DOMANDA N. 1
Professor D'Hondt, molto tempo fa Rudolf Haym ha parlato di Hegel come del filosofo della Restaurazione. Sicuramente Lei ha contribuito, con la Sua opera e i Suoi studi, alla confutazione di una tale tesi, che pure continua a fare testo. Vuole parlarcene?
Certamente questa lettura di Hegel continua ad essere riproposta, in particolar modo in Francia, dove molti interpreti seguitano a presentarlo come il filosofo della Restaurazione. Anche se Hegel, per una parte della sua vita ha effettivamente pensato, scritto e insegnato al tempo della Restaurazione, ciò non basta per considerarlo come un teorico che avrebbe sostenuto la Restaurazione in quanto tale. Va inoltre considerato che non si può parlare, per la Prussia, di una vera e propria Restaurazione: in Prussia non c'era in effetti niente da restaurare, visto che non c'era stata alcuna rivoluzione. Quanto si definisce Restaurazione in Prussia sono piuttosto gli effetti e la risonanza della Restaurazione prodottasi in Francia e in altri Paesi. Tuttavia vi fu in Prussia di fatto un irrigidimento del sistema politico precedente, accompagnato dall'insorgenza di ogni tipo di dottrina favorevole alla conservazione. Particolarmente importante in questa prospettiva era un teorico, Karl Ludwig von Haller,che scrisse un libro intitolato Restauration der Staatswissenschaft, ossia Restaurazione delle scienze politiche, con cui Hegel ebbe occasione di confrontarsi. Ed è assai significativo che Hegel, generalmente poco polemico nelle sue opere, si sia scagliato invece con grande violenza contro il pensiero di von Haller in una nota dei Lineamenti di filosofia del diritto. Ci sarebbero ben altri argomenti da portare a sostegno di questa opinione, in ogni caso non credo proprio che Hegel possa essere veramente considerato come un filosofo della Restaurazione, ossia come un filosofo favorevole alle sue idee di fondo, tanto più che egli ha criticato, sia nel suo paese che al di fuori di esso, quasi tutti coloro che si riconoscevano in dottrine restauratrici. Al contrario, perfino nel corso delle sue lezioni universitarie, Hegel non mancava di tessere una specie di ditirambo sulla Rivoluzione francese, facendone un elogio in termini talmente calorosi e simpatetici, da farci dimenticare del tutto quel suo stile generalmente tortuoso, difficile ed arduo che siamo soliti leggere. Quando si tratta della Rivoluzione francese il suo stile si infiamma, assumendo addirittura un tono lirico per descrivere quella "superba aurora" che è stata l'esperienza rivoluzionaria. Ciò che è incredibile in questo contesto non è tanto il fatto che Hegel sia stato un partigiano della Rivoluzione francese al suo inizio. Sorprende piuttosto il fatto che anche in seguito, malgrado tutti i cambiamenti, gli incidenti e le degenerazioni, nei confronti delle quali la sua critica sarà assai decisa, egli sia rimasto comunque fedele alla sua idea di fondo fino al termine della sua vita. Il fatto più incredibile è poi che egli abbia potuto dirlo esplicitamente in pubblico a Berlino nel 1830, e quindi nel pieno della Restaurazione! Eppure lo ha fatto e lo ha detto.
DOMANDA N. 2
Sono fondate le obiezioni secondo le quali Hegel sarebbe stato in effetti protetto dal governo prussiano?
