LA FILOSOFIA GRECA

 

 

VITA

Hans Georg Gadamer nasce a Marburgo l'11 febbraio del 1900. Studia a Breslavia (1918) con Richard Hönigswald e a Marburgo (1919) con Nicolai Hartmann e Paul Natorp, con cui si laurea, nel 1922, discutendo una tesi dal titolo: "L'essenza del piacere nei dialoghi di Platone". Nel 1923 , a Friburgo, conosce Husserl e Heidegger, del quale frequenta i corsi universitari a Marburgo tra il 1923 e il 1928. Diventa professore ordinario di filosofia nel 1937 e, nel 1939, ottiene una cattedra presso l'Università di Lipsia, di cui diventa rettore nel 1946. Nel 1947 insegna a Francoforte e nel 1949 a Heidelberg, dove succede a Jaspers. Divenuto professore emerito nel 1978, Gadamer ha insegnato presso alcune università straniere e negli Stati Uniti, vivendo quella che egli stesso ha definito "una seconda giovinezza". Autorità indiscussa della filosofia contemporanea, l'anziano filosofo è stato recentemente onorato con la pubblicazione della sua "Opera omnia" della quale sono usciti sette volumi (1986-1991) e tutt'ora in corso di stampa.

OPERE

Scritti precedenti Verità e metodo :

Platone e i poeti (1934); Popolo e storia nel pensiero di Herder (1942); Bach e Weimar (1946); Goethe e la filosofia (1947); La nascita della filosofia (1948).

Scritti sull'ermeneutica:

Verità e metodo. Lineamenti di un'ermeneutica filosofica (1960); Ermeneutica e storicismo (1962); Il movimento fenomenologico (1963); Il problema della coscienza storica (1963); Ermeneutica e metodica universale (1964); Scritti minori (1967-77).

Scritti storiografici sulla filosofia greca, Hegel e Heidegger:

Idea e numero. Studi sulla filosofia platonica (1968); Sul mondo concettuale dei presocratici (1968); Idea e realtà nel Timeo di Platone (1974); L'idea del bene tra Platone ed Aristotele (1978); Studi platonici (1983); La dialettica di Hegel. Cinque studi ermeneutici (1971); Sentieri heideggeriani. Studi sull'opera tarda (1983).

Scritti di estetica:

Chi sono chi sei tu? (1973); Poetica. Saggi scelti (1977); L'attualità del bello (1977); Poesia e dialogo (1990).

PENSIERO

In opposizione alla tradizione cartesiana e neokantiana volta esclusivamente alla fondazione metodologica della scienza, Gadamer si può considerare il fondatore di una ontologia ermeneutica: la verità non può essere garantita da un metodo che consenta il possesso dell'oggetto (scienza) come risulta chiaro nell'esperienza estetica e nello studio dei fenomeni culturali. La verità si svela nell'atto interpretativo che nella sua storicità trova non un limite, ma la possibilità di un colloquio con la tradizione("fusione di orizzonti"), visto che, testo o evento che sia, esso è comprensibile non in quanto "essere", ma in quanto "linguaggio".

 

