22. CONSUMISMO, DESIDERI, FELICITA’

 

Entri in un grande magazzino o in un supermercato, con l'intenzione di comprare alcuni oggetti e ne esci con dei carrelli carichi di merci, talvolta superflue e del cui acquisto magari ti penti. Ti sei forse fatto attirare dalla concentrazione di tentazioni 'a buon mercato' che ti si sono presentate. Poi magari pensi che vi sono al mondo centinaia di milioni di uomini a cui manca persino il necessario e cominci a ragionare sul "consumismo", soppesando ipotesi contrastanti e domandandoti perché nel passato sino ai nostri padri o ai nostri nonni - anche in Europa e negli Stati Uniti (paesi oggi relativamente floridi) si pensava più a produrre o a risparmiare che a consumare o a spendere.

 

Alternative

Sei convinto che il consumismo non offra autentiche soddisfazioni, che minacci anzi l'autonomia degli individui, indirizzandoli verso piaceri meschini che sottraggono inutilmente risorse al resto degli abitanti del pianeta (SOLUZIONE A; )? O ritieni invece che esso sia una legittima conquista - dopo una storia costellata di privazioni - di chi maggiormente si è industriato per produrre e distribuire ricchezza (SOLUZIONE B; )?

A

Se scegli questa soluzione, manifesti la legittima preoccupazione che finiscano per prevalere - a livello individuale e sociale - i sogni a occhi aperti, l'inseguimento di una felicità che deriva troppo unilateralmente dal possesso delle cose, che si cerchi quindi di comprare ciò che non ha prezzo. Trovi forse conferma anche di un vuoto interiore o di un allentamento delle relazioni con gli altri [Cfr. Alain De Benoist Intervista 12; "La democrazia diretta", domande nn. 3 e 4], che allontana dalla solidarietà e spinge a cercare sicurezza nel possesso di beni, carichi di significato simbolico: cibo, vestiti, detersivi. Temi cioè che uomini e donne rischino di trasformarsi in animali desideranti ammaestrati, che la brama dell'avere faccia perdere il bisogno di essere, spingendoli a vivere alla giornata e a dimenticare la cultura del dono.

"Gli uomini disapprendono l'arte del dono. C'è qualcosa di assurdo e incredibile nella violazione del principio di scambio; spesso anche i bambini squadrano diffidenti il donatore, come se il regalo non fosse che un trucco per vendere loro spazzole o sapone (...) La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l'altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. Di tutto ciò quasi nessuno è più capace. Nel migliore dei casi uno regala quel che desidererebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore. La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. Queste merci sono irrelate come i loro acquirenti: fondi di magazzino e dal primo giorno. Lo stesso vale per la riserva della sostituzione, che praticamente significa: ecco qui il tuo regalo, fanne quello che vuoi; se non ti va, per me è lo stesso; prenditi qualcosa in cambio. Rispetto all'imbarazzo dei soliti regali, questa pura fungibilità è ancora relativamente più umana, in quanto almeno consente all'altro di regalarsi quello che vuole: dove però siamo agli antipodi del dono. Di fronte alla maggior dovizia di beni accessibili anche al povero, la decadenza del dono potrebbe lasciarci indifferenti. Ma anche se, nell'abbondanza, il dono fosse diventato superfluo - e questo non è vero, sul piano privato come sul piano sociale, perché non c'è nessuno oggi, per cui la fantasia non potrebbe scoprire proprio quell'oggetto che è destinato a fare la sua felicità -, continuerebbero a soffrire della mancanza di dono quelli che non donano più. Deperiscono in loro quelle facoltà insostituibili che non possono fiorire nella cella isolata della pura interiorità, ma solo a contatto del calore delle cose. Un gelo afferra tutto ciò che essi fanno, la parola gentile che resta non detta, l'attenzione che non viene praticata. Questo gelo si ripercuote, da ultimo, su coloro da cui emana (...)" (T. W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni sulla vita offesa, trad. it. Torino, Einaudi, 1979, pp. 38-39).

Non è tuttavia necessario giungere a disprezzare (dogmaticamente, moralisticamente o snobisticamente) i comuni desideri di acquisto, i 'paradisi a prezzi scontati'. Secondo il suggerimento di Ernst Bloch [Cfr. il Manuale, III, pp. 557-558], occorre infatti comprendere meglio la natura dei desideri, anche di quelli apparentemente banali:

"I desideri non fanno nulla, ma dipingono e conservano con particolare fedeltà ciò che dovrebbe essere fatto. La ragazza che vorrebbe sentirsi brillante e corteggiata, l'uomo che sogna di imprese future, sopportano la povertà o la quotidianità come una corteccia provvisoria". In questo senso, "rossetto, trucco, piumaggi altrui aiutano per così dire il sogno di se stessi ad uscire dalla caverna" (E. Bloch, Il principio speranza, Milano, Garzanti, 1994, 3 voll., vol. I, pp. 62, 401).

