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2. PROBLEMI DI BIOETICA I: EUTANASIA
Visiti all'ospedale una persona che soffre di un male incurabile e provi pena alla vista dei dolori che distruggono il suo corpo e il suo animo. Sai che medita di togliersi la vita, suicidandosi direttamente oppure chiedendo a un familiare o a un amico di aiutarlo comunque a morire. Pensa così di mettere fine a una esistenza intollerabilmente penosa e senza prospettive di guarigione o di sollievo psicologico.
Come ti comporteresti se tu volessi davvero bene a questa persona e ti fossi coscienziosamente informato dai medici delle sue effettive condizioni (venendo a sapere che per lui non vi è scampo e che anzi la sua malattia è destinata ad aggravarsi in maniera devastante sino a una morte che giungerà inevitabilmente entro pochi mesi)?
Alternative
Cercheresti di convincerlo a desistere dal suo proposito, sostenendo che la vita è un bene in se stessa, di cui non ci è lecito disporre in nessun caso, e questo almeno per due motivi: in quanto appartiene a Dio o in quanto dobbiamo renderne conto non solo a noi stessi, ma anche e soprattutto alla famiglia, agli amici, alla comunità (SOLUZIONE A ; )? Oppure, al contrario, saresti d'accordo, - in linea di principio - con i suoi propositi, riconoscendo che la sofferenza fine a se stessa rappresenta una crudeltà disumana, lesiva della stessa dignità del morente, che avrebbe il diritto, finché è lucido, di decidere in piena autonomia della propria sorte (SOLUZIONE B; )? Arriveresti, infine, per coerenza e per convinzione, a sostenere le sue ragioni sino al punto di aiutarlo a togliersi la vita (magari senza il suo esplicito consenso, impossibile da ottenere a causa delle sue attuali condizioni fisiche e psichiche, che gli impediscono di intendere e di volere), incorrendo tu stesso, come avviene nella maggior parte dei paesi del mondo, in un reato penalmente perseguibile (SOLUZIONE C; )?
A
Se scegli questa soluzione, può significare che aderisci intuitivamente a un'etica di carattere sostanzialmente religioso o civile, ma guidato dall'idea del primato della comunità sull'individuo e di valori assoluti su valori relativi. Tale etica concepisce la vita: 1) come proprietà di Dio (di potenze comunque misteriose che guidano il nostro destino) e ritiene allora che essa ci sia stata affidata unicamente in usufrutto, simile a una "livrea" che ogni uomo, quale servo della divinità, dovrà restituire al momento della morte; 2) oppure come proprietà delle istituzioni che circondano e proteggono il singolo (famiglia, ceto, società, Stato) e verso le quali si contraggono degli obblighi superiori a quelli verso se stessi [Cfr. Paul Ricoeur Intervista 33 ; "L'idea di giustizia", domanda n. 7. A proposito di Schopenhauer, contrario al suicidio perché non annulla ma rafforza la Volontà di vivere e perché ha per oggetto l'individuo, un puro fenomeno, Cfr. Manuale, III, p. 173].
B
Se opti per questa soluzione sei vicino a certe forme di sensibilità 'laica' moderna, che sottolinea fortemente l'elemento di autodeterminazione dell'individuo e che trova già voce in Michel de Montaigne.
"La morte è una ricetta per tutti i mali. E' un porto sicurissimo, che non si deve mai temere, e che spesso si deve cercare. E' lo stesso che l'uomo si dia da sé la fine o che la subisca; che corra incontro al suo giorno o che l'aspetti; da qualunque parte esso venga, è sempre il suo; in qualunque punto si rompa il filo, è già tutto, è la fine del fuso. La morte più volontaria è la più bella. La vita dipende dalla volontà altrui; la morte dalla nostra. In nessuna cosa dobbiamo tanto assecondare in nostri umori come in questa. La reputazione non riguarda una tale azione, è follia farne caso. Il vivere è un servire, se manca la libertà di morire. Il processo ordinario della guarigione si compie a spese della vita; ci tagliano, ci cauterizzano, ci amputano le membra, ci sottraggono l'alimento e il sangue; ancora un passo, eccoci guariti del tutto. Perché la vena della gola non dovrebbe essere al nostro comando come la mediana? Alle più forti malattie, i più forti rimedi" (Michel de Montaigne, Saggi, libro II, cap. III, a cura di F. Garavini, Milano, Adelphi, 1982, vol. 1 pp. 450-451).
