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18. DIVIETI MORALI E LORO VALORE
Dice il romanziere Robert Luis Stevenson che noi "non siamo dannati per aver commesso il male, ma per non aver fatto il bene". Ciò significa che pensiamo spesso in termini negativi, di divieti, di paura di cadere in peccato o in errore, piuttosto che in termini positivi, di piani da voler realizzare per rendere migliore la nostra vita e l'altrui [Cfr. sul problema del male Massimo Cacciari intervista 9 ; "Il libero arbitrio", domanda n. 2]
Alternative
Credi che sia più importante: basare, almeno inizialmente, la legge morale su proibizioni, mettendo cioè l'accento sul bisogno primario di evitare il male (come si fa con i bambini o come indicano, per l'umanità delle origini, le parole di Jaweh di non mangiare nell'Eden il frutto dell'Albero del bene e del male) (SOLUZIONE A ; )? Oppure spostare l'accento sul fare attivamente il bene, rendendo il "sì" più frequente e vincolante del "no" (SOLUZIONE B; )?
A
Se sei per la prima soluzione, allora forse pensi che solo la paura della punizione può spingerci ad agire secondo i comandamenti religiosi o le norme morali. Potresti quindi essere d'accordo con il detto della Bibbia timor Domini, initium sapientiae, ossia che "la paura del Signore è l'inizio della sapienza". Oppure potresti condividere l'umanissima e avanzata coscienza morale che da millenni era stata raggiunta da alcuni popoli, come ben mostra l'antichissimo Libro Egiziano dei morti, laddove si mostra l'anima del defunto, che, presentandosi a Osiride, suo giudice, porta come prove a suo discarico ciò che di male non ha fatto:
"(...) Io non ho fatto del male agli uomini.
Io non ho esercitato violenza contro i miei genitori.
Io non ho sostituito la giustizia con l'ingiustizia.
Io non ho frequentato i malvagi.
Io non ho commesso crimini.
Io non ho fatto lavorare eccessivamente gli altri a pro mio.
Io non ho tessuto intrighi per ambizione.
Io non ho maltrattato i miei servi.
Io non ho bestemmiato gli dèi.
Io non ho privato il povero dei suoi alimenti.
Io non permisi che un padrone maltrattasse il suo servo.
Io non feci soffrire gli altri.
Io non provocai la fame.
Io non feci piangere gli uomini, miei simili.
Io non uccisi, né ordinai di uccidere.
Io non provocai malattie tra gli altri uomini (...)"
(Scongiuro CXXV, Papiro Nu)
Dal punto di vista più strettamente filosofico, potresti essere vicino a quella tradizione che va da alcuni libri dell'Antico Testamento sino a Hobbes [Cfr. il Manuale II, pp. 175-180 e Francesco De Sanctis intervista 13 ; "Hobbes", domanda n. 3, su la differenza tra paura e speranza] e a De Maistre, secondo il quale la civiltà cresce all'ombra del boia [Cfr. il Manuale II, p 361].
B
Se aderisci a questa soluzione, vuol dire che sei vicino a una concezione più positiva della ragione umana, che pensi non solo che il bene sia possibile, ma anche che esso sia programmabile. Sei quindi potenzialmente vicino - a seconda della prospettiva con cui consideri i fenomeni, tanto a Rousseau [Cfr. il Manuale II, pp. 385-389] quanto a Kant [Cfr. il Manuale II, pp. 453-464 e Vittorio HÖSLE intervista 19; "Da Kant a Rawls", domande nn. 1 e 2] che fonda l'autonomia della ragione nell'uscita dell'individuo dallo "stato di minorità" e nella sua capacità di formulare leggi morali, oppure a Marx [Cfr. il Manuale III, pp. 226-232; sul carattere emancipatorio del marxismo Cfr. Domenico Losurdo intervista 25; "Totalitarismo e liberalismo", domande nn. 3 e 5; sul rapporto di Marx con l'antropologia di Feuerbach Cfr. Jacques D'Hondt intervista 15; "Marx" domanda n. 1] che considera la lotta di classe come uno strumento per liberare l'uomo dai divieti e dai condizionamenti che derivano dall'ingiustizia, dalla scarsa o diseguale distribuzione dei beni nelle società finora storicamente esistite.
[TESTO antologico ; ]
"Tutto quello che non abbiamo dalla nascita e di cui abbiamo bisogno una volta diventati adulti ci è dato dall'educazione.
Questa educazione ci viene o dalla natura, o dagli uomini, o dalle cose. L'evoluzione interiore delle nostre facoltà e dei nostri organi è l'educazione della natura; l'uso che ci insegna a fare di questa evoluzione è l'educazione degli uomini; l'acquisizione della nostra esperienza sugli oggetti che ci colpiscono è l'educazione delle cose.
Ognuno di noi è dunque educato da tre specie di maestri. Il discepolo nel quale le loro diverse lezioni si contrastano è stato educato male, e non sarà mai in armonia con se stesso; quello nel quale esse concordano sugli stessi punti e tendono agli stessi fini procede da solo verso la propria meta e vive in piena coerenza. Solo quest'ultimo è educato bene.
Ora, di queste tre diverse educazioni quella della natura non dipende da noi e quella delle cose dipende da noi solo fino a un certo punto. Quella degli uomini è la sola della quale siamo veramente i padroni, anche se lo siamo solo per supposizione. Chi può sperare infatti di dirigere interamente i discorsi e le azioni di tutti coloro che vivono accanto ad un fanciullo?
Se è vero che l'educazione è un'arte, è quasi impossibile che essa abbia successo, poiché il concorso necessario a questo successo non dipende da nessuno. Tutto quel che si può fare a forza di cure è avvicinarsi più o meno allo scopo: occorre una buona dose di fortuna per raggiungerlo.
Qual è questo scopo? è quello stesso della natura, com'è stato provato. Poiché il concorso delle tre educazioni è necessario alla loro perfezione, ne consegue che gli sforzi delle altre due vanno orientati su quella sulla quale non abbiamo alcun potere". (Jean-Jacques Rousseau, Émile, Roma, Editori Riuniti, 1983, pp. 47-48). |