13. CONFLITTI MORALI

Spesso, davanti a decisioni importanti, ti sarai trovato nella situazione in cui scelte opposte ti sembrano ugualmente giuste o ugualmente sbagliate. Comunque consideri la situazione, ti sembra o di oscillare tra stati d'animo contrastanti o di essere giunto a un vicolo cieco, di non possedere, in ogni caso, alcun orientamento in vista di una linea d'azione che sia chiaramente preferibile ad altre [Sulla struttura dell'azione Cfr. Franco Chiereghin intervista 10; "Antropologia ed etica" domande nn. 6 e 7 e Massimo Cacciari intervista 9; "Il libero arbitrio" domande nn. 1 e 2]

 

Alternative

Hai allora dinanzi a te due strade principali: stabilire una gerarchia del bene, un valore o un fine supremo, a cui tutti gli altri si subordinano, considerandolo la stella polare nella "navigazione della vita" (SOLUZIONE A; ); ritenere la maggior parte dei conflitti morali insolubili e, talvolta, persino tragici, nel senso che qualsiasi corso d'azione si segua, si sbaglia (SOLUZIONE B; ).

A

Se scegli questa soluzione, allora entri in una antica e consolidata tradizione, di origine classica, ma ripresa anche dal cristianesimo, che postula l'esistenza del sommo bene, a cui tutti gli altri sono subordinati.

[TESTO Antologico; ]

