MARX

 

 

VITA

Jacques D'Hondt è nato nel 1920 a Tour e, a partire dal 1937, ha studiato filosofia presso l'Università di Poitiers. Ha insegnato filosofia al College de Chinon, al Liceo di Tolosa e Poitiers e, infine, all'Università di Poitiers, dalla quale si è ritirato nel 1987. Qui, nel 1970, ha fondato il Centro di ricerca e di documentazione su Hegel e Marx. Dal 1981 al 1991 è stato Presidente della Società francese di Filosofia. Attualmente è membro del Comitato direttivo della Hegel-Vereinigung e Presidente della Associazione delle società filosofiche francesi e membro corrispondente dell'Accademia Saxonne di Scienze.

OPERE

Hegel, philosophe de l'histoire vivante, 1966 ; Hegel, sa vie, son ouvre, sa philosophie, 1967; Hegel segreto (1969), Milano, 1989; Hegel e il suo tempo, 1968, Napoli, 1979; De Hegel à Marx, 1972; L'ideologie de la rupture, 1978; Hegel, le philosophe du débat et du combat, 1984.

PENSIERO

Hegel e Marx sono al centro delle ricerche storiografiche e delle indagine teoretiche di Jacques D'Hondt, che ha cercato di penetrare più profondamente il loro pensiero, attraverso un'analisi interna che li metta in relazione con i loro antecedenti e con il loro contesto storico. Il pensiero politico di Hegel, visto in relazione alla Rivoluzione francese, per D'Hondt non è conservatore, come è stato sostenuto da più parti, ma, al contrario, possiede ancora oggi una intatta forza progressista. Di formazione marxista, D'Hondt, nel dibattito storico-filosofico su Marx, ha polemizzato contro l'interpretazione strutturalista del filosofo di Treviri, per sottolinearne l'eredità hegeliana. Attualmente sta indagando i condizionamenti della storia e della cultura francese su Hegel e la fortuna di quest'ultimo in Francia, in vista di un lavoro complessivo intitolato "Hegel et la France". Ha in progetto alcuni studi sul monismo filosofico, la dialettica moderna e la prassi politica vista alla luce dei recenti avvenimenti internazionali. (l'Autore)

Dopo aver illustrato il debito del giovane Marx nei confronti di Feuerbach e le successive critiche al suo materialismo e alla sua antropologia svolte nella Ideologia tedesca e nelle Tesi su Feuerbach (1HotwordStyle=BookDefault; ), D'Hondt respinge il luogo comune secondo il quale Marx avrebbe ereditato da Hegel soltanto il metodo dialettico e non le riflessioni sul tema del lavoro umano (2HotwordStyle=BookDefault; ). Per quanto Marx non l'abbia usata di frequente, D'Hondt ritiene esatta la definizione del marxismo come "materialismo dialettico". Il filosofo di Treviri, infatti, spiega la storia materialisticamente e considera l'uomo come l'esito di un processo che si svolge all'interno della natura, antiidealisticamente concepita come indipendente dallo spirito (3HotwordStyle=BookDefault; ). Con la fortunata distinzione tra "sovrastruttura" e "struttura" Marx, in un certo qual modo, anticipa lo strutturalismo contemporaneo, analizzando e scomponendo gli elementi del sistema capitalistico. Anche se, a parere di D'Hondt, Marx si distingue nettamente dallo strutturalismo contemporaneo perché non spiega l'assetto sociale attraverso il funzionamento di una struttura immobile, ma spiega, al contrario, il funzionamento della struttura capitalistica attraverso l'analisi della sua genesi storica (4HotwordStyle=BookDefault; ). In Marx, infatti, secondo D'Hondt, è presente una globale filosofia della storia di matrice hegeliana, la quale delinea il processo attraverso cui le formazioni sociali nascono, si sviluppano e decadono (5HotwordStyle=BookDefault; ). D'Hondt illustra, poi, alcuni motivi centrali del pensiero marxiano: l'antagonismo tra borghesia e proletariato, inteso come contraddizione dinamica generata dal processo storico (6HotwordStyle=BookDefault; ). Essa è riconducibile a una contraddizione più profonda, quella tra forze produttive e rapporti di produzione (7HotwordStyle=BookDefault; ). D'Hondt espone quindi la teoria del plusvalore (8HotwordStyle=BookDefault; ). A proposito della concezione dello Stato viene messo in evidenza come per Marx esso non sia semplicemente organismo di gestione degli interessi della classe borghese (9HotwordStyle=BookDefault; ). In conclusione, D'Hondt prende in esame il pensiero di Engels che, però, va considerato, per certi aspetti, soprattutto come un precursore e collaboratore di Marx, come dimostra l'Antidühring. Nella storia delle interpretazioni di Marx, D'Hondt distingue tra i "marxisti" che pretendono di svolgere il suo pensiero e di adattarlo alle nuove sfide della storia e i "marxiani" che si limitano ad una sua fedele ricostruzione (10HotwordStyle=BookDefault; ).