Abituati per millenni ad abbassare le soglie delle nostre aspettative e a rinviarne la soddisfazione dei nostri bisogni acquisitivi, si innerva certamente nei comportamenti consumistici una sorta di esaltante ebbrezza e di 'velleità di potenza' (quella che induce appunto molti a comprare più del necessario), che non si sa quanto ancora possa durare. Le condizioni di miseria diffusa generano forse una certa segreta insoddisfazione, che erode lentamente l'intensità dei piaceri legati allo shopping, rivelandone l'aspetto di fatuità o di sostituto per altre carenze. Stiamo tornando a rivalutare quell'"etica protestante", calvinista, che favoriva l'accumulazione di capitali a detrimento dei consumi e che vedeva in chi si arricchiva senza sperperare un segno del favore divino.

[TESTO antologico; ]

"Il pensiero che il lavoro professionale moderno abbia un carattere ascetico non è in realtà nuovo. Anche Goethe, al culmine della sua saggezza ed esperienza della vita, nei "Wanderjahre" e nella conclusione che dette alla vita di Faust, ci ha voluto insegnare questo motivo ascetico fondamentale dello stile della vita borghese, se questa appunto voglia avere uno stile: che cioè il limitarsi al lavoro professionale colla rinuncia alla universalità faustiana, che questa limitazione comporta, sia nel mondo moderno il presupposto di ogni azione degna di stima, che azione dunque e rinuncia si condizionano inevitabilmente a vicenda. Per lui questo riconoscimento significava rinuncia ed un addio ad un tempo di piena e bella umanità, che non si rinnoverà più, nel corso della nostra civiltà, come nell'antichità non si rinnovò il fiorire di Atene. Il Puritano volle essere un professionista, noi dobbiamo esserlo. Poiché in quanto l'ascesi fu portata dalle celle dei monaci nella vita professionale e cominciò a dominare la moralità laica, essa cooperò per la sua parte alla costruzione di quel potente ordinamento economico moderno, legato ai presupposti tecnici ed economici della produzione meccanica, che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare, finché non sia stato consumato l'ultimo quintale di carbon fossile, lo stile della vita di ogni individuo, che nasce da questo ingranaggio, e non soltanto di chi prende parte all'attività puramente economica. Solo come un mantello sottile, che ognuno potrebbe buttar via, secondo la concezione di Baxter, la preoccupazione per i beni esteriori doveva avvolgere le spalle degli "eletti". Ma il destino fece del mantello una gabbia di acciaio. Mentre l'ascesi imprendeva a trasformare il mondo e ad operare nel mondo, i beni esteriori di questo mondo acquistarono una forza sempre più grande nella storia. Oggi lo spirito dell'ascesi è sparito, chissà se per sempre, da questa gabbia. Il capitalismo vittorioso in ogni caso, da che posa su di un fondamento meccanico, non ha più bisogno del suo aiuto. Sembra impallidire per sempre anche il roseo stato d'animo del suo sorridente erede: l'Illuminismo, e come un fantasma di concetti religiosi che furono, si aggira nella nostra vita il pensiero del dovere professionale. Ove l'adempimento di questo non possa esser posto direttamente in relazione coi più alti beni spirituali della civiltà, o dove inversamente non debba esser sentito anche soggettivamente come semplice costrizione economica, per lo più l'individuo rinuncia ad ogni spiegazione di esso. Nel paese, dove più fortemente si è sviluppato, negli Stati Uniti, l'attività economica, spogliata del suo senso etico-religioso, tende ad associarsi a passioni puramente agonali, che non di rado le imprimono precisamente il carattere di uno sport. Nessuno sa ancora chi nell'avvenire vivrà in questa gabbia e se alla fine di questo enorme svolgimento sorgeranno nuovi profeti od una rinascita di antichi pensieri ed ideali o, qualora non avvenga né l'una cosa né l'altra, se avrà luogo una specie di impietramento nella meccanizzazione, che pretenda di ornarsi di un'importanza che essa stessa nella sua febbrilità si attribuisce. Allora in ogni caso per gli ultimi uomini di questa evoluzione della civiltà potrà essere vera la parola: "Specialisti senza intelligenza, gaudenti senza cuore: questo nulla si immagina di esser salito ad un grado di umanità, non mai prima raggiunto". (M. Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni, 1965, pp. 304-306)

B

Se propendi per questa soluzione, consideri probabilmente inutile - e forse ipocrita - predicare contro il consumismo, dato che - nei nostri sistemi economici, risultati sinora i migliori tra i peggiori - se non si consuma, non si produce e, se non si produce, l'esercito dei disoccupati aumenta catastroficamente. Chi ci assicura poi che, limitando i consumi, spostando il baricentro dei nostri interessi dalle cose alle persone, i rapporti umani diverrebbero automaticamente più ricchi? Ciascuno cerca il meglio per sé dove riesce a trovarlo. E se non mostra aspirazioni verso mete più alte, ciò non dipende in parte anche dal fatto che o non gli interessano o non si è stati capaci di offrirgliele e fargliele apprezzare?