Interrogandosi sul sorgere della filosofia, Gadamer ne colloca l'origine sulle coste dell'Asia Minore (Mileto), in coincidenza con l'adozione della scrittura alfabetica (1HotwordStyle=BookDefault; ). La differenziazione della filosofia dalle altre scienze ebbe inizio con Socrate, mentre religione e filosofia conservano un legame molto stretto poiché, pur fornendo risposte diverse, muovono dalle stesse domande (2HotwordStyle=BookDefault; ). I Greci si pongono all'origine della nostra civiltà non solo perché posero le basi della scienza, ma anche per il loro senso di umanità, testimonianza dell'unità di ragione teoretica e di ragione pratica (3HotwordStyle=BookDefault; ). I sofisti vengono presentati come tecnici dello spirito, che non sanno cosa sia il bene, rappresentando ciò che nella nostra società è il monopolio dell'esperto. (4HotwordStyle=BookDefault; ) L'Elogio di Elena, è solo un elogio della tecnica e del sapere specialistico, mentre il trattato di Gorgia sul non essere ha un genuino valore filosofico (5HotwordStyle=BookDefault; ). Il detto di Protagora sull'uomo, misura di tutte le cose, ha invece un carattere politico (6HotwordStyle=BookDefault; ). L'attuale rivalutazione dei sofisti si spiega con la prevalenza di un tecnicismo che lascia inevase le domande circa gli scopi del nostro agire (7HotwordStyle=BookDefault; ). La lettura di Platone in termini di totalitarismo nasce dal misconoscimento dei suoi tratti umoristici e caricaturali (8HotwordStyle=BookDefault; ). La VII lettera viene spiegata collocandola nel contesto della Sicilia dell'epoca, baluardo contro i Cartaginesi. Le "tavolate siciliane" sono all'origine dell'incomprensione, da parte del giovane tiranno di Siracusa, degli insegnamenti della filosofia platonica (9HotwordStyle=BookDefault; ). La condanna di Socrate convince Platone che le costituzioni delle città, hanno fondamenta erronee, mentre il suo atteggiamento di rispetto delle leggi gli insegna la necessità di tutelare gli ordinamenti giudiziari. Sul metodo dell'apprendimento la VII lettera contiene un brano molto significativo (10HotwordStyle=BookDefault; ). Platone, onorato dalla gioventù come una divinità, ha creato un'opera che si è imposta per millenni e che è parte integrante della tradizione della nostra cultura (11HotwordStyle=BookDefault; ). Nel mito della caverna Platone illustra l'esperienza di colui che nella società si dedica al sapere, a cui si rimprovera, erroneamente, di essere inutile rispetto alla soluzione dei problemi pratici (12HotwordStyle=BookDefault; ). Aristotele critica la sopravvalutazione della matematica nel concetto platonico del bene. Tuttavia i principi sviluppati da Aristotele nella sua etica non sono che un'elaborazione degli accenni già presenti in Platone (13HotwordStyle=BookDefault; ). Eraclito è fra i grandi pensatori dei tempi antichi: ha scoperto il segreto della vita e della morte, così come il concetto di spirito. Il suo pensiero ha molti punti di convergenza con quello di Parmenide (14HotwordStyle=BookDefault; ). La guerra indica in Eraclito l'insieme delle tensioni che regolano la vita umana. Proprio perché seppe mostrare l'identità dell'essere e del nulla nel divenire Eraclito fu considerato da Hegel ispiratore della sua Logica (15HotwordStyle=BookDefault; ).

DOMANDA N. 1

Professore, qual è il significato del termine "filosofia" e per quale motivo per designare questa disciplina i greci parlarono di "amore della sapienza", e non semplicemente di "sapienza"?

Il nostro uso del termine filosofia si riferisce, in realtà, all'età moderna, caratterizzata dall'affermarsi della scienza del XVII secolo, che si affiancò al sapere complessivo dell'uomo. Nella storia del pensiero, l'uso del termine filosofia si presenta come un'eccezione, e questo non presso i Greci in generale, ma in particolare con Platone, il quale ha sottolineato come non sia il sapere, ma l'anelito al sapere, a contraddistinguere l'uomo. I Greci hanno identificato il loro ideale con il sophos, il sapiente; Platone ha rilevato come questo modello si trovi al di là di quanto gli uomini possano aspettarsi da se stessi. Gli uomini sono sempre soltanto in cammino verso la verità. Questo ideale era particolarmente adatto a collegarsi con la fede nel progresso che distingue la ricerca moderna. È interessante considerare come una cultura veramente equilibrata non creda in un progresso illimitato, ma nel mantenimento del proprio ordinamento. A ben vedere la filosofia è sorta migliaia di anni prima, quando gli uomini impararono a fare uso del fuoco. I reperti di recenti scavi ci hanno mostrato che già centomila anni fa gli uomini sapevano accendere il fuoco. In quel momento mi sembra si origini la distinzione degli uomini da tutti gli esseri viventi, e sicuramente questo coincise con l'inizio della comunicazione con mezzi simili al linguaggio. Ma Lei naturalmente mi chiede dei Greci, la cui cultura fiorisce più tardi, questo è vero. Si tratta di considerare il nuovo sviluppo intrapreso dalla Grecia quando divenne, su quel piccolo lembo dell'Europa, una grande potenza commerciale, e sviluppò in molte piccole città una vita culturale autonoma. Questo avvenne sulla costa dell'Asia Minore, soprattutto a Mileto. Lì si origina per la prima volta un pensiero a noi familiare; ha inizio cioè, la nostra tradizione. È il momento in cui si verifica un grande avvenimento: l'adozione della scrittura alfabetica, che s'impose nell'VIII secolo a.C. La scrittura alfabetica rappresenta una grandissima conquista per la facoltà di astrazione della mente umana. Ordinare delle raffigurazioni una accanto all'altra per comunicare qualcosa, come facevano i cinesi con i loro ideogrammi, rappresenta un primo passo piuttosto elementare; ma il fatto che si cominciasse a far uso di simboli astratti per la comunicazione mi sembra un notevole passo in avanti, più significativo dell'invenzione del computer per la nostra epoca.

