DOMANDA N. 1
Il tema del nazionalismo ha assunto negli ultimi anni in Europa una rilevanza del tutto particolare, ponendosi tra l'altro all'origine di una serie di conflitti la cui gravità è difficile sopravvalutare. Per comprendere questi fenomeni appare necessaria innanzitutto una chiarificazione concettuale: come si definiscono le idee di nazionalismo da un lato e di nazione dall'altro?
Quanto al concetto di nazionalismo, io distinguerei innanzitutto quattro elementi che troppo facilmente vengono confusi. Il primo, costituito dall'identità nazionale, è una costruzione culturale e sociale. È qualcosa di fluido; è un processo in continuo mutamento e deve essere costruito: un discorso narrativo, secondo il gergo moderno. Il secondo concerne la formazione dello Stato, che rappresenta un problema di tutt'altra natura. È il processo attraverso il quale lo Stato crea le strutture che circondano e riempiono il territorio nazionale. In terzo luogo ci sono i movimenti nazionali, cioè i movimenti politici di coloro che partecipano alle attività di conseguimento dell'indipendenza nazionale. Infine c'è il nazionalismo che, per lo meno nell'uso corrente, degli ultimi 50 anni, è un fenomeno più ristretto, che si riferisce ad uno specifico programma politico. Il concetto di Stato-nazione è molto più complicato. Anche in questo caso penso che si debba cominciare col separare i diversi elementi. Il concetto dello Stato-nazione, la stessa realtà dello Stato-nazione, contiene tre componenti molto differenti, a prima vista molto semplici e chiare, ma in realtà a mio avviso fortemente ambigue. I tre elementi sono rappresentati dalla nazione, dallo Stato e dal territorio. Se guardiamo a questi elementi separatamente o nelle loro relazioni, allora alcune di queste ambiguità cominciano ad emergere abbastanza chiaramente. Cosa intendiamo con nazione? Esiste una versione ufficiale, e una risposta ufficiale a tale versione, che è quella dei nazionalisti, per la quale la nazione è qualcosa che si fonda su una tradizione culturale e storica. C'è sempre stata una nazione perché culturalmente essa esisteva; naturalmente si potrebbe aggiungere che coloro che concordano fermamente nel rintracciare un elemento specificamente comune all'Europa usano esattamente le stesse tesi, relative alla tradizione storica e culturale dell'Europa. Tuttavia sappiamo che in effetti queste tradizioni, storicamente parlando, sono molto recenti: risalgono alla fine del XVIII e all'inizio del XIX secolo, e sono il frutto di una rielaborazione mitica del passato, che si richiama alla lingua, al territorio, alla religione, alletnia. Tutti questi elementi concorrono a costituire ciò che, in seguito, formerà le basi legittimanti della nazione e dei movimenti nazionali, in quanto essi sembrano testimoniare l'autenticità e la continuità della nazione così come essa si presentava nel passato. In verità, naturalmente, se si cerca di applicare questi elementi del mito della nazione alla realtà storica del passato, ci si accorge di come essi non possano funzionare. Ad esempio, come possiamo parlare di una nazione inglese, francese o italiana, nel X o nel XV secolo, quando ciò a cui ci riferiamo è, nel migliore dei casi, un certo senso di comunanza tra le élites dominanti, ma che certamente esclude il resto della popolazione? La realtà storica dei popoli sul territorio, in pratica, non giunge ad essere parte del mito della nazione se non infinitamente più tardi, quando, nell'auto-percezione di essere parte di quella nazione, il mito è stato trasformato in realtà. Di conseguenza una nazione, in questo senso, è molto più di una forma di organizzazione sociale che, a sua volta, è parzialmente costruita sulla base di questi miti. Accanto a quella nazionale troviamo identità locali, identità regionali, altre identità che spesso preesistono, direi quasi necessariamente preesistono, a un'identità nazionale. E una delle difficoltà, per quel che riguarda la nostra interpretazione del nazionalismo, è che tendiamo ad ascrivere superiorità all'identità nazionale rispetto a queste altre identità.
DOMANDA N. 2
L'idea di nazionalismo comprende, come Lei ci ha spiegato, degli elementi distinti, riguardanti rispettivamente l'identità nazionale, la formazione dello Stato, i movimenti politici per il conseguimento dell'indipendenza nazionale. Quali sono, più nel dettaglio, le caratteristiche fondamentali del nazionalismo inteso invece come vera e propria ideologia politica?