[Cfr. su Montaigne il Manuale, II, pp. 28-31]. Ma ancora di più potresti condividere le posizioni espresse da David Hume nell'opuscolo Sul suicidio, in cui si rivendica la piena liceità di questo atto [Cfr. il Manuale, II, pp. 324-326]
"Che cosa significa dunque l'opinione che in uomo, il quale, stanco della vita e perseguitato dai dolori e dalle miserie, vinca coraggiosamente i terrori naturali della morte ed esca da questa scena crudele; che tale uomo, dico, incorra nell'indignazione del creatore per aver violato l'opera della provvidenza e turbato l'ordine dell'universo? Affermare questo è affermare il falso; la vita degli uomini è soggetta alle stesse leggi cui è soggetta la vita di tutti gli altri animali; e tutte queste esistenze sono soggette alle leggi generali della natura e del moto. La caduta di una torre o un infuso di sostanze velenose distruggeranno un uomo come la più meschina creatura, un'inondazione porta via indistintamente tutto ciò che trova alla portata della sua furia" (..) Per l'universo la vita di un uomo non è più importante di quella di un'ostrica. E se anche fosse molto importante, l'ordine della natura umana l'ha sottoposta alla prudenza umana, e ci costringe a prendere decisioni in ogni circostanza. Se disporre della vita umana fosse una prerogativa peculiare dell'Onnipotente, al punto che per gli uomini disporre della propria vita fosse un'usurpazione dei suoi diritti, sarebbe ugualmente criminoso salvare o preservare la vita. Se cerco di scansare un sasso che mi cade sulla testa, disturbo il corso della natura e invado il dominio peculiare dell'Onnipotente, prolungando la mia vita oltre al periodo che, in base alle leggi generali della materia e del moto, le era assegnato. - Un capello, una mosca, un insetto può distruggere questo essere potente, la cui vita è tanto importante. E' assurdo supporre che la prudenza umana abbia legittima facoltà di disporre di ciò che dipende da cause così insignificanti? Non sarebbe un delitto per me deviare il Nilo o il Danubio dal loro corso, se fossi capace di farlo. E' dunque delittuoso distogliere dai loro canali naturali poche once di sangue?" (D. Hume, Sul suicidio, in Opere, Roma-Bari, Laterza, 1987, a cura di E. Lecaldano, vol. III, pp. 588-590).
C
Se, pur con forti dubbi e timori, saresti propenso ad aiutare un caro amico o un familiare che ti implora di porre fine alle sue sofferenze, allora aderiresti alle posizioni recentemente espresse sull'eutanasia e sul diritto morale del singolo al suicidio sostenute in Olanda (dove l'eutanasia è legale) e negli Stati Uniti. Se poi il malato non fosse più in grado di decidere sull'accorciamento delle sue pene mediante la morte e tu fossi, anche in questo caso favorevole, all'eutanasia - intesa in questo senso ristretto - allora potresti trovare conferma alle tue intuizioni morali nel medico e filosofo contemporaneo Hugo Tristam Engelhardt.
"Se la vita non è sempre meglio della morte, può essere benefico anticipare la morte, invece di lasciare che 'la natura faccia il suo corso'. Ciò è vero anche quando la morte non è una libera scelta, fatta personalmente o mediante una direttiva anticipata dell'individuo che sta morendo. Se non vi è differenza di principio fra volere intenzionalmente la morte di qualcuno e limitarsi a permetterla, non vi sarà alcun impedimento morale assoluto contro l'anticipazione della morte, una volta che si sia deciso che il prolungamento della vita sarebbe dannoso (...). Considerato il diffuso rifiuto del suicidio assistito e dell'eutanasia nella nostra cultura, l'onere della prova di dimostrare tale consenso ipotetico sarebbe assai pesante. Si deve presumere che la maggior parte degli individui che non hanno disposto esplicitamente che la loro morte venga anticipata non siano interessati a tale rimedio. Tuttavia, i casi di dolore e sofferenza prolungati e gravi, purché non vi siano credi, religiosi o meno, in senso contrario, possono rendere plausibile il sostenere che l'individuo vorrebbe il più rapido sollievo possibile, anche se esso comportasse l'anticipazione della morte. E' possibile richiedere anche un assenso da parte dell'individuo del quale si sta considerando se anticipare la morte, per quanto incapace. Denominerò eutanasia una simile pratica, che si attua quando non c'è un consenso effettivo espresso da un soggetto capace di intendere e di volere, ma soltanto un consenso presunto, per distinguerla dal suicidio e anche dal suicidio assistito, che si hanno quando un individuo morente, capace di intendere e di volere, provoca la morte, da solo o mediante l'azione di un altro (...). Com'è stato notato, la liberalizzazione tanto dell'eutanasia quanto dell'aiuto al suicidio, richiederà dei mutamenti nel diritto. Fino a quando tali mutamenti verranno realizzati, è probabile che i doveri morali di beneficenza di anticipare la morte di coloro che stanno morendo nel dolore saranno vanificati dai rischi di essere perseguiti penalmente e considerati responsabili civilmente" (H. T. von Engelhardt, Manuale di bioetica, trad. it. Milano, Il Saggiatore, 1991, pp. 364-365).
[Cfr. inoltre di Jean Bernard intervista 3 ; , Etica e scienza domanda n. 4; di Hans Georg Gadamer intervista 16; Il filosofo e la morte domanda n. 4].
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Ritieni giusto praticare sui malati terminali il cosiddetto "accanimento terapeutico", ossia curarli in tutti i modi e a tutti i costi, magari facendoli soffrire, benché manchi ogni prospettiva di guarigione? E' poi lecito infrangere la legge del proprio paese per compiere un gesto di pietà? |