DOMANDA N. 1

I rapporti che, nella sua giovinezza, Marx ha avuto con i Giovani Hegeliani sono stati contraddittori. Con Feuerbach, soprattutto, essi furono di amore e odio. Che cosa ha accolto Marx del materialismo di Feuerbach e in che cosa si è allontanato?

Quella riguardante i rapporti intercorsi fra il pensiero di Marx e Feuerbach e, più in generale, l'apporto di quest'ultimo alla storia dell'idealismo tedesco, è una questione estremamente importante. Si potrebbe dire che Feuerbach ha significato per Marx qualcosa di simile a ciò che Hume è stato per Kant. Kant lesse Hume, e - come egli stesso dice - si risvegliò dal suo "sonno dogmatico". In modo analogo, la lettura dell'Essenza del cristianesimo di Feuerbach ha risvegliato Marx dal suo "sonno idealista". Fino a quel momento egli era imbevuto di filosofia hegeliana e respirava in quell'atmosfera fatta di ridondanze e di concetti astratti caratteristica di Hegel; successivamente, leggendo L'essenza del cristianesimo, ha avuto una rivelazione. Conosciamo questa storia grazie alla ricostruzione fatta da Engels al momento della morte di Feuerbach. Per Marx, questa lettura è stata uno choc che l'ha indotto a rompere completamente con quello stesso idealismo che dapprima l'aveva entusiasmato.

Dopo la rottura con la filosofia di Hegel, Marx è stato, se così si può dire, "feuerbachiano". Egli, però, è stato tale solo per un certo periodo, fin quando non si è accorto che la filosofia di Feuerbach comportava dei limiti troppo stretti, e quindi, dopo averla ammirata, egli l'ha criticata molto vivamente, in particolare nel famoso libro non pubblicato L'ideologia tedesca, e, soprattutto, nelle Tesi su Feuerbach. Con questa opera, Marx ha sorpreso molti lettori perché ha svolto la critica, non già dell'idealismo, che egli aveva abbandonato sotto l'influenza di Feuerbach, ma proprio del materialismo di quest'ultimo. Esposte brevemente, le critiche di Marx sono essenzialmente due. Egli, innanzitutto, rimprovera a Feuerbach, così come a tutti i materialisti precedenti, di aver trascurato il lato attivo dell'uomo e di essersi accontentato soltanto di quello passivo; l'idealismo, invece, agli occhi di Marx, ha sviluppato il lato attivo. Il secondo importante rimprovero fatto a Feuerbach è quello di aver concepito l'uomo secondo una essenza immutabile -un'essenza qualificata allora da Marx "astratta" - e cioè di aver pensato che l'uomo quale esisteva concretamente a quell'epoca fosse in qualche modo l'archetipo eterno dell'uomo. Il materialismo di Feuerbach, anche dopo essere stato criticato, ha continuato ad ispirare Marx, ma, al contempo, è stato profondamente rinnovato e ripensato. Marx si è allontanato sempre più dal pensiero di Feuerbach e si è sempre più ispirato a quello di Hegel, e, a partire dall'Ideologia tedesca, egli non ha mai più parlato di Feuerbach, senza comunque dimenticare che era stato questi a dargli l'ispirazione originaria.

 

DOMANDA N. 2

Fra le diverse paternità del pensiero marxiano quella di Hegel è senz'altro la più significativa. Può illustrarci i rapporti che intercorrono fra Marx e il pensiero hegeliano?

