16.AUTORITA’ POLITICA E COSCIENZA

Vivi in Germania durante il periodo nazista e sai che il gerarca Eichmann (che poi sarà giustiziato dallo Stato ebraico, in seguito a un processo celebrato a Gerusalemme) ha formulato una sua variante dell'"imperativo categorico" kantiano. Essa suona così: "Agisci in modo che, se il Führer conoscesse la tua azione, la approverebbe". Egli propone cioè l'obbedienza cieca, assoluta e senza riserve alla volontà di un uomo, che dice di rappresentare, anche fisicamente, il popolo e lo Stato. Senza entrare nel problema di come ti saresti comportato allora, cosa penseresti oggi di simili teorie?

 

Alternative

Ritieni che si debba obbedienza a un individuo che dice di impersonare lo Stato o la comunità (SOLUZIONE A; ); allo Stato in quanto tale (SOLUZIONE B; ); a una legge impersonale, razionalmente argomentabile e individualmente scelta (SOLUZIONE C; ); alla voce della propria coscienza (SOLUZIONE D; )?

A

Se scegli questa soluzione, significa che hai fiducia in chiunque impersoni un'autorità da te ritenuta legittima, in quanto capace di tenere sotto controllo le tendenze centrifughe che nascono dall'anarchia e dalla mancanza di una riconosciuta catena di comando nella società. Lo svantaggio di questa posizione è che rinunci a esercitare il senso critico e il dubbio; il vantaggio 'pratico' consiste invece nel fatto che il "credere, obbedire e combattere" o la dedizione a qualsiasi "capo carismatico", compreso Stalin o Mao - non solo ti evita di pensare ai conflitti morali e alle scelte pubbliche, ma, trasformandoti in gregario, ti consente di scaricare sul capo (magari quando viene rovesciato) anche quella parte di responsabilità che non hai voluto assumere. Apprezzi cioè l'efficacia sociale degli ordini, ritenendoli necessari, secondo la descrizione che ne fa lo scrittore e, a suo modo, pensatore politico Elias Canetti, critico delle società autoritarie

[TESTO ANTOLOGICO; ]

" 'Un ordine è un ordine': il carattere definitivo e indiscutibile che è peculiare all'ordine può anche aver contribuito a far sì che gli uomini vi riflettessero ben poco. Dell'ordine si pensa: è sempre stato così, è naturale e necessario. Fin da piccolo l'uomo è abituato agli ordini, in ciò consiste buona parte di ciò che si definisce educazione e anche la vita dell'adulto ne è penetrata, si svolga essa nell'ambito del lavoro, della lotta o della fede. Non ci si è quasi mai chiesti cosa effettivamente sia un ordine, se sia davvero così semplice come sembra, se - a dispetto della rapidità e della levigatezza con cui raggiunge l'obiettivo - non lasci altre tracce, più profonde e forse persino ostili, in chi lo esegue. L'ordine è più antico del linguaggio, altrimenti i cani non potrebbero conoscerlo. L'addestramento degli animali si fonda proprio sul fatto che essi, pur ignorando il linguaggio, imparano a capire ciò che si richiede loro (...) L'ordine per sua natura non permette contraddizioni. Non può essere discusso, né commentato, né messo in dubbio. E' conciso e chiaro, perché dev'essere compreso all'istante. Un ritardo nella recezione nuoce alla sua forza. Ogni ripetizione di un ordine che non sia seguita dalla sua esecuzione, gli sottrae un poco di vita; dopo qualche tempo, l'ordine ripetuto invano più volte è estenuato e impotente: in tal caso è preferibile non rianimarlo. L'azione suscitata dall'ordine è, infatti, vincolata all'istante in cui l'ordine stesso viene pronunciato. Essa può anche riguardare un momento successivo, ma ciò dev'essere prestabilito, sia espressamente, sia implicitamente, quando risulta chiaro dalla natura dell'ordine (...). All'origine del comando sta qualcosa di estraneo che deve anche essere considerato qualcosa di più forte. Si ubbidisce perché non si potrebbe lottare con speranze di successo; chi è in grado di vincere comanda. Il potere del comando non deve essere messo in dubbio; se si è affievolito, deve essere pronto a riaffermarsi con la lotta. Per lo più, tale potere continua ad essere riconosciuto per molto tempo. Sorprende notare quanto di rado si esigano nuove decisioni: ci si accontenta degli effetti delle decisioni ormai consuete. Nei comandi rivivono le battaglie vittoriose, ogni comando eseguito rinnova una vecchia vittoria" (E. Canetti, Massa e potere, trad. it. Milano, Rizzoli, 1972, pp. 331-333).