 

DOMANDA N. 2

Molti considerano la filosofia una grande madre, che ha partorito la fisica, le scienze naturali, il diritto, la logica, e tante altre scienze. D'altra parte noi sappiamo che furono proprio i fisici, come Talete, ad anticipare la nascita della filosofia. Qual è pertanto il rapporto tra scienza e filosofia, e qual è la differenza tra queste due discipline? In che termini inoltre la filosofia, che sembra farsi carico dei massimi problemi dell'uomo - il suo destino, il significato dell'esistenza, dell'anima, del mondo - si distingue dalla religione?

Penso che si possa dare una risposta chiara. Questa differenziazione ebbe inizio con la ricerca di Socrate. Cicerone disse che fu Socrate a distogliere la filosofia dal cielo, cioè dall'astronomia, dalla contemplazione della natura, e a riportarla in mezzo agli uomini, ponendo la domanda: che cosa è bene per noi uomini, nel nostro agire? Questo mi sembra l'inizio della distinzione della ricerca teorica dalla sfera in cui si discute che cosa dobbiamo fare, e che cosa non fare, per poter costruire una vita secondo ragione, una vita felice e buona. Quanto ai rapporti fra religione e filosofia, occorre tener presente che esse pongono le stesse domande. Mentre però le religioni offrono delle risposte, la filosofia non lo fa, ma approfondisce invece sempre più il nostro domandare. Le religioni nel mondo danno risposte differenti. Non si tratta sempre di rivelazioni in senso cristiano; può trattarsi di leggende, di un patrimonio di racconti mitologici tramandato di generazione in generazione da tempi antichissimi. In Cina, per esempio, il concetto di rivelazione non è alla base delle istituzioni religiose. Ma in generale il rapporto tra religione e filosofia è molto stretto, poiché le religioni offrono una risposta alle domande dell'uomo alle quali la filosofia non può rispondere. Per questo motivo ancora oggi pratichiamo la filosofia.

 

DOMANDA N. 3

Abbiamo parlato del rapporto tra scienza e filosofia, fra religione e filosofia, ma rimane aperto un interrogativo: per quale motivo la filosofia è nata in Grecia e non in altre civiltà? E in che misura questa origine ha determinato le sorti successive dell'umanità?

Non possiamo pretendere di dedurre razionalmente le sorti dell'umanità. Credo che per rispondere alla sua domanda si debba ricordare l'atmosfera cittadina che si andò sviluppando nelle città portuali della Grecia - Mileto, Efeso, Megara, Egina e più tardi anche Atene. Quella tradizione di autonomia, che si sviluppò soprattutto grazie al commercio, ha creato la possibilità di occuparsi non soltanto di calcoli sui profitti, ma anche di questioni e ricerche affrontate per la semplice gioia di vivere, per pura curiosità. Certamente il predominio della civilizzazione occidentale è stata una decisione a favore dello spirito scientifico. Ed è ai Greci che dobbiamo la matematica e le dimostrazioni delle verità matematiche. L'idea di dimostrazione non esisteva in nessuna altra cultura; si è sviluppata solo con i Greci, ed è stata ripresa e posta su nuove basi nel XVII secolo, nell'età moderna. In questo senso i Greci sono gli avi della nostra civiltà. Per fortuna però, i Greci non posero soltanto le basi della scienza, poiché essi avevano anche un forte senso dell'umanità, della felicità e della gioia della vita; e anche in questo possiamo tornare ad imparare da loro. La passione teoretica dell'uomo e l'uso della nostra ragione nella vita pratica non sono in fondo cose diverse: entrambe presuppongono facoltà originarie dell'uomo, di cui una è quella di porre domande che non esigono risposte immediate, ma per le quali invece è necessario cercare la risposta. Questo è il significato del termine "ricerca", indispensabile nella vita pratica non meno che in quella teoretica. Ogni essere umano che agisce ricerca i mezzi adatti per raggiungere i suoi scopi. La ragione pratica e quella teoretica sono dunque un'identica ragione, alla cui base c'è quella facoltà originaria dell'uomo per la quale egli prende le distanze dagli stimoli immediati del mondo per tendere al futuro. Questo è saper domandare.

