DAL COMPORTAMENTO ANIMALE A QUELLO UMANO

 

VITA

Nato a Milano nel 1960, Vittorio Hösle dal 1977 al 1982 studia filosofia, indologia e filologia greca a Ratisbona, Tubinga, Bochum e Friburgo. Nel 1982 svolge un dottorato di ricerca; nel 1986 consegue l'abilitazione all'insegnamento; nel 1988 diventa Associated Professor alla New School for Social Reaserch di New York. Dal 1987 fino al 1993 ha una borsa di studio presso l'Università di Heidelberg. Attualmente è professore ordinario all'Università di Essen e membro del centro di ricerca "Kulturwissenschaften Institut" del Nordrein Westfalen. Ha trascorso lunghe stagioni di ricerca e di insegnamento in Italia, Svizzera, Olanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti, Brasile e India. Dal 1987 tiene regolarmente corsi presso l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli.

OPERE

Wahrheit und Geschichte , Stoccarda, 1984; Il compimento della tragedia nelle opere tarde di Sofocle (1984), Napoli, 1987; Hegel System, 2 voll., Amburgo, 1987; Die Krise der Gegenwart und die Verantwortung der Philosophie, 1990; Filosofia della crisi ecologica (1991), Milano. 1992; La legittimità del politico (1990), Napoli 1991; Hegel e la fondazione dell'idealismo oggettivo (1990) Napoli, 1991; Die Rechtsphilosophie des deutschen Idealismus, a cura di V. Hösle , 1989.

Vittorio Hösle è stato traduttore e introduttore della traduzione tedesca della Logica nuova di R. Lullo e della Scienza Nuova di G. B. Vico.

PENSIERO

Gli interessi storico-filosofici di Hösle sono vasti e vanno dalla filosofia antica (Parmenide, Platone) alla filosofia moderna (Machiavelli e Vico) fino all'idealismo tedesco.

Da un punto di vista più strettamente teoretico e sistematico, la sua riflessione ha toccato temi e problemi di carattere metafisico ed etico-politico. Nelle opere più recenti è impegnato in una ricostruzione critica dell'idealismo oggettivo e nell'elaborazione di una nuova etica capace di rispondere alle sfide decisive del mondo tecnologico. Sta ultimando un ponderoso saggio su "Etica e Politica" (l'Autore)

Vittorio Hösle sottolinea innanzi tutto la vasta portata della teoria darwiniana dell'evoluzione e la sua genialità nel dare una spiegazione causale delle strutture teleologiche (1HotwordStyle=BookDefault; ); solo nel '700, benchè il punto di riferimento scientifico fosse ancora la Bibbia, si prese coscienza dello sviluppo storico delle specie, con Lamarck e poi con Darwin si formulò l'ipotesi dell'evoluzione, di cui comunque già si discuteva ampiamente (2HotwordStyle=BookDefault; ). Se la teoria di Darwin distrugge in maniera categorica la prova teleologica dell'esistenza di Dio, ciò non equivale a eliminare la possibilità di una concezione non ingenua di Dio. La sua teoria fu inoltre decisiva per l'interpretazione dell'uomo come prodotto dell'evoluzione animale (3HotwordStyle=BookDefault; ). Per quanto riguarda l'epistemologia evoluzionista, Hösle fa riferimento agli studi di Lorenz, per il quale lo stesso problema della verità va riportato alla maggiore o minore capacità di adeguazione dell'organismo umano all'ambiente (4HotwordStyle=BookDefault; ). L'epistemologia evoluzionista ha tentato di dimostrare che gli "a priori" kantiani sono in realtà "a posteriori" filo-genetici , idee innate, senza tuttavia riuscire a spiegare il progresso della scienza, che giunge a risultati opposti alle nostre convinzioni e intuizioni immediate, probabilmente innate (5HotwordStyle=BookDefault; ). Hösle mette inoltre in guardia dai pericoli di razzismo presenti nel biologismo e nella tendenza a dimenticare la dimensione normativa che distingue l'uomo dall'animale (6HotwordStyle=BookDefault; ). Ritornando alla teoria evoluzionista della conoscenza Hösle sottolinea l'importanza degli studi sull'intuizione, la quale rimanda a processi empirici che si sviluppano in maniera inconscia nel nostro cervello (7HotwordStyle=BookDefault; ). Ricorda poi i tentativi di Lorenz di mostrare la continuità dello sviluppo dall'intelligenza animale a quella umana, avanzando tra l'altro l'ipotesi che l'autocoscienza, ciò che distingue l'uomo dall'animale, scaturisca da processi intersoggettivi (8HotwordStyle=BookDefault; ). Hösle passa poi a considerare la possibilità che esistano altri esseri pensanti, sostenendo che la comunicazione con tali esseri costituirebbe una vittoria dello spirito sulla natura. Tali esseri sarebbero dotati certamente di una ragione come la nostra: esiste infatti un solo logos per la scienza, l'etica, la filosofia, mentre le cose stanno diversamente per l'estetica, basata anche sull'apparato sensitivo (9HotwordStyle=BookDefault; ). Per quanto riguarda la possibilità di sviluppo dell'autocoscienza nei computer, Hösle non la esclude, pur ritenendola per il momento improbabile (10HotwordStyle=BookDefault; ).