Le interpretazioni nazionalistiche del nazionalismo per molto tempo sono state accettate come un dogma. Ci sono tre elementi dell'interpretazione nazionalistica che possiamo identificare molto facilmente. Il primo è quello per il quale c'è qualcosa chiamato nazione, che è sempre esistito, una sorta di demiurgo al di fuori della storia. Il secondo consiste in questo: una volta che una nazione abbia raggiunto la propria indipendenza e la forma di Stato-nazione, il patriottismo nazionale che ne consegue è, in qualche modo, un istinto primordiale che tutti i cittadini condivideranno e che, di conseguenza, è superiore ad altri vincoli e ad altre forme di lealtà, in quanto, in tempo di guerra, i cittadini saranno pronti a sacrificare la loro vita per lo Stato-nazione. Il terzo elemento, che collega i primi due, è rappresentato dall'assunzione per la quale le nazioni sono inevitabilmente destinate a trasformarsi in Stati-nazione. È un'assunzione espressa molto chiaramente da Hegel, il quale affermava: "Le nazioni possono aver avuto una lunga storia prima di raggiungere finalmente la loro destinazione, quella di costituirsi come stati." Ma naturalmente, rispetto al numero degli stati, esiste un numero infinitamente più grande di nazioni che, potenzialmente ed in realtà, possiedono l'autoconsapevolezza di essere nazioni; e a livello teoretico, non c'è limite al numero di nazioni che possono apparire, dal momento che entro ogni nazione, o Stato-nazione, le vere e proprie costrizioni dello Stato-nazione stesso potrebbero creare una nuova comunità che rivendichi la propria identità nazionale. Un esempio a questo proposito ci è offerto oggi dallo spaventoso evolversi della situazione nella ex-Yugoslavia, e, anche se in termini meno drammatici, almeno fino a oggi, in quelli che erano i territori dell'Unione Sovietica.
DOMANDA N. 3
Come si colloca, storicamente, l'origine dell'idea di nazione?
Il nazionalismo nella sua accezione moderna emerge durante la Rivoluzione francese. Prima della Rivoluzione francese esistevano degli stati dove era possibile rintracciare una forma di patriottismo nazionale limitato alle élites, alla nazione politica, che si esprimeva attraverso le dinastie, attraverso istituzioni nazionali che riunivano queste élites; istituzioni quali i parlamenti, le religioni di Stato dopo la riforma, e così via; il tutto tendeva a fungere da elemento coagulante della nazione politica che pretendeva di rappresentare la popolazione e di essere la nazione stessa. Quando si parla di caratteristiche nazionali come per esempio già fanno nel XVI secolo Shakespeare o Montaigne, ciò a cui essi si riferiscono sono in effetti i primi moderni stati nazionali, o meglio, i primi moderni stati dinastici, che Stati-nazione non sono, ma che hanno trovato una la loro forza, si stanno costruendo e, in questo senso, pretendono di essere il popolo, la nazione. Ora, tutto ciò, come sappiamo, non ha nulla ha che fare con la maggioranza della popolazione. Sarebbe stato difficile perfino per la Francia, che possedeva il più avanzato concetto dello Stato nella forma dello Stato dinastico, dimostrare che i guasconi, i provenzali o i bretoni sentissero di essere francesi nello stesso modo in cui lo sentiva un nobile di Francia. Ciò che di nuovo e di moderno fa la sua comparsa con la Rivoluzione francese è 'emergere di quella parte di popolazione che possiede sovranità nazionale e di questa sovranità è l'incarnazione, di modo che da allora in poi è possibile pensare alla nazione e allo Stato come a due nozioni congiunte. La maggior parte degli elementi presenti nel periodo post-rivoluzionario napoleonico sono da rintracciare già in questo quarto di secolo di fermento rivoluzionario. Che l'individuo abbia una relazione con la nazione costituisce uno dei fattori di maggiore importanza; una relazione non più mediata da corpi intermedi quali parlamenti, corporazioni, istituti rappresentativi e così via, ma diretta, dell'individuo in quanto tale con la nazione. Questo legame tra individuo e nazione costituisce una delle basi del nazionalismo moderno. Analogamente, l'insistenza in Francia sulle frontiere naturali rappresenta un modello di Stato forte, e testimonia l'importanza della connessione di Stato e territorio nel concetto del moderno Stato-nazione. Allo stesso modo l'affermazione non sempre condivisa dai rivoluzionari francesi, del diritto della popolazione di determinare il proprio futuro in termini di Stato sovrano e indipendente, rappresentava qualcosa di così sovversivo rispetto alle relazioni internazionali che potrebbe essere anchessa indicata come precorritrice degli effetti di disturbo che il nazionalismo esercitò sull'equilibrio internazionale dei poteri. Tale fenomeno divenne poi costante a partire dalla fine del XIX e nel XX secolo. Per tutti questi fattori la Rivoluzione francese, nella quale includerei anche il periodo napoleonico, rappresenta il momento storico in cui collocare le origini del nazionalismo, in diretta connessione, quindi, con la costruzione del moderno Stato burocratico durante gli anni napoleonici. A tale modello, depurato degli aspetti dittatoriali che possedeva sotto Napoleone, tutti i liberali nel XIX secolo aderirono come ad un elemento di progresso e di modernità: esso finì con l'identificarsi con lo stesso concetto del moderno Stato-nazione.