 

DOMANDA N. 4

Noi conosciamo i sofisti soprattutto attraverso la critica di Platone. Altri invece sostengono che i sofisti siano stati gli illuministi della Grecia. Qual è la sua opinione a questo proposito?

Con il termine "sofista" s'intendeva indicare in origine un uomo particolarmente saggio, che si poneva a un grado elevato del sapere. Ma Platone, o forse Socrate, hanno mostrato che tale sapere non comportava una conoscenza degli scopi ultimi dell'uomo, del bene. I sofisti erano "tecnici dello spirito", erano grandi oratori e maestri dell'argomentazione logica. Fieri di questa nuova capacità credevano che tutto consistesse in questo. Essi rappresentano ciò che per noi, nella nostra società, è il "monopolio dell'esperto". Socrate ha mostrato che l'esperto non sa che cosa è il bene, e, allo stesso modo, anche noi avremmo bisogno di una ragione politica e sociale. In questo senso i sofisti non sono il male: la loro pratica si mostra però limitata per quanto riguarda le sue possibilità, soprattutto quando la si impiega nel senso che ha assunto per noi il termine "sofistica", e cioè quando si riduce ad argomentazioni che contrastano con la ragione. La retorica rende più forte la parte più debole in una lite: questa è una degenerazione del sapere e della sua capacità persuasiva, che giunge fino a farne un abuso. Socrate e Platone ci hanno indicato i rischi che si corrono quando gli uomini, nel ricercare, dimenticano la loro responsabilità nei confronti del bene dell'umanità nel suo insieme. Il tecnico è quindi il vero sofista. Quanto al termine "illuminismo", esso si riferisce al XVII e XVIII secolo, e indica proprio il "rischiaramento" che si contrapponeva ad una verità limitata e condizionata dalla Chiesa. Se Lei mi chiede quando è cominciato in Grecia l'illuminismo, Le rispondo: con Omero. L'intera storia della Grecia è una storia del "rischiaramento". I sofisti hanno una cattiva fama; in quanto "falsi illuministi", essi subiscono la stessa critica che si può rivolgere all'illuminismo moderno.

 

DOMANDA N. 5

Tra i testi più famosi e importanti dei sofisti si collocano l'orazione dedicata da Gorgia alla dimostrazione dell'innocenza di Elena e il testo Sul non essere. Qual è il valore filosofico di questi testi?

L'Elogio di Elena, è un elogio alla tecnica e al sapere specialistico che, come ho mostrato, costituiva l'essenza della sofistica: il saper parlare, il potere del discorso e degli argomenti, è una potenza così grande della vita umana che perfino Elena può essere presentata come salvatrice, come soccorritrice e come figura eroica. Io penso che questa non sia filosofia, ma piuttosto un indizio dell'abuso del potere del discorso e dell'argomentare. Mi sono sempre servito di quell'elogio per mostrare cosa intendo quando dico che il sofista è il vero tecnico. Il trattato di Gorgia Sul non essere ha invece un genuino valore filosofico, poiché esso effettivamente sviluppa la più antica domanda della filosofia greca. Ed ha, in questo modo, reso necessario Platone. Gorgia ha infatti dimostrato che noi, in fondo, non sappiamo nulla quando vogliamo pensare questo concetto dell'essere, che sempre "è" e mai può "non essere". Ma in tal modo non possiamo nemmeno pensare, se "pensare" implica sempre il mio dire "questo e non quello". Qui si riconosce il problema che sarà di Platone. La critica di Gorgia a Parmenide è necessaria per aprire una tale prospettiva.

 

DOMANDA N. 6

Come va interpretato il detto di Protagora "l'uomo è misura di tutte le cose"? Con il termine uomo si intende qui l'uomo in generale, l'umanità, in contrapposizione al divino, o piuttosto l'uomo come singolo individuo?