Vedi poi che nell'esigenza di un miglioramento del tenore di vita e dell'innalzamento dei consumi non vi è niente di disdicevole. La recente storia d'Italia ti può mostrare quanti progressi si siano compiuti in questo campo, come testimonia uno storico contemporaneo:

 

"Da un'analisi della composizione dei consumi alimentari si ricava che se fra il 1945 e il 1950 aumenta per gli italiani la 'disponibilità' di derrate alimentari (latte, formaggio, frutta fresca), anche per la politica che si riassume nello slogan 'più macchine, meno maccheroni' decresce invece rispetto al passato la massa dei generi tradizionali di prima necessità (...) Se poi si scelgono come indicatori le condizioni abitative, il quadro di una povertà generalizzata si fa ancora più cupo: solo il 76% delle case è provvisto di cucina, il 52% di acqua corrente, il 27% di gabinetto da bagno, il 76 di apparecchio telefonico". D'altronde, non ci si può attendere molto di diverso con livelli di reddito che praticamente non consentono spese extra-alimentari" (S. Lanaro, Storia dell'Italia repubblicana, Venezia, Marsilio, 1992, pp. 165-166).

Se dunque l'Italia è avanzata tanto in pochi decenni, perché - pensi - anche altri paesi non potrebbero rendere meno precarie le loro economie?

Continuando però a ragionare, constaterai probabilmente quanto sia errata e astratta - se la discussione si mantiene al livello di contrapposizione preconcetta - tanto l'indiscriminata esaltazione dei consumi, quanto la sua indignata demonizzazione. Si deve, infatti, distinguere anche tra consumo e consumo, anche per un motivo che è, curiosamente, di natura filologica. Duplice e significativa è infatti l'etimologia della parola "consumo", in cui confluiscono, quasi a segnarne la costitutiva ambiguità, due diverse etimologie: da un lato, esso deriverebbe dal latino cum sumere ("prendere con", dunque selezionare), dall'altro da cum summare ("fare la somma", "portare a compimento", ossia esaurire, divorare ogni cosa sino in fondo). Se il consumare implica la possibilità di scegliere secondo scale di priorità, esso cessa di avere quel carattere scandaloso che gli viene rimproverato; se invece significa fare piazza pulita di tutto, assomigliare a un campo di grano dopo il passaggio delle cavallette, allora la sua condanna è giustificata.

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I grandi magazzini esistono in Francia dal 1852, inventati da un geniale commerciante, Aristide Boucicault, che inaugura a Parigi il Bon Marché. La novità della sua impresa consiste nelle quattro mosse rischiose e inattese che disorientano immediatamente la concorrenza: l'introduzione dei prezzi fissi, così da eliminare la contrattazione e da assicurare a tutti i clienti un trattamento paritario; lo stoccaggio di enormi ammassi di merci, da vendersi a basso prezzo, puntando per i profitti sulla quantità di prodotti smaltiti; l'incoraggiamento dei potenziali acquirenti mediante l'invito al libero accesso al negozio (il fatto stesso di non imporre alcun impegno, stimola la curiosità e apre la moda dello shopping); l'utilizzazione massiccia della pubblicità attraverso manifesti, giornali, sfilate o spettacoli. I grandi magazzini finiscono per "democratizzare il lusso", non solo perché consentono l'accesso diffuso a merci prima irraggiungibili per la maggior parte delle persone, ma anche perché inducono negli avventori - sottoposti a una vertiginosa girandola di seduzioni - bisogni supplementari, incessantemente riformulati. Del resto - è stato osservato dalla sociologia contemporanea - il consumo non si basa su poche cose costose, ma su una enorme gamma e quantità di cose relativamente a buon prezzo o relativamente care, ma tutte accessibili, almeno ogni tanto.

Il consumismo è diventato un terreno di scontro anche dopo che - con la recente vittoria di uno dei due sistemi sociali che si sono aspramente confrontati nel nostro secolo - l'accento si è spostato dall'etica rigoristica della produzione e della costruzione del futuro, incentrata su sacrifici e rinunce (tipica delle ideologie 'socialiste') ai codici di comportamento 'capitalistici' orientati verso il consumo e i tempi brevi. Questi ultimi sono infatti divenuti un obiettivo polemico anche per la Chiesa cattolica, che considera il consumismo un male, a cui viene ormai contrapposto, più che l'ideale ascetico della povertà, quello della sobrietà come fonte di una più equa distribuzione dei beni tra gli abitanti della terra [Cfr. di Giovanni Reale intervista 32; "Messaggi del pensiero antico per l'uomo d'oggi", domanda n. 6].