MESSAGGI DELLA FILOSOFIA ANTICA PER L’UOMO D’OGGI

 

 

 

VITA

Giovanni Reale è nato a Candia Lomellina (PV) il 15 aprile 1931. Ha frequentato il Liceo Classico a Casale Monferrato e si è laureato in filosofia presso l'Università Cattolica di Milano nel 1954. Si è poi perfezionato in Germania dal 1954 al 1956 a Marburgo e nel 1957 a Monaco di Baviera. Ha vinto la cattedra di Storia della filosofia presso l'Università di Parma e tiene ora la cattedra di Storia della filosofia antica presso l'Università Cattolica di Milano. Dirige la sezione "Filosofia classica e tardo-antica" della collana "I classici del pensiero" della Rusconi, nonché la collana "Testi a fronte" sempre della Rusconi. Dirige inoltre la collana "Temi metafisi e problemi del pensiero antico" nonché (insieme a Claudio Moreschini) la collana "Platonismo e filosofia patristica" dell'editrice Vita e Pensiero di Milano. Insieme a Adriano Bausola dirige il "Centro di ricerche di Metafisica" dell'Università Cattolica di Milano.

 

OPERE

La sua opera più ampia e diffusa è la Storia della filosofia antica, 5 voll., Milano, Vita e Pensiero, 1975-1980 (più volte riedita); Il concetto di filosofia prima e l'unità della Metafisica di Aristotele, Milano, Vita e Pensiero, 1961; Melisso, testimonianze e frammenti, Firenze, La Nuova Italia, 1970; Introduzione a Aristotele, Bari, Laterza, 1974; Introduzione a Proclo, Bari, Laterza, 1989. Insieme a Dario Antiseri ha scritto un'ampia sintesi dal titolo Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, 3 voll., Brescia, La Scuola, che è stato tradotto in molte lingue. Si veda inoltre : Parmenide. Poema sulla Natura. I frammenti e le testimonianze indirette (presentazione e traduzione di G. Reale), Milano, Rusconi, 1991. Ha tradotto, insieme ad altri suoi allievi e collaboratori, undici dialoghi di Platone pubblicati nell'opera, in volume unico, Platone. Tutti gli scritti (a cura di G. Reale), Milano, Rusconi, 1991. Le ultime opere sono: Per una nuova interpretazione di Platone. Rilettura della metafisica dei grandi dialoghi alla luce delle dottrine non scritte, Milano, Vita e Pensiero, 1991; I paradigmi storici nell'interpretazione di Platone e i fondamenti del nuovo paradigma, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1991; Ruolo delle dottrine non scritte di Platone. Intorno al Bene nella Repubblica e nel Filebo, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1991; Aristotele, Metafisica, 3 voll., Milano, Vita e pensiero, 1993.

 

 

PENSIERO

Giovanni Reale ritiene che la cifra spirituale che caratterizza il pensiero occidentale sia costituito dalla filosofia creata dai Greci. E' stato infatti il logos greco a caratterizzare le due componenti essenziali del pensiero occidentale, e precisamente a fornire gli strumenti concettuali per elaborare la Rivelazione cristiana, e a creare quella peculiare mentalità da cui sono nate la scienza e la tecnica che ne dipende (tutte le culture orientali a noi note sono costituite da idee che proibiscono decisamente il nascere della scienza). Ma se la cultura occidentale non si capisce senza la filosofia dei Greci, questa, a sua volta, non si capisce senza la metafisica come studio dell'intero. Tutta la filosofia antica ruota attorno a questa scoperta. Queste idee fondamentali sono per Reale non solo idee teoretiche, ma fecondi canoni storiografici ed ermeneutici, come egli ha cercato di dimostrare nei suoi lavori, in particolare nella sua Storia della filosofia antica.