Evidentemente è implicito il primo significato. È chiaro che, quando si dice che "l'uomo è misura di ogni cosa", si intende che l'uomo ha molteplici capacità di confrontarsi con la realtà; e in fondo questa frase, ne sono convinto, è un'affermazione di carattere politico. Indica infatti che non bisogna sviluppare semplicemente una dogmatica, bensì occorre riferire i nostri scopi all'agire sociale e politico, in modo da soddisfare le esigenze di volta in volta attuali. Protagora era un oratore politico, era un maestro per la gioventù attica che aspirava alle cariche più alte dello Stato, e lo stesso vale per Gorgia. Entrambi erano maestri ammirati dal ceto dominante. Platone ha mostrato invece che saper comporre orazioni, e sviluppare buone argomentazioni, non comporta necessariamente il bene della città; può invece rappresentarne la rovina, il male. Platone non ci mostra in cattiva luce Protagora o Gorgia, ma ci presenta Callicle oppure Trasimaco, dei singolari oratori, che traggono conseguenze nichilistiche dal mero tecnicismo sofistico. Lei sa che Nietzsche ammirava proprio il modo in cui Platone aveva scoperto il nichilismo nella maestria, nella capacità tecnica dell'uomo. La volontà di potenza è in tutto. Questo è Callicle.

 

DOMANDA N. 7

Assistiamo oggi a una rivalutazione dei sofisti. In che misura il nostro orientamento culturale, scientifico ci spinge nella stessa direzione indicata dai sofisti? E cosa invece dobbiamo considerare ancora oggi valido nell'insegnamento di Socrate, che fu addirittura, alla sua epoca, confuso con i sofisti?

Probabilmente, la situazione di fondo è quella che ho descritto: la nostra capacità tecnica, in quanto uomini, affinata attraverso la scienza, ha generato una vita regolata che ci lascia insoddisfatti rispetto alla questione del bene e del male. In ciò riconosciamo la sofistica, e di questo si tratta. Ripeto: non considerare l'importanza che ha la conoscenza degli scopi nell'uso della tecnica, non è senz'altro un bene. È questo il caso dei sofisti greci. Essi non padroneggiavano le tecniche dell'industria elettronica o dell'energia nucleare, ma erano padroni di quella del discorso. Da lì veniva l'elogio di Elena, l'elogio della retorica. I sofisti ponevano i mezzi per scopi arbitrari; Socrate invece voleva indicare quali fossero i veri scopi, la vera felicità dell'uomo e della società, quale fosse il vero ordinamento della vita per l'individuo e per la società. Questa era la missione di Platone e di Aristotele, che costituirono la cornice ideologica in base alla quale, in seguito, il Cristianesimo poté formulare la propria concezione del mondo. È comprensibile che un uomo come Socrate, ottimo argomentatore, agli occhi di chi disponeva di una scarsa capacità dialettica, apparisse indistinguibile da un uomo come Gorgia. Entrambi erano tanto bravi che era difficile comprendere la specificità di Socrate. Bisogna vedere la differenza nella disponibilità di Socrate a morire per la sua città, nonostante l'ingiustizia della sentenza. Socrate non è fuggito dalla prigione, ed è diventato così un ideale per la gioventù greca, che lo ammirava nello stesso modo in cui, nella storia più antica, i Greci ammiravano Achille, l'eroe omerico.

 

DOMANDA N. 8

Professore, la filosofia politica di Platone è stata spesso tacciata di aristocraticismo. Popper nel suo libro La società aperta e i suoi nemici ha visto addirittura in Platone il prototipo e il modello di ogni regime autoritario e dittatoriale: è giustificata questa accusa?

