20. ETICA E NATURA

Devi decidere se costruire o meno una centrale elettrica (nucleare, a carbone o a gasolio) in una zona paesaggisticamente e naturalisticamente ancora ben conservata. Da un lato, sei consapevole che urgenti bisogni economici spingono la società in questa direzione: per produrre l'energia necessaria, che altrimenti dovrebbe essere importata da nazioni vicine; per creare migliaia di nuovi posti di lavoro; per 'sviluppare' aree depresse e paesi in precedenza isolati. Dall'altro lato, ti è facile capire che un simile insediamento moltiplica i pericoli di inquinare l'aria, l'acqua e la terra e accresce la probabilità di provocare danni, forse irreversibili, alla salute degli abitanti della regione (senza poi pensare al peggio). Potresti cioè contribuire a turbare - per ignoranza o sottovalutazione dell'impatto di questo progetto - quegli equilibri che sinora hanno permesso agli uomini di sopravvivere senza distruggere o far soffrire ulteriormente migliaia di animali (esseri senzienti come noi, capaci di provare dolore e piacere) scacciandoli dal loro habitat.

 

Alternative

In questa situazione come ti comporteresti? Seguiresti la voce degli immediati interessi economici e sociali, l'imperativo del dominio umano sulla natura, e costruiresti comunque la centrale (ritenendo che si possa ragionevolmente assicurare la sicurezza degli impianti e, con opportuni depuratori, anche quella dell'aria, dell'acqua e della terra e considerando pertanto quali inguaribili nostalgici e 'primitivisti' coloro che vi si oppongono) (SOLUZIONE A; )? Oppure ti rifiuteresti decisamente di mettere in opera questo progetto, prendendoti cura, per la tua parte, degli interessi della natura e delle specie animali, preferendo così la salvaguardia di un patrimonio ambientale inestimabile, che dovrà essere trasmesso al meglio alle future generazioni (SOLUZIONE B; )?

A

Se ti senti propenso a preferire questa soluzione, significa che appartieni alla corrente sinora maggioritaria nella cultura occidentale, quella "prometeica", che vuole piegare la natura agli scopi dell'uomo e pensa che - qualora non si voglia regredire all'"età della pietra" - i rimedi ai guasti prodotti dalla scienza e dalla tecnica debbano essere appunto scoperti dalla scienza e dalla tecnica. Francesco Bacone, che considerava l'uomo "Viceré dell'Altissimo", l'animale razionale a cui Dio ha affidato il comando su tutti gli altri esseri della natura, ha trovato molti eredi sino a oggi [Cfr. il Manuale, II, pp. 143-144 e di Remo Bodei intervista 7; "L'idea di progresso", domanda n. 3]. Considerandone soltanto alcuni, tra i classici maggiori, saresti forse vicino anche a Hegel [Cfr. il Manuale, III, pp. 107-157], il quale non provava, diversamente dai romantici, alcuna "tenerezza" o simpatia per la natura, sino a dichiarare che il "cielo stellato" gli ricordava una "eruzione cutanea" e che persino "il pensiero di un delinquente" è superiore all'intera natura non umana.

Tale atteggiamento viene manifestato sin da quando nel 1796, allora giovane ventiseienne, egli intraprende un viaggio nelle Alpi svizzere, dove la bellezza della natura e la maestà delle montagne non lo impressionano affatto. Quel che lo attrae sono piuttosto le tracce delle attività e del lavoro degli uomini in questo ambiente potenzialmente ostile. Ignorando il paesaggio non umanizzato, osserva così le diverse colture dei campi (orzo, grano, alberi da frutto come ciliegi e noci) e la qualità dei pascoli, ma soprattutto le correnti di traffico, per quanto riguarda l'origine e la qualità dei mezzi elementari di sostentamento, delle bevande e del cibo. Analizza inoltre i processi di caseificazione e la resa del latte nelle diverse stagioni; riflette sulle forme di ospitalità e di cortesia dei montanari che mostrano tracce di un'economia premonetaria.

Il più consistente insegnamento teorico che ricava da questo ambiente consiste nel constatare l'inevitabile indifferenza della natura nei confronti degli uomini e, quindi, la necessità di domarla, di esercitare una contro-violenza per sottrarsi alla sua violenza, di diventarne padroni dopo esserne stati servi per millenni. A tale scopo si devono utilizzare le sue cieche energie indirizzandole coscientemente al nostro vantaggio. Parlando di una zona molto elevata alla quale è giunto, egli ne coglie così tale aspetto:

"Non vi si incontrano più abeti, ma solo cespugli deformi, muschi, un terreno rivestito di un'erba miserevole o addirittura spoglio, pochi tronchi di larici e di cembri, nei dintorni crescono molte genziane. Le radici di queste piante vengono raccolte da una famiglia per distillarne liquore. Questa famiglia trascorre qui l'estate in completo isolamento dagli uomini ed ha costruito la propria distilleria sotto blocchi turriformi di granito, che la natura ha gettato senza scopo l'uno sull'altro, ma la cui posizione casuale gli uomini hanno saputo sfruttare. Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell'utilità per l'uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d'erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche" (G. W. F. Hegel, Diario di viaggio sulle Alpi bernesi 1796, Como-Pavia, Ibis, 1990).

