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9. L'individualismo democratico intervista a George Kateb L'Unità, 9 marzo 1997 Professor Kateb, negli ultimi anni i suoi studi si sono orientati sul problema dell'individualismo e della democrazia. In particolare, Lei ha distinto, in seno a questo tema, due aspetti fondamentali, l'"individualismo basato sui diritti" e l'"individualità democratica". Può parlarci del primo? Nel tentativo di capire e, al contempo, di difendere e perorare la causa dell'individualismo, sono giunto a delineare un concetto che ho chiamato "individualismo basato sui diritti". Con tale espressione intendo la disposizione mentale propria di coloro che si considerano individui che vivono in società e che rivendicano certi diritti nei confronti del governo (o dello Stato, come viene sovente definito oggi). Nell'"individualismo basato sui diritti" c'è, quindi, la determinazione, da parte di un corpo di cittadini, di considerarsi ognuno un individuo i cui diritti si contrappongono al governo, anche se questo è incline a limitare o addirittura a rifiutarsi di prendere sul serio le rivendicazioni civili. I cittadini che si pongono in questa prospettiva non vogliono che il governo interferisca nel loro diritto di espressione, sia essa artistica, scientifica, filosofica. Lo Stato non deve ledere il diritto di ascoltare gli altri o di vedere l'espressione degli altri; non può mandare nessuno in prigione senza un processo equo; non può limitare il diritto di frequentare chicchessia; non può infliggere punizioni crudeli. L'individuo che possiede una tale mentalità esige dallo Stato di essere lasciato in pace e si aspetta un trattamento che rispetti la sua dignità. Probabilmente, il modo migliore di comprendere l'"individualismo basato sui diritti" è intenderlo come una presa di posizione contro l'antica tendenza dei governi, comune sia a quelli democratici che agli altri, a considerare i cittadini dei pazienti, dei bambini, degli oggetti, delle armi, dei mezzi: tutto, tranne che delle persone. Facendo propria questa fondamentale rivendicazione avanzata dagli individui nei confronti dello Stato, la teoria politica diventa capace di resistere alla costante pressione derivante dal desiderio del governo di calpestare i diritti. Professor Kateb, che cos'è invece l'"individualità democratica"? Ho tratto questa espressione dal poeta americano, vissuto nella metà del diciannovesimo secolo, Walt Whitman. Per "individualità democratica" intendo qualcosa di difficile formulazione e non sono ancora soddisfatto del modo in cui sino ad ora sono riuscito a spiegarlo. Cominciamo con l'osservare come in alcuni casi ci si trova dinanzi al fatto che lo Stato rispetta i diritti del cittadino, che non interferisce nella sua vita o che interferisce soltanto in determinati modi appropriati. Cosa succede in una situazione di questo genere? Col tempo, vivendo in una società come la democrazia costituzionale, attraverso un processo di trasmissione culturale, il rispetto dei diritti diventa un'abitudine, anche se talvolta si verificano tentativi di violazione. Possiamo dunque dire che dalla mentalità dell'"individualismo basato sui diritti" nasce una particolare cultura. In questo clima culturale gli individui si servono dei propri diritti, rimangono - per così dire - fedeli allo spirito del godimento dei diritti, e si sforzano di capire i significati più profondi del rispetto umano che sta alla loro base. Essere un individuo democratico, condurre una vita ispirata all'"individualità democratica" non significa quindi accontentarsi semplicemente di essere protetti. La protezione assicurata dai diritti spinge infatti ad una determinata organizzazione della vita dei singoli: le persone abituate a veder rispettati i propri diritti tendono a essere meno rigide. Esse tendono a correre dei rischi nella loro vita che altrimenti non correrebbero affatto, sono aperte a nuove esperienze. Per intendere quanto sto cercando di dire, si può pensare al grande poeta Walt Whitman, il quale diceva, intendendo l'espressione in senso metaforico: "vivere sulla strada libera". Ma c'è un secondo aspetto dell'"individualità democratica" che occorre sottolineare. Prendiamo il caso di una società in cui, in linea di massima, gli individui vengono protetti, lasciati liberi e rispettati nei loro diritti, anche se, ovviamente, non in modo perfetto e compiuto. Supponiamo che ci si accorga che in questa stessa società lo Stato maltratta, non rispetta o trascura altre persone: è evidente che non si potrà essere fino in fondo degli individui democratici fin quando ad altri membri della società vengono negati i loro diritti. Perciò, per essere un individuo democratico, ciascuno deve esprimere il proprio dissenso quando non vengono rispettati i diritti degli altri, anche qualora personalmente si venga trattati bene. La teoria dell'"individualità democratica" è emersa in modo definito verso la metà del diciannovesimo secolo, in particolare da tre autori: Emerson, Thoreau e Whitman. Si tratta, dunque, di una teoria che sorge dopo oltre sessanta anni dalla redazione della costituzione americana e della sua Carta dei diritti del cittadino. Professor Kateb, quali sono le maggiori critiche rivolte al concetto di "individualità democratica"? Sembrerà strano, eppure molti filosofi sono ostili ai diritti. Gli argomenti portati a sostegno di un simile atteggiamento nascono in sostanza dalla sopravvalutazione di un certo particolare diritto, il diritto di proprietà. I critici dell'individualismo hanno cioè di mira