Quella dei rapporti di Marx con Hegel è una lunga e complicata storia. Innanzitutto, essa si intreccia con la storia dei rapporti di Marx con Feuerbach, che abbiamo appena rievocato. In origine, Marx, che ha cominciato a filosofare molto presto ed era uno spirito assai precoce, prese le distanze dall'hegelismo, poiché riteneva, senza dubbio sotto l'influenza dei suoi professori e forse anche di suo padre, che questa filosofia fosse pericolosa, oscura, inaccessibile, e che non presentasse un grande interesse. Successivamente, come sappiamo da una celebre lettera a suo padre, egli sentì l'esigenza di leggere Hegel direttamente. Come egli dice a suo padre, "leggevo Hegel per trovare degli argomenti contro di lui e alla fine sono caduto nelle braccia di questa sirena, sono stato sedotto dall'accattivante melodia dell'idealismo hegeliano". Così Marx divenne hegeliano e ciò è buffo e sorprendente perché a quell'epoca Hegel era caduto nell'oblio e nel generale disprezzo. Eppure egli divenne hegeliano e, con i Giovani hegeliani che costituivano il famoso "Doktorclub", per notti intere discusse dei problemi posti dalla filosofia hegeliana. Marx è rimasto hegeliano, ma solo in una certa misura: egli, infatti, era uno spirito troppo originale e attivo per rimanere un ortodosso in rapporto ad un pensiero che non fosse il suo. Egli è comunque rimasto tale fino al suo famoso incontro con il libro di Feuerbach, L'essenza del cristianesimo, che, come ho già detto, l'ha risvegliato dal "sonno idealistico". Dopo essersi accorto che il materialismo di Feuerbach era troppo sommario ed elementare, Marx è tornato a Hegel e da questi ha tratto tutto ciò che gli era necessario per costituire un materialismo affatto nuovo, così nuovo che molti critici e commentatori esitano addirittura, anche ai nostri giorni, a concedergli il nome di materialismo. A mio avviso, quindi, il materialismo marxiano deve molto a Hegel. Che cosa ha preso Marx da Hegel? La tradizione dice che, essenzialmente, nelle sue letture hegeliane, Marx ha trovato la "dialettica" e cioè una maniera, un metodo, una logica del pensiero, che Hegel aveva maneggiato con molta padronanza e successo, ma nel dominio ristretto dell'idealismo. Credo, però, che le attuali discussioni, che vertono principalmente sulla realtà e l'importanza di questa eredità dialettica in Marx, dovrebbero aprirsi ad altre questioni. C'è un'altra eredità hegeliana in Marx. Se è vero che Marx deve a Hegel la dialettica, è altresì vero che nella sua opera sono presenti molti altri temi hegeliani, che in questa sede non posso enumerare in modo esauriente, anche perché l'indagine su ciò non è stata condotta ancora sufficientemente a fondo. Si pensi, ad esempio, alla teoria astratta del lavoro, cioè al capitolo del Capitale in cui Marx confronta il lavoro nella sua forma immediata con l'attività del ragno o dell'ape, e mostra che questo lavoro si trova nell'uomo in una forma che non esiste in nessun altra parte e che implica una relazione finalista tra i mezzi e il fine. Si tratta di un punto estremamente importante nella nostra epoca. Se, infatti, si ammette che Marx ha tratto da Hegel questa dottrina, che è particolare e che non ha valore che astrattamente, allora, nella querelle che si sviluppa ai nostri giorni, si è obbligati alla conclusione che Marx è un umanista. Egli, cioè, riprende dalle opere di Hegel l'idea che tutti gli uomini che lavorano effettuano delle operazioni che, nel loro principio, sono identiche.

 

DOMANDA N. 3

A proposito dell'aggettivo "dialettico" da Lei ora adoperato, è giusto definire il marxismo un "materialismo storico" e, quindi, "dialettico"?

Sovente, si definisce il marxismo come "materialismo dialettico", ma Marx non ha impiegato frequentemente questa espressione. L'ha forse utilizzata una volta, e poi ha formulato la sua dottrina unendo molto spesso il termine "materialista" con "dialettico", ma in frasi in cui essi non erano immediatamente giustapposti. Tuttavia, malgrado si possa avanzare qualche riserva, credo che l'espressione "materialismo dialettico" esprima molto bene l'insieme del pensiero di Marx, la sua ispirazione generale. Marx è materialista perché, contro Hegel, tiene sempre fermo all'esistenza esteriore ed interiore all'uomo di una natura da lui indipendente. Dapprima c'è la natura, e, solo in seguito, l'uomo. Inoltre, in riferimento a Marx si parla giustamente di materialismo perché, secondo lui, l'uomo stesso è generato dallo sviluppo di una realtà naturale, di una specie animale. Marx dice che, ad un certo grado del suo sviluppo, l'uomo diviene veramente uomo e, a partire da quel momento, entra in relazioni sociali che mutano completamente la sua condizione. Tuttavia, accanto a questi motivi filosofici materialisti tradizionalmente evidenziati, a mio avviso, occorre sottolinearne altri che sinora sono stati trascurati. Il materialismo di Marx si spinge fino ad un punto poco comune: Marx non è il solo, ci sono altri filosofi che hanno pensato in termini analogamente materialisti; egli, però, è uno dei rari filosofi che ha tracciato egli stesso la propria biografia intellettuale. Nell'Introduzione a Per la critica dell'economia politica, egli racconta come è divenuto materialista. Da questa spiegazione emerge l'idea che il suo materialismo è storico, da una parte, perché spiega materialisticamente la storia, ma anche, dall'altra, perché spiega storicamente il materialismo. La concezione marxiana del materialismo, ispirata, del resto, dall'universo culturale nel quale egli ha vissuto e dalla realtà sociale che sostiene questo universo culturale, è in qualche modo generata dallo sviluppo della materia, attraverso molte mediazioni estremamente complesse.