Per Giovanni Reale l'età contemporanea è caratterizzata dal nichilismo metafisico profetizzato da Nietzsche, ossia dal materialismo imperante, dallo scientismo presente nella mentalità comune, dall'ideologismo, dalla falsa esaltazione della prassi, della violenza e dell'unidimensionalità (1HotwordStyle=BookDefault; ). Una prima alternativa è l'insegnamento di Platone, emblematizzato dalla metafora di una 'seconda navigazione', vale a dire di una dimensione metafisica al di là del sensibile, come lo furono le ragioni di Socrate, la bellezza, oppure, per fare un esempio moderno, la Nona sinfonia di Beethoven, composta da un sordo: Platone ha smascherato la pochezza del materialismo nel suo fermarsi alla dimensione sensibile (2HotwordStyle=BookDefault; ). Se attualmente lo scientismo è stato ridimensionato nella discussione epistemologica, al livello dell'opinione pubblica si continua a ritenere che la verità sia solo nell'ambito della scienza. Di contro il pensiero greco ci ricorda che si può cogliere il senso del reale solo attraverso lo studio dell'intero e non di una sua parte. Anche le scienze umane hanno inseguito il miraggio dei metodi scientifici, perciò resta attuale l'invito di Socrate a conoscere se stessi, ossia l'intero antropologico in rapporto con il divino, l'anima (3HotwordStyle=BookDefault; ). L'ideologia nasce in fondo quando la verità perde il suo spessore ontologico. Aristotele ha proposto invece una bella immagine della verità (aletheia) come un tutto che ci illumina e ci avvolge, anche se noi siamo le nottole che vedono soltanto nel buio della notte (4HotwordStyle=BookDefault; ). L'esperienza greca dell'Olimpiade non può essere certamente limitata ai suoi aspetti commerciali e sportivi, il greco andava infatti ad Olimpia anche per vedere e capire. Questo può valere come esempio emblematico per cogliere la filosofia greca come tentativo di contemplare la verità, ben rappresentato da Talete che cade in un fosso perché trascura le cose senza significato pur di accedere all'eterno (5HotwordStyle=BookDefault; ). Contrariamente al nulla che si apre davanti alla ricerca contemporanea del benessere, tutta la filosofia greca mira al raggiungimento della felicità, intesa però in senso globale e veritativo come sintonia con il tutto. Epicuro insegnava ad esigere dalla vita solo lo strettamente necessario, Plotino a spogliarsi di tutto per unirsi all'assoluto, oggi invece l'uomo cade facilmente nel circolo vizioso del consumismo e dell'insoddisfazione (6HotwordStyle=BookDefault; ). Contrariamente al capitalismo moderno, che crea nuovi bisogni per poter aumentare la produzione, il greco ha il senso della giusta misura, da considerare assiologicamente e non solo matematicamente come ciò che sta tra il troppo e il troppo poco (7HotwordStyle=BookDefault; ). Riferendosi al tema della rivoluzione, possibile grazie alla violenza, alla convinzione degli altri o all'amore cristiano, Reale ritorna alla figura di Socrate che, come Martin Luther King, non risponde all'ingiustizia con l'ingiustizia e propone la via della convinzione e della ragione: l'uomo contemporaneo, che ha ormai introdotto la violenza dappertutto, deve apprendere dal pensiero greco che il vero vincitore è colui che convince (8HotwordStyle=BookDefault; ). Il pensiero relativistico, materialista e unidimensionale di Protagora è molto vicino ai modelli distruttivi e autodistruttivi dell'uomo contemporaneo, ma la sua posizione è stata confutata sistematicamente opponendo alla ricerca dell'avere i valori dell'essere, ossia quell'anima cui si riferiva costantemente Socrate (9HotwordStyle=BookDefault; ).

DOMANDA N. 1

"Messaggi del pensiero antico all'uomo d'oggi", il titolo della nostra intervista, presuppone che l'uomo d'oggi abbia bisogno di un messaggio che non può darsi da sé, non essendo in grado di risolvere i propri problemi senza l'ausilio di una cultura forse più grande di quella odierna. Quali sono, a sue giudizio, le caratteristiche più profonde dell'atmosfera intellettuale dell'uomo d'oggi?