In primo luogo bisognerebbe sapere esattamente di quale governo si parla. Si consideri intanto che Hegel giunse a Berlino dopo aver fatto una carriera universitaria estremamente difficile: era infatti riuscito ad ottenere un impiego stabile solo in età relativamente avanzata, dopo tutti i suoi compagni di studi e in condizioni assai umilianti. Egli fu chiamato infine ad una cattedra di prestigio presso la nuova Università di Berlino, appena fondata, su proposta del ministro von Altenstein, allora responsabile del dicastero per l'educazione nazionale, seguace di Fichte dal punto di vista filosofico e politicamente vicino al cancelliere von Hardenberg, allora capo del governo. Il cancelliere von Hardenberg non può assolutamente essere considerato un uomo politico favorevole alle idee più arcaiche e più retrograde. In una memoria al re, per esempio, aveva scritto di voler essere partigiano di una rivoluzione in Prussia senza spargimento di sangue. Naturalmente von Hardenberg non fu un giacobino, né un terrorista alla maniera di coloro che ressero la Francia a partire dal 1793, ma non si può neanche classificarlo fra coloro che si opposero sistematicamente a tutto ciò che proveniva dalla Rivoluzione francese. A Berlino egli era soprannominato addirittura "il giacobino", anche se naturalmente con molta esagerazione. Fu proprio sotto il governo di von Hardenberg ed avendo come capo diretto il ministro von Altenstein, che Hegel ha potuto esercitare le sue funzioni a Berlino. Quando in seguito von Hardenberg fu allontanato dal potere ed altri presero il suo posto, allora ci fu davvero un governo prussiano molto più ligio alle vecchie tradizioni, alle vecchie gerarchie e molto più ostile a tutto ciò che poteva risultare come un effetto della Rivoluzione francese. Da quel preciso momento Hegel non può più essere considerato come protetto dal governo, ma al contrario egli dovette stare continuamente in guardia. Spie del governo seguivano i suoi corsi, quando andò a visitare i campi di battaglia di Lipsia o di Dresda c'erano ispettori di polizia che stendevano rapporti su ogni suo minimo movimento; in queste condizioni non lo si può considerare certo come un intellettuale al servizio di un governo, che invece piuttosto lo sorvegliava. Si possono addurre molti esempi, ma uno in particolare mi sembra illustrare molto bene questa situazione. Nel corso di un suo viaggio, Hegel non esitò a far visita a Magdeburgo a Lazare Carnot, che era stato espulso dalla Francia. Carnot era certamente un grande scienziato - Hegel aveva utilizzato le sue opere anche per la stesura della Scienza della logica -, ma anche un capo militare, ciò che allora si definiva un regicida, visto che aveva votato per la morte di Luigi XVI ed era considerato pertanto un terrorista. Eppure Hegel, che ben sapeva tutto ciò, fece lo stesso visita a Carnot nella sua residenza forzata di Magdeburgo e quello stesso giorno scrisse a sua moglie: "Ho visto il generale Carnot, quel brav'uomo, tu sai chi è". È una testimonianza fra tante altre, ma mi sembra assai significativa.
DOMANDA N. 3
Se si considerano le condizioni concrete della lotta politica in Prussia, si dovrà riconoscere che un rappresentante di spicco del movimento di opposizione era per esempio Fries. Come si spiega il fatto che l'atteggiamento di Hegel verso questo tipo di opposizione fosse stato in genere ostile?
