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12. SUICIDIO E LIBERTA PERSONALE
Senza augurarti mai di venire catturato da nemici dello Stato a cui appartieni o da bande di delinquenti senza scrupoli, ammetti tuttavia per un istante di venir sottoposto a tortura. Piuttosto che parlare o perdere la tua dignità, sapendo di non poter resistere oltre una certa soglia di dolore, saresti pronto a darti la morte?
Alternative
Sei dell'idea che è giusto sottrarsi, in casi estremi, alla volontà prevaricatrice di un potere politico o religioso illegittimo e violento mediante il suicidio (SOLUZIONE A ; )?
Oppure sei dell'idea che non ci si debba in alcun caso togliere la vita (SOLUZIONE B; )?
A
Se scegli la prima soluzione, allora la tua posizione è filosoficamente prossima a quella dello stoicismo, soprattutto romano, il quale vede nel suicidio un consapevole e grandioso atto, che testimonia il rifiuto della servitù e di una vita governata dalla paura [Cfr. il Manuale I, pp. 244-246 e il Manuale/I testi, I, pp. 245-247 e pp. 287-290].
"Non consoleremo una prigionia tanto triste, non esorteremo ad accettare il dominio dei carnefici: mostreremo una strada di libertà aperta a tutti gli schiavi. Se l'animo è malato e miserabile, a causa della sua sofferenza, gli è possibile farla finita con se stesso e il suo dolore. Dirò, sia a colui che si è imbattuto in un re che prendeva di mira con le sue frecce i petti degli amici, sia a colui il cui padrone sazia i padri con i visceri dei suoi figli: 'Di che gemi, pazzo? Perché aspetti che qualche nemico venga a liberarti, distruggendo il tuo popolo, o che un re potente accorra da terre lontane? Da qualunque parte guardi, c'è la fine dei tuoi mali. Vedi quel precipizio? Da quello, si scende alla libertà. Vedi quel mare, quel fiume, quel pozzo? La libertà siede là, sul fondo. Vedi quell'albero basso, rinsecchito, malaugurato? La libertà è appesa a quello. Vedi il tuo collo, la tua gola, il tuo cuore? Sono vie di scampo alla servitù. Ti mostro forse uscite troppo laboriose e che richiedono molto coraggio e molta forza fisica? Chiedi qual è il sentiero della libertà? Qualunque vena del tuo corpo (Seneca, Dell'ira, XV, 3-4, in Dialoghi, a cura di A. Marastoni, Milano, Rusconi, 1973, pp. 241-242).
[TESTO Antologico 1; ]
"LXII. Seneca, impavido, chiese che gli portassero le tavole del testamento e, poiché il centurione rifiutò, si volse agli amici dichiarando che, dal momento che gli si impediva di dimostrare la sua gratitudine, lasciava a loro la sola cosa che possedeva e la più bella, l'esempio della sua vita. Se avessero di questa conservato ricordo, avrebbero conseguito la gloria della virtù come compenso di amicizia fedele. Frenava, intanto, le lacrime dei presenti, ora col semplice ragionamento, ora parlando con maggiore energia e, richiamando gli amici alla fortezza dell'animo, chiedeva loro dove fossero i precetti della saggezza, e dove quelle meditazioni che la ragione aveva dettato per tanti anni contro le fatalità della sorte. A chi mai, infatti, era stata ignota la ferocia di Nerone? Non gli rimaneva ormai più, dopo aver ucciso madre e fratello, che aggiungere l'assassinio del suo educatore e maestro.
LXIII. Come ebbe rivolto a tutti queste parole ed altre dello stesso tenore, abbracciò la moglie e, un po' commosso dinanzi alla sorte che in quel momento si compiva, la pregò e la scongiurò di placare il suo dolore e di non lasciarsi per l'avvenire abbattere da esso, ma di trovare nel ricordo della sua vita virtuosa dignitoso aiuto a sopportare l'accorato rimpianto del marito perduto. La moglie dichiarò, invece, che anche a lei era destinata la morte, e chiese la mano del carnefice. Allora Seneca, sia che non volesse opporsi alla gloria della moglie, sia che fosse mosso dal timore di lasciare esposta alle offese di Nerone colei che era unicamente diletta al suo cuore: "Io ti avevo mostrato", disse "come alleviare il dolore della tua vita, tu, invece, hai preferito l'onore della morte: non sarò io a distoglierti dall'offrire un tale esempio. Il coraggio di questa fine intrepida sarà uguale per me e per te, ma lo splendore della fama sarà maggiore nella tua morte". Dette queste parole, da un solo colpo ebbero recise le vene del braccio. Seneca, poiché il suo corpo vecchio ed indebolito dal poco cibo offriva una lenta uscita al sangue, si recise anche le vene delle gambe e delle ginocchia, ed abbattuto da crudeli sofferenze, per non fiaccare il coraggio della moglie, e per non essere trascinato egli stesso a cedere di fronte ai tormenti di lei, la indusse a passare in un'altra stanza. Anche negli estremi momenti, non essendogli venuta meno l'eloquenza, chiamati gli scrivani, dettò molte pagine, che testualmente divulgate tralascio di riferire con altre parole" (Tacito, Annali, XV, 62-63, Milano, Rizzoli, pp. 426-427).