DOMANDA N. 4
Il nazionalismo si è affermato nel corso del XIX secolo con caratteristiche differenti nell'Europa occidentale e in quella orientale. Quali sono i motivi che spiegano questa diversa evoluzione?
Probabilmente poniamo un contrasto troppo netto tra il nazionalismo dell'Europa orientale e quello dell'Europa occidentale. Naturalmente, per quanto concerne l'Europa centro-orientale, è necessario distinguere. Esistono almeno due raggruppamenti principali. Ci sono parti della popolazioni dell'Europa centro-orientale che possono rifarsi alla tradizione di uno Stato precedentemente indipendente. I polacchi persero il loro Stato solo alla fine del XVIII secolo, ma anche gli ungheresi o i cechi in Boemia, o, addirittura, i croati, mantennero le loro istituzioni rappresentative molto a lungo, fino al 1848. In questi stati la gente aveva qualcosa a cui guardare nel passato; i loro leaders, le élites dei movimenti politici, dei movimenti nazionali, pretesero di ricostituirsi o di avere il diritto ad esistere perché avevano una storia e, in questo senso, sarebbero da mettere in contrasto con quei raggruppamenti, grandi o piccoli che fossero, che Engels definiva "popoli senza storia": i serbi, i rumeni, i bielorussi, gli ucraini, - si potrebbe andare avanti all'infinito: sono tutte popolazioni con un senso di identità piuttosto generico, che ebbero grandi difficoltà a far sì che le proprie rivendicazioni fossero ascoltate dalle grandi potenze e perfino dagli stessi leaders nazionalisti della nazioni storiche. Fu anzi affermato il principio per il quale essi potevano trarre guadagno solo dall'essere innestati all'interno di grandi stati, perché i grandi stati coincidevano con il progresso e col cammino della civilizzazione. Di conseguenza il contrasto che noi continuiamo a porre è falso perché per lo meno alcune di queste popolazioni senza Stato nell'Europa centro orientale, una volta uno Stato l'avevano, e non erano molto dissimili dalle nazioni dell'Europa occidentale. Ma la distinzione essenziale che noi operiamo e che a me sembra molto importante è quella per la quale in Europa occidentale l'esistenza e la tradizione continua e duratura di uno Stato implicò che, una volta sorta una nazione, ed emersa e costituitasi un'identità nazionale nel corso del XIX secolo, il punto di riferimento del nazionalismo e dei movimenti nazionali rimase lo Stato con i suoi confini, i suoi territori e tutti i suoi attributi. In Europa occidentale ciò che andava formandosi era lo Stato-nazione, di contro al sorgere della nazione-Stato in Europa centro-orientale; una nazione-Stato dove il senso dell'identità nazionale emerse prima dello Stato e, effettivamente, per i movimenti nazionali, rappresentò una premessa, un'ambizione e un traguardo, giustificati proprio dal fatto che una nazione esistesse. Ora questa è una distinzione fondamentale; una seconda, a mio avviso ugualmente importante, dipende piuttosto dal periodo entro il quale ci muoviamo. Il nazionalismo emerse in maniera decisa in Europa occidentale nella prima metà del XIX secolo. Nell'Europa centro-orientale, si pensi all'Impero austro-ungarico, sicuramente nel 1848; ma ciò che chiamiamo nazionalismo e a cui tendiamo a riferirci è naturalmente il nazionalismo del periodo che va dal 1848 fino alla Prima Guerra mondiale, e da lì in avanti. In questo periodo esso ha perso il proprio legame esclusivo con il liberalismo, a causa della differente relazione che si viene instaurando tra Stato e cittadino. La crescente presenza intrusiva e la pressione dello Stato sui cittadini di una paese, a causa dell'interesse che ogni Stato e le rispettive classi dominanti avevano ad assicurarsi il supporto dei cittadini come area di rappresentanza, andavano aumentando via via che si estendeva il diritto di voto, nel timore che una scissione rispetto all'identificazione di Stato e nazione potesse portare ad un indebolimento dell'unità dello Stato e ad una conseguente riduzione della sua autonomia nelle relazioni con gli altri stati. Quindi alla fine del XIX secolo si delinea un diverso contesto internazionale, che aiuta a spiegare quell'identità esclusiva ed aggressiva alla quale eravamo soliti associare buona parte di ciò che oggi chiameremmo nazionalismo etnico nell'Europa centrale e orientale.