B

Se scegli questa soluzione potresti essere probabilmente d'accordo con Giovanni Gentile [Cfr. il Manuale III, pp. 383-384] nel suo tentativo (appoggiato entro certi limiti dal fascismo) di dare compattezza al popolo italiano, a un "volgo disperso che nome non ha", mediante lo "Stato etico" e il "totalitarismo" (nome da lui stesso coniato) [Cfr. Domenico Losurdo intervista 25; "Totalitarismo e liberalismo", domanda n. 1]. Cercheresti allora nell'unione mistica del popolo con lo Stato un corrispettivo politico della posizione filosofico-teologica di Agostino [Cfr. il Manuale I, pp. 327-339]. Lo Stato - espressione della comunità spirituale del "noi" - si sostituirebbe cioè a Dio, in quanto esso non si realizza nel mero inter homines esse, ma vive solo in interiore homine.

 

Come nelle Confessioni, (III, 6, 11) Sant'Agostino aveva parlato di Dio in quanto interior intimo meo e superior summo meo - e cioè più intimo a me stesso di quanto io lo sia persino a me e di più alto delle mie facoltà più alte -, così lo Stato è in Gentile, nello stesso tempo, immanente (poiché è dentro di me e anzi costituisce il mio nucleo più interno) e trascendente (dato che è anche, paradossalmente, più di me stesso, trascendente, intrascendibile e, in parte incommensurabile, altro da me, essere dotato di una onnipotenza a cui le mie capacità limitate non arriveranno mai). "In fondo all'Io c'è un Noi": è questo il tema costante, che si dispiega infine, nella ricchezza di tutte sue variazioni e modulazioni, nell'ultima opera di Gentile, del 1943, Genesi e struttura della società. Da tale "Noi" sgorga l'autorità che renderebbe libero l'Io che gli presta ascolto. Il principio supremo della filosofia gentiliana è pertanto il "noi", non l'"io", che si trova sempre in equilibrio instabile. Alla base dell'io vi è "una sorta di originaria socialità" (G. Gentile, Genesi e struttura della società (1943), Firenze, Sansoni, 1955, p. 32), che lo àncora e lo stabilizza nella sua identità. L'individuo è parte della societas, alla cui vita contribuisce. Ognuno ha in sé il proprio socius e ogni pensare è un dialogare, simultaneamente, con sé e con l'altro da sé che non rappresenta soltanto un nostro ospite passeggero, che non è soltanto in noi, ma è noi. La conclamata identità di particolare e di universale, di libertà e di autorità, risulta, alla fine, dubbia, presentandosi al massimo come una generosa aspirazione verso una comunità solidale. Il "totalitarismo" di Gentile consiste proprio nel fatto che non viene concessa all'individuo, all'Io alcuna reale autonomia rispetto allo Stato. L'autorità soffoca così la libertà, il Noi l'Io [Cfr. sul problema dell'identità "Etica della salvezza", di Aldo Masullo intervista 27; , domanda n. 5 e 6].

C

Se hai optato per questa soluzione, allora entri a far parte della schiera di filosofi e pensatori politici di ispirazione "repubblicana" o "democratica" che - da Cicerone e da Etienne de la Boétie, autore del Discorso sulla servitù volontaria, sino ad alcuni nostri contemporanei, come Norberto Bobbio [Cfr. Norberto Bobbio intervista 5; "I diritti dell'uomo oggi", domande n. 2 e 3] - ritengano che debba esistere un primato della legge sugli uomini, in quanto nessun individuo può ritenersi superiore alle leggi (questa è una posizione diametralmente opposta all'assolutismo di Hobbes [Cfr. il Manuale II, pp. 177-180] e dei suoi ammiratori moderni, come Carl Schmitt che, nel 1934, aveva sostenuto che la volontà del Führer è la fonte di ogni diritto, ma anche a quella di Nietzsche [Cfr. il Manuale III, pp. 327-329], che sostiene l'esistenza di una "morale degli schiavi" o del "gregge", diversa quella dei padroni) [Cfr. di Karl Otto Apel intervista 1; "Etica della comunicazione" domanda n. 7].

