverebbe un meccanismo di autocorrezione, per cui almeno le bugie più plateali e le informazioni inesatte o manipolate verrebbero cancellate. Va ricordato, però, come correttivo di possibili eccessi di zelo, quanto sosteneva John Stuart Mill [Cfr. il Manuale, III, pp. 296-299], nel suo saggio Sulla libertà e cioè che non si deve negare l'accesso di nessuna opinione alla pubblica conoscenza: perché, diceva, se l'opinione risulta vera, perdiamo un occasione di venirla a sapere; se è falsa, perdiamo la percezione più chiara e vivida della verità "prodotta dalla sua collisione con l'errore".
Pensi poi che non valga molto l'argomento di quanti dicono che è la "gente" a volere che si trasmettano quei notiziari e quegli spettacoli perché sono di loro gradimento. Malgrado la tesi (difesa già da Aristotele e sviluppata da Cicerone e dalla teologia cristiana mediante la teoria del consensus gentium, secondo cui quello che pensano molti non può essere sbagliato), tu credi e vedi che l'opinione pubblica può essere coscientemente, e persino 'scientificamente', influenzata e manipolata. La presunta vox populi offre, del resto, indicazioni molto ambigue e manipolabili. Ad esempio, come mostra il sociologo francese Pierre Bourdieu a proposito dei sondaggi, questi si basano su tre postulati taciti (che si abbia un'opinione; che tutte le opinioni si equivalgano; che esista un consenso comune sulle domande poste, e quindi sui problemi). In realtà, questi sondaggi, più che a rilevazioni statistiche di maggiore o minore attendibilità e utilità, sono spesso funzionali anche allo scopo di produrre effetti di consenso o di "dirottamento del senso"; costituiscono dei servomeccanismi volti a mobilitare e a spostare blocchi di opinioni attorno a interessi costituiti.
Un altro aspetto che inevitabilmente ti sorge è che risulta difficile dimostrare ed esercitare 'obiettività' in società in cui il controllo dei mezzi di comunicazione di massa è o prevalentemente privato (nelle mani di lobbies che sempre più spesso non appartengono al mondo dell'informazione ma a quello degli affari in generale), oppure è dominato dai partiti.
Sei, infine, forse consapevole del fatto che il terreno dell'informazione non è soltanto un luogo pacifico, una palestra di libero confronto di opinioni, ma anche un campo di battaglie il cui esito non è mai garantito, soprattutto perché chi opera nell'ambito della comunicazione di massa rischia talvolta di comportarsi alla maniera dei Gesuiti descritti da Pascal [Cfr. il Manuale, II, pp. 195-211] nelle Lettere provinciali, favorendo cioè le autorità da cui ha deciso di dipendere anima e corpo mediante l'uso delle notizie come armi improprie, adattabili a interpretazioni di comodo. Si corre così - in termini più generali - il pericolo di trasformare i mezzi di comunicazione di massa in "industria dell'irrealtà", per cui il "mondo virtuale" si sovrappone a quello reale sino a cancellarlo. Lo scrittore francese Georges Perec ha sottolineato il potere attuale dell'informazione osservando che, nella nostra società, un albero comincia a esistere su bordo di una strada quando ci va a sbattere una macchina e che un treno che deraglia è tanto più vero quanto più numerosi sono i passeggeri morti nell'incidente. Per questo il grande linguista e pensatore Chomsky [Cfr. il Manuale, IIi, pp. 610-611] ha scritto - con qualche forzatura ma non senza verità - che tutti i cittadini dei paesi democratici dovrebbero "intraprendere un corso di autodifesa intellettuale" per proteggersi dalla manipolazione operate dai mezzi di comunicazione di massa, delle loro idee, desideri e percezioni e per contrastare la tendenza degli uomini a essere i peggiori giudici dei loro propri interessi. Per questo - aggiunge Chomsky - i media vendono "illusioni necessarie", quasi nel senso della dostoevskijana Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, dove i nostri simili vengono descritti come esseri pavidi che non cercano la libertà ma il pane e la sicurezza e hanno, di conseguenza bisogno, più di certezze e di autorità alle quali appigliarsi che di dubbi critici.
Forse pensi, infine, e senza tanti giri di parole, che un certo livello di censura sia necessario nella diffusione di programmi faziosi per adulti o violenti e pornografici per bambini e adolescenti. Trovi cioè giusto che i media (e, in particolare, la televisione, la quale esercita oggi la più potente forza di suggestione) rinuncino preliminarmente a parte dell'autorità intrinseca che il messaggio trasmesso convoglia. Il grande giornalista americano Walter Kronkite ha sostenuto appunto che ciò che si dice alla televisione, per il solo fatto di essere detto, ha un peso specifico molto maggiore di quello di qualsiasi altro ragionamento esposto in altra sede. La frase "l'ho sentito alla televisione" costituisce per molti un marchio di veridicità pressoché inconfutabile, ma dovrebbe allarmare moderatamente anche altri come possibile spia dei pericoli di un nuovo autoritarismo. In queste richieste - che non sono necessariamente reazionarie o oscurantiste - saresti d'accordo con pensatori indubbiamente democratici, quali Karl Popper [Cfr. il Manuale, III, pp. 624-625], e con altre posizioni in parte analoghe.
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Pensi che la televisione abbia un effetto potente nella formazione non soltanto delle idee, ma anche dei sentimenti e delle passioni oppure che sia un semplice elettrodomestico? In un "mondo che si restringe" ritieni che sia meglio che i bambini ascoltino storie o fiabe che si riferiscano alle loro tradizioni oppure che guardino fumetti giapponesi o americani che forse riflettono in parte altre culture? Quali credi debbano essere i rimedi e le limitazioni da porre a una politica che si trasforma in spettacolo di scontri personali ricchi di invettive e di astuzie retoriche e poveri di contenuti e di programmi? |