11. POVERTA’ E OSSERVANZA DELLE NORME MORALI

Nel monumentale romanzo di Victor Hugo I miserabili, Jean Valjean, un ex-galeotto, ruba per necessità dei candelabri d'argento al Vescovo di Digne, mostrandosi però ingrato proprio nei confronti di chi lo aveva accolto e aiutato. Pensi che, in una società divisa in classi, la povertà o il bisogno estremo giustifichino in generale il furto? [Cfr. Domenico Losurdo intervista 25; "Totalitarismo e liberalismo" domanda n. 8] Più in generale, ritieni che le nostre norme e la nostra sensibilità morale siano condizionate dall'appartenenza ad un determinato ceto o fascia di reddito o che chiunque possa giungere a condividere criteri comuni di comportamento?

 

Alternative

Pensi che la nostra collocazione sociale definisca e determini sostanzialmente le nostre idee e condotte morali (SOLUZIONE A; )? O sei invece convinto che, pur concedendo delle attenuanti generiche, le leggi e le norme etiche valgano ugualmente per gli appartenenti a qualsiasi condizione economica, a qualsiasi classe e in qualsiasi circostanza (SOLUZIONE B; )?

A

Scegliendo la prima soluzione potresti trovarti - per alcuni riguardi - nel solco del marxismo, il quale ha tuttavia avuto una sua complessa e variegata evoluzione. Il giovane Marx e il giovane Engels, ad esempio, negavano l'etica del sacrificio e affermavano esplicitamente che i "comunisti" non difendono né l'egoismo contro l'altruismo, né l'altruismo contro l'egoismo.

"I comunisti non predicano in assoluto nessuna morale (...) non pongono agli uomini l'esigenza morale: amatevi l'un l'altro, non siate egoisti ecc.; essi sanno al contrario molto bene che l'egoismo, al pari del sacrificio, è, sotto determinati rapporti, una forma necessaria di prevaricazione sugli individui" (K. Marx - F. Engels, in Marx-Engels, Werke (= MEW), Berlin, Dietz, 1953 sgg., vol. 3, Die Deutsche Ideologie, p. 229).

Eppure il giovane Marx aveva avvertito come un "imperativo categorico" quello di "rovesciare tutti i rapporti in cui l'uomo è un essere umiliato, asservito, abbandonato e disprezzato" (K. Marx, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung, in MEW, cit., vol. I, p. 385).

Anche più tardi, nel Capitale, Marx elaborerà una teoria del "plusvalore", che mostrerà come lo sfruttamento del lavoro umano nelle società di classe produca anche una forma di ingiustizia che non potrà essere tollerata a lungo e che genererà la ribellione contro l'assetto politico-sociale esistente [Per il concetto di plusvalore e i rapporti fra economia ed etica nel comunismo Cfr. il Manuale III, pp. 236-239 e il Manuale / I testi, III, pp. 208-211. Cfr. inoltre Jacques D'Hondt intervista 15; "Marx" domanda n. 8].

Con lo Engels della piena maturità, l'etica del sacrificio, in precedenza negata, diventa di nuovo necessaria. Lo sviluppo dell'individualità è rinviato alla società senza classi, quando si potrà finalmente assistere alla crescita lussureggiante delle facoltà umane, che sono marxianamente fine a se stesse e ci si accorgerà che il comunismo non è l'eguaglianza come appiattimento delle capacità dei singoli, ma l'estrema differenziazione: sono state piuttosto le società di classe a livellare gli uomini nell'utilizzazione delle loro disposizioni; sono stati il bisogno, lo sfruttamento, la divisione esasperata del lavoro a comprimere le diversità latenti, a ingabbiarle entro schemi rigidi di umanità. Nell'Antidühring Engels ha presenta così una versione dell'etica che rimarrà a lungo canonica, introducendo una morale proletaria in contrapposizione al precedente rifiuto di ogni morale. Dichiara dunque Engels che le idee del bene e del male mutano storicamente e geograficamente, in maniera tale da giungere a contraddirsi. Di conseguenza, la morale non poggia su se stessa, ma dipende dai rapporti pratici, di classe e, più precisamente, dai rapporti economici. Nessuna morale è di per sé migliore di un'altra. In quanto più duratura (giacché "nel presente rappresenta il rovesciamento del presente, il futuro"), la morale proletaria è tuttavia superiore sia a quella borghese che a quella aristocratica. La vera morale è possibile unicamente in una società senza classi, in cui siano venute meno le ragioni del conflitto, il che significa anche, indirettamente, che si potrà condannare - senza ipocrisia - il furto del 'miserabile' quando scomparirà anche quello 'legale' del plus-valore e quando si giungerà a una società non più divisa in classi.