[TESTO antologico; ]

"Diciamo subito ancora una volta quel che già abbiamo detto cento volte: giacché oggi non sono ben disposti gli orecchi a intendere certe verità, le nostre verità! Ci è già abbastanza noto quanto suoni offensivo annoverare, senza fronzoli e non metaforicamente, l'uomo in genere fra gli animali; e ci verrà quasi considerata una colpa l'aver costantemente usato, proprio in riferimento agli uomini delle idee moderne, le espressioni "armento", "istinti dell'armento" e simili. Che importa! Non possiamo fare altrimenti: sta proprio in questo, infatti, la nostra nuova conoscenza. Abbiamo riscontrato che l'Europa ha raggiunto l'unanimità in tutti i suoi principali giudizi morali, senza escludere quei paesi in cui domina l'influsso europeo: si sa, evidentemente, in Europa, quel che Socrate riteneva di non sapere e ciò che quel vecchio famoso serpente aveva un tempo promesso di insegnare - si sa oggi cos'è bene e male. Deve allora aver suoni aspri e tutt'altro che gradevoli agli orecchi la nostra ognor rinnovata insistenza nel dire che è l'istinto dell'uomo animale d'armento quel che in lui crede di saperne abbastanza a questo proposito, celebra se stesso con la lode e il biasimo e chiama se stesso buono: come tale, questo istinto è arrivato a farsi strada, a predominare e a signoreggiare sugli altri e guadagna sempre più terreno in armonia a quel crescente processo di convergenza e di assimilazione fisiologica di cui esso è un sintomo. La morale è oggi in Europa una morale d'armento -, dunque, stando a come intendiamo noi le cose - nient'altro che un solo tipo di morale umana, accanto, avanti, e dopo la quale molte altre, soprattutto morali superiori, sono o dovrebbero essere possibili. Contro una tale possibilità, contro un tale dovrebbe, questa morale però si difende con tutte le sue forze: essa si affanna a dire con ostinazione implacabile io sono la morale in sé, e non vè altra morale se non questa! - anzi, sostenuta da una religione che appagava le più sublimi concupiscenze delle bestie da mandria, lusingandole, si è giunti al punto che persino nelle istituzioni politiche e sociali troviamo una espressione sempre maggiormente evidente di questa morale: il movimento democratico costituisce l'eredità di quello cristiano. Ma che il suo ritmo sia ancora troppo lento e indolente per gli impazienti, i malati e i morbosamente smaniosi, lo attesta il tumulto ognor più furibondo dell'anarchica canea, digrignante i denti in guisa sempre più manifesta, che va girando per le strade della cultura europea: in apparente antitesi coi democratici e cogli ideologi rivoluzionari pacificamente operosi e ancor più coi melensi filosofastri e zelatori della fratellanza, i quasi si dicono socialisti e vogliono la libera società, ma in verità unanimi con tutti costoro nella radicale e istintiva inimicizia contro ogni altra forma sociale che non sia quella della mandria autonoma (arrivando persino al rifiuto del concetto di padrone e servo - ni dieu, ni maître, dice una formula socialista); unanimi nella tenace opposizione a ogni pretesa particolare, a ogni particolare diritto e privilegio (la qual cosa, in definitiva, significa opposizione a ogni diritto: giacché se tutti sono uguali, nessuno ha più bisogno di diritti); unanimi nel diffidare della giustizia punitiva (come se essa rappresentasse una violenza esercitata su chi è più debole, un torto arrecato alla necessaria conseguenza di tutte le società anteriori); ed ugualmente unanimi nella religione della compassione, nel simpatizzare interiormente con tutto quanto è sentito, vissuto, sofferto (scendendo in basso fino al livello della bestia, o innalzandosi a Dio - l'aberrazione di una compassione verso Dio appartiene a unepoca democratica - ); tutti quanti unanimi nel grido e nell'impazienza della compassione, nell'odio mortale contro il dolore in generale, nella quasi femminea incapacità di poter restare a guardare, di poter lasciare che si soffra; unanimi nel forzato offuscamento e infrollimento, alla mercé del quale l'Europa sembra minacciata da un nuovo buddhismo; unanimi nella fede in una morale della pietà comunitaria, come se questa fosse la morale in sé, la vetta ormai raggiunta dagli uomini, l'unica speranza dell'avvenire, il conforto del presente, il grande riscatto di tutte le colpe del passato; tutti quanti unanimi nella fede verso la comunità quale redentrice, dunque, verso l'armento in sé..." (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, trad. it., Milano, Adelphi, 1977, § 202, pp. 100-102).