Questa accusa nasce da una lettura di Platone che ignora umorismo e ironia. Lei crede veramente che Platone abbia voluto dire che uno Stato può vivere basandosi sul possesso comune di donne e bambini, e senza che una madre conosca i propri figli? Qualche volta, in determinate situazioni politiche, Platone ha dovuto offrire dei consigli. Noi conosciamo questi consigli, e sappiamo che essi non andavano in questa direzione. Senz'altro Platone vedeva nella famiglia un'importante forma di organizzazione sociale, ma scorgeva il pericolo che tale dominio della famiglia comporta, pericolo dal quale ancora oggi non siamo lontani, soprattutto nei paesi del Sud. Il nepotismo nella struttura della società si verifica quando il figlio stupido di un uomo di riguardo diventa a sua volta un uomo di riguardo. In questo consiste il pericolo della famiglia nella vita dello Stato; ed anche nella vita della scienza, del resto, poiché anche l'accademia è un piccolo mondo. In questo senso ho paragonato una volta La Repubblica di Platone ai Viaggi di Gulliver, il cui autore, grazie a una storia umoristica, ci ha mostrato cose incredibilmente importanti, come il nepotismo o altre forme di abuso di potere. Questo è il problema originario della società umana, e Platone ha scelto la forma della caricatura, se vogliamo, per mostrare il luogo del pericolo.

 

DOMANDA N. 9

Professore, qual è l'importanza della VII lettera di Platone?

Si è discusso a lungo sull'autenticità di questa lettera. Essa coincide però perfettamente con quanto sappiamo della Sicilia, dove avevano un ruolo importantissimo le casate principesche, che rappresentavano il baluardo contro i fenici, i cartaginesi. Ciò che era in gioco allora in Sicilia incideva dunque sulla storia del mondo. E questo è anche il motivo per cui i greci avevano un così grande interesse per la Magna Grecia, cioè per il Sud dell'Italia e la Sicilia. Si trattava della garanzia dei contatti via mare e del commercio con le proprie colonie. Ora, Platone si occupa delle corti principesche e della loro politica, sostenendo il loro ruolo di baluardo contro i Fenici, nell'interesse della civiltà e della cultura greca. La VII lettera ci mostra il modo in cui egli ha cercato di sostenere questi interessi, e anche il fallimento del suo tentativo. Egli stesso ha individuato nelle "tavolate siciliane" la spiegazione e l'origine dell'incomprensione, da parte del giovane tiranno di Siracusa, nei confronti della sua filosofia. Il giovane tiranno dava eccessiva importanza alla buona tavola e alle buone libagioni. E devo ammettere che le "tavolate siciliane", e in genere la cucina del Sud d'Italia, dove si mangia e beve troppo, costituiscono un grosso pericolo per un pensiero chiaro e razionale. Inoltre, per spiegare i viaggi di Platone in Sicilia, bisogna ricordare che la confraternita pitagorica era costituita da amici di Platone, come Archita di Taranto. Platone, quando andò in Magna Grecia, faceva riferimento a tutti questi fattori: alla cultura rappresentata ad Elea da Parmenide, ad Agrigento da Empedocle, e non da ultimo a Pitagora, ed alla sua scuola, che era insieme una potente organizzazione politica, una lega fra città. C'erano quindi molti ed importanti motivi per i viaggi di Platone, che si riflettono anche nei suoi rapporti personali: alcuni dei suoi allievi provenivano dalla Sicilia, come il suo preferito, Dione, che era figlio di un principe di Siracusa. Ai tanti motivi per i viaggi di Platone si aggiungeva naturalmente la convinzione che non ci fossero speranze per Atene; Platone ha certamente vissuto profonde delusioni, dopo la morte di Socrate, quando ha dovuto rendersi conto che ad Atene non poteva creare un nuovo mondo, una struttura politica e sociale sana. Questa esperienza non è nuova; un noto proverbio dice che nessuno è profeta in patria. Così quando i suoi amici lo pregarono di intervenire, Platone credette di poter condurre il giovane tiranno di Siracusa ad una politica razionale. Il tentativo è fallito, come ho mostrato, per colpa delle "tavolate siciliane", del lusso della corte, che impediva il lavoro intellettuale e la concentrazione.

 

DOMANDA N. 10

Platone, all'inizio della VII lettera, afferma di aver imparato molte cose dalla vicenda di Socrate. Quale insegnamento trae Platone dal processo intentato contro il filosofo e dall'atteggiamento di quest'ultimo?