Io direi che si sta verificando oggi la previsione o la profezia di Nietzsche, il quale scriveva che nei prossimi due secoli quindi nel nostro, e purtroppo, se ha ragione, anche nel prossimo si sarebbe verificata una forma di nichilismo metafisico: l'uomo avrebbe perso la fede in qualsiasi tipo di valore. Nietzsche la chiamava la morte di Dio, indicando parecchie cose: la negazione di un principio primo, la negazione di un fine ultimo, la negazione di uno spessore ontologico delle cose, la negazione della verità. Credo che questa previsione sia verissima, non tanto in questo aspetto, diciamo manifestativo, dirompente, ma sotto la forma di varie maschere. Oggi, infatti, il nichilismo ha assunto una serie di maschere, che appaiono allettantissime. Ma proprio questo è il punto: si tratta di un gioco delle sirene, e chi sta a questo gioco può sprofondare nel baratro del nulla. Queste sono le maschere: in primo luogo, il materialismo dominante; in secondo luogo ecco una maschera allettantissima: lo scientismo. Lo scientismo è stato dominante, e anzi predominante, fino a pochi lustri fa, ma lo è ancora oggi nella mentalità comune, anche se negli epistemologi sta cambiando aspetto, o almeno i suoi tratti. Viene poi l'ideologismo, in base al quale si ritiene che l'idea, il concetto, la teoria, non mirino alla verità, che è manipolabile, non esiste, ma semplicemente a convincere psicologicamente, per ottenere il potere. Infine il prassismo; ecco il nostro male più grave: conta quello che fai, non quello che sei o che pensi. Infine potrei aggiungere la dimenticanza della dimensione della felicità. Io noto che perfino nei giornali quotidiani la parola felicità non compare più, l'uomo si vergogna addirittura di pronunciarla, e viene sostituita dal benessere. L'altra maschera è quella della violenza, in tutte le sue forme: violenza non è solo la guerra delle bombe, ma anche quella psicologica, la guerra verbale. La settima maschera è quella di cui tratta il libro di Marcuse: l'uomo a una dimensione, a un'unica dimensione. Ecco, questi sono i sette mali di oggi, sono le maschere in un certo senso tipiche di quel nichilismo ontologico e metafisico di cui Nietzsche è stato la Cassandra.

 

DOMANDA N. 2

Lei ci ha descritto le varie maschere dietro le quali si nasconde il nichilismo moderno. Perché la cultura greca può essere una sfida a questi sette errori capitali, se così possiamo chiamarli? Per cominciare con il primo errore, l'errore materialista: dove troviamo l'antidoto nel pensiero greco?

Lo troviamo nel grande Platone. A partire dal Fedone, in particolare, il grande filosofo lo ha messo in evidenza in maniera stupenda, con un'immagine veramente emblematica, quella della seconda navigazione; mentre la prima navigazione si svolge con le vele al vento, sulla scia dei filosofi naturalisti, la seconda navigazione era quella cui i Greci che allora erano uomini di mare ricorrevano quando cadevano i venti: in quel caso bisognava mettere mano ai remi, con enorme fatica. L'enorme fatica è stata, appunto, quella di Platone, che ha fatto scoprire come, al di là della dimensione del fisico, ci sono dimensioni meta-fisiche, al di là del sensibile. Lo ha detto con finezza veramente straordinaria: "se io, Socrate, sono qui in carcere, non puoi spiegare questo fatto, il fatto che abbia scelto di rimanere in carcere mentre potevo fuggire, o evitare il processo, con ragioni fisiche, materiali. Hai bisogno di spiegarlo con altre cause, con quelle che sono le vere cause. Queste cause sono proprio quello che non vedi, che non senti con i sensi, ma cogli solo con l'intelligenza, entrando nella dimensione di una forma d'essere che è al di sopra del sensibile". Platone fa altri esempi, come la bellezza: "Vuoi spiegare la bellezza: una cosa bella non la spieghi soltanto rifacendoti a delle componenti, a delle dimensioni fisiche, alla materia bella per esempio, al colore bello e ad altre cose belle. La bellezza è molto di più: è il tralucere nel sensibile di una dimensione dell'intelligibile". Potrei fare un esempio che Platone non poteva fare, ma che mi ha molto colpito e che trovo probante in toto: la più bella sinfonia che è stata scritta, e che finora rimane un punto di riferimento, un vertice insuperabile, è la Nona sinfonia di Beethoven. Bene, Beethoven ha scritto questa sinfonia quando era ormai completamente sordo, quindi incapace di udire proprio quel suono che colgono i sensi. Come ha potuto costruire un cosmo fonico così perfetto, un'opera d'arte così straordinaria? Platone risponderebbe: esattamente perché ha calato, in questo sensibile che ormai non coglieva più, la dimensione dell'intelligibile, il soprasensibile e il metafisico. La scoperta di questa realtà soprasensibile è stata quella che ha aperto la strada per capire anche perché si sia o no un materialista. Il punto su cui vorrei insistere è questo: dopo Platone, un uomo sa di essere materialista, nel senso che nega quello che Platone dice di aver scoperto e cioè l'essere non sensibile; per converso, il messaggio di Platone è proprio questo: "se vuoi spiegare le cose in maniera ultimativa, non ti devi fermare alla dimensione dei sensi". Questo è un messaggio per l'uomo d'oggi, che invece vuol spiegare tutto e solo nella dimensione del sensibile.