 

DOMANDA N. 4 Può spiegarci il significato della coppia di concetti marxiani "struttura-sovrastruttura"?

Quando lo strutturalismo non esisteva ancora, non sorgeva alcun inconveniente a tradurre tali concetti marxiani con i termini "struttura" e "sovrastruttura". Da quando, invece, esiste una dottrina che accorda al termine "struttura" una portata filosofica fondamentale, i problemi di traduzione divengono importanti. Marx impiega il termine Bau, "costruzione". La sua traduzione francese structure o italiana "struttura" non è sbagliata, ma è tuttavia opportuno mettere in guardia contro l'assimilazione immediata della "struttura", quale Marx la intendeva, alla "struttura", quale la intendono gli strutturalisti. Tra questi due concetti ci sono indubbiamente delle somiglianze, e potremmo dire che Marx ha studiato in modo quasi strutturalista la struttura del sistema capitalistico. Ne Il capitale, egli ha cercato di smontare il sistema mostrandone le componenti, gli elementi, i momenti costitutivi. Quindi, analogamente al modo di procedere degli strutturalisti, ha ricercato il funzionamento del sistema, insistendo soprattutto - comportandosi, in tal modo, ancora da strutturalista - sul fatto che ogni elemento e ogni momento del sistema non è ciò che è, non possiede la propria natura, non gioca il suo ruolo che nella totalità nella quale è inserito e dalla quale riceve le proprie caratteristiche particolari. Marx ha espresso tutto ciò in alcune formule, che non sono concettuali, non sono precise, ma sono sufficientemente illustrative; egli ha detto che ogni particolare formazione sociale possiede una colorazione globale, cioè che tutti gli elementi di questo sistema sono, in seno al tutto, in relazione reciproca, e che, presentando ognuno delle caratteristiche simili a quelle dell'altro, funzionano nelle condizioni di esistenza e di permanenza della totalità. Conoscendo la religione di una società antica si può dedurne la forma della famiglia, il genere, lo stile dell'arte, la struttura della città ecc., perché fra tutti questi elementi c'è una sorta di corrispondenza. Marx, tuttavia, si distingue dalla maggior parte degli strutturalisti contemporanei (non da tutti, perché alcuni strutturalisti sono stati influenzati dal marxismo, e a proposito di costoro il discorso è più complicato), perché non spiega il genere umano attraverso il funzionamento di questa o quest'altra struttura, ma, al contrario, spiega l'apparizione, la determinazione e il funzionamento di ogni particolare struttura, ad esempio, della struttura capitalistica, facendo ricorso alla storia. Riguardati da questo punto di vista, quindi, il marxismo e lo strutturalismo si mostrano affatto diversi.

 

DOMANDA N. 5

Non ritiene che, oltre a questo suo contributo decisivo, e cioè l'analisi scientifica della struttura economico-sociale capitalistica, in Marx sia rintracciabile anche una filosofia della storia, una visione complessiva della storia?