"Ma ora, Socrate, dici che il bene sia scienza o piacere o qualcosa di diverso? - Oh, caro il mio uomo, replicai, lo sapevo bene, ed era palese da tempo che non ti avrebbe soddisfatto l'opinione degli altri a questo proposito. - Non mi sembra giusto, Socrate, disse, che uno che da tanto tempo si occupa di questi argomenti sappia riportare le opinioni altrui e la propria no. - E ti sembra giusto, feci io, che uno parli delle cose che non sa come se le sapesse? - Come se le sapesse, rispose, no, affatto. È giusto però voler parlare da uomo veramente convinto della sua opinione. - E non ti sei accorto, continuai, che le opinioni non accompagnate dalla scienza sono tutte brutte? Di esse le migliori sono cieche. Ti sembra che coloro che hanno una vera opinione su qualcosa, ma sono sprovvisti di intelletto, presentino qualche differenza da ciechi che camminano dritto per una strada? - Nessuna differenza, rispose. - Vuoi dunque contemplare le cose brutte, cieche e storte, quando ti è possibile sentirne da altri di splendide e belle? - No, per Zeus!, Socrate, fece Glaucone, non ritirarti come se fossi alla fine. Noi ci sentiremmo soddisfatti se tratterai del bene allo stesso modo con cui hai trattato della giustizia, della temperanza e delle altre virtù. - Anch'io, risposi, mio caro amico, ne sarò molto soddisfatto, ma temo che non ci riuscirò e che, pur mettendocela tutta, farò una brutta figura e mi esporrò allo scherno. Su, benedetti amici, lasciamo stare per il momento che cosa sia mai il bene in sé: mi sembra una cosa troppo alta perché possiamo raggiungere ora, con lo slancio presente, il concetto che ne ho io. Invece voglio dire, se ne siete convinti pure voi, quello che sembra la prole del bene, cui molto somiglia. Se però non ne siete contenti, lasciamolo perdere. - Su, dillo!, fece. Pagherai il tuo debito un'altra volta, spiegandoci che cosa è il padre. - Vorrei poter pagarvelo, risposi, e che voi poteste riscuoterlo tutto, anziché, come adesso, i soli frutti. Prendete dunque questo frutto e la prole del bene in sé. State però attenti che, senza volere, in qualche modo non vi imbrogli, rendendovi falsificato il computo del frutto. - Staremo attenti, rispose, come potremo. Ma tu limitati a parlare. - Lo farò, dissi, soltanto quando mi sarò messo d'accordo con voi e vi avrò fatto ricordare quello che s'è detto prima e quello che già s'è detto più volte in altre occasioni. - Che cosa?, chiese. - Noi affermiamo che ci sono molte cose belle, e belle le definiamo col nostro discorso; e diciamo che ci sono molte cose buone e così via. - Lo affermiamo. - È così. - E diciamo che quelle molte cose se vedono, ma non si colgono con l'intelletto, e che le idee invece si colgono con l'intelletto, ma non si vedono. - Senza dubbio. - Ora, qual è in noi l'organo che ci fa vedere le cose visibili? - La vista, rispose. - E, continuai, non è l'udito che ci fa udire le cose udibili? e non sono gli altri sensi a farci sentire tutte le cose sensibili? - Sicuramente. - Ora, hai riflettuto, feci io, quanto maggiore pregio l'artefice dei sensi abbia voluto conferire a quello di vedere e di essere visti? - No proprio, rispose. - Ma esamina la cosa in questo modo. L'udito e la voce richiedono il concorso di un elemento diverso il primo per udire, la seconda per essere udita? - Non richiedono il concorso di nulla, rispose. - E, credo, feci io, nemmeno molte altre facoltà, per non dire nessuna, richiedono alcunché di simile. O puoi citarne qualcuna? - Io no, rispose. Ma non pensi che lo richiede la facoltà della vista e del visibile? - Come? - Ammettiamo che negli occhi abbia sede la vista e che chi la possiede comincia servirsene, e che in essi si trovi il colore. Ma se non è presente un terzo elemento, che la natura riserva proprio a questo compito, tu ti rendi conto che la vista non vedrà nulla e che i colori resteranno invisibili. - Qual è questo elemento di cui parli? - Quello, risposi, che tu chiami luce. - Dici la verità, ammise. - Di una specie non insignificante sono dunque il senso della vista e la facoltà di essere veduti, se sono stati congiunti con un legame più prezioso di quello che tiene insieme le altre combinazioni, a meno che non sia cosa spregevole la luce. - Spregevole?, disse. Tutt'altro! - A quale dunque fra gli dei del cielo puoi attribuire questo potere? un dio la cui luce permette alla nostra vista di vedere nel miglior modo e alle cose visibili di farsi vedere? - Quello, rispose, che tu e gli altri riconoscete: è chiaro che la tua domanda si riferisce al sole. - Ora il rapporto tra la vista e questo dio non è per natura così? - Come? - La vista, né come facoltà in se stessa né come organo in cui ha sede e che chiamiamo occhio, non è il sole. - No, certamente. - Eppure, a mio parere, tra gli organi dei sensi è quello che più ricorda nell'aspetto il sole. - Sì, certo. - E la facoltà di cui dispone non l'ha perché dispensata dal sole, come un fluido che filtra in essa? - Senza dubbio. - E non è vero anche che il sole non è la vista, ma, essendone causa, è da essa stessa veduto? - È così, ammise. - Puoi dire dunque, feci io, che io chiamo il sole prole del bene, generato dal bene a propria immagine. Ciò che nel mondo intelligibile il bene è rispetto all'intelletto e agli oggetti intelligibili, nel mondo visibile è il sole rispetto alla vista e agli oggetti visibili. - Come?, fece, ripetimelo. - Non sai, ripresi, che gli occhi, quando uno non li volge più agli oggetti rischiarati nei loro colori dalla luce diurna, ma a quelli rischiarati dai lumi notturni, si offuscano e sembrano quasi ciechi, come se non fosse nitida in loro la vista? - Certamente, rispose. - Ma quando, credo, uno li volge agli oggetti illuminati dal sole, vedono distintamente e la vista, che ha sede in questi occhi medesimi, appare nitida. - Sicuro! - Allo stesso modo considera anche il caso dell'anima, così come ti dico. Quando essa si fissa saldamente su ciò che è illuminato dalla verità e dall'essere, ecco che lo coglie e lo conosce, ed è evidente la sua intelligenza; quando invece si fissa su ciò che è misto di tenebra e che nasce e perisce, allora essa non ha che opinioni e s'offusca, rivolta in su e in giù, mutandole, le sue opinioni e rassomiglia a persona senza intelletto. - Le somiglia proprio. - Ora, questo elemento che agli oggetti conosciuti conferisce la verità e a chi conosce dà la facoltà di conoscere, dì pure che è l'idea del bene, e devi pensarla causa della scienza e della verità, in quanto conosciute. Ma per belle che siano ambedue, conoscenza e verità, avrai ragione se riterrai che diverso e ancora più bello di loro sia quell'elemento. E come in quell'altro ambito è giusto giudicare simili al sole la luce e la vista, ma non ritenerle il sole, così anche in questo è giusto giudicare simili al bene ambedue questi valori, la scienza e la verità, ma non ritenere il bene l'una o l'altra delle due. La condizione del bene dev'essere tenuta in pregio ancora maggiore. - Straordinaria deve essere, rispose, la bellezza che gli attribuisci, se è il bene a conferire scienza e verità e se le supera in bellezza; perché dicendo bene non intendi riferirti al piacere. - Zitto, feci io; continua piuttosto a esaminare la sua immagine, così. - Come? - Dirai, credo, che agli oggetti visibili il sole conferisce non solo la facoltà di essere visti, ma anche la generazione, la crescita e il nutrimento, pur senza essere esso stesso generazione. - E come potrebbe esserlo? - Puoi dire dunque che anche gli oggetti conoscibili non solo ricevono dal bene la proprietà di essere conosciuti, ma ne ottengono ancora l'esistenza e l'essenza, anche se il bene non è essenza, ma qualcosa che per dignità e potenza trascende l'essenza" (Platone, Repubblica, VI, 507b-509b, trad. it. Bari Laterza, 1984, pp. 221-224).