 

DOMANDA N. 3

Con questa critica ci avviciniamo già alla critica dello scientismo. Lo scientismo è infatti la posizione per cui l'unica verità può essere conosciuta dalla scienza, e, poiché la scienza nel mondo moderno è in gran parte scienza empirica, ci si deve basare su esperimenti decisivi. In che senso il concetto greco può mostrarci i limiti dello scientismo?

Ecco, questo è un altro punto in cui il greco è veramente grande. Come ho già accennato questo scientismo, oggi, a livello epistemologico, sta ridimensionando la propria portata, ma questo processo non è stato ancora recepito a livello di opinione pubblica: tutti ritengono ancora che la dimensione del veritativo sia presente solo nell'ambito delle scienze particolari. Ma l'errore delle scienze particolari è proprio questo: esse conoscono una sezione molto limitata, anzi sempre più delimitata, man mano che si procede verso le scienze più specializzate, della realtà. Il greco invece è Aristotele, che era uno scienziato oltre che un metafisico, e aveva scoperto la dimensione ultimativa. Il senso della realtà non ce lo può dare lo studio della parte; ma le scienze studiano solo le parti. Dunque, cosa ci può dare il senso della realtà? La scienza dell'intero! Platone stesso diceva: "solo chi sa guardare l'intero è filosofo". L'errore di fondo è esattamente questo: le scienze studiano la parte e ritengono che la logica della parte, o delle parti, di quella parte che il singolo scienziato studia, possa essere eretta a logica dell'intero, e risolvere tutti i problemi. Il messaggio greco è invece esattamente questo: impara a guardare l'intero in tutte le sue dimensioni, e a collocare la parte nell'intero, ridimensionando il senso della parte in funzione appunto dell'intero; questo è la grande scoperta del pensiero greco. Ciò vale anche per le scienze umane, che sono nate proprio come un'applicazione all'uomo di quei metodi, di quei tipi di conoscenza, che avevano avuto successo applicati al mondo fisico. Anche in questo il greco dà una risposta emblematica; il messaggio ultimativo proprio di Socrate, del grande Socrate, era questo: conosci te stesso. Ma per conoscere te stesso devi conoscere, appunto, l'intero antropologico, e l'intero antropologico è un rapporto col divino. Socrate diceva che questo non implica che si debba conoscere il fisico, il mondo fisico, come i naturalisti, ma il nesso uomo-Dio, l'anima. Il senso dell'uomo è il senso dell'anima. Per questo dicevo: l'intero antropologico è l'etica dei Greci.

 

DOMANDA N. 4

Il terzo errore che ha nominato è l'ideologismo: il mondo moderno è sempre più convinto che la verità e la morale siano categorie subordinate a quella empirica del potere. L'uomo moderno, quando è a confronto con una teoria che non gli piace, non si chiede tanto se sia o no vera, ma se serva. L'uomo moderno non tenta di valutare diversi sistemi di distribuzione del potere secondo criteri morali o razionali, ma si chiede se questi criteri non siano nient'altro che un tentativo di legittimare il potere, di dargli stabilità. In che senso il pensiero greco può essere una sfida a questa visione del mondo, centrata sulla categoria del potere?

