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21. FELICITA, PAZIENZA E FATICA DI VIVERE
Hai deciso di dimenticare le preoccupazioni e di voler essere felice e spensierato. Ti prendi così una vacanza con gli amici e organizzi una festa, invitando le persone che ti sono più vicine o più simpatiche. Può tuttavia succedere che la vacanza e la festa si dimostrino una inutile e stancante ricerca di divertimento e di eccitamento, risultando alla fine un disastro. Ti accorgi allora che la felicità è improgrammabile: è qualcosa che capita e che non mai è dato di riprodurre a proprio piacimento. In ciò la sua ricerca assomiglia a quei comandi paradossali e ineseguibili di cui parlano gli psicologi: del tipo "Sii spontaneo!" detto a un timido o il "Dormi!" a chi soffre d'insonnia. Nello stesso tempo, ti rendi anche conto del fatto che la ricerca intenzionale e ossessiva della felicità può trasmutarsi in un inutile dispendio di energie o in uno sforzo di non pensare ai mali che ci circondano e alla sofferenza e alla morte che sempre ci attendono, che può deprimerti piuttosto che esaltarti.
Alternative
Se, dunque, la felicità giunge inaspettatamente, spuntando come un fiore di campo e se i mali e la morte non si possono evitare, come comportarsi per non cadere nell'apatia o nella disperazione? Cercando la felicità con opportune strategie, ossia senza fretta e senza esorbitanti aspettative per l'immediato, lasciandone maturare le condizioni, in modo che divenga una serena e stabile abitudine, quasi uno stile di vita, un atteggiamento costante che non si fa intimidire né dai fallimenti esteriori, né dalla paura della morte, ma trova in se stesso sorgenti di forza e di serenità (SOLUZIONE A ; )? Oppure accettando ugualmente il bene e il male della nostra esistenza, portando "pazienza" nella disgrazia e godendo nello stesso tempo dei doni passeggeri che la fortuna ci offre (SOLUZIONE B; )? O, infine, mutando i nostri progetti e i nostri impegni più solenni, a seconda delle circostanze, e riducendo magari le nostre pretese (come nella favola della volpe che dichiara l'uva acerba solo perché non può raggiungerla) (SOLUZIONE C; )?
A
Se pensi che vi sia un modo per raggiungere una relativa felicità con opportuni esercizi e saperi, allora sei d'accordo con tutta la filosofia classica e moderna, da Socrate [Cfr. il Manuale, I, pp. 107-109] a Spinoza [Cfr. il Manuale, II, pp. 228-233 e Remo Bodei intervista 6; "L'etica di Spinoza" domande nn. 4 e 6]. Il suo principale compito non era infatti il raggiungimento della conoscenza in quanto tale, della teoria fine a se stessa, ma della felicità che deriva appunto all'"animale razionale" uomo dall'esercizio della sua funzione più specifica. Per la maggior parte dei filosofi antichi la felicità è, in questo senso, il "sommo bene" [Cfr. la Questione n. 13; e di Emilio Lledo' intervista 24; "Parole chiave della filosofia greca", domanda n. 2 e 3]. L'ideale del "saggio" risulta così modellato - in tutte le sue varianti - dal presupposto che il conoscere sia non solo una grande medicina mentis, ma anche la maniera di raggiungere un sereno appagamento anche nelle situazioni meno favorevoli (o acquiescentia).