Non credo si possa dire che Hegel abbia avuto un atteggiamento ostile nei confronti dei movimenti di opposizione del suo tempo. Certamente è difficile ricostruire gli eventi, anche perché si trattava necessariamente di movimenti segreti, perciò restano avvolte nell'oscurità anche le nostre conoscenze a proposito delle cosiddette "Burschenschaften", che oggi si potrebbero assimilare alle organizzazioni studentesche, così come le nostre informazioni sui suoi rapporti con le altre formazioni politiche prussiane. Tuttavia, grazie ai rapporti di polizia e grazie anche a molteplici corrispondenze private, sappiamo che Hegel è stato in rapporto con i membri più radicali e più risoluti delle 'Burschenschaften', che li ha sempre consigliati e seguiti. Uno dei più autorevoli allievi di Hegel racconta per esempio che una notte Hegel stesso ha osato andare in barca a fare visita ad un detenuto delle prigioni di Stato. Si trattava di un suo allievo e questa iniziativa clandestina, se fosse stata scoperta, avrebbe potuto avere per lui le peggiori conseguenze. È certo inoltre che tutti i ripetitori che Hegel scelse come suoi collaboratori all'Università di Berlino, come per esempio Carové o von Henning e come certamente in seguito anche Gans, l'editore della Filosofia del diritto, furono prima o poi presi di mira dalla polizia prussiana, subirono inchieste, furono arrestati, alcuni rimasero a lungo detenuti perché sospettati di far parte di un'opposizione, cui Hegel peraltro non smise mai di dar consigli. Qualcuno, come Carové, ebbe addirittura l'esistenza totalmente spezzata dalle autorità prussiane, eppure Hegel rimase in contatto epistolare con lui anche dopo la svolta repressiva che si era abbattuta sul suo allievo. Naturalmente non bisogna neanche fare di Hegel un rivoluzionario, e nemmeno un oppositore radicale e violento, perché questo non era certo il suo caso. Quanto al famoso contrasto che oppose Hegel a Fries, è opportuno precisarne le circostanze. Lo stesso Fries, proprio in quanto membro di una Burschenschaft, doveva essere lui stesso un costituzionalista. In questo punto almeno le vedute dovevano convergere: per tutta la sua vita, infatti, Hegel non ha cessato di ripetere che uno Stato non è tale senza una costituzione. Si consideri inoltre che il re di Prussia concederà la costituzione soltanto nel 1848, quando Hegel era già morto da diciassette anni. Fries, che aveva partecipato all'organizzazione del famoso incontro studentesco alla Wartburg, non fu certo rimproverato da Hegel per la sua posizione politica, quanto piuttosto - non voglio difendere Hegel oltre misura, ma occorrerà riconoscere il motivo del disaccordo - per il modo in cui egli giustificava la sua posizione costituzionalista ed antigovernativa. Si trattava, a parere di Hegel, di una giustificazione di tipo sentimentale, e quindi povera di argomenti, che non ragionava e non teneva conto dei fatti. Hegel è invece piuttosto un razionalista e un intellettualista che ha orrore delle pastoie del cuore e delle effusioni sentimentali. Inoltre Fries rappresentava una tendenza della Burschenschaft di impostazione fanaticamente antisemita e nazionalista e certo Hegel non era né l'uno né l'altro. In Francia lo si presenta spesso come il rappresentante per eccellenza e per definizione del nazionalismo prussiano, ma rispetto alla Burschenschaft che esaltava di continuo i valori della germanità, das Deutschtum, Hegel rispondeva con un gioco di parole che della germanità finiva per mettere in risalto semplicemente la "stupidità tedesca": Deutschtum-Deutschdumm! Hegel era al contrario certamente francofilo e liberale, aveva fatto studiare i figli al liceo francese di Berlino e per caso è stato sepolto al cimitero francese di Berlino, ottenendo così una significativa ricompensa per la sua ininterrotta francofilia.
DOMANDA N. 4
Se quindi a Berlino Hegel ha mantenuto atteggiamenti da liberale, per esempio celebrando gli anniversari della Rivoluzione francese o restando in contatto con frange del movimento di opposizione, ciò significa forse che non ci sarebbe stato alcun taglio netto fra il giovane Hegel e quello della maturità, come invece mettono in rilievo numerosi interpreti?