Ma in che cosa consiste tale sommo bene? A questo proposito, nel mondo antico le teorie divergono per molti aspetti, ma su uno sono generalmente concordi: il sommo bene è ciò che maggiormente è degno di essere cercato, in quanto ci soddisfa [Cfr. di Emilio Lledo' intervista 24; Parole chiave della filosofia greca domanda n. 2 e 3]. Per l'Aristotele, Etica Nicomachea, esso è rappresentato dalla felicità, distinta dal semplice piacere - ed è questa a costituire, eticamente, la nostra stella polare [Cfr. il Manuale I, pp. 206-207 e la Questi; one; n. 21; ], in qualsiasi forma si presenti.

"Quanto al nome d'esso, la maggior parte è pressoché d'accordo: felicità lo chiamano sia la moltitudine sia le persone raffinate, le quali suppongono che l'essere felici consista nel vivere bene e nell'aver successo; ma intorno all'essenza della felicità sono in discordia e qui la moltitudine giudica non nella stessa maniera che i saggi. Gli uni la ritengono una cosa visibile e che appaia esteriormente, come il piacere o la ricchezza o l'onore, altri un'altra cosa, e spesso anche la stessa persona ritiene che ora una cosa, ora un'altra (ad esempio quando è malato la salute, quand'è povero la ricchezza), chi invece è conscio della propria ignoranza ascolta con meraviglia chi dice tali cose grandi e superiori a lui; alcuni invece pensano che accanto a questi beni ve ne sia uno che esiste per sé, il quale è pure per tutti i beni la causa stessa che li fa esser beni" (Aristotele, Etica Nicomachea, I, 4, 1095 a, in Opere, Bari, Laterza, 1973, vol. 7, p.6).