Credo che in Marx ci sia una filosofia della storia. Si tratta di un tema contestato; addirittura, alcuni commentatori attuali pretendono che in Marx non ci sia affatto filosofia, e quindi, a fortiori, nemmeno una filosofia della storia. Personalmente, però, sono convinto che nell'opera marxiana ci sia una filosofia della storia. Ciò è confermato, da un lato, dall'interesse da parte di Marx per altre formazioni sociali oltre a quella capitalistica. Certo, l'impegno più grande è stato profuso per scrivere Il capitale. Ci sono però anche molti altri testi in cui Marx richiama la natura dei problemi storici, la maniera in cui si debba trattarli e il modo in cui la storia in generale si svolge. Inoltre, Marx stesso ha dato lo schema di una filosofia della storia, in particolare nella Prefazione a Per la critica dell'economia politica, là dove descrive il movimento generale della storia cominciando col dire che, nella produzione della loro esistenza, gli uomini entrano in determinati rapporti, che essi non hanno scelto. Marx sviluppa poi la tesi secondo la quale il carattere fondamentale dell'attività pratica, creatrice degli oggetti, assieme alle conseguenze economiche, sociali, politiche, religiose, artistiche, ideologiche che ne derivano, funzionino secondo una reciproca concordanza. Egli, in tal modo, mostra come, lentamente, l'interna concordanza, l'accordo reciproco fra le diverse forme dell'attività sociale si disarticoli, si degradi, come ciò che era concordanza divenga discordanza, ciò che era connessione contraddizione. Marx propone quindi una sorta di chiave di lettura per comprendere gli enigmi della storia. Egli, non senza una certa ambizione, ha detto che avrebbe dissipato il mistero della storia. Mi chiedo, allora, come potrebbe non esserci una filosofia della storia in Marx se la sua pretesa è quella di dissipare il mistero della storia. Si tratta, ovviamente, di una filosofia della storia molto diversa da quella di Hegel, essendo essa materialista. Tuttavia, Marx adotta uno schema già proposto da Hegel e descrive il processo attraverso cui le formazioni sociali nascono, si sviluppano, giungono alla maturità, fioriscono e poi declinano, decadono e spariscono. Ribadisco, quindi, pur sapendo che mi scontro con molti contraddittori, che in Marx c'è una filosofia della storia.

 

DOMANDA N. 6

Che si accetti o no l'idea di una filosofia della storia marxiana, rimane comunque fermo che Marx ritiene di aver svelato la chiave di volta della società capitalistica, e cioè la contraddizione tra borghesia e proletariato. Ci può illustrare i due poli di questa contraddizione? Qual è, secondo Marx, il ruolo storico della borghesia e quale quello del proletariato?

Riguardo alla contraddizione fondamentale tra la borghesia e il proletariato su cui Lei ha richiamato l'attenzione, occorre innanzitutto dire che, per Marx, la contraddizione è vivente, non è cioè una contraddizione statica. Ciò significa che essa non prevede, da un lato, la borghesia che rimarrebbe sempre tale quale è, e, dall'altro, il proletariato, anch'esso, in conformità alla logica dell'identità, eternamente identico a se stesso. La parola "contraddizione" indica, invece, per Marx, l'apparire di una contraddizione. Si tratta di un punto che è stato già spiegato da Hegel ed è estremamente difficile da comprendere. La questione non consiste tanto nel fatto che ci siano delle contraddizioni, quanto che nascano delle contraddizioni da ciò che non è contraddittorio. Secondo Marx, infatti, la contraddizione che, in una certa epoca, è rilevabile fra la borghesia e il proletariato, non è sempre esistita e, soprattutto, non è stata tale sempre allo stesso grado. Ad esempio, all'inizio della Rivoluzione francese c'era una sorta di unanimità del popolo francese contro la feudalità. Come ha sottolineato Jaurès nella sua Storia socialista della Rivoluzione francese, in questa unanimità si trovavano uniti i borghesi, i banchieri, i grandi commercianti francesi, i grandi commercianti delle grandi città francesi (Parigi, Bordeaux, Marsiglia) e anche i sanculotti, i manoeuvriers, come si diceva all'epoca, i proletari del tempo: tutti costoro, per un momento, videro i loro interessi confondersi. Anche se tale unanimità non è durata, questa fusione è esistita: essa è un'illustrazione del fatto su cui Marx richiama l'attenzione, e cioè che le nuove formazioni sociali sono dapprima coerenti ed unanimi e poi, a partire dall'identità, vedono sorgere delle contraddizioni che tendono a divenire sempre più acute. Quando Marx dice che c'è un "acutizzarsi" della contraddizione, vuole dire che questa non è sempre stata così acuta, ma che diviene tale e, alla fine - come egli stesso dice - "scoppia". C'è dunque una vita della contraddizione, una vita del rapporto tra la borghesia e il proletariato.