DOMANDA N. 1

Quando nel 1859 Darwin diede alla stampa le bozze dell'Origine delle specie, le opposizioni alle sue tesi furono pressoché immediate ma, certamente, nessuno poteva immaginare allora di trovarsi di fronte a un nuovo paradigma scientifico, rivoluzionario quanto la teoria di Copernico o la scoperta della legge di gravità. Ci può spiegare quali sono i fondamenti della teoria darwiniana dell'evoluzione?

Darwin stesso si è reso subito conto già negli anni Trenta, quando ha incominciato a sviluppare le categorie fondamentali della teoria dell'evoluzione, che essa non era solo una grande scoperta della biologia, ma che aveva ripercussioni mediate e immediate in quasi tutti i campi della conoscenza e soprattutto nella nostra interpretazione dell'uomo e del suo destino. Di ciò si sono accorti presto anche gli oppositori di Darwin. L'opposizione a Darwin è stata così forte proprio perché si capì che non si trattava di una questione marginale, confinata nell'ambito delle scienze, ma che essa avrebbe avuto delle conseguenze per quanto riguarda la nostra visione del mondo. Quali erano queste conseguenze? La genialità di Darwin è stata di dare una spiegazione causale delle strutture teleologiche. Un grande problema della filosofia è: qual è il rapporto tra causalità e teleologia, cioè, se usiamo la terminologia di Aristotele, tra causa efficiens e causa finalis? La causa efficiens è la ragion d'essere di qualcosa e la causa finalis è lo scopo che è alla fine di un processo. Darwin riesce a spiegare basandosi sui principi causali il principio della variazione del materiale genetico, della selezione di questo materiale nella lotta tra le specie, come mai siano sopravvissuti soltanto gli organismi con un forte adattamento al loro ambiente e dotati di strutture teleologiche nella loro morfologia, anatomia, fisiologia, nel loro comportamento ecc. Questa è stata diciamo la genialità di Darwin.

 

DOMANDA N. 2

Oggi immaginare lo sviluppo delle specie secondo la teoria dell'evoluzione sembra addirittura una banalità. Ma evidentemente non doveva essere così ai tempi di Darwin. Quali erano a quel tempo le teorie dominanti, in campo scientifico, sull'origine della vita e delle specie?