soprattutto le rivendicazioni contro lo Stato da parte dei ricchi. Questo genere di critiche viene soprattutto dalla sinistra. Non è necessario essere marxisti per muoverle, sebbene il marxismo, a mio avviso, sia ampiamente responsabile del tentativo di screditare l'intero concetto dei diritti. A tale riguardo è utile osservare come il marxismo, mentre sta morendo dal punto di vista politico, fiorisce a livello spirituale, sia negli Stati Uniti che in altri paesi. Lei ritiene, quindi, che alcuni diritti siano inalienabili? Io protesto contro questa tendenza a ridurre il concetto di diritto al diritto dei ricchi di essere egoisti. A me sembra che la rivendicazione di diritti come quello di non essere sottoposti a torture, di dire quello che si pensa, ad avere un processo equo ecc., non vadano confusi con la difesa di privilegi iniqui che sovente si nasconde dietro il diritto di proprietà. Perciò, pur riconoscendo gli abusi che possono nascere dal diritto di proprietà, sono convinto che sia molto più pericolosa la volontà di taluni di sbarazzarsi del concetto dei diritti tout court. Le mie apprensioni per il tema dell'individualismo nascono anche per reazione ad altri tipi di critiche. Ne menzionerò solo due. Alcuni autori sostengono che la mentalità dei diritti, e, di conseguenza, quel particolare modo di stare al mondo che ho chiamato "individualità democratica", è antireligioso, trasforma gli esseri umani in divinità anziché indurli ad adorare Dio. L'individualismo sarebbe una dottrina della illimitatezza e, in quanto tale, terribilmente distruttiva. Un'altro tipo di critica, strettamente affine a quella appena menzionata, nasce dalla convinzione che gli individui, se vengono lasciati in pace e rispettati nei loro diritti, se vengono incoraggiati a crescere più pienamente come individui democratici, finiscono col darsi alla sciatteria, alla bruttezza, alla volgarità, allo spreco. Essi hanno dunque bisogno di essere guidati, di essere salvati dalla loro naturale bruttezza. Occorre quindi che gli uomini imparino a delegare la propria volontà a coloro che, essendo più saggi, sono in grado di prenderli per mano, di guidarli e organizzarli per la realizzazione di progetti meritevoli. Le critiche all'"individualità democratica" basate su queste concezioni antropologiche sono delle critiche che potremmo definire "estetiche" e, assieme a quelle di tipo religioso a cui accennavo, sono largamente diffuse. Purtroppo coloro che sostengono questo indirizzo critico sono molti di più dei difensori dei diritti individuali e dell'"individualità democratica". Professore, quali sono le ragioni per cui è diminuita la sensibilità per tali argomenti ? Uno dei motivi per cui non appare più sensato preoccuparsi degli individui scaturisce forse dal fatto che i più gravi problemi che minacciano l'umanità non sono risolvibili attraverso il rispetto per i diritti individuali e la fede nell'"individualità democratica". La popolazione mondiale è in terribile espansione; centinaia di milioni di persone vivono in condizioni subumane; essenziali risorse naturali del pianeta nonché intere specie animali si estinguono; l'ambiente subisce un degrado crescente dovuto all'inquinamento. Personalmente, riesco a capire e in una certa misura concordo con l'idea che la preoccupazione per l'individuo sia futile in confronto ai problemi mondiali. Se però riflettiamo più a fondo comprendiamo che se si ignorassero gli individui la situazione peggiorerebbe, non migliorerebbe. Penso, altresì, che una buona parte dei problemi mondiali a cui ho accennato derivano dalla convinzione diffusa che l'individuo non esista se non in quanto membro di un gruppo. Ci si rifiuta di essere individui e si vuole, al contrario, diventare parti di qualcosa di più vasto. Accade così che si desideri ardentemente una sorta di oblio di sé. Coloro che nutrono questo desiderio vogliono perdere se stessi nel gruppo che li circonda, nella tribù. Non si tratta quindi di venir meno a se stessi per meglio godere delle meraviglie della realtà. Si tratta, piuttosto, di quella tendenza umana, a cui è molto difficile resistere, che Nietzsche chiamò la "mentalità del gregge" ed a proposito della quale coniò l'espressione "umano, troppo umano". La mia difesa dell'individualismo deriva proprio dalla forte avversione che provo nei confronti del tribalismo. Lei crede invece che l'eredità universalistica dell'Illuminismo possa ancora aiutarci ad affrontare i terribili problemi del mondo contemporaneo? Certamente, perché l'universalismo è l'unico aiuto che conosco. L'individualismo in democrazia è una dottrina universalista: professa la sua fede nell'uguaglianza dell'umanità di ciascun individuo; sostiene che ognuno è qualcosa di più del gruppo a cui appartiene. Purtroppo, si tratta di concetti che oggi non godono di un largo consenso. Si vorrebbe sostituire all'universalismo dei diritti l'orgoglio di appartenere al proprio gruppo. Ma, a ben vedere, in una posizione simile si annida una assurdità. Ogni gruppo, infatti, prova il medesimo orgoglio che provano gli altri gruppi. Ciascuno di loro rivendica le stesse cose: non vuole riconoscere di possedere, quale tratto comune, l'umanità; non ammette che una persona sia qualcosa di più del gruppo di cui fa parte; misconosce la propria accidentalità e contingenza storica; non riconosce le diversità al proprio interno. Considerato da tale punto di vista, l'individualismo si presenta come una protesta contro la falsità dell'appartenenza al gruppo, e, quindi, come una rivendicazione di una umanità comune. |