Se la natura non ha scopo per l'uomo, essa non è né madre, né matrigna: semplicemente non partecipa al suo destino. Egli riesce a dominarla unicamente quando usa i suoi elementi e le sue energie aizzandoli gli uni contro gli altri, mutandone il ruolo pur senza intaccarne le leggi. In ragione della sua acidità, il presame o caglio - tolto dallo stomaco dei vitelli e inserito nel latte - provoca così la coagulazione di una parte solida (da cui poi per essiccazione si ottiene il formaggio) e la sua separazione dal siero. La natura non aveva tuttavia di mira il formaggio come prodotto finito, il cui beneficio è destinato agli uomini. Allo stesso modo il fiore di genziana cresce spontaneamente in alta montagna, ma questo semplice fatto non autorizza ad istituire alcuna relazione intrinseca tra la pianta e la preparazione del liquore, opera dell'inventiva e del lavoro umano. L'assenza di scopi della natura viene in tal modo trasformata dal umano lavoro in finalità artificiale, seguendo il corso, opportunamente indirizzato, della natura stessa.

B

Qualora tu scelga questa soluzione, allora appartieni a una tradizione in precedenza minoritaria nella cultura occidentale (che si sta tuttavia progressivamente rafforzando quanto più chiari risultano i rischi dell'alternativa opposta). Essa è rappresentata non solo dalle civiltà prevalentemente agricole, che rispettano la natura perché devono seguirne i ritmi e i capricci, ma anche da alcune tendenze che hanno avuto un peso filosofico e religioso notevole. Una è il francescanesimo, con il suo amore per l'intera natura e l'insieme degli esseri viventi: da "Fratello Sole" o "Sorella Luna" al "lupo di Gubbio", ma soprattutto con il suo amore per le cose umili e concrete. E' importante notare, per inciso, l'importanza dell'insegnamento dei francescani nelle università inglesi del Medioevo come una delle principali fonti dell'empirismo. Un esempio indiretto di tale atteggiamento, che tenta di comprendere la natura e i suoi segreti (buoni o cattivi), lo si ha in Shakespeare, quando si mostra un frate francescano pronto a erborizzare:

"Ora, prima che il sole avanzi

Col suo cocchio ardente a rallegrare il giorno

E ad asciugare l'umida rugiada della notte,

Io debbo riempire questo paniere di vimini

Di erbe velenose e fiori di succo

Prezioso. La terra, madre della natura,

E' la sua tomba. Quello che è il suo sepolcro

E' il suo ventre, e dal suo ventre nascono figli

Di varia specie che vediamo succhiare

Il suo petto naturale, molti eccellenti

Per molte virtù, nessuno che non ne abbia,

Eppure tutti diversi. Grande

E' la grazia potente che sta nelle piante,

Nelle erbe, nelle pietre, e nelle loro più genuine

Qualità. Nulla infatti che viva sulla terra

E' così vile che alla terra non dia

Qualche bene speciale; e nulla è così buono

Che, distolto dal suo uso, non si ribelli

Alla sua vera madre, inciampando nell'abuso.

La virtù stessa diventa vizio

Se male applicata, e il vizio a volte

E' nobilitato dall'azione. Nell'esile

Corteccia di questo fragile fiore risiede

Il veleno, e un potere curativo. Se lo odori,

Con quella parte rallegra altra parte;

Se lo gusti, arresta tutti i sensi e il cuore.

Due di tali opposti re s'accampano

Nell'uomo come nelle erbe - la grazia

E la dura volontà. E quando il peggiore

E' predominante, subito la morte

Come un cancro divora la pianta".

(W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena III, trad. it. di A. Lombardo, Milano, Feltrinelli, 1994, pp. 83-84).

L'altra tradizione, molto forte in Michel de Montaigne [Cfr. il Manuale, II, pp. 28-31], è quella che - riportando centinaia di esempi di 'intelligenza' degli animali - ironizza sulla pretesa dell'uomo di considerarsi il loro "re" e padrone.

[TESTO antologico; ]