 

DOMANDA N. 7

Questa contraddizione che si acuisce in misura crescente fra borghesia e proletariato nasconde, per così dire, una contraddizione più decisiva, quella fra "forze produttive", da un lato, e "rapporti di produzione", dall'altro. Ci può illustrare il significato di questi termini e del rapporto contraddittorio che si instaura tra loro?

Occorre innanzitutto comprendere una delle idee principali di Marx che, non a caso, questi recepisce da Hegel: l'idea di corrispondenza. Marx impiega questo termine molto frequentemente e, in particolare, per designare un certo stato del rapporto fra le forze produttive e i rapporti di produzione. La tesi di Marx è la seguente: ogni volta che delle forze produttive nuove si impongono in modo significativo, esse danno a se stesse dei rapporti di produzione corrispondenti. Le forze produttive "corrispondono" - in tedesco: entsprechen - ai rapporti di produzione. Grazie a questa corrispondenza, sia i rapporti di produzione che le forze produttive si sviluppano, migliorano, si affinano, divengono sempre più complessi, si accrescono incessantemente. Raggiunto un certo livello di accrescimento, si produce un disaccordo: forze produttive e rapporti di produzione widersprechen, si contraddicono (il termine tedesco evoca meglio la differenza, per quanto anche in francese la costellazione terminologica correspondance, respondance e repondre rende bene l'idea). La corrispondenza diviene quindi una "contra-dizione"; ciò significa che il rapporto fra forze produttive e rapporti di produzione non è sempre negativo, altrimenti non ci sarebbe un vero e proprio processo. Il punto essenziale, che molti lettori di Marx stentano ad ammettere e persino a comprendere, sta nel fatto che da una corrispondenza, da una connessione, da un accordo nasce una contraddizione, un disaccordo, una discordanza.

 

DOMANDA N. 8 Il meccanismo che crea queste contraddizioni e che pesa sul proletariato è l'estrazione del plusvalore, un concetto, questo, che è stato decisivo anche per la storia del pensiero rivoluzionario successivo a Marx. Come viene delineata, ne Il capitale, l'estrazione del plusvalore?

Da un determinato momento in poi della sua vita, Marx ha consacrato la propria esistenza allo studio della natura e del funzionamento del sistema capitalistico. Egli ha perciò sacrificato tutti gli altri suoi interessi e, addirittura, era tanto posseduto da questo compito che si ridusse a vivere in miseria. Per certi aspetti, ciò è stato un peccato perché, in tal modo, Marx non continuò la ricerca intorno alle altre formazioni sociali su cui aveva già compiuto degli studi, anche se in modo più rapido. Nelle analisi contenute ne Il capitale, uno dei punti più ragguardevoli è la spiegazione dell'estrazione del plusvalore da parte del capitale. Per comprendere questo concetto, occorre innanzitutto chiarire che il capitale, in ultima analisi, non è nient'altro che lavoro. Più precisamente, il capitale è lavoro alienato in una forma tale per cui esso risulta reificato e si rivolta contro se stesso. Gli economisti - quelli anteriori a Marx, che egli però chiama genericamente "gli economisti" - si erano resi conto che il capitale implica la nozione di profitto, e che, senza profitto, non si comprende lo sviluppo del capitalismo. Si osservi, inoltre, che l'intera storia del mondo contemporaneo mostra un accrescimento enorme dell'accumulazione dei beni, delle macchine, degli utensili, dei beni di consumo. Risulta quindi evidente che il lavoro umano produce molto di più di ciò di cui ha bisogno per riprodursi. È questo, secondo Marx, ciò che è proprio dell'uomo: l'esser capace di produrre più di quanto non consumi. Muovendo da questa convinzione, Marx ha trovato la spiegazione fondamentale, o una delle spiegazioni fondamentali, del funzionamento del capitalismo. Ad esempio, un uomo, possedendo una certa somma di denaro, può acquistare il lavoro di un altro uomo. Acquistando il lavoro di un altro uomo e possedendo i mezzi di produzione, egli ottiene dei prodotti che gli appartengono. Tuttavia, osserva Marx, il prezzo che il datore di lavoro paga a colui che impiega non è il prezzo del suo lavoro, che si incorpora interamente nel prodotto, bensì è il prezzo della sua "forza-lavoro". Ne consegue che il salario non è determinato in modo preciso, immediato, invariabile; al contrario, nel suo insieme, il salario è determinato dal prezzo, non già del lavoro dell'impiegato o dell'operaio, ma della sua forza-lavoro, cioè dal prezzo di tutto quanto occorre affinché questa forza-lavoro sia sostentata e sviluppata al massimo, e possa riprodursi. Dunque, il datore di lavoro o il capitalista, retribuendo l'operaio, gli paga la forza-lavoro, ma tiene per sé i prodotti di questa, i quali, però, hanno un valore commerciale diverso dal prezzo della forza-lavoro stessa. Per certi aspetti, quella che Marx mette in evidenza, è una cosa ovvia: nessuno impiegherebbe un certo numero di operai se da ciò non ricavasse alcun interesse; ognuno farebbe da sé il lavoro se non trovasse un interesse nell'ingaggiare o nell'acquistare forza-lavoro altrui estraendone una sorta di differenza. Considerando la cosa per grandi linee, possiamo quindi dire che il plusvalore è costituito dalla differenza fra il valore dei prodotti del lavoro e il valore della forza-lavoro che è stata necessaria per produrli.