DOMANDA N. 5
Quali caratteristiche ha assunto il nazionalismo al di fuori dell'Europa?
Nazionalismo e capitalismo sono probabilmente i due prodotti di maggior successo che l'Europa abbia esportato. Tuttavia, mentre il capitalismo, secondo quanto viene asserito da alcuni, si diffuse come sotto l'influsso di una mano nascosta (altri sostengono invece che le relazioni capitalistiche di produzione furono introdotte dal potere materiale delle potenze imperiali), il nazionalismo venne esportato molto coscientemente e deliberatamente, o piuttosto emerse come risposta alla formazione e alla creazione degli imperi. Questa influenza si esercitò innanzitutto in maniera molto ovvia: quando nacquero i movimenti di liberazione nazionale, a partire dagli anni Trenta di questo secolo, ma ancor di più dopo la Seconda Guerra mondiale, i leaders di questi movimenti accettarono la norma dello Stato-nazione europeo. Agirono in questo modo i leaders dei movimenti nazionali in America Latina, e i leaders africani a partire dagli anni Cinquanta: essi accettarono cioè che le frontiere esistenti costituissero i confini del nuovo Stato-nazione. Ma nell'accettare questa prospettiva si veniva di fatto a creare una realtà completamente diversa rispetto al nazionalismo europeo: infatti, in continenti come Africa e Asia, per lo più in territori precedentemente coloniali, per scopi che andavano a vantaggio degli amministratori occidentali, vennero unificati territori abitati da una gran quantità di raggruppamenti sociali fra loro estremamente differenziati, con diverse lingue, diversi costumi e anche un forte senso di distinzione gli uni rispetto agli altri, e riuniti in ciò che noi chiamiamo tribù. Ma il fatto stesso che tali tribù fossero così numerose rende evidente la distanza che cè rispetto a ciò che siamo soliti chiamare etnia in riferimento allEuropa occidentale. Per questa ragione lo Stato-nazione, il nazionalismo, ha costituito in questi paesi una forza trainante nella creazione dei confini degli stati, ma ha incontrato enormi difficoltà per quanto concerne la creazione di una identità nazionale, nella creazione di stati che non poterono guardare al passato così come accadeva per i nazionalismi europei, che in esso trovavano uno dei propri elementi legittimanti.
DOMANDA N. 6
Attualmente il termine nazionalismo ha assunto, in particolar modo fra gli intellettuali, una coloritura negativa. Piuttosto che mettere l'accento sull'idea dell'identità nazionale, culturale e territoriale di un popolo, vengono sottolineati gli elementi di aggressività che appaiono legati a questo concetto. Come si spiega tale presa di posizione?
È evidente come, per varie ragioni, ci sia qualcosa che offende gli intellettuali rispetto al nazionalismo aggressivo. Esso infatti nega la concezione sociologica per la quale il comportamento umano è sempre lo stesso, o meglio, nega la visione illuministica della natura. La stessa insistenza sul principio per cui una nazione sarebbe sempre esistita attraverso i secoli, è una flagrante contraddizione di tutte le dottrine marxiste, è una spiegazione leggendaria e, di conseguenza, gli storici critici non la trovano soddisfacente. Tuttavia io credo che alla base di tutte queste istanze intellettuali ci sia semplicemente e soprattutto il fatto che, storici ed intellettuali in genere, eccezion fatta per gli psicologi e in particolar modo per gli psicanalisti, non si confrontano affatto volentieri con i risvolti emotivi e soprattutto con gli sbocchi irrazionali latenti nell'idea del nazionalismo. Inoltre va aggiunto che il nazionalismo ha dimostrato di essere immensamente potente. Ha preteso che una nazione esistesse laddove così non era. C'era solo il mito della nazione; è tuttavia impossibile negare che successivamente, dopo la creazione dello Stato-nazione, le nazioni siano sorte sulla base dell'assunzione per la quale noi abbiamo un forte senso di identità nazionale; ognuno di noi ce l'ha. In questo senso il nazionalismo ha trasformato ciò che forse era un mito, o quanto meno un'idea, in realtà. La forza stessa di questa realtà, con tutte le conseguenze negative in termini di aggressività nazionalistica, di cui siamo stati testimoni in questo secolo, lo rende un fenomeno che gli intellettuali accettano malvolentieri, a causa del fatto che, pur essendo così emotivo ed irrazionale, è indiscutibilmente reale. Per questo motivo, del resto, è molto difficile usare metodi razionali di esplicazione.