Hegel è senz'altro uno dei filosofi più importanti dell'intera storia della filosofia. Molti motivi teorici confluiscono nel suo pensiero, facendo di Hegel una figura particolarmente rappresentativa, oltre a caratterizzarlo come una specie di sintesi della filosofia tedesca e addirittura della filosofia mondiale. Il lato politico del suo pensiero non fu il meno importante, anzi si tratta certamente di uno degli aspetti del suo sistema grazie al quale Hegel sperava di attirare maggiormente l'interesse dei suoi lettori ed interlocutori. I suoi amici lo chiamavano der alte Politikus, "il vecchio politico", poiché non poteva incontrare qualcuno senza mettersi a discutere del fatto politico del giorno. La sua attenzione alla vita politica del suo tempo si esprimeva per esempio nel celebre detto secondo il quale la lettura dei giornali deve essere considerata come la moderna preghiera del mattino. Il pensiero politico di Hegel è certo ben noto e comprensibile nell'espressione che Hegel gli ha voluto dare, ma dobbiamo anche considerare che egli ha manifestato le sue convinzioni politiche in un'epoca in cui non tutte le opinioni erano autorizzate. Nel corso dell'intera sua vita, Hegel si è sempre trovato in paesi in cui vigeva la censura. La prima pubblicazione hegeliana fu la traduzione tedesca di un opuscolo di un conte del Vaud, il repubblicano Jean Jacques Cart, traduzione cui Hegel aveva aggiunto una sua prefazione. Tale scritto fu pubblicato in Germania e uscì anonimo, e il fatto che Hegel non vi avesse apposto il suo nome fu di vantaggio per la sua successiva carriera. Questo suo lavoro giovanile ci permette comunque di sostenere che in gioventù egli sia stato repubblicano, per un certo tempo che è difficile determinare con più precisione. Probabilmente il suo pensiero politico giovanile si ispirò a un girondismo moderato. Ma è significativo il fatto che, se si considerano affinità e differenze tra la posizione politica del giovane Hegel e il suo pensiero politico al termine della sua vita, e quindi nella piena maturità teorica, si dovrà riconoscere che il suo sviluppo è stato in qualche modo parallelo allo svolgimento politico della Rivoluzione francese, quasi Hegel avesse seguito teoricamente le varie tappe rivoluzionarie nella loro globalità. Essendo nato nel 1770, Hegel aveva diciannove anni quando fu presa la Bastiglia, e cioè nel 1789; morì nel 1831, poco dopo aver appreso la notizia dell'ultima rivoluzione in Francia nel 1830. Si può considerare che la Rivoluzione francese, scoppiata nel 1789, si estese in realtà fino a quando non si incominciò a preparare un'altra rivoluzione, e cioè fino al 1830 circa, epoca in cui cominciò a risuonare il nuovo concetto di 'socialismo'. Proprio intorno agli anni 1831-1832 tale termine cominciò infatti ad emergere nel dibattito politico, assumendo il significato concreto che conosciamo. Si può dire allora che esiste una specie di parallelismo fra la vita personale di Hegel e lo sviluppo nazionale ed europeo della Rivoluzione francese, e addirittura si può parlare di una sorta di accompagnamento reciproco tra gli eventi politici concreti e la loro interpretazione teorica. Se si eccettua la parentesi della dittatura giacobina, che Hegel condannò dal punto di vista morale, pur riconoscendone la necessità storica e ideale, e se quindi si acconsente a non considerare i due anni che intercorrono tra il 1793 e il 1795, o a considerarli nella loro eccezionalità, si dovrà riconoscere allora che Hegel è sempre stato, forse senza volerlo, il teorico politico della situazione storica nella Francia di quegli anni. In ordine successivo, egli è stato infatti costituzionalista con Mirabeau, repubblicano con i girondini, partigiano del Direttorio e poi certamente seguace entusiasta di Bonaparte, ammiratore di Napoleone, favorevole alla Carta costituzionale ed infine sostenitore della monarchia costituzionale. Chi mette in risalto la contraddizione tra la fede repubblicana dei vent'anni e le convinzioni monarchico-costituzionali dell'età avanzata, dimentica che questa fu una parabola comune, condivisa con gli intellettuali del tempo, se si eccettua un piccolo gruppo di repubblicani accaniti ed ostinati nel loro repubblicanesimo, spesso espulsi dalla Francia e rifugiatisi in Belgio come Carnot, che non rinnegò mai la sua fede repubblicana. Se la coerenza repubblicana può essere riscontrata solo in qualche caso singolo, in realtà, se si guarda al processo storico e all'evolversi della coscienza politica, si dovrà piuttosto riconoscere che non solo la Francia, ma tutta l'Europa seguì il percorso che dalla rivendicazione di una costituzione avanzata nel 1788 e nel 1789 porterà all'istituzione della monarchia costituzionale nel 1830.