D

Se scegli questa soluzione, allora sei decisamente andato oltre la posizione di Socrate [Cfr. il Manuale I, pp. 107-113 e Hans Georg Gadamer intervista 17; "La filosofia greca", domanda n. 10] (che, pur sapendosi innocente e ascoltando la voce del suo daimon, modernamente diremmo della sua "coscienza", preferì farsi condannare a morte dal suo Stato) e ti sei avvicinato sia alla tradizione cristiana - o di quelle religioni che non si identificano con il potere politico -, sia anche, in termini laici, ad alcune posizioni di Heidegger e dell'esistenzialismo. In Heidegger [Cfr. il Manuale III, pp. 524-531], infatti, il "Si" (man o individuo inautentico che si comporta conformisticamente, pensa e agisce come fan tutti quelli dell'ambiente a cui appartiene) si risveglia talvolta all'improvviso di fronte a una angosciosa e inarticolata "voce della coscienza", che lo chiama a scegliere sulla base di esigenze emotive profonde e proprie.

"Un'analisi approfondita della coscienza la rivela come una chiamata. Il chiamare è un modo del discorso. La chiamata della coscienza ha il carattere del richiamo dell'Esserci [semplificando: dell'uomo] al suo più proprio poter essere e ciò nel modo del risveglio al suo più proprio essere-in-colpa (...) Alla chiamata della coscienza corrisponde un sentire possibile. La comprensione del richiamo si rivela come un voler-avere-coscienza (...) Inoltre non dobbiamo dimenticare che il discorso, e quindi anche la chiamata, non implicano necessariamente la comunicazione verbale (...). Quando l'interpretazione quotidiana parla di una 'voce' della coscienza non intende alludere a una comunicazione verbale che, difatti, non ha luogo; qui 'voce' significa 'dare a comprendere'. Nello sforzo di aprire, proprio della chiamata, c'è un momento di urto, di brusco risveglio. Chi è chiamato, lo è dalla lontananza" (M. Heidegger, Essere e tempo, Sezione seconda, cap. II, §§. 54-55, trad. it. di P. Chiodi, Milano, Longanesi, 1970, pp. 406-409).

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C'è differenza nell'obbedire allo Stato e nell'obbedire al Partito-Stato (di tipo leninista o staliniano, che si dice rappresentante della Storia o di quella "classe generale" degli sfruttati che abolirà finalmente la divisione della società in classi)? Come è stato inoltre possibile per Heidegger, che pure si era richiamato alla voce autentica della coscienza, proclamarsi un seguace di Hitler, della "voce del padrone" [Cfr. sul problema del nazismo di Heidegger, di Hilary Putnam intervista 31; "La filosofia ha un futuro?", domanda n. 4]? Più in generale, si può dire che le teorie di un filosofo (ma anche di uno scienziato o di un uomo comune) sono modificate dal suo atteggiamento etico-politico? Le idee di Platone, che frequentava i tiranni di Siracusa, sono perciò stesso intrise di autoritarismo [Cfr. sui viaggi in Sicilia di Platone di Margherita Isnardi Parente intervista 20; "Platone politico", domanda n. 3 e 7]? Oppure, la pedagogia di Rousseau [Cfr. il Manuale II, pp. 387-389] è teoricamente meno vera perché ha "predicato bene e razzolato male", mandando i propri figli all'orfanotrofio?