Naturalmente la concezione di quel tempo sull'origine della vita era fortemente influenzata dal racconto della Genesi della Bibbia sulla creazione della specie, e infatti fino al Settecento la maggior parte degli scienziati credeva che l'età della terra fosse di circa settemila anni, così come risulta eseguendo dei calcoli su dati forniti dalla Bibbia. Un grande pensatore come Vico, fino alla sua morte avvenuta nel 1744, ne era assolutamente convinto. Un grandissimo scienziato come Isaac Newton tentava nei suoi ultimi anni di dimostrare con calcoli astronomici che le assunzioni cronologiche della Bibbia erano esatte. Fino al Settecento dunque non si aveva la coscienza che l'età della terra fosse molto molto maggiore. La situazione cambia nel Settecento, quando si arriva alla conclusione che il mondo deve avere una storia molto più lunga, e si giunge anche a capire, grazie al rinvenimento di fossili di animali ormai inesistenti, e dunque estinti, che l'assioma aristotelico della costanza delle specie non poteva essere vero. In questa maniera si prese coscienza dell'aspetto storico della biologia: tuttavia ancora un grande biologo come Cuvier negava l'evoluzione di una specie dall'altra, credeva che le specie fossero state create da Dio e che poi alcune di esse si fossero estinte. Uno dei primi tentativi evoluzionisti moderni è stato fatto da Lamarck, agli inizi dell'Ottocento, il quale sviluppò la tesi che ogni specie si sarebbe evoluta dalle altre. Però Lamarck credeva che le modificazioni acquisite durante la vita da un organismo per adattarsi all'ambiente, nella morfologia e nell'anatomia, potessero essere ereditate dalla progenie. Su questo punto Darwin si discosta totalmente da Lamarck: egli è infatti convinto che acquisizioni nel comportamento dell'animale non possono essere ereditate. La teoria di Darwin non era così isolata come sembra. Infatti Darwin ha pubblicato le sue ricerche, la sua visione della evoluzione, che è stata sviluppata negli anni Trenta dopo il suo famoso viaggio sulla "Beagle" perché Wallace aveva cominciato a pubblicare una teoria molto simile. Quella di Darwin dunque non è una scoperta unica, era praticamente nell'aria. Dal punto di vista della storia della biologia è interessante che teorie simili a quella di Darwin si trovino già, sebbene in forma molto rozza, nell'antichità, per esempio in Empedocle. Empedocle aveva già elaborato la teoria che in origine si fossero sviluppate molte specie, alcune delle quali mostruose e disfunzionali, e che queste specie si fossero estinte e fossero sopravvissute solo quelle capaci di adattarsi all'ambiente. Questa teoria viene criticata, però, da Aristotele, nel libro secondo della Fisica.

 

DOMANDA N. 3

Più in generale quale fu l'impatto della teoria dell'evoluzione sulle principali correnti di pensiero filosofiche e religiose alla fine dell'Ottocento e gli inizi del Secolo XX?

La teoria dell'evoluzione di Darwin ha distrutto in maniera categorica, basandosi su analisi empiriche, la famosa prova teleologica o fisico-teologica di Dio che era già stata criticata sulla base di argomenti logici da Kant. Cioè la convinzione che noi possiamo arrivare a una dimostrazione di Dio analizzando le strutture teleologiche che troviamo nell'ambito del mondo organico. Di fronte a organismi che riescono a fare cose stupende, ci sembra impossibile trovare una spiegazione naturale. Darwin invece è convinto che noi possiamo dare tale spiegazione naturale basata solo sul principio di causalità delle strutture teleologiche che troviamo nella vita. Tuttavia io non credo che la teoria di Darwin abbia distrutto la possibilità di una concezione di Dio, essa ha distrutto semplicemente il concetto ingenuo secondo il quale si poteva arrivare a Dio analizzando il comportamento meraviglioso, per esempio, dei vari scarabei. La teoria di Darwin è stata anche molto importante, al di là della spiegazione causale delle strutture teleologiche, per la interpretazione dell'uomo come prodotto dell'evoluzione animale. Questo aspetto è trattato nel secondo libro di Darwin, dopo The Origin of Species, sullo sviluppo dell'uomo, in cui ha dato un'interpretazione del comportamento umano che è diventata dominante nel nostro secolo. Attraverso l'etologia, per esempio, la psicologia animale, abbiamo compreso che molti comportamenti umani hanno radici animali. In questo senso sicuramente l'antropologia è stata influenzata fortemente da Darwin. Ma anche l'epistemologia lo è stata, cioè si è arrivati alla convinzione che anche le strutture della conoscenza umana sono un prodotto dell'evoluzione.

 

DOMANDA N. 4

Che cosa si intende per epistemologia dell'evoluzione?