DOMANDA N. 5
Fra i problemi centrali della filosofia politica hegeliana si colloca certamente il tema del rapporto individuo-Stato. Non manca in Hegel il riconoscimento dei diritti della soggettività, considerati come una delle più grandi conquiste del pensiero umano. Non finisce tuttavia questo riconoscimento per risultare in contraddizione rispetto alla celebrazione dello Stato che si rimprovera a Hegel?
Senza dubbio Hegel non sfugge alla contraddizione. Si potrà dire che egli in fondo è il filosofo della contraddizione, ma quelle in cui gli capita talvolta di cadere non sempre corrispondono all'immagine della dialettica che egli rivendica per il pensiero, sono infatti assunzioni che difficilmente si conciliano le une con le altre e la cui contraddittorietà non ha alcun merito dialettico. La discordanza è particolarmente evidente nel caso del rapporto tra l'individuo e lo Stato. Negli scritti hegeliani è facile trovare a più riprese una vera e propria apologia dell'individuo, anche se questo aspetto del suo pensiero gli è stato molto spesso rimproverato, perché in genere si tratta dell'apologia delle grandi individualità della storia, del pensiero e dell'arte. Le grandi costruzioni politiche, le grandi conquiste religiose, le grandi opere artistiche sono da lui ricondotte quasi esclusivamente alla soggettività dell'individuo che ha saputo esprimere il mondo in cui viveva. Si può dire che Hegel riconosca la possibilità umana di soggettività in tutti i suoi diritti. D'altronde il termine stesso rappresenta nella sua filosofia un tema di primaria importanza: "la sostanza è soggetto". Da tale assunzione si dipana l'intero impianto sistematico hegeliano, anche se si tratta in questo caso di un soggetto inteso in senso lato, non del soggetto individuale come questo o quell'uomo che esiste nella vita concreta, il che rappresenta certamente anche una considerevole difficoltà da un punto di vista interpretativo. Certamente il tema del rapporto tra lo Stato e l'individuo, che interessa nell'ambito di un'indagine di filosofia politica, è stato uno dei grandi problemi della Rivoluzione francese e in ogni caso una delle questioni di cui i rivoluzionari erano ben consapevoli. Si pensava di lottare per la libertà, per l'uguaglianza, per la fraternità, per la giustizia, insomma per degli ideali per i quali i rivoluzionari accettavano di combattere, di correre ogni rischio, essendo disposti anche a morire. L'ideale fondamentale che si trovava alla base di tali idee per cui si combatteva era innanzitutto l'individuo, che riuniva in sé l'intera tradizione della letteratura filosofica francese, elogiata tra l'altro in maniera sorprendente dallo stesso Hegel, che avrà grande considerazione per la produzione illuministica francese e sarà uno dei pochi grandi storici della filosofia a considerare gli intellettuali francesi del XVIII secolo come dei veri e propri filosofi. Per Hegel infatti Voltaire, Rousseau, Diderot, Helvétius non sono semplicemente degli scrittori o saggisti, ma dei veri filosofi, cui egli dedica un capitolo intero della sua storia della filosofia. Se si eccettua forse Rousseau, che costituisce un caso a parte, tutti questi pensatori hanno esaltato le ragioni dell'individuo, sono stati dei pensatori dell'individualità e della sua liberazione. D'altro canto è evidente che nell'esperienza di una rivoluzione politica, che ha soppresso radicalmente una forma di Stato, sperimentando nuove istituzioni succedutesi molto rapidamente le une alle altre, in un complicato intreccio di 'esperienze per prove ed errori', i pensatori hanno tentato ogni strada, portando alle estreme conseguenze anche dottrine unilaterali, fino a punti di non ritorno, fino al vicolo cieco. Dal 14 luglio 1789 fino alla rivoluzione del 1830 sono state sperimentate tutte o quasi tutte le forme di Stato pensabili e possibili e ogni volta il problema del rapporto tra lo Stato e l'individuo si è riproposto da capo. Evidentemente il problema si pose anche a Hegel, che lo risolse con difficoltà o, per meglio dire, non riuscì affatto a risolverlo adeguatamente. Del resto, per poterlo incolpare di una tale omissione, bisognerebbe prima dimostrare che qualche altro pensatore abbia invece risolto il problema in maniera soddisfacente! In fondo ancora ai nostri giorni, per lo meno in Francia, si ripropone sempre di nuovo il problema del rapporto tra l'individuo e lo Stato.