Credo che la più profonda intuizione di Platone, come si vede dalla VII lettera, sia stata quella che gli ha permesso di vedere anche nei suoi migliori amici, passati al governo dopo la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, dei cattivi governanti, addirittura peggiori dei predecessori. Come è possibile, si chiese, che perfino i miei cugini e fratelli facciano parte di un governo che condanna a morte Socrate? Tutto ciò lo colpì profondamente, ed egli raggiunse la conclusione che ci dovesse essere qualcosa di sbagliato nelle fondamenta delle costituzioni cittadine, se una cosa simile - giustiziare l'uomo che egli ammirava ed amava tanto - era stata possibile. Questo fu, secondo me, l'insegnamento fondamentale che la condanna e l'esecuzione di Socrate offrirono a Platone. Naturalmente, il secondo insegnamento veniva da Socrate, che accettò la sentenza dicendo che quello che gli veniva fatto era ingiusto, ma riconoscendo anche di non essere autorizzato a opporsi al diritto. E questo vale per tutti noi: si tratta dell'antico problema del diritto di resistenza. Noi dobbiamo tutelare gli ordinamenti giudiziari, anche quando commettono un errore. Possiamo combatterli con i mezzi dell'argomentazione, e certamente Socrate si è difeso anche se non nel modo che Platone descrive: la descrizione platonica era una provocazione nei confronti del tribunale, questo è ovvio. Non credo che il processo di Socrate si sia svolto così, e nemmeno Platone lo crede, ma evidentemente aveva i suoi motivi per descriverlo in questo modo. Ancora a proposito della VII lettera vorrei aggiungere che da un punto di vista filosofico essa contiene un brano estremamente significativo, che tratta del metodo dell'apprendimento. Ho analizzato con molta cura questo brano, e sono giunto alla conclusione che si deve trattare di un pensiero che Platone ha esposto sovente; sembra una sorta di lezione o discorso introduttivo che Platone teneva ai suoi allievi, esortandoli a non credere che per comprendere veramente, sia sufficiente imparare le definizioni e gli esempi dati. Per comprendere è essenziale che intervenga ancora qualcos'altro: il non limitarsi ad argomentare, ma saper ascoltare, avere un vero scambio con l'altro nel discutere. Solo il dialogo è il vero insegnamento; è questo il significato dell'excursus in questione, che mi ha sempre affascinato. Platone arriva a dire che il sapere stesso non è lo scopo ultimo; tale scopo si può ritenere raggiunto soltanto quando si è capaci di vedere la verità con i propri occhi: bisogna riuscire a provocare una scintilla, così che il sapere passi dall'uno all'altro. È questa la chiave.

 

DOMANDA N. 11

Qual è, in termini generali, il posto che Platone occupa nella nostra cultura?

Per la sua epoca Platone fu indubbiamente un modello ammirato dalla gioventù. Lo si onorava quasi come una divinità. Abbiamo una meravigliosa copia della statua in bronzo creata da Silanione dopo la sua morte. A Monaco si conserva una stupenda testa in marmo che lo ritrae, e che è stata l'argomento di una conferenza che ho tenuto recentemente. In essa, si vede che uomo era Platone: un uomo capace di una profonda concentrazione, dotato di uno spirito trascinante e di un forte senso dell'umorismo. Nella curva delle labbra c'è dell'ironia, e, in effetti, bisogna leggere Platone anche con un certo senso dell'umorismo. Ora, che cosa significa un uomo come Platone per la cultura? È un vero miracolo che un solo uomo abbia creato un'opera che s'impone ormai da millenni, e della quale siamo costretti a dire che conteneva già tutto. Come ha detto giustamente Whitehead, tutto il nostro filosofare non è che un annotare a piè di pagina i testi di Platone. Ma, soprattutto, gli dobbiamo la possibilità di comprendere la religione cristiana: si trattava di una nuova possibilità spirituale, che sorgeva nella forma di una nuova religione. Nel III secolo d.C. Plotino fu onorato alla corte imperiale come il nuovo Platone, e non senza ragioni. Agostino, a sua volta, ha fatto fruttare l'insegnamento di Plotino. Non si tratta dell'unica eredità che ci giunge da Platone, ma questa linea della tradizione è divenuta parte integrante dell'intera nostra civiltà.

 

DOMANDA N. 12

Tra i miti introdotti da Platone per illustrare le sue dottrine filosofiche, quello della caverna si presenta come uno dei più suggestivi. Senz'altro se ne possono dare molteplici interpretazioni. Qual è, a Suo avviso, il messaggio più importante in esso contenuto?

 

 

DOMANDA N. 13

Aristotele è il primo fra i filosofi greci a offrire una trattazione sistematica dell'etica, che prende in una certa misura le distanze dalla concezione platonica. In particolare oggetto della critica di Aristotele è l'idea del bene. Qual'è la differenza fra le posizioni dei due pensatori? E come valuta, a questo proposito, l'attuale riabilitazione della filosofia pratica di Aristotele?