Per Aristotele dire che, in molteplici maniere, ognuno aspira alla felicità significa riconoscere che essa implica una ricerca e un addestramento consapevoli. La felicità, infatti,
"non è una disposizione; in tal caso infatti essa si troverebbe anche in chi dormisse tutta la vita, vivendo così una vita puramente vegetativa e in chi subisse le più grandi disgrazie. Se dunque questo non può ammettersi, bensì piuttosto dobbiamo porre la felicità in un'attività (...) e se delle attività alcune sono necessarie ed eleggibili in vista d'altro, altre invece sono scelte per se stesse, è evidente che bisogna porre la felicità tra le attività scelte per se stesse e non tra quelle scelte in vista d'altro; infatti la felicità non è manchevole di null'altro, bensì è autosufficiente. Sono eleggibili per se stesse quelle attività dalle quali non ci si attende null'altro all'infuori dell'attività stessa (...) Tutte le cose infatti, per così dire, le scegliamo in vista d'altro, eccetto la felicità; essa infatti è il fine (...) l'attività della parte migliore [dell'uomo, ossia l'intelletto, la contemplazione] è appunto la più preziosa e la più capace di darci felicità (...) Quest'attività è infatti la più alta; infatti l'intelletto è fra le cose che sono in noi quella superiore, e tra le cose conoscibili le più alte sono quelle a cui si riferisce il pensiero. Ed è anche l'attività più continua; noi infatti possiamo contemplare più di continuo di quanto non possiamo fare qualsiasi altra cosa. Pensiamo poi che alla felicità debba essere congiunto il piacere e si conviene che la migliore delle attività conformi a virtù è quella relativa alla sapienza; sembra invero che la filosofia apporti piaceri meravigliosi per la loro purezza e solidità" (Aristotele, Etica Nicomachea, X, 6-7, 1176 a -1177 a, in Opere, Bari, Laterza, 1973, vol. 7, pp. 260-263).
[Su Aristotele Cfr. il Manuale, I, pp. 206-207 e Manuale/ I testi, I, p.220. Cfr. inoltre di Pierre Aubenque intervista 2 ; "Aristotele: l'etica", domanda n. 2].
[TESTO antologico ; ]
" Epicuro a Meneceo salute.
Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell'anima. Chi dice che non è ancora giunta l'età di filosofare o che l'età è già passata, è simile a chi dice che per la felicità non è ancora giunta o è già passata l'età. Cosicché filosofare deve e il giovane e il vecchio: questi perché invecchiando sia giovane di beni per il grato ricordo del passato, quegli perché sia a un tempo giovane e maturo per l'impavidità nei confronti dell'avvenire. Meditare bisogna su ciò che procura la felicità, poiché invero se essa c'è abbiamo tutto, se essa non c'è facciamo tutto per possederla.
Le cose che ti ho sempre raccomandato mettile in pratica e meditale reputandole i principi fondamentali necessari a una vita felice. Per prima cosa considera la divinità come un essere indistruttibile e beato, secondo quanto suggerisce la comune nozione del divino, e non attribuire ad essa niente che sia estraneo all'immortalità o discorde dalla beatitudine; riguardo ad essa pensa invece tutto ciò che è capace di preservare la felicità congiunta all'immortalità. Gli dei esistono: evidente è infatti la loro conoscenza; non esistono piuttosto nella maniera in cui li considerano i più, perché così come li reputano, vengono a toglier loro ogni fondamento di esistenza. Empio poi non è colui che gli dei del volgo rinnega, ma chi le opinioni del volgo applica agli dei, poiché non sono prenozioni ma fallaci presunzioni i giudizi del volgo a proposito degli dei. Da ciò i più grandi danni e vantaggi si ritraggono dagli dei; essi infatti dediti di continuo alle proprie virtù accolgono i loro simili, tutto ciò che non è tale considerando come estraneo.
Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, poiché ogni bene e ogni male è nella sensazione, e la morte è privazione di questa. Per cui la retta conoscenza che niente è per noi la morte rende gioiosa la mortalità della vita; non aggiungendo infinito tempo, ma togliendo il desiderio dell'immortalità. Niente c'è infatti di temibile nella vita per chi è veramente convinto che niente di temibile c'è nel non vivere più. Perciò stolto è chi dice di temere la morte non perché quando c'è sia dolorosa ma perché addolora l'attenderla; ciò che, infatti, presente non ci turba, stoltamente ci addolora quando è atteso. Il più terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte noi non siamo più. Non è nulla dunque, né per i vivi né per i morti, perché per quelli non c'è, questi non sono più. Ma i più, nei confronti della morte, ora la fuggono come il più grande dei mali, ora come cessazione dei mali della vita la cercano. Il saggio invece né rifiuta la vita né teme la morte; perché né è contrario alla vita né reputa un male il non vivere. E come dei cibi non cerca certo i più abbondanti, ma i migliori, così del tempo non il più durevole, ma il più dolce si gode. Chi esorta il giovane a viver bene e il vecchio a ben morire è stolto, non solo per quel che di dolce c'è nella vita, ma perché uno solo è l'esercizio a ben vivere e ben morire. Peggio ancora chi dice:
"bello non esser nato, ma, nato, passare al più presto le soglie dell'Ade".