Potrei rispondere che il greco non conosce, in senso assoluto, l'ideologo o l'ideologia; ma perché? Appunto perché l'ideologia è nata nel momento in cui la verità ha perso il suo spessore ontologico e la sua consistenza, cioè l'uomo ha cominciato a non credere più nell'esistenza di una verità che si impone in quanto tale. Direi che la parola greca si può discutere quanto si vuole, ma credo che Heidegger abbia ragione indicando nel termine aletheia il significato "colei che non è nascosta". Sia Aristotele che il suo discepolo Teofrasto offrono una bellissima immagine della verità. "La verità è quella che ci illumina a tutto tondo, in tutti i sensi, e noi siamo come le nottole, che, di fronte alla luce, non vedono, ma vedono piuttosto nelle tenebre; dobbiamo quindi abituarci a vedere la verità non come quella che non cè, o è nascosta, ma come quella che ci abbraccia, ci fascia". È un'immagine veramente stupenda, e potrei aggiungere un altro connotato della verità: aletheia talvolta vuol dire l'essere, la realtà, così come ti si mostra, e direi che proprio su questo punto l'uomo di oggi dovrebbe recuperare la dimensione greca. Che cosa è la verità? Quella che ti fascia, mentre sei tu ad avere occhi come quelli della nottola, che non vede di giorno, ma solo di notte. Stai attento!

 

DOMANDA N. 5

All'ideologismo si connette un altro errore, il "prassismo", cioè la negazione dell'autonomia della teoria. Qui è abbastanza chiaro che il pensiero greco vuole essere un'alternativa, proprio perché ha dato un valore supremo all'atto conoscitivo, inteso come fine in se stesso. Può spiegarci la funzione della teoria nel pensiero greco?

Potrei cominciare con quella che potrebbe essere una favola di verità emblematica: come si sa, per i Greci, lo spettacolo di gran lunga superiore a tutti gli altri era l'Olimpiade. Ebbene, chi va a Olimpia? Vi vanno tre gruppi di persone: un primo gruppo, è quello delle persone che vi si recano per vendere. C'è un altro gruppo di uomini, che va ad Olimpia per gareggiare, combattere e vincere, e si tratta di un tipo di uomini di gran lunga superiore al primo. Ma c'è ancora un terzo tipo di uomini: quelli che vanno ad Olimpia non per vendere e guadagnare, e nemmeno per lottare, ma per vedere e capire: theorein, contemplare! Devo dire che questa è una favola stupenda, che il greco ha creato per descrivere il proprio animo: tu sei nato - dicevano gli stessi presocratici - per vedere la totalità l'essere, per vedere le cose come sono. Guardare in faccia la verità questo è il tratto emblematico del filosofare dei Greci. Platone ritiene che il primo contemplatore per eccellenza fosse proprio Talete, ed esiste un aneddoto, probabilmente inventato, sulla sua persona: come è noto, mentre guardava il cielo per scoprire le leggi delle stelle, Talete cadde in un fosso che gli stava davanti, e una servetta tracia - ricordo che le servette tracie erano considerate dai Greci le più ignoranti - lo prese in giro, dicendo: "Guardi tanto il cielo e non vedi quello che c'è in terra, cascando nel fosso che ti sta davanti". Ma è proprio questo che voleva dire il greco: colui che contempla la verità, contempla l'assoluto, e le piccole cose su cui gli uomini giocano, per così dire, l'intera loro esistenza, sono cose senza alcun significato. Guardare in faccia l'intero per l'eterno, questo era quello che Platone stesso, nella Repubblica, indica come fine assoluto e più elevato dell'uomo; e il contemplare, si noti bene, non è un astratto guardare, ma è quel vedere che arrivando alla verità ti trascina, anche nella vita, a vivere secondo questa verità; questo è il teorema dei Greci, che può essere un messaggio molto importante per l'uomo d'oggi.

 

DOMANDA N. 6

Passiamo all'altro aspetto che voleva criticare nella filosofia e nella mentalità attuale: la vergogna di usare la parola "felicità". Lei ha detto che nel mondo moderno si evita il concetto di felicità, proprio perché questo mondo è profondamente edonista, cerca un piacere dopo l'altro, ma non osa avvicinarsi a un concetto più pieno di soddisfazione, quale era il concetto greco dell'eudaimonia. Che cosa significa questo concetto, e quali sono i filosofi più importanti dell'antichità che hanno centrato la loro attenzione su di esso?