La critica che Aristotele rivolge al concetto platonico del bene prende di mira la sopravvalutazione della funzione della matematica per la conoscenza del reale. Il concetto del bene in Platone ci viene prospettato anche come principio dell'ordinamento del mondo. Questo Aristotele lo rifiuta: il reale secondo lui è ciò che vive, non l'ordinamento matematico. Per quanto riguarda la filosofia pratica, l'etica aristotelica rappresenta invece una continuazione dell'etica platonica. In realtà, per regolare l'agire umano, l'etica platonica era utile; ma non era utile il Timeo, con il suo mito di un dio geometrico che realizza rapporti numerici. È una critica che Aristotele, in virtù del suo approccio più biologico, rivolge al pitagorismo matematico, adottato da Platone per sviluppare la domanda socratica. Siamo di fronte ad una sorta di lite in famiglia. I principi sviluppati da Aristotele nella sua etica non sono principi nuovi, ma rappresentano una elaborazione concettuale degli accenni e delle indicazioni offerte dallo stesso Platone, soprattutto nel Filebo e nel Politicotechne; si tratta, di nuovo, di un insegnamento anti-sofistico. A tale punto di vista si collega anche la concezione aristotelica dell'eudaimonia, della felicità. È un concetto, questo, che è insito nella vita umana in genere, e non soltanto nella filosofia. Il voler condurre una vita felice, è, per così dire, un istinto innato nell'uomo; come gli animali, non possiamo fare a meno di rendere quanto più è possibile felice la nostra vita. Cos'è però la felicità? Su questo esiste una grande varietà di opinioni tra cui scegliere. La filosofia di Platone e Aristotele risponde che la vera felicità non può consistere in successi esteriori, onorificenze e ricchezze, poiché l'uomo è un essere che, consapevole della sua morte, pensa e si interroga, cercando la pienezza della propria esistenza. Tradurrei così il termine eudaimonia: pienezza della vita.

 

DOMANDA N. 14

Eraclito nella storia del pensiero filosofico? In che relazione si trova la sua filosofia con la riflessione di Parmenide?

Eraclito è uno dei più grandi rappresentanti dei tempi antichi, e ha avuto un'importanza decisiva per Platone; non nel senso in cui si ritiene comunemente, bensì perché ha scoperto il segreto della vita e della morte, della veglia e del sonno, individuando ciò che da allora in poi chiamiamo "anima". Il suo libro è stato chiamato "L'anima alle soglie del pensiero greco". Ma che cos'è l'anima? Forse l'alito, il soffio, che rappresenta il sintomo di un essere vivente? No, l'anima è di più, è anche spirito. Questo è Eraclito. Sono convinto che Eraclito non abbia conosciuto Parmenide, né questi Eraclito. Piuttosto ognuno dei due ha, a suo modo, cercato la risposta alle medesime domande. Per questo motivo il loro pensiero ha molti più punti di convergenza di quanti non ne siano stati riconosciuti finora. I filologi moderni, e i ricercatori in genere, sono convinti che la cosa più importante sia affermare qualcosa di differente da quanto ha detto il collega. Ma si tratta di un pregiudizio. Platone si è confrontato con Eraclito e con Parmenide, non allo scopo di distinguersi, bensì per poter dire qualcosa di ancora più profondo e che unisca entrambe le posizioni. È questa la ragione della grande importanza di Platone, e dell'importanza che Eraclito ha per Platone.

 

DOMANDA N. 15

Eraclito, filosofo del divenire, afferma che polemos, il conflitto, è il padre di tutte le cose. Qual è il significato profondo di questa affermazione, così come della frase che Heidegger aveva inciso, sulla soglia della sua casa di campagna, "il fulmine governa tutte le cose"?. Cosa vuole intendere Hegel, quando, nell'introduzione alla Logica, afferma di dovere quasi tutto a Eraclito?

Geist in tedesco, logos in greco. Che tale repentinità governi tutto è quanto era scritto anche sulla porta d'ingresso della casa di campagna di Heidegger.

Intervista di Giuseppe Orsi e Renato Parascandolo

Traduzione di Mariannina Failla