Perché, se parla così convinto, perché non lascia la vita? Ciò è nel suo pieno potere, se questa è la sua sicura opinione. Se scherza agisce da stolto in cose che non lo comportano.
Si deve ricordare ancora che il futuro non è del tutto nostro né del tutto non nostro, affinché né ci aspettiamo che assolutamente si avveri né disperiamo come se assolutamente non si avveri.
E analogamente bisogna pensare che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e di quelli naturali alcuni necessari, altri solo naturali; e di quelli necessari alcuni lo sono per la felicità, altri per il benessere del corpo, altri per la vita stessa. Infatti una giusta conoscenza di essi sa riferire ogni atto di scelta e di rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità dell'anima, poiché questo è il termine entro cui la vita è beata. Perché è in vista di questo che compiamo tutte le nostre azioni, per non soffrire né aver turbamento. Quando ciò noi avremo ogni tempesta dell'anima si placherà, non avendo allora l'essere animato alcuna cosa da appetire come a lui mancante, né altro da cercare con cui rendere completo il bene dell'anima e del corpo. E' allora infatti che abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo perché esso non c'è; quando non soffriamo non abbiamo bisogno del piacere.
E per questo noi diciamo che il piacere è il principio e termine estremo di vita felice. Esso noi sappiamo che è il bene primo e a noi connaturato, e da esso prendiamo inizio per ogni atto di scelta e di rifiuto, e ad esso ci rifacciamo giudicando ogni bene in base alle affezioni assunte come norma. E poiché questo è il bene primo e connaturato, per ciò non tutti i piaceri noi eleggiamo, ma può darsi anche che molti ne tralasciamo, quando ad essi segue incomodo maggiore; e molti dolori consideriamo preferibili ai piaceri, quando piacere maggiore ne consegua per aver sopportato a lungo i dolori. Tutti i piaceri dunque, per loro natura a noi congeniali, sono beni ma non tutti sono da eleggersi; così come tutti i dolori sono male, ma non tutti sono tali da doversi fuggire.
In base al calcolo e alla considerazione degli utili e dei danni bisogna giudicare tutte queste cose. Talora infatti esperimentiamo che il bene è per noi un male, e di converso il male è un bene.
Consideriamo un gran bene l'indipendenza dai desideri, non perché sempre dobbiamo avere solo il poco, ma perché, se non abbiamo il molto, sappiamo accontentarci del poco; profondamente convinti che con maggior dolcezza gode dell'abbondanza chi meno di essa ha bisogno, e che tutto ciò che natura richiede è facilmente procacciabile, ciò che è vano difficile a ottenersi. I cibi frugali inoltre danno ugual piacere a un vitto sontuoso, una volta che sia tolto del tutto il dolore del bisogno, e pane ed acqua danno il piacere più pieno quando se ne cibi chi ne ha bisogno. L'avvezzarsi a un vitto semplice e frugale mentre da un lato dà la salute, dall'altro rende l'uomo sollecito verso i bisogni della vita, e quando, di tanto in tanto, ci accostiamo a vita sontuosa ci rende meglio disposti nei confronti di essa e intrepidi nei confronti della fortuna.
Quando dunque diciamo che il piacere è il bene completo e perfetto non intendiamo i piaceri dei dissoluti o quelli delle crapule, come credono alcuni che ignorano o non condividono o male interpretano la nostra dottrina, ma il non aver dolore nel corpo né turbamento nell'anima. Poiché non banchetti e feste continue, né il godersi fanciulle e donne, né pesci e tutto quanto offre una lauta mensa dà vita felice, ma saggio calcolo che indaghi le cause di ogni atto di scelta e di rifiuto, che scacci le false opinioni dalle quali nasce quel grande turbamento che prende le anime.