Evidentemente la soluzione ideale sarebbe quella che contempli uno Stato che permetta agli individui lo sviluppo più libero e, nello stesso tempo, più perfetto e completo. Hegel ha cercato di pensare una tale soluzione, pur senza riuscire in pieno nel suo intento, come hanno giustamente messo in luce i suoi interpreti più rigorosi. La cosa è tanto più sorprendente, in quanto Hegel disponeva invece dei mezzi logici che avrebbero potuto permettere una sorta di accordo tra il particolare e l'universale, tra l'individuale e il particolare. Il suo metodo di pensiero era senza dubbio il più adatto a pensare una qualche sintesi tra l'individuo e lo Stato. Ma, soprattutto in seguito all'influenza della Rivoluzione francese, egli ha pensato che lo Stato fosse il superamento di tutto, la sua enfasi per lo Stato, che spesso oggi gli si rimprovera, era in fondo nello spirito stesso della Rivoluzione francese, imperniato su una legge di fronte alla quale tutti dovrebbero essere eguali, su una legge che s'impone a tutti. Anche temi quali il bene pubblico, l'interesse generale, la patria, sono le parole d'ordine principali della Rivoluzione francese. Ma ciò significa che Hegel, nel suo orientarsi ai valori della rivoluzione, non poteva in alcun modo sacrificare lo Stato, tanto più che egli visse nell'epoca che sarà poi detta l'era delle nazionalità, visto che proprio in quegli anni si costituirono le diverse nazionalità europee, rendendosi indipendenti l'una dopo l'altra. Criticare l'idea di Stato avrebbe comportato a quel tempo allontanarsi anche dall'idea di nazione e di patria, cui lo Stato è sostanzialmente connesso, e quindi rinunciare anche ad ogni ideale di indipendenza, senza svolgere in definitiva alcun ruolo propulsivo in un'epoca storica che su questi ideali stava appunto crescendo.
DOMANDA N. 6
La filosofia politica di Hegel, seppure la si voglia considerare come espressione di idee liberali e di entusiasmi per l'esperienza rivoluzionaria francese, tuttavia non ha avuto alcuna influenza considerevole sulla storia del liberalismo. Come mai il suo pensiero è stato ripreso piuttosto in altre direzioni, magari affatto antiliberali? Non rappresenta inoltre la sua tesi relativa alla fine della storia proprio una riprova del suo conservatorismo?
