10. TOLLERANZA E MULTICULTURALISMO

Conosci un ragazzo o una ragazza africani che vivono nel nostro paese e che chiedono (soprattutto se ne hanno conseguito la cittadinanza), di essere aiutati a ottenere non soltanto i diritti degli altri italiani, ma anche il riconoscimento e la promozione della propria specifica identità e cultura d'origine. Esistono tuttavia dei conflitti oggettivi tra le leggi, le abitudini e le credenze delle loro nazioni di provenienza e quelle della nostra. Ad esempio, è giusto che lo Stato finanzi l'insegnamento del "Corano" o tolleri che le donne si coprano il viso sino agli occhi ? Oppure, per arrivare a casi estremi e al limite del paradosso, che dia a un marito di fede musulmana gli assegni familiari per tre mogli? O, ancora, che paghi le spese ospedaliere per operazioni 'barbariche' come l'infibulazione, che impedisce alle donne non sposate di avere rapporti sessuali ?

 

Alternative

Dinanzi agli inaggirabili problemi che si presentano come ritieni che ci si debba comportare? Facendo prevalere i valori tolleranza e dell'umanità, accogliendoli cioè come fratelli, rispettandone le idee e i costumi, premendo sull'opinione pubblica affinché lo Stato offra garanzie giuridiche alla loro richiesta di conservazione dell'identità (SOLUZIONE A )? Chiedendo al contrario che chi viene a vivere in un paese per lui dapprima straniero si adatti semplicemente alle leggi e alle usanze del paese che lo ospita (SOLUZIONE B )?

A

Se sei tentato di rispondere nel senso di questa soluzione, significa che dai un profondo significato al valore della solidarietà e agli ideali "universalistici", ossia quelli che considerano l'umanità nel suo complesso come un'unica famiglia, in cui la divisione in popoli, razze, lingue e sessi non rivestono un peso determinante. Forse ti ricordi anche di come gli Italiani siano stati una volta un popolo di emigranti o di come l'Occidente sia stato responsabile della distruzione e dello sradicamento di molte altre culture del pianeta. Vorresti dunque venire incontro alle esigenze degli immigrati che, proprio per non perdere se stessi nel mare ancora in parte sconosciuto di una civiltà estranea, accentuano magari le loro particolarità sino al punto che anche tu - forse - non condividi certi atteggiamenti e certe pratiche. Quasi sicuramente sarai contrario o contraria all'infibulazione, così come è probabile che disapprovi (su un altro terreno) il rifiuto delle trasfusioni di sangue sostenuto dai Testimoni di Geova. Ma se, poniamo, una ragazza africana desidera che le venga praticata l'infibulazione - perché altrimenti difficilmente troverebbe marito tra quelli della sua gente e ha minori possibilità di sposarsi con qualcuno non appartenente al suo gruppo -, tu come giudicheresti la sua richiesta ?

B

Se pensi che debba prevalere l'atteggiamento indicato con questa soluzione, vuol dire forse: 1) che attribuisci importanza alla coesione dei costumi e delle leggi della comunità in cui vivi e temi il caos che deriverebbe dal fatto che ogni cultura tenta di ritagliarsi le sue regole; 2) che sei magari tollerante, ma ritieni che la difesa dell'identità si possa esprimere al livello privato o dell'auto-organizzazione dei gruppi, senza alcun intervento della collettività (non ti sorge però il dubbio che la tua tolleranza confini con l'indifferenza, come se tu dicessi "lasciamo che se la sbrighino fra loro e che ci lascino in pace con le loro ridicole beghe"?) [Sull'idea di tolleranza, in campo religioso e civile, Cfr. il brano di Locke (che esclude peraltro dall'applicazione della tolleranza gli atei e i cattolici), tratto dalla Lettera sulla tolleranza che compare nel Manuale/ I testi, II, pp. 286-288 e di Augusto Viano intervista 37 , Locke domanda n. 4 e 5; 2) il brano di Voltaire, tratto dal Trattato sulla tolleranza, in ibid., pp. 347-350].

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La questione non è semplice, in quanto nel nostro modo di considerare gli eventi si produce oggi uno 'strabismo' intellettuale e morale. Ossia: proprio mentre il mondo si "restringe", in quanto le sue parti entrano in una più fitta rete di rapporti di interdipendenza [Cfr. Remo Bodei intervista 7 "L'idea di progresso" domanda n. 1], cresce per contro la volontà di isolamento di nazioni, popoli, minoranze e gruppi che sembrano sottrarsi alla logica centripeta dell'integrazione [Cfr. Michael Walzer intervista 39 "Guerre giuste e guerre ingiuste" domanda n. 8 e Alain De Benoist intervista 12 "La democrazia diretta" domanda n. 5] E' come se si assistesse alla indisponibilità delle componenti di un insieme a convergere in esso, a creare quadri di compatibilità. Tutte le comunità sono alla ricerca di difficilissimi compromessi e compensazioni. Succede così che nelle "società liberali" (quelle che mantengono la neutralità dinanzi al conflitto tra valori) prevalga la tendenza a salvaguardare le differenze con spirito di tolleranza e di rispetto dell'alterità. Sorgono tuttavia, al loro interno, domande ineludibili: devono essere tolleranti (rispettose, ospitali e cosmopolite), ma sino a che punto? Per converso, anche le società chiuse in se stesse, che scelgono determinati valori come assoluti, sono indotte a domandarsi: intolleranti (xenofobe, nazionaliste e integraliste) sino a che punto?

Attualmente, del resto, le idee stesse di "umanità" o di "umanesimo" sono sospettate, in quanto confonderebbero irrimediabilmente l'essenza dell'uomo con una sua particolare forma storica: quella dell'uomo bianco e di origine europea (caratteristiche a cui si aggiungono, sempre più spesso, soprattutto negli Stati Uniti, ulteriori specificazioni, come "maschio", "eterosessuale", "giudeo-cristiano"). Si scambierebbe cioè l'universalismo vero con quello imposto attraverso secoli di violenza e di sfruttamento. La sfida è seria e bisognerebbe avere un doppio coraggio: da un lato, di non lasciarsi intimidire dall'aggressività e dalla chiusura in se stesse (a carattere 'adolescenziale', con un negativismo e un eccesso di legittima difesa, tipico di identità ancora fragili) di minoranze talvolta più politiche che numeriche, le quali, proprio perché posseggono identità deboli, sono le meno disposte a negoziarle; dall'altro, di guardare al lato oscuro del nostro universalismo, ascoltando le voci altrui e domandandoci dove potrebbe aver torto. I particolarismi e i 'fondamentalismi' nascono infatti soprattutto all'interno dei popoli e dei gruppi che sono stati esclusi dal banchetto dell'universalismo e che perciò rifiutano o diffidano di un gioco in cui sono abituati a perdere sempre. E ciò avviene non solo nelle periferie del pianeta, ma nel suo centro politico, come si evince dal progressivo fallimento delle politiche di integrazione, del melting pot in una società multiculturale per eccellenza, come quella degli Stati Uniti.