Oppure potresti capire, se non condividere, l'atto del filosofo illuminista Condorcet, considerato un ottimistico fautore del "progresso" [Cfr. il Manuale, II, p. 376] che, a quanto pare - incarcerato durante la fase del Terrore della Rivoluzione francese -, preferì avvelenarsi in prigione piuttosto che essere processato da un potere che di cui non riconosceva la legittimità e tradire eventualmente gli amici.
Potresti, infine, se ponessi l'accento sulla volontà e la decisione, essere prossimo alle posizioni di Nietzsche [Cfr. il Manuale III, pp. 336-338 e 341-342].
[TESTO Antologico 2; ]
"Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora suona insolita questa dottrina: Muori al momento giusto!
Muori al momento giusto: Così insegna Zarathustra.
Certo, colui che mai vive al momento giusto, come potrebbe morire al momento giusto? Non fosse mai nato! - Questo consiglio io do ai superflui.
Ma anche i superflui si danno grande importanza quando muoiono, e anche la più vuota delle noci vuol essere schiacciata.
Per tutti, morire è una cosa importante: ma la morte non è ancora una festa. Gli uomini non hanno ancora imparato come si consacrano le feste più belle.
Io vi mostro la morte come adempimento, la morte che per i vivi diventa uno stimolo e una promessa.
Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso, circondato dalla speranza e dalle promesse di altri.
Così si dovrebbe imparare a morire: e non vi dovrebbe essere festa alcuna, senza che un tal morente non consacrasse i giuramenti dei vivi!
Questa è la morte migliore; quindi viene: morire in battaglia e profondere un'anima grande.
Ma la vostra morte ghignante, che si avvicina furtiva come un ladro, e tuttavia viene come una padrona, - è odiosa tanto al combattente quanto al vincitore.
Vi faccio l'elogio della mia morte, la libera morte, che viene a me, perché io voglio.
E quando vorrò? - Colui che ha una meta e un erede, vuole la morte al momento giusto, per la sua meta, il suo erede.
Mosso dal venerante rispetto per la sua meta e il suo erede, egli non appenderà più corone rinsecchite nel santuario della vita.
In verità, non voglio fare come i funaioli, che tirano in lungo la corda e intanto vanno sempre più indietro.
Certi invecchiano troppo, anche per le proprie verità e vittorie; una bocca sdentata non ha più diritto a ogni verità.
E chiunque vuole avere la gloria, deve prender per tempo congedo dagli onori e applicare l'arte difficile di andar via al momento giusto.
Proprio quando si è più saporosi, bisogna smettere di lasciarsi mangiare: ciò sanno coloro che vogliono essere amati a lungo.
Certo, vi sono mele acerbe, la cui sorte è di attendere fino all'ultimo giorno d'autunno: esse diventano al tempo stesso mature, gialle e grinzose.
In alcuni è il cuore che invecchia per primo, in altri la mente. E certi sono vecchi da giovani: ma una tarda giovinezza è lunga giovinezza.
Per molti la vita è un fallimento: un verme velenoso li rode nel cuore. Proprio per questo dovrebbero fare in modo di riuscire tanto meglio a morire.
Altri non diventano mai dolci, già destate marciscono. La viltà li tiene attaccati al ramo.
Fin troppi vivono, e troppo a lungo restano appesi ai loro rami. Venisse una tempesta a scuotere giù dall'albero tutti questi marci e bacati!
Venissero predicatori della rapida morte! Questi sarebbero per me le tempeste squassanti, che devono investire gli alberi della vita! Ma io sento predicare solamente la lenta morte e la pazienza per tutte le cose terrene.
Voi predicate la pazienza per le cose terrene? Ma sono le cose terrene ad avere troppa pazienza con voi, detrattori!
Davvero troppo presto morì quell'Ebreo, che i predicatori della lenta morte onorano: e per molti da allora è stata una disgrazia che egli morisse troppo presto.
Non conosceva che le lacrime e la melanconia dell'Ebreo, insieme all'odio dei buoni e giusti - l'Ebreo Gesù: ed ecco lo assalse il desiderio di morire.