L'epistemologia evoluzionistica è già presente in Darwin, ed è molto presente, alla fine dell'Ottocento, in grandi pensatori come il fisico Helmholtz, in Maxwell, nel sociologo Simmel ed è stata inoltre molto rivalutata negli ultimi dieci anni - in Germania è ormai una delle dottrine dominanti -, anche grazie a l'influsso di Konrad Lorenz, il grande etologo e premio Nobel che ha scritto un libro Die Ruckseite des Spiegels, L'altra faccia dello specchio, dove tenta di risolvere tradizionali problemi epistemologici basandosi sulla teoria dell'evoluzione. Il problema che si pone è il seguente: da cosa deriva la convinzione che la nostra conoscenza sia oggettiva, che siamo in grado di scoprire l'essenza del mondo, che le nostre conoscenze possano pretendere a una loro validità e verità? La risposta della teoria dell'evoluzione, qui applicata a tale problema epistemologico è: siccome il nostro cervello si è sviluppato durante l'evoluzione animale e siccome possono sopravvivere solo organismi con una almeno parziale adeguazione all'ambiente, possiamo essere sicuri che la nostra conoscenza ha una parziale pretesa di validità e verità perché è un prodotto di questa evoluzione. È chiaro che sarebbe estremamente stolto credere che il criterio che ci permette di dire che una specie è superiore all'altra sarebbe la maggiore durata della vita. Esistono amebe che hanno alcuni miliardi di anni sulla loro gobba e la medicina umana non è certo ancora arrivata al punto di farci sperare di raggiungere questa età. Anzi più complesso un organismo diventa, maggiori sono le possibilità di malattia, le possibilità di disturbi funzionali. Cè tuttavia un punto che va sottolineato. Il mondo di un'ameba è molto molto più ristretto e abbastanza lontano da quello che noi crediamo sia il mondo oggettivo. Tuttavia l'ameba riesce a vivere bene in questo suo mondo. Ci sono animali che hanno solo una percezione in due dimensioni, mentre noi siamo convinti che lo spazio abbia tre dimensioni. Ora, dalla nostra innata convinzione che lo spazio sia tridimensionale non può seguire niente sulla realtà dello spazio fisico. Questo è un punto che è stato sempre più sottolineato negli ultimi anni dagli epistemologi evoluzionisti, per cui il mondo nel quale viviamo e al quale ci siamo adattati con le nostre categorie è il così detto mesocosmo cioè cosmo delle dimensioni medie e tale cosmo delle dimensioni medie e le categorie che noi usiamo per capirlo è molto differente dal microcosmo per esempio della fisica delle particelle, o dal macrocosmo della cosmologia. Dunque non è detto che la categorie che si sono sviluppate per comprendere il mesocosmo abbiano un valore e un'oggettività per il microcosmo e il macrocosmo, hanno solo un valore per il cosmo nel quale noi viviamo e ciò non vuol dire che questo sia il vero mondo.

 

DOMANDA N. 5

Qual è la critica che l'epistemologia evoluzionistica fa alle categorie di Kant, ai giudizi sintetici a priori di Kant?

L'idea originale della epistemologia evoluzionistica come è stata sviluppata in un saggio degli anni Quaranta da Konrad Lorenz è che gli a priori di Kant siano in verità degli a posteriori filo-genetici. Tuttavia Lorenz interpreta in maniera sbagliata Kant, ritenendo che le categorie aprioriche di cui parla Kant siano categorie innate. Le categorie di Kant non sono innate. In ogni caso Lorenz aggiunge che le categorie innate che noi abbiamo - e sicuramente l'uomo ha categorie innate - hanno una pretesa solo ipotetica di validità e di verità, perché sono il risultato della selezione della nostra specie. Esse devono avere una certa validità, perché se fossero totalmente sbagliate i nostri antenati non sarebbero sopravvissuti. In questo senso Lorenz riduce l'a priori individuale a un'a posteriori filo-genetico, cioè a esperienze della specie. I progressi della scienza non sono certamente possibili basandosi su idee innate, perché la fisica moderna è arrivata a risultati che sono in gran parte opposti alle nostre idee e convinzioni, probabilmente innate. Credo per esempio che sia innata la nostra intuizione dello spazio. Ma la fisica moderna è convinta che lo spazio abbia una struttura non euclidea. Almeno gran parte della fisica moderna è convinta di questo. Noi non possiamo rappresentarci uno spazio non euclideo con più di tre dimensioni, ma ciò non toglie che lo spazio reale possa avere quella struttura. Dunque il fatto che noi siamo in grado di sviluppare concetti scientifici che vanno al di là delle nostre categorie innate, non può essere spiegato dalla teoria evoluzionista. Perciò secondo me la teoria epistemologica dell'evoluzione non riesce a dare una soluzione al problema della validità del sapere umano, che raggiunge il suo apice proprio nel sapere scientifico.