"Noi respingiamo ogni pretesa di imporci una qualsiasi dogmatica morale come legge etica eterna, definitiva, immutabile nell'avvenire, col pretesto che anche il mondo morale abbia i suoi princìpi permanenti, che stanno al di sopra della storia e delle differenze tra i popoli. Affermiamo per contro, che ogni teoria morale sinora esistita è, in ultima analisi, il risultato della condizione economica della società del tempo. E come la società si è mossa sinora sul piano degli antagonismi di classe, così la morale è sempre stata una morale di classe; o ha giustificato il dominio e gli interessi della classe dominante, o, divenuta la classe oppressa sufficientemente forte, ha rappresentato la rivolta contro questo dominio e gli interessi futuri degli oppressi (...) Ma non abbiamo ancora superato la morale di classe. Una morale che superi gli antagonismi delle classi e le loro sopravvivenze nel pensiero, una morale veramente umana è possibile solo a un livello sociale in cui gli antagonismi delle classi non solo siano superati, ma siano anche dimenticati per la prassi della vita" (F. Engels, Antidühring, in MEW, cit., vol. 20, p.88, trad. it. Antidühring, Roma, Editori Riuniti, 1955, p.106).

L'impostazione engelsiana soffre però di una antinomia ben nota nella storia dell'etica: da un lato si riconosce che le norme sono relative al tempo e allo spazio, mutevoli e instabili; dall'altro questa consapevolezza non può essere spinta all'estremo o diffusa socialmente oltre un certo limite senza condurre a esiti nichilistici, scettici o paralizzanti. Per essere osservate le norme richiedono sanzioni, crismi di stabilità, fiducia nel loro valore non effimero e, per certi versi, universale. Dal punto di vista delle etiche di valore universale, la tradizione del marxismo, sostenendo la necessità di un'etica parziale (proletaria, di classe) che diventerà universale allorché tutte le classi saranno state effettivamente abolite, si distingue da altre posizioni in cui le etiche parziali intendono rimanere tali per sempre. Quest'ultimo è il caso delle etiche che negano un rapporto paritario tra gli uomini e stabiliscono regole differenziate di condotta nei rapporti tra "noi" e "gli altri", gli "amici" e i "nemici". Insistono cioè sulla separazione del genere umano in padroni e schiavi, civilizzati e barbari, veri credenti e infedeli, razza eletta e popoli inferiori (le società di casta, dove l'Homo hierarchicus si sostituisce all'homo aequalis delle democrazie; il nazionalsocialismo può esserne una illustrazione perspicua). Le seconde sono quelle che presuppongono l'unità del genere umano o addirittura, come in Kant, di tutti gli esseri razionali. L'etica del marxismo - e soprattutto quella del 'marxismo-leninismo' - si trova nella prima scomoda e contraddittoria condizione di dover essere, per un lungo e indeterminato periodo, un'etica parziale che un giorno diventerà universale.

B

Se preferisci questa soluzione, ti rendi intanto conto delle conseguenze talvolta tragiche a cui conduce. Essere inesorabili per poter essere pietosi, servirsi della violenza per sopprimere ogni violenza, opporre duramente gli interessi e i valori della propria classe per poterli in seguito abolire può portare verosimilmente solo a una crescita della sofferenza generale senza che vi siano dei vantaggi per la collettività o per l'umanità nel suo complesso. La morale di classe diventa una rigida morale provvisoria in cammino verso una morale definitiva e universale, una morale di guerra che tende quasi spontaneamente a privilegiare (come in ogni massa organizzata, quale l'esercito o la Chiesa) il momento gerarchico e i valori collettivi a scapito dei diritti e degli interessi dei singoli.

In positivo, ritieni comunque che sia possibile costruire un'etica su basi "universalistiche" (Cfr. Questi; one n. 10; ). E in ciò devi riconoscere, come capostipite di tale tendenza, Platone che aveva dovuto far fronte al relativismo dei sofisti o di Erodoto [Su Platone Cfr. il Manuale I, pp. 125-12; sui Sofisti e Erodoto Cfr. il Manuale I, pp. 81-83 e Hans Georg Gadamer intervista 17; "La filosofia greca" domanda n. 1. Nel Menone, egli presentata infatti una scena famosa - e assai fraintesa - in cui Socrate insegna a un giovane schiavo il modo con cui può autonomamente arrivare alla dimostrazione di un teorema matematico. Si tratta, semplificando, di dimostrare un problema relativo alla duplicazione del quadrato (ma, per quel che ci riguarda, riferibile al più noto teorema di Pitagora, ossia, forzando un poco, al fatto che il quadrato costruito sulla diagonale di un quadrato ha una superficie doppia rispetto al quadrato costruito su uno dei lati). Per inciso, vi è tutta la finezza di Platone, in un dialogo che tratta dell'insegnabilità della virtù, nel far riferimento al quadrato, visto che tetragonos significa in greco "virtuoso" (e dunque la dimostrazione mira, in ultima istanza, all'universalità delle leggi morali).

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Come discutere, in termini morali, con chi non cerca di convincere o di essere convinto? Come comportarsi verso quanti pretendono che la loro condizione di bisogno legittimi l'inosservanza delle norme morali e delle leggi in campo giuridico?