Fosse rimasto nel deserto e lontano dai buoni e giusti! Forse avrebbe imparato a vivere e ad amare la vita - e anche a ridere.
Credetemi fratelli! Egli morì troppo presto; egli stesso avrebbe ritrattato la sua dottrina, fosse giunto alla mia età! Egli era tanto nobile da ritrattare!
Ma era ancora immaturo. Il giovinetto è immaturo nel suo amore, e immaturo, odia gli uomini e la terra. L'animo e le ali dello spirito sono in lui ancora grevi e impacciati.
Ma è più bambino nell'uomo che nel giovinetto, e meno melanconia: egli si intende meglio di morte e di vita.
Il vostro morire non sia una calunnia contro gli uomini e la terra, amici: questo io pretendo dal miele della vostra anima.
Nel vostro morire deve ardere ancora il vostro spirito e la vostra virtù, come un vespero sulla terra: altrimenti il morire vi è riuscito male.
Così voglio morire anche io, affinché voi, amici, amiate la terra ancor più, per amor mio; e voglio tornare a essere terra, per aver pace in colei che mi ha generato.
Davvero, una meta aveva Zarathustra, egli ha gettato la sua palla: ora siete voi, amici, a voi getto la palla d'oro.
Ciò che più volentieri contemplo, è vedervi gettare la palla d'oro, amici miei! Per questo mi trattengo ancora un po' sulla terra: perdonatemelo!
Così parlò Zarathustra".
(Della libera morte, in F: Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Milano, Adelphi, 1976, pp. 84-87).]]
B
Se sei dell'idea che non ci si deve uccidere in nessun caso, ti trovi, filosoficamente, in compagnia di Platone o, da un punto di vista religioso, di Agostino (Cfr. la Questi; one n. 7; )
"Ma chi uccide la cosa che gli è più propria, la cosa che, si dice comunemente, gli è più cara? Che cosa dovrà patire? E intendo chi se stesso uccide, sottraendosi con violenza al destino che gli è assegnato; chi compie tale delitto, senza che la Città lo abbia condannato a morire, senz'esser costretto da qualche caso inevitabile e angoscioso; senz'esser stato colpito da qualche ignominia che non ha rimedio e tale che renda impossibile la vita; chi per inerzia e viltà e debolezza impone a se stesso ingiusta sentenza. Certo Iddio conosce la procedura per la purificazione e per la sepoltura di costui. A questo proposito, gli interpreti e le leggi, a ciò relative, saranno interrogate a cura dei parenti più vicini che dovranno comportarsi secondo le date istruzioni. In quanto alla sepoltura di chi si è in tal modo distrutto, sarà, intanto, isolata e non ci sarà nessuna altra tomba vicina; in secondo luogo (...), in quei posti che non sono lavorati; senza nome e senza pompa si dovrà seppellir lo sciagurato, senza lapidi e senza iscrizioni che ne distinguano la fossa" (Platone, Leggi, libro IX, 873, C -D, trad. it. in I dialoghi, Milano, Rizzoli, 1962, vol. III, p.573).
Per quanto riguarda Agostino, agli eroi romani che per orgoglio o per vergogna si suicidano, egli antepone nettamente l'esempio di Attilio Regolo, che - per mantenere la parola data - preferì un'atroce tortura a un più dolce suicidio.
In questo si mostra superiore a Catone Uticense, esaltato invece da Dante come campione pagano di moralità, il quale - avendo visto svanire i propri ideali repubblicani di libertà a causa della vittoria di Cesare - si dà la morte dopo aver letto, per consolarsi, il Fedone, il dialogo platonico sull'immortalità dell'anima. Si può dire, in termini più laici, che credi, in generale - con Spinoza - che l'uomo debba tendere all'autoconservazione e che, in particolare, la filosofia è "meditazione della vita, non della morte" (non mortis, sed vitae meditatio) [Cfr. di Remo Bodei intervista 6 ; "L'etica di Spinoza", Domanda n. 5]
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Esiste, a tuo parere, una differenza tra il suicidio per motivi eticamente meno personali (e forse più 'nobili') e quello che si compie per sfuggire alle sofferenze di una malattia incurabile? Come giudichi poi il gesto di Giuda (Cfr. il Vangelo secondo Matteo, 27, 1-9) che si impicca dopo aver tradito Cristo, adempiendo però una lontana profezia che rende necessario il tradimento perché vi sia la redenzione di tutti gli uomini? E' dunque Giuda l'Impiccato lo strumento necessario del Crocefisso? Infine, trovi qualcosa di triste e di patologico nel cupio dissolvi, nel desiderio di auto-distruzione, o nel nichilismo di qualcuno che conosci? |