Di tutte queste cose il principio e il massimo bene è la prudenza; per questo anche più apprezzabile della filosofia è la prudenza, dalla quale provengono tutte le altre virtù, che insegna come non vi può essere vita felice senza che essa sia saggia e bella e giusta, né saggia, bella e giusta senza che sia felice. Le virtù sono infatti connaturate alla vita felice, e questa è inseparabile da esse.
Poiché chi stimi tu migliore di colui che riguardo agli dei ha opinioni reverenti, e nei confronti della morte è assolutamente intrepido, ed è consapevole di che cosa è il bene secondo natura, ed ha salda conoscenza che il limite dei beni è facilmente raggiungibile e agevole a procacciarsi, il limite estremo dei mali invece o è breve nel tempo o lieve nelle pene? E che quel potere che da parte di alcuni è addotto come sovrano assoluto di tutte le cose proclama... (testo lacunoso) delle quali alcune avvengono per necessità altre per caso, altre poi sono in nostro potere, poiché la necessità è irresponsabile, il caso instabile, il nostro arbitrio invece è libero, per cui può subire biasimo o conseguire lode. Era meglio infatti credere ai miti sugli dei piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici: quelli infatti suggerivano la speranza di placare gli dei per mezzo degli onori, questo invece ha implacabile necessità. E riguardo alla fortuna non la stima né una divinità come fa la moltitudine - poiché il dio niente fa che sia privo di ordine e di armonia - né un principio casuale privo di qualsiasi fondamento di realtà, e non crede che essa dia agli uomini beni e mali che determinino vita felice, ma solo che i principi di grandi beni e mali da essa provengano. Egli reputa infatti meglio essere saggiamente sfortunati che stoltamente fortunati; perché è preferibile che nelle nostre azioni saggio consiglio non sia premiato dalla fortuna, piuttosto che stolto consiglio sia da essa coronato. Tutte queste cose e ciò che ad esse è congenere medita giorno e notte in te stesso, e con chi a te è simile, e mai, sia desto che nel sonno, avrai turbamento, ma vivrai invece come un dio fra gli uomini. Poiché non è in niente simile a un mortale un uomo che viva fra beni immortali (Epicuro, Opere, Torino, Einaudi, 1970, pp. 61-66)".
In una situazione completamente mutata, la filosofia moderna ha cercato altre strategie per far durare la felicità in un mondo di rapidi mutamenti. Ne individua così la formula - al pari di Hobbes [Cfr. il Manuale, II, p. 176] - nella dinamica di un piacere progressivo che scaturisce dal conseguire, senza eccessivi impedimenti, mete sempre più avanzate (ad fines semper ulteriores minime impedita progressio). Essa non appare dunque più staticamente legata alla sola teoria, alla contemplazione di una misura e di un ordine cosmico da riprodurre nell'anima o nella città (come era in Platone [Cfr. il Manuale, I, pp. 137-159 e Margherita Isnardi Parente Intervista 20; "Platone politico", domanda n. 1], in Aristotele, in Epicuro [Cfr. il Manuale, I, pp. 252-257] o in Lucrezio [Cfr. il Manuale, I, p. 254]). Si realizza in una sorta di "corsa", di gara a ostacoli [Cfr. di Remo Bodei intervista 7; "L'idea di progresso", domanda n. 3 e 4].
In seguito, in maniera ancora più radicale, la felicità avrà quale presupposto la rimozione pratica degli ostacoli che la bloccano e l'estirpazione delle radici - individuali e collettive - del malessere che la inibisce. Sul piano politico, è questo il senso del pensiero rivoluzionario - dai Giacobini al marxismo - che mira a una maggiore felicità in questo mondo per le generazioni dei secoli venturi [Cfr. di Domenico Losurdo intervista 26 ; "La felicità", domanda n. 2].