Occorre riconoscere innanzitutto che il pensiero politico hegeliano è stato presto scavalcato dagli eventi, la sua proposta politica era già superata poco dopo essere stata formulata! Non si dimentichi in proposito l'estrema rapidità nella successione degli eventi e, dal punto di vista dottrinale, il rapido susseguirsi di teorie politiche nel periodo intorno al 1830. In pochissimi anni gli intellettuali del tempo sono passati da certe convinzioni ad altre completamente diverse. Un esempio classico per illustrare questo rapido alternarsi dei punti di vista può essere Marx. Egli è stato da ragazzo e da giovane studente un sostenitore della monarchia, poi è passato a difendere tesi costituzionaliste diventando liberale - fu tra l'altro un grande leader del liberalismo in Renania come redattore capo di un giornale liberale; in seguito è diventato repubblicano, infine è passato al socialismo. Se si cerca di determinare esattamente in che data Marx ha modificato volta a volta le sue vedute politiche, si incontrano grandi difficoltà, perché le più radicali svolte di prospettiva sono avvenute in un tempo assai limitato. Per quanto riguarda il risultato cui era giunta la riflessione politica di Hegel, occorre riconoscere che per il suo tempo si trattava di proposte relativamente audaci. Naturalmente non si debbono neanche esagerare gli aspetti liberali del suo pensiero, fino a farlo diventare un pensatore addirittura progressista, come talvolta oggi si ama sottolineare, ma l'invito a non esagerare l'importanza dei suoi tratti liberali non può diventare un alibi per non riconoscerne neanche l'esistenza. Gli aspetti più innovativi del suo pensiero sono diventati caduchi in pochi anni, tra il 1831 ed il 1840 il panorama politico si trasformò completamente e la stessa riflessione politica dovette occuparsi di problemi completamente diversi. Per dirla in termini epistemologici, come se esistesse un'epistemologia politica, si può dire che in quegli anni si ebbe una rottura epistemologica considerevole, forse non assoluta, ma comunque di certo assai profonda. Solo in seguito, retrospettivamente e sulla base di un approccio di tipo storico, si ritroveranno nello Hegel politico le premesse di sistemi di pensiero sviluppati molto più tardi e senza alcun rapporto diretto con la sua riflessione. Occorre poi considerare che solo una parte del suo pensiero politico si espresse nei libri pubblicati e in particolare nei Lineamenti di filosofia del diritto. Il suo pensiero politico era infatti sviluppato anche nelle lezioni di filosofia del diritto tenute all'Università di Berlino e ben note ai suoi studenti, che sapevano leggere fra le righe il vero significato delle sue espressioni. Vi era inoltre probabilmente almeno una parte della concezione politica che Hegel non poteva esporre neanche a lezione, perché non ne aveva l'autorizzazione, e poi vi era ancora la sua vita politica di cittadino, con le sue convinzioni e i suoi piani, che però ci rimangono per gran parte nascosti. Quanto al tema della fine della storia, evidentemente il fatto che in Hegel si trovi una tale affermazione risulta tanto più imbarazzante, in quanto il suo pensiero è tutto e sempre pervaso dal movimento e dal continuo cambiamento, al punto da potersi dire che quella di Hegel è una vera e propria apologia del cambiamento, una critica sempre reiterata a tutto ciò che è fisso, immobile, a tutto ciò che non varia e non si trasforma. È chiaro allora che vi è una contraddizione, subito afferrata dai più perspicaci, tra un modo di pensare che implica il cambiamento continuo e questa sorta di presentimento, secondo cui non può più avvenire niente di veramente nuovo, perché tutto resterebbe in fin dei conti com'è ora. Più che conservatorismo, forse si tratta di un'espressione di impotenza, uno smarrimento che si esprime negli ultimi scritti di Hegel: si credeva che tutto fosse finito e invece tutto continua. Hegel stesso è costantemente vissuto in un periodo pieno di guerre e di rivoluzioni, spesso è stato in prima persona vittima della guerra, come a Jena. Al termine della sua vita, e forse l'età avrà giocato il suo ruolo, Hegel ammette: "Si sperava che fosse finito, che finalmente si sarebbero potuti allevare tranquillamente i propri figli, e invece no, tutto continua come prima". Forse è proprio qui il difetto fondamentale della sua filosofia politica: proprio lui, che in un certo senso era stato un teorico eracliteo, si meraviglia di un mondo dove tutto cambia continuamente e al termine della sua vita si meraviglia addirittura che questo mondo possa ancora cambiare! Più che espressione di conservatorismo, questa è, a mio avviso, semplicemente una resa.