"Cos'è dunque questo bene, di cui noi siamo partecipi? Giacché è questo bene che noi andiamo cercando. E' probabile che quelli che si rifiutano di ammettere che sia un bene ciò a cui tutti gli esseri aspirano, non dicano una cosa sensata. Noi infatti ammettiamo che le cose siano come tutti credono e chi elimini una tal fiducia non dirà affatto qualcosa di più credibile. Se infatti soltanto gli esseri privi di ragione desiderassero il piacere, avrebbe senso questo ragionamento, ma dal momento che lo desiderano anche gli esseri dotati di ragione, che valore esso può avere? Anzi forse anche negli esseri inferiori v'è un impulso naturale al bene più forte della loro stessa natura, che aspira al bene che è loro proprio" (Aristotele, Etica Nicomachea, X, 2, 1172 b-1173 a, in Opere, vol. 7, Bari, Laterza, 1973, p. 249)].

La felicità offerta dal pensiero, dalla contemplazione e dalla filosofia è la più alta e intensa perché attiva la facoltà specifica dell'uomo, quella che lo rende diverso da tutti gli altri animali: la ragione. Il che mostra come, in gran parte della filosofia greca e romana, la conoscenza costituisse uno scopo solo in quanto fonte di felicità. [Cfr. di Giovanni REALE Intervista 32; "Messaggi del pensiero antico per l'uomo d'oggi", Domanda n. 5.]

In un'ottica in parte analoga, anche per i cristiani il sommo bene è dato dalla felicità, con la differenza radicale per cui essa viene impersonata da Dio, il quale ci offrirà la vita eterna (oggetto del nostro desiderio) in un "regno che non è di questo mondo", laddove sperimenteremo una beatitudine per noi attualmente inconcepibile. Sant'Agostino, nella Città di Dio, e San Tommaso d'Aquino, nel De malo, hanno scritto su questi temi molte pagine memorabili [Su Agostino Cfr. il Manuale I, pp. 332-333 e su Tommaso Cfr. il Manuale I, pp. 395-397]. La posizione cristiana si differenzia, tuttavia, da quella di Spinoza, in quanto per lui non è necessaria alcuna sofferenza o rinuncia preliminare per essere felici. Noi possiamo infatti esserlo non "perché reprimiamo le nostre voglie": al contrario "possiamo reprimere le nostre voglie perché siamo felici" [Cfr. Cfr. il Manuale II, pp. 228-233 e Remo Bodei intervista 6; "L'etica di Spinoza", domande nn. 2 e 4].

B

Aderisci idealmente a quella tradizione di pensiero già inaugurata dalle opere dei grandi tragici greci e che per lungo tempo la filosofia ha cercato di esorcizzare sia attraverso la dottrina del "sommo bene", sia attraverso l'ideale di felicità o di serenità ad esso collegato. Si prenda, ad esempio, il caso dell'Antigone di Sofocle, in cui domina il conflitto insoluto e insolubile tra Antigone, che seguendo le "leggi non scritte" dei morti e degli dèi - dà sepoltura al proprio fratello, divenuto nemico della propria patria, e Creonte, il quale - come rappresentante della nuova etica della Città, che pone i valori politici più in alto di quelli di sangue - rifiuta al ribelle il riconoscimento della sepoltura. Sei anche all'interno della lunga catena di riflessioni sulla collisio officiorum (ossia sul conflitto di doveri, per cui se sei giusto non puoi, diversamente dal Dio cristiano, essere generalmente anche misericordioso) e sulla lotta tra valori (per cui, come mostrano diversi esempi della storia contemporanea, la ricerca di una maggiore giustizia sociale produce spesso minore libertà e il perseguimento di una maggiore libertà individuale favorisce la crescita della diseguaglianza fra gli uomini).

Sotto questo profilo, tanto l'etica, quanto la politica, si dimostrano difficili o aporetiche (ossia, etimologicamente, senza vie d'uscita), come indicano Pascal (teorico di una "scommessa" che va al di là dell'esistenza o meno di Dio e coinvolge ogni scelta morale) [Cfr. il Manuale II, pp. 197-199] o Max Weber [Cfr. il Manuale III, pp. 376-377].