Direi che tutta la filosofia dei Greci mira al fine della felicità; ma per felicità i Greci intendevano qualcosa di veramente ultimativo e globale. Che cosa è la felicità? È il trovare il giusto modo di vivere dopo che l'uomo ha capito che cos'è il cosmo, chi è lui e che posto occupa, che dimensione gli spetta, appunto, nell'orizzonte ontologico e veritativo. La felicità non è qualcosa di specifico, particolare, il possedere determinate cose, ma è l'essere in sintonia, al posto giusto che compete a ciascuno, proprio dal punto di vista ontologico della totalità; è un imparare a vivere nella dimensione veritativa dell'essere e, direi, i grandi filosofi possono avere interpretato in modo diverso questa dimensione, ma hanno cercato di vivere in sintonia con questa dimensione da loro scoperta. Posso anzi dire che nessun filosofo veniva rispettato dai Greci, se non dimostrava di essere coerente con il suo messaggio fino in fondo; in questo senso la parola felicità è una parola che l'uomo d'oggi, l'uomo dell'usa e getta, dello hic et nunc, non riesce più a comprendere, e perciò la sostituisce con il benessere, che è una delle maschere più terribili. È la sirena che canta e che ti fa cadere nel nulla. Direi che in questo consiste proprio il male più grande dell'uomo; nell'illusione che più si riesce ad avere, meglio si soddisfano i propri bisogni. Potrei citare Epicuro, che offre una massima veramente stupenda: "niente basta a colui per il quale è poco quel che veramente basta!" Il greco voleva arrivare a questo: a stabilire ciò che è veramente necessario per vivere, e insegnare all'uomo a chiedere alla vita solo quello che è strettamente necessario. Se si riesce a fare questo, e a cancellare dai propri desideri tutto quello che non è necessario, ci si accorgerà che la felicità è concessa a tutti, perché - così diceva Epicuro - le cose necessarie all'uomo sono veramente limitate. Potrei citare un'altra massima, che rappresenta un caso limite, ma che, come caso limite, può essere veramente emblematico. Plotino diceva: "Spogliati di tutto, e quando sarai riuscito a spogliarti di tutto ti unirai all'assoluto, sarai cioè veramente te stesso, scoprirai l'origine, e avrai la l'unificazione con questa origine". Ma "spogliati di tutto", per l'uomo d'oggi, che cosa vuol dire? Spogliarsi di tutto ciò che è inessenziale all'uomo: l'uomo di oggi, anziché spogliarsi di tutto, si riveste di una quantità di cose, e non è mai contento, perché tutto ciò di cui si riveste non lo soddisfa in senso ultimativo. Ecco allora il consumismo. Ecco il circolo pericolosissimo in cui l'uomo è caduto: "questo sì, questo sì, tutto! Non mi basta mai nulla, voglio sempre di più!" Con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

 

DOMANDA N. 7

Si può dunque dire che il capitalismo moderno sia, in un certo senso, in assoluto contrasto con il principio della cultura greca, in quanto è dominato da due criteri: uno è il progressus ad infinitum della crescita economica - mentre per il greco, come già Aristotele scrive alla fine del primo libro della Politica, la vera economia, a differenza della crematistica, consiste proprio nel saper metter una misura ai propri bisogni economici -; il secondo è quello della creazione di nuovi bisogni, affinché le merci che sono state prodotte possano essere anche vendute.