DOMANDA N. 7
A una visione ideologica e dogmatica del nazionalismo, basata su una concezione teleologica della storia, considerata come un cammino che necessariamente tende alla formazione dello spirito nazionale, succedono le attuali interpretazioni revisioniste del nazionalismo. Esse tendono a storicizzare questo fenomeno e ad analizzarlo nei suoi elementi costitutivi. Quali sono le linee di forza di questa interpretazione?
La lettura revisionista del nazionalismo, che si fa avanti nel periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale, rappresenta, rispetto alle interpretazioni tradizionali, una rottura molto anomala. Non si tratta infatti semplicemente di modificare la valutazione del'uno o dell'altro degli elementi costitutivi del fenomeno nazionalista, ma piuttosto del ribaltamento del giudizio in termini negativi. Da questo nuovo punto di vista il nazionalismo viene a configurarsi come un'invenzione degli intellettuali all'inizio del XIX secolo. Da allora abbiamo fatto molti passi avanti; abbiamo cominciato ad analizzare e a prendere in considerazione la profondità dell'aspetto sociale del fenomeno e a porre domande sul perché il nazionalismo si presenti con una simile forza. Abbiamo esaminato le forme di organizzazione sociale e i canali di comunicazione che misero i leaders nazionali nella condizione di attirare il consenso. Abbiamo studiato in quale maniera il senso di identità con la nazione si sia venuto affermando, prima all'interno di piccoli gruppi, in seguito per larghe parti della popolazione, sino a che, infine, a partire dallo Stato-nazione, con il passare delle generazioni, esso è divenuto qualcosa che noi tutti condividiamo, che ci piaccia o meno. Quali ne siano le ragioni, è chiaro che ormai tutti apparteniamo ad uno Stato-nazione; e anche se non ne condividiamo l'orientamento politico, e di conseguenza in tempo di guerra tenteremmo di rifiutarci di combattere per una guerra ingiusta, o in regimi totalitari come quelli di matrice fascista, rischieremmo l'arresto piuttosto che accettare la linea di condotta dello Stato, ciò non significa che rinneghiamo la nostra cittadinanza e la nostra nazione d'appartenenza. Ora, a mio avviso, questo rappresenta il centro delle interpretazioni revisioniste ed è alla base degli studi degli antropologi intorno a ciò che, ad esempio Benedict Anderson chiama "comunità immaginata". In che modo si verifica che gli individui si identifichino gli uni con gli altri come facenti parte di una comunità nazionale? Tra gli elementi che sono allorigine di questo fenomeno, particolare rilevanza ha quello di una minoranza accerchiata da una maggioranza percepita come ostile. Questo spiega il fiorire, così diffuso entro l'Impero Austro-ungarico, di raggruppamenti nazionali che si opponevano sia alla dominazione magiara, sia a quella austro-germanica. E si potrebbe proseguire con un numero infinito di esempi di questo tipo. Basti pensare alle comunità degli immigrati. Accanto alla percezione della forza di penetrazione del sentimento di identità nazionale troviamo così un altro degli elementi fondamentali dell'interpretazione revisionista: ovvero l'ipotesi secondo la quale si giunge al senso della propria identità in relazione all'identità di altri, indipendentemente dal fatto che da questa diversa identità ci si difenda, ci si voglia distinguere o più semplicemente la si accetti così come ci viene attribuita. L'esigenza che tale interpretazione propone è dunque quella di ripensare il rapporto fra le élites nazionali e le diverse identità regionali. È il riconoscimento del fatto che gli individui, vivendo all'interno di uno Stato-nazione, si ritrovano sia con opportunità aperte dalla dimensione nazionale, sia con la capacità di conservare le loro identità regionali. Con il risultato che ci si può sentire parte di uno spirito nazionale, senza per questo escludere altre identità.
Intervista di Ennio Galzenati