B
Se scegli questa soluzione, ti rendi conto della difficoltà e della fatica del vivere e ti chiedi come si possa reagire con una pazienza che non esclude moti di ribellione al continuo variare delle situazioni in meglio e in peggio e all'oscillare tra disperazione e speranza. Nasce nel VI secolo d.C., con l'opera di Boezio, La consolazione della filosofia (da cui il proverbio popolare "Prendila con filosofia!") l'idea di un sapere filosofico che aiuta a sopportare le disavventure della vita piuttosto che a promuovere la felicità. Ma, in un filosofo cristiano, le origini di questo atteggiamento sono ancora più remote e risalgono al Libro di Giobbe della Bibbia, dove il protagonista è costretto (dopo essersi chiesto "dovremmo accettare da Dio il bene e non il male?") a subire tutte le disgrazie: perdita di tutti i beni e di tutti i familiari, malattie e piaghe:
"Invero come il tempo della milizia è per l'uomo vivere sulla terra,
e come i giorni del mercenario sono i suoi giorni.
Come un servo aspira all'ombra,
e come un mercenario aspetta la sua mercede,
così ho avuto in retaggio mesi di dolore,
e notti di afflizione mi hanno assegnato.
Quando mi corico dico:
Quando mi alzerò? Come è lunga la notte!
E mi sazio di inquietudine fino all'alba.
Hanno coperto la mia carne vermi e zolle di terra,
la mia pelle si raggrinza e si liquefà.
I miei giorni sono più veloci di una spola,
finiscono senza speranza.
Ricorda che vento è la mia vita,
e il mio occhio più non tornerà a vedere il bene.
Più non mi vedrà l'occhio di chi mi vede,
volgerai il mio occhio a me ed io non ci sarò"
Ciò che maggiormente scandalizza Giobbe (e anche la nostra coscienza morale) è il fatto che i giusti e i malvagi appaiono trattati da Dio allo stesso modo:
"Una cosa è sicura e perciò la dico:
L'integro e il malvagio egli distrugge.
Se un flagello provoca improvvisa morte,
della distruzione degli innocenti egli si beffa.
La terra è data in mano al malvagio,
egli copre il volto dei giudici di essa;
se non è lui, chi altro può essere?
I miei giorni trascorrono più veloci d'un corriere,
fuggono e non vedono il bene;
passano via come barche di giunco,
come un'aquila che voli sulla preda"
A tutto ciò, malgrado la fermezza della fede di Giobbe in mezzo alle prove più terribili e alla reintegrazione del suo stato precedente, si accompagna la dichiarata inquietudine e il dubbio sulla possibile vittoria finale della morte:
"Invero anche l'albero ha speranza;
si taglia, si rinnova,
e il suo germoglio non cessa.
Se invecchia nel terreno la sua radice
e nella polvere muore il suo tronco,
al sentore dell'acqua rifiorisce
e mette foglie come nuova pianta.
Ma l'uomo muore, dopo aver perso le forze,
perisce l'uomo, e dov'è?
Scorrono via le acque del lago,
e il fiume inaridisce e si secca,
ma l'uomo giace e non si rialza,
fino a quando non ci saranno più i cieli, non si risveglia,
e non si desta dal suo sonno"
(Libro di Giobbe, 2, 10, trad. it. nella Bibbia concordata, Milano, Mondadori, 1968, 7, 1-8, p.961; 9, 22-26, p.965; 14, 7-12, p.971).
C
Se sei propenso ad accettare questa soluzione, allora forse pensi che ogni scelta compiuta in vista della felicità e dimostratasi fallimentare può essere revocata. Al pari degli attuali teorici americani della "coppia aperta" potresti essere un seguace della teoria dei non-binding commitments, ossia degli impegni che non impegnano veramente, che sono annullabili a piacere da parte di uno dei contraenti e risultano comunque rettificabili ed eventualmente rinegoziabili. Si tratta di quelli che si contraggono, ad esempio, quando ci si sposa nei paesi in cui esiste il divorzio, allorché gli sposi affermano solennemente di voler stare insieme "finché morte non li separi", pur sapendo bene (come riserva mentale in quel momento nascosta o rimossa) che tale affermazione potrà nel futuro non essere più vincolante. E ciò per una ragione che il filosofo americano contemporaneo Robert Nozick ha posto in rilievo: ossia che non esiste un peso specifico oggettivo degli argomenti pro o contro una decisione che dobbiamo prendere. Tale peso è attribuito ad essi, di volta in volta, da noi stessi ed è dunque variabile a seconda delle circostanze, degli interessi o delle passioni del momento.