 

DOMANDA N. 9

L'accumulazione di plusvalore porta al rafforzamento del capitale e genera ulteriore tensione tra il capitale e il proletariato. La storia in generale, secondo Marx, è storia di lotte di classi, e la nostra è la storia della lotta di classe fra borghesia e proletariato. In seno a questa lotta, lo Stato sembra ridursi ad essere il comitato d'affari della borghesia, ed è destinato, prima, a venir superato da una dittatura del proletariato, e, poi, ad estinguersi. È questa, secondo Marx, la parabola dello Stato? E inoltre: qual è la differenza fra la concezione dello Stato in Hegel e in Marx?

La spiegazione che Marx dà della nascita e del funzionamento dello Stato è molto diversa da quella fornita da Hegel. Dal punto di vista marxiano, la spiegazione hegeliana è ideologica perché riconduce la nascita dello Stato ai bisogni spirituali di un'epoca. Ogni epoca, infatti, per Hegel, è animata e ispirata da ciò che egli chiama lo Zeitgeist, lo "spirito del tempo", che si incarna in un popolo e condiziona, controlla e dirige tutte le sue manifestazioni vitali. La critica di Marx a Hegel parte proprio da qui, dalla questione del diritto e dello Stato. Marx, ma soprattutto Engels, che ha sviluppato questo punto in un libro dedicato all'origine dello Stato e della società, invertono la posizione hegeliana e mostrano che gli uomini dapprima si riuniscono spontaneamente per assicurare i loro bisogni collettivi, e poi, ad un certo momento, considerando la cosa da un punto di vista utilitaristico, trovano vantaggioso affidare certe funzioni a delle persone specializzate. Accade così che, ad esempio, alcune società primitive affidano la cura di dirigere l'irrigazione, di organizzare le comunicazioni o di tracciare dei sentieri e delle strade, a un organismo specializzato che dipende interamente dall'insieme della società. A questo punto, però, si dà a vedere nuovamente un movimento dialettico di carattere hegeliano (si noti come nella nostra conversazioni riemerga continuamente questa ispirazione profonda): tutto ciò che appare grazie a una separazione, a una specificazione o a una diversificazione a partire da qualcos'altro, ogni realtà che si costituisce a spese di un'altra realtà finisce col guadagnare una certa autonomia. Accade, quindi, qualcosa come un'autonomizzazione. Marx e, sviluppando il pensiero di questi, Engels hanno pensato che lo Stato si sia autonomizzato e, a poco a poco, sia divenuto una specie di potenza superiore, indipendente dalla società. Dal punto di vista di Marx, quindi, non è corretto definire lo Stato il "sindacato degli interessi della borghesia" e non sono neanche sicuro che tale espressione sia proprio sua; in ogni caso, egli non l'ha impiegata spesso. Per Marx, infatti, sono esistiti anche degli Stati in società in cui la borghesia non era affatto dominante, come gli stati schiavisti e quelli feudali e, se esisterà, come lo Stato socialista. Lo Stato non si riduce unicamente a essere l'organismo di gestione degli interessi della borghesia; nella prospettiva marxiana, occorre piuttosto dire che la borghesia, quando diviene economicamente e socialmente dominante, si serve dello Stato per difendere al massimo i propri interessi. So che questo è un punto controverso; tuttavia, credo che sia un errore pensare che per Marx lo Stato non sia che l'organo di difesa degli interessi della borghesia, poiché esso è anche un organismo che, grazie a questa sorta di messa al servizio della borghesia, continua, naturalmente in maniera modulata, ad assicurare delle funzioni collettive, per esempio ad organizzare le scuole, gli ospedali, a costruire le strade ecc.. Lo Stato, così come la produzione di valori, ha, da una parte, una funzione d'uso, un valore d'uso per tutti, e, dall'altra, una funzione che assicura ad alcuni un particolare profitto politico. Nella società borghese, lo Stato assicura un profitto particolare alla borghesia, ma esso ha anche delle funzioni più estese, e Marx stesso ha talvolta descritto delle forme di Stato che non avevano alcuna funzione in alcuna forma di lotta di classe. In particolare, egli ha affermato che lo Stato prussiano, a una certa epoca, e forse già all'epoca di Hegel, non era dipendente da una classe sociale particolare, proprio perché non c'era alcuna classe sociale particolare che avesse in quel momento la capacità di assicurarsi l'egemonia.