Sono d'accordissimo. Ma qui, evidentemente, tocchiamo un altro punto chiave del pensiero dei Greci, e la distruzione di questo punto chiave dà origine a una serie di mali. Effettivamente un certo capitalismo moderno non ha altro scopo se non questo: produrre sempre di più, far crescere i bisogni degli uomini, e far sì che essi chiedano sempre di più. Come ho detto, questo circolo vizioso ha perduto completamente il senso della giusta misura. La giusta misura, per il greco, era ciò da cui dipendeva tutto; non solo l'essere delle cose, ma la moralità dell'uomo, la felicità stessa. "Nulla di troppo": non si vuol indicare solo l'eccesso, ma nemmeno il poco. Il greco esclude il troppo in tutti i sensi, e cerca la giusta misura. Se oggi mi si chiedesse: "A suo modo di vedere, nell'uomo d'oggi, che cosa ritiene che sia più antitetico a questo modo di pensare greco, la cifra emblematica del cambiamento rispetto ad esso?", direi che è proprio questo: l'aver perso il senso del troppo e del troppo poco, e non aver capito che solo trovando la misura, la giusta misura, che non è quella matematica o aritmetica, ma è assiologica, il troppo, o il troppo poco viene valutato in un modo superiore rispetto al banale calcolo numerico. Se l'uomo d'oggi riuscisse a far ordine nel caos che ha prodotto e dire nella sua anima, in se stesso: "Questo è troppo, o troppo poco, non è la giusta misura" molti mali sarebbero curati. Sarebbe una terapia stupenda. Ma ecco il problema: come si fa ad imporre questo all'economia, all'industria, se l'uomo non ricostruisce nel proprio interno la giusta dimensione dell'essere uomo, come il greco ha cercato di fare?

 

DOMANDA N. 8

Per esercitare il potere su un'altra persona o su altre persone ci sono fondamentalmente tre possibilità. Una possibilità è quella di convincere un'altra persona, o manipolarla affinché creda qualche cosa. La seconda possibilità consiste nell'offrire qualche cosa che l'altra persona desidera, e questo porta, come abbiamo visto, alla crescita insensata e senza misura dei bisogni. La terza possibilità è la violenza: si obbliga un'altra persona, o la si minaccia con sanzioni negative, se non segue il nostro volere. Secondo Lei, le riflessioni del mondo greco sulla violenza che cosa possono insegnarci in un mondo nel quale la violenza sembra diventare sempre più cieca e aggressiva?

Questa è una domanda molto pertinente e profonda, perché, secondo me, tocca fondi veritativi dell'uomo. Io imposterei il problema partendo da uno schema, un quadro: l'uomo nella storia ha fatto, o può fare, tre forme di rivoluzioni. La prima, appunto, si basa sulla violenza, ed è quella che ha usato Caino. C'è una seconda, che è quella che i Greci, appunto, hanno scoperto: quella del convincere, su cui farò poi qualche precisazione. Infine c'è la terza, quella del Cristianesimo, la rivoluzione dell'amore. Ma stiamo alla pura ragione, al logos. A questo livello la più alta rivoluzione è di gran lunga quella che il greco ha scoperto. Non credo che Platone abbia inventato l'immagine di Socrate, come espressione di questa verità, ma penso che Socrate stesso, nella sua vita, sia stato l'incarnazione di questa verità, e che Platone poi l'abbia teorizzata in maniera metafisica e gnoseologica. "Io sono in carcere; ma perché sono in carcere? Perché sono stato condannato; allora la mia condanna è stata una condanna ingiusta!" Critone gli offre la possibilità di fuggire dal carcere, è già tutto organizzato: "Fuggi. Noi abbiamo predisposto tutto quello che ti occorre perché tu fugga." La risposta di Socrate è: "Benissimo, facciamo l'ipotesi che io fugga; ma fuggendo che cosa farò? Calpesterò le leggi! Commetterò ingiustizia; risolverei il problema dell'ingiustizia commettendo un'altra ingiustizia. Rimedierei a una violenza con un'altra violenza". Ma ecco il punto, il messaggio altissimo: "Mai fare questo! Tu non devi mai rispondere all'ingiustizia, anche a quella che è stata fatta nei tuoi confronti, con un'ingiustizia". E allora come? Ecco la via: convinci la città che ha sbagliato, convinci la legge che deve essere modificata in questo senso; convinci gli altri che convivono con te che stanno sbagliando. Mi ha molto commosso Martin Luther King quando, nella sua rivoluzione della non violenza, con cui ha tentato di elevare il livello in cui si trovavano i neri, accanto a testi evangelici, citava proprio questo bellissimo passo del Critone che, come tutti sanno, ha un parallelo molto bello nel Gorgia. L'uomo di oggi, invece, ha introdotto la violenza in tutte le forme di vita, perché non solo come dicevo, esiste la violenza delle armi, ma c'è anche la violenza della parola, la violenza verbale, quella psicologica. Ce ne sono moltissime altre, e direi che oggi esiste una raffinatezza, una sofisticata attuazione di questo progetto della violenza, veramente spaventosa. Ma ecco il punto. Socrate, Platone potrebbero dire all'uomo di oggi: "vuoi uscire da questo? Hai solo una scelta: rinuncia alla violenza e punta sul convincere"; e direi che il vero vincere consiste in questo: nel convincere.