Il richiamo alla responsabilità [Cfr. Hans Jonas Intervista 21; "Etica della responsabilità", domanda n. 6] deve quindi sormontare oggi, incessantemente, tanto l'ostacolo rappresentato tanto dalla difficoltà di credere a valori largamente condivisi e relativamente stabili, quanto quello di assumere personalmente obbligazioni morali di lunga durata tenendo fede alle promesse. L'etica della coerenza, sorella dell'etica della responsabilità - quantunque non sempre esplicitamente ripudiata - tende oggi, spesso, a essere diluita per favorire il disancoramento dell'individuo dalle proprie scelte passate (e di questa condotta andrebbero comprese meglio le cause) [Cfr. Remo Bodei Intervista 7; "L'idea di progresso", domanda n. 2].
I filosofi hanno studiato e giudicato in varie maniera questa revocabilità delle scelte. La hanno così condannata aspramente, come fa Aristotele; la hanno collegata alle attitudini morali dettate da certi tipi di carattere (in quanto - come diceva Fichte, distinguendo l'"idealista", che si impone alle circostanze e ha di mira la coerenza, dal "realista" o "dogmatico, che subisce il variare delle circostanze - "la scelta di una filosofia dipende dall'uomo che si è") [Cfr. il Manuale, III, pp. 64-65]). Hanno però anche tentato di comprendere i motivi del mutamento di opinione o le ragioni non ipocrite del pentimento, come Croce [Cfr. il Manuale, III, pp. 385-393 e Gennaro Sasso Intervista 34; "Politica ed etica", domanda n. 5], allorché osserva che quanto l'individuo fa viene immancabilmente considerato sempre un bene per lui nel momento in cui agisce, tranne poi ad apparirgli un male quando i suoi interessi e bisogni sono mutati:
"La dottrina da noi sostenuta non vuole già abolire la coscienza del male, ma semplicemente la falsa credenza che esso sia qualcosa di sostanziale; e con ciò impedire che si accresca un male con un altro, il male con l'errore, il turbamento morale con l'oscurità mentale. Il male o è avvertito come male, e in questo caso vuol dire che esso non viene realmente attuato, ma si attua in sua vece il bene. Il giuocatore (...) nel momento in cui sa di danneggiarsi economicamente, non giuoca: la sua mano è fermata, ed è fermata perché sapere (in senso pratico) equivale a volere, e sapere il danno del gioco significa saperlo come danno, cioè ripugnare al giuoco. Se la mano riprende i dadi o le carte, ciò accade perché egli cangia volere; e in questo caso il giuoco non è più avvertito come danno, ossia è voluto, ossia, in quell'istante, ridiventa per lui un bene perché soddisfa un suo bisogno" (B. Croce, Filosofia della pratica, Bari, Laterza, 1963, pp. 135-136).
Contro la mentalità ascetica e il moralismo del rimorso (o delle 'lacrime di coccodrillo'), vale per Croce l'idea che il male non è altro che una insidia e un impedimento allo sviluppo soddisfacente della vita (il male, però, preso in se stesso, considerato in assoluto come una sostanza, è un mero fantasma).
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Se la felicità è improgrammabile e "di doman non v'è certezza", ritieni che si debba sempre cogliere l'attimo fuggente, l'occasione che passa, vivendo alla giornata? Non ti sfiora tuttavia il dubbio che, in questo caso, si possa cadere nella dissipazione e chiudere le porte alla speranza in una vita più degna e coerente con se stessa? Non ritieni, in altre parole, che si possa scatenare in te una specie di inflazione morale nella forma di un affanno che ti spinge a godere soprattutto degli spiccioli dell'esistenza senza puntare più in alto? |