 

DOMANDA N. 10

Engels è stato, per alcuni aspetti, un collaboratore di Marx; per altri, è stato anche un suo interprete, forse il primo dei suoi interpreti. Può parlarci del ruolo svolto da Engels nel sodalizio che egli ebbe con Marx? E inoltre: qual è la problematica delle interpretazioni del pensiero di Marx?

Le opere di Engels, essendo questi vissuto più a lungo del suo amico, hanno avuto il ruolo di commentare e completare Marx, il quale ovviamente non ha avuto la possibilità di giudicarle. Per questo aspetto, quindi, Engels è da annoverare nella categoria degli interpreti di Marx. Ma non si deve dimenticare che, se, da un lato, è un interprete, dall'altro, Engels è certamente anche uno dei precursori di Marx, il quale ha affermato molto nettamente che è stato il saggio sull'economia del giovane Engels ad aprirgli le prospettive di una analisi economica del mondo moderno. Quando si rilegge questo scritto engelsiano, che non è molto conosciuto da coloro che si interessano a Marx, emerge chiaramente come gli ultimi lavori del filosofo di Treviri, e anche, del resto, gli ultimi lavori di Engels, debbano molto a questo primo saggio, di cui riprendono la terminologia e i problemi. A mio avviso, quindi, non è del tutto corretto ritenere Engels unicamente un interprete di Marx. Non soltanto egli è stato un ispiratore di Marx nella giovinezza, ma entrambi, come Castore e Polluce, hanno lavorato per tutta la vita come fratelli. Essi hanno intrattenuto un'immensa corrispondenza epistolare: quando non abitavano nello stesso luogo, non facevano altro che scriversi l'un l'altro su tutti i soggetti che trattavano. Engels ha letto la maggior parte delle opere marxiane prima della loro pubblicazione e Marx lo ha invitato a fargli le osservazioni e le obiezioni necessarie e a proporre delle aggiunte. Lo stesso è accaduto per le opere scritte da Engels prima della morte dell'amico. Ad esempio, riguardo a quell'opera che spesso viene citata per misurare la fedeltà o infedeltà di Engels al pensiero dell'altro, l', c'è in essa un capitolo scritto da Marx e non è dunque credibile la tesi di chi sostiene che questi non l'abbia approvata. Per altro, mi sembra che dalla corrispondenza fra i due emerga abbastanza chiaramente che Marx lesse l' prima che venisse pubblicato; tenuto conto del carattere di Marx e del fatto che non recedeva facilmente dalle sue opinioni quando si trattava di problemi teorici, non è possibile credere che egli l'avrebbe lasciato pubblicare se non avesse accettato l'essenziale delle tesi che quest'opera conteneva e che erano presentate come il pensiero comune a entrambi. È dunque chiaro che, rispetto a Marx, Engels si trova in una situazione del tutto differente da quella degli interpreti che son venuti in seguito e che non hanno avuto questa esperienza di collaborazione quotidiana con lui. Gli interpreti successivi hanno ripreso il lavoro fatto da Marx, o, in alcuni casi, da Marx e da Engels, o, in altri ancora, da Engels soltanto. Costoro, essendo già ad uno stadio ulteriore dello sviluppo sociale e culturale, non si trovavano più in quella che oggi chiameremmo la stessa episteme di Marx ed Engels. Gli interpreti successivi hanno riflettuto su un pensiero che Marx ed Engels avevano espresso creativamente: per essi si trattava, invece, di un "ritorno a", a partire da punti di vista che offrivano prospettive differenti.

Intervista di Antonio Gargano