 

DOMANDA N. 9

L'ultimo punto che ha nominato all'inizio di questa intervista era la unidimensionalità del mondo moderno, una unidimensionalità che sicuramente si connette al riduzionismo riguardo al concetto della verità. Potrebbe spiegarci perché la visione dell'uomo tipica della filosofia antica è meno unilaterale di quella che sta dominando nella cultura odierna?

Qualcuno mi ha posto questa obiezione: non è forse vero che già in Grecia si ebbero tentativi di ridurre l'uomo a una sola dimensione? Certo, ci sono stati tentativi di questo tipo, e addirittura c'è n'è uno emblematico, che oggi è rinato e ha assoluto predominio, anche se nessuno ricorda il nome del suo scopritore, Protagora. L'uomo, inteso in senso unidimensionale, cioè materialistico, è misura di tutte le cose; non l'uomo in senso kantiano, o l'uomo in senso paradigmatico, ma ciascun uomo: io, tu, egli, ciascuno. Come diceva Protagora se io, in questo momento, sento freddo, fa freddo; se a me, in questo momento, pare che una cosa sia giusta, è giusta! Se a me non pare, non è giusta, e se gli altri sentono diversamente da me, per loro è vero e vale questo! In Grecia, tuttavia, questa concezione non ha preminenza. È stato Platone a confutarla in maniera sistematica, seguito da Aristotele; ma tutti, anche le filosofie ellenistiche, si sono orientate in questo modo. Perché invece l'uomo d'oggi ha ripreso Protagora? Ricorderei qui un'idea di Camus, il quale affermava che con l'Illuminismo si è cercato soprattutto di sganciare i valori dalla trascendenza, da Dio, e però si è compiuto un errore: alla piramide dei valori manca ora l'aggancio all'assoluto. Che cosa è avvenuto? Una volta che questi valori siano sganciati dal sostegno che li regge, a poco a poco perdono il significato. Si ha così la svalutazione dei valori, la perdita di quello spessore assiologico di tutti i valori, di cui parlava Nietzsche. E allora, l'uomo che cosa si trova a essere oggi? Direi che, oggi, desidera trovare i valori, ma non li trova né li cerca! Il tutto si risolve nella concezione dell'uomo in senso unidimensionale: "sono io il centro di tutto, quello che io penso è quello che ritengo che vada pensato, che per me vale come oggettivo". In questo senso l'uomo prima ha distrutto Dio, poi ha distrutto i valori, infine si è accorto che, dopo aver distrutto Dio e i valori, distruggeva se stesso; anzi, stiamo vivendo nel momento più drammatico dell'autodistruzione di una dimensione assoluta dell'uomo. Potremmo dire naturalmente che il recupero del cristianesimo che è una metafisica della persona sarebbe l'antidoto in assoluto più determinante; ricordiamo che il messaggio cristiano è proprio questo: il figlio di Dio, cioè Dio stesso, si è fatto uomo, e ha quindi sacralizzato l'uomo in una dimensione totale, globale. Ma gli stessi Greci possono dare una risposta: "Ricordati, uomo, che tu non sei il tuo corpo, ma sei la tua anima!" La grande missione di Socrate puntava proprio su questo; "Io, ateniesi, da Dio ho avuto questo compito, di venire fra di voi e stimolarvi, e ricordate che voi pensate solo a quello che avete, e non a quello che siete. Ai vostri bene, alla vostra salute, al vostro corpo, ma non a quello che siete". Che cosa fa l'uomo d'oggi? Pensa ai propri averi, al proprio corpo, alla unidimensionalità e a tutto quello che è ad essa connesso, e dimentica di essere qualcosa di ulteriore. Diceva Socrate a tutti i Greci: cura la tua anima. Perché? Perché non dalle ricchezze vengono i valori dell'uomo, le virtù.

Intervista di Vittorio Hösle