"E' possibile immaginare qualcosa di tanto ridicolo quanto il fatto che questa miserabile e meschina creatura, che non è neppure padrona di se stessa ed è esposta all'ingiuria di tutte le cose, si dica padrona e signora dell'universo, di cui non è in suo potere conoscere la minima parte, tanto meno comandarla? E quel privilegio che si attribuisce, di essere cioè il solo in questa gran fabbrica ad avere la facoltà di riconoscerne la bellezza delle parti, il solo a poter render grazie all'architetto e a tener conto del bilancio del mondo, chi gli ha conferito questo privilegio? (...) La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria. La più calamitosa e fragile di tutte le creature è l'uomo, e al tempo stesso la più orgogliosa. Essa si vede e si sente collocata qui, in mezzo al fango e allo sterco del mondo, attaccata e inchiodata alla peggiore, alla più morta e putrida parte dell'universo, all'ultimo piano della casa e al più lontano dalla volta celeste, insieme agli animali della peggiore delle tre condizioni [ossia l'aerea, l'acquatica e la terrestre]; e con l'immaginazione va ponendosi al di sopra del cerchio della luna, e mettendosi il cielo sotto i piedi. E' per la vanità di questa stessa immaginazione che egli si eguaglia a Dio, che si attribuisce le prerogative divine, che trasceglie e separa se stesso dalla folla delle altre creature, fa le parti agli animali suoi fratelli e compagni, e distribuisce loro quella porzione di facoltà e di forze che gli piace. Come può egli conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto tra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro? Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa che essa non faccia di me il proprio passatempo più di quanto io faccia con lei? (...) Di fatto, perché un papero non potrebbe dire così: 'Tutte le parti dell'universo mi riguardano; la terra mi serve a camminare, il sole a darmi luce, le stelle a ispirarmi i loro influssi; ho tale il vantaggio dai venti, il tal altro dalle acque; non c'è cosa che questa volta celeste guardi con altrettanto favore quanto me; sono il beniamino della natura; non è forse l'uomo che mi nutre, mi alloggia, mi serve? E' per me che egli fa seminare e macinare; se mi mangia, così fa l'uomo anche col suo compagno, e così faccio io con i vermi che uccidono e mangiano lui'" (M. de Montaigne, Saggi, libro II, cap. XII, trad. it. di F. Garavini, Milano, Adelphi, 1982, vol. I, pp. 580-581, 584, 701-702).

In polemica contro la pretesa dell'uomo di considerarsi nella natura "un impero in un impero", una parte che pretende di essere un tutto, si pone anche Spinoza [Cfr. il Manuale, II, pp. 221-227 e Remo Bodei intervista 6; "L'etica di Spinoza" domanda n. 1], che vede l'uomo come completamente inserito in essa.

Più recentemente la difesa della natura contro la prepotenza della tecnica è stata assunta da Hans Jonas, il quale si appella alla nostra responsabilità nei confronti del futuro della Terra e delle generazioni a venire. Il "principio responsabilità" da lui tematizzato nasce infatti in simmetrica opposizione con quanti - favorendo il pensiero utopico o le pretese di illimitato dominio sulla natura - programmano grandi scenari. Tutti costoro, invece di innescare giganteschi processi di trasformazione della storia in meglio, finiscono per minacciare la sopravvivenza stessa della specie umana e di tutto il pianeta.

Dobbiamo dunque - conclude Jonas - tutelare eticamente non solo gli altri uomini, ma anche gli animali e la Terra nel suo complesso, in particolare la biosfera, quel sottile strato di poche decine di chilometri che circonda la superficie terrestre. Ognuno deve quindi sentirsi chiamato - senza potersi attendere nessun trattamento di reciprocità - a garantire il proprio impegno in favore della vita nella sua globalità. Il nuovo imperativo, formulato alla maniera di Kant, suona pertanto così: "Agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita sulla terra". E se è vero che l'esistenza dell'umanità è "il primo comandamento", da esso segue anche la necessità di una difesa della vita nel suo insieme. Da qui la proposta di Jonas di ragionare in termini di "macro-etica", tenendo conto cioè della dimensione globale del nuovo contesto della responsabilità umana e della maggiore "vulnerabilità" della natura [Cfr. di Hans Jonas intervista 21; "Etica della responsabilità", domanda n. 6].

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Per prima cosa, sarebbe opportuno per la stragrande maggioranza di noi compiere un atto di umiltà: riconoscere che la capacità di affrontare tali problemi esige la padronanza di un'enorme quantità di analisi precise e di nozioni complesse. In mancanza di consiglieri dotati di altissima competenza e di onestà intellettuale, le tue eventuali scelte si fonderebbero altrimenti su impressioni vaghe, più o meno plausibili.

In questo caso entra in gioco il ruolo più generale che le tecniche e le scienze moderne devono svolgere in un mondo in cui sono state spesso utilizzate allo scopo di comandare e di sfruttare la natura, come se ogni avanzamento in un determinato campo non comportasse talvolta anche delle gravi ricadute negative, come se le risorse fossero inesauribili e le specie animali inestinguibili. E' invece sotto gli occhi di tutti il fatto che il "progresso" genera squilibri e tensioni e che l'avanzare della "civiltà" provoca la scomparsa di centinaia o migliaia di specie animali ogni anno. Nell'arco di due secoli, con il sorgere della civiltà industriale, l'uomo sembra essersi esso stesso trasformato in una specie altamente nociva, incapace - oltre tutto - di valutare adeguatamente il risultato delle sue azioni collettive.

Del resto, ognuno di noi contribuisce abitualmente, nel suo piccolo e in modo apparentemente innocuo, alla degradazione dell'ambiente e al depauperamento delle risorse: basta solo usare l'automobile, accendere il riscaldamento o, al limite, fumare una sigaretta. Le potenzialità distruttive umane aumentano dunque, paradossalmente, proprio nel momento in cui si accrescono i progressi della tecnica e si riducono, in parallelo, le doti di previsione e di controllo dei processi di autoperpetuazione della vita sul pianeta [Cfr. di Everett Mendelsohn intervista 28; " Scienza ed etica", domanda n. 6 e 7]