 

DOMANDA N. 6

Pur riconoscendo tutti i meriti che ha avuto la teoria dell'evoluzione, rimane l'impressione che ci sia una tentazione continua, in questa teoria, verso una teoria della razza.

Il caso più tremendo è stato proprio quello di Konrad Lorenz. Konrad Lorenz negli anni Quaranta ha scritto dei saggi, nei quali si afferma per esempio che, così come un grande medico deve asportare un tumore e non aver paura di togliere anche cellule sane da un corpo, per evitare che esso sia infestato dal male e muoia, parimenti il grande politico deve tagliare fuori tutti gli elementi razziali estranei con energia e decisione, buttarli fuori dall'organismo. Se si pensa cosa stava succedendo nel '43 quando Lorenz ha scritto questo saggio, si capisce a che cosa si può arrivare. Naturalmente io non sono del parere che questo esito sia necessario. Infatti Lorenz nel dopoguerra non ha detto più cose simili: ma c'è un pericolo nel biologismo - non è la biologia, ma il biologismo, la tendenza a voler fondare tutto sulla biologia - ed è il pericolo di non capire che c'è una dimensione normativa che distingue l'uomo dall'animale, e il chiedersi cosa è il bene, cosa è il bello e che cosa è il vero non è riducibile a categorie biologiche. Voler negare questa specificità significa livellare la differenza tra uomo e animale, perché l'uomo è in parte un'animale, ma non è solo tale, e significa allo stesso tempo dare un'enorme importanza alle differenze biologiche tra gli uomini, le differenze di sesso, le differenze razziali, eccetera.

 

DOMANDA N. 7

A proposito della ragione, Lorenz metteva in guardia dal fidarsi troppo di essa, poiché secondo Lorenz la ragione cosciente era l'ultima arrivata nella scala dell'evoluzione, essa è un prodotto molto giovane rispetto, per esempio, all'intuizione. Qual è la sua opinione a questo proposito?

Io credo che il merito maggiore della teoria evoluzionista della conoscenza sia stato proprio scoprire come funziona l'intuizione. L'intuizione è un fenomeno molto strano: esistono vari concetti d'intuizione in filosofia e il concetto che interessa a noi, è quello di un sapere immediato del quale noi non possiamo fornire delle cause. Noi intuiamo per esempio che siamo antipatici o simpatici a un'altra persona, ma non siamo in grado di spiegare da che cosa lo deduciamo. E qui è il merito della teoria evoluzionistica della conoscenza, che può fornire una spiegazione razionale attraverso l'a priori innato, riducibile a delle esperienze filo-genetiche. Io credo che tutte queste intuizioni immediate siano in verità degli atti conoscitivi mediati, che però non sono consci. Infatti la maggior parte del nostro cervello, anche la sua parte razionale, lavora in una maniera della quale noi non siamo consci. Per tornare all'esempio della simpatia e dell'antipatia, ci sono vari esperimenti che hanno dimostrato che quando ci sentiamo bene con una persona le nostre pupille si dilatano, e se non ci sentiamo bene si restringono. Questo le persone non lo sanno, ma istintivamente, vedendo gli occhi dell'altro, il nostro apparecchio raziomorfo deduce, dall'osservazione delle pupille, se noi siamo simpatici agli altri oppure no. Questi processi empirici, spiegabili razionalmente, non sviluppandosi in maniera conscia nel nostro cervello, hanno per noi qualcosa di mistico, di irrazionale. Sicuramente questi processi intuitivi hanno un grande valore. Però dal momento in cui vengono scoperti essi diventano manipolabili. Infatti è noto che la belladonna usata dalle donne aveva proprio la funzione di dilatare la pupilla, e questa dilatazione conseguita in maniera totalmente artificiale non ha niente da fare col rapporto emozionale. Dunque le nostre intuizioni basate su processi inconsci non sono per niente infallibili. E perciò, se ci sono argomenti razionali contro una determinata teoria, io sono sempre favorevole a seguire la ragione. Se però non ci sono argomenti contro, a livello della ragione, e la nostra intuizione ci dà un argomento in una certa direzione, io credo che valga la pena seguire l'intuizione, perché è probabile che ci sia dietro un argomento inconscio, del quale noi non ci rendiamo conto, ma che tuttavia è bene seguire.

 

DOMANDA N. 8

Quando si parla di intelligenza animale e di intelligenza umana sembra darsi per scontato un certo dualismo. Konrad Lorenz aveva invece la pretesa di superare questa scissione. È così?

In questo libro, più volte citato, L'altra faccia dello specchio, Konrad Lorenz tenta di mostrare una certa continuità nello sviluppo dall'intelligenza animale a quella umana. Egli vuole persino dimostrare che ci sono principi dell'acquisizione del sapere che sono comuni a tutti gli esseri viventi, cioè anche alle piante. Anche già nella foglia di una pianta è concentrata dell'informazione acquisita attraverso un lungo processo evolutivo e filo-genetico sulla struttura dell'ambiente, in quanto solo una determinata forma della foglia, per esempio, riesce ad assorbire la luce e fare la fotosintesi. Dunque, secondo Lorenz, in ogni organo si può già parlare di conoscenza, non solo negli atti coscienti dell'animale.

Daltra parte occorre sottolineare che è una falsa alternativa quella secondo cui si afferma che o l'intelligenza umana non è scaturita da quella animale, o l'intelligenza umana è nient'altro che intelligenza animale. Dal punto di vista della genesi, a mio avviso, l'intelligenza umana è scaturita attraverso complessi processi di selezione dall'intelligenza animale e, da un punto di vista di teoria dei sistemi, l'intelligenza umana presenta delle novità categoriali che la rendono assolutamente distinta da quella animale, ponendo un'enorme cesura tra l'intelligenza animale e quella umana. Su questo punto anche Konrad Lorenz è d'accordo. Egli riconosce che c'è un salto enorme tra l'intelligenza animale e quella umana, un salto simile a quello tra il mondo anorganico e il mondo organico. Konrad Lorenz però crede che si possa spiegare in maniera naturale lo sviluppo di questa struttura umana e il modello che usa è quello della sintesi di vari sottosistemi nel nuovo sistema. Dall'unione di determinati sottosistemi che hanno certe qualità scaturiscono nuovi sistemi che hanno qualità che non si trovano in nessuno dei sottosistemi. Il tutto è sempre più delle parti. Secondo Lorenz funzioni che si trovano già nell'intelligenza animale, per esempio la rappresentazione dello spazio, oppure forme di tradizione che si sviluppano già nella scimmia, portano con un salto qualitativo all'intelligenza umana. In questo senso diverse funzioni che si trovano isolate in singoli animali verrebbero connesse nell'uomo, diventando grazie a questa connessione molto più potenti. È chiaro che quello che propriamente distingue l'uomo dall'animale è la capacità di tematizzare se stesso, di riflettere su se stesso. Questa struttura di autocoscienza è il fulmine dello spirito che incendia la natura. Ora, è interessante chiedersi come si è arrivati a questa struttura. A questo proposito Konrad Lorenz ha una teoria molto interessante, che converge con i risultati della moderna psicologia sociale: è che l'autocoscienza scaturisce da processi sociali, da processi intersoggettivi. Il singolo soggetto tematizza l'altro soggetto e in questa maniera, attraverso la reazione dell'altro soggetto al suo proprio comportamento, arriva a un'attitudine critica rispetto al proprio comportamento e cioè a qualcosa come un'autocoscienza, alla capacità di riflettere.

 

DOMANDA N. 9

Quando parliamo di umanità intendiamo riferirci alla specie umana, distinta da altre specie. Ma se è la capacità di riflettere ciò che distingue propriamente l'uomo dall'animale, è possibile ammettere che possano esistere nell'universo altri esseri pensanti, che condividerebbero con noi la ragione, pur non appartenendo alla stessa specie?

Credo che questa domanda sia molto importante. A mio avviso oggi bisogna distinguere tra idealismo e umanismo. Non è per niente garantito che gli unici esseri pensanti nell'universo appartengano alla specie homo sapiens sapiens, anzi è abbastanza grande la probabilità che nel nostro cosmo esistano altri esseri pensanti. Tale probabilità è stata anche calcolata ed è evidentemente connessa alla durata di vita che attribuiamo a tali esseri pensanti, che per essere in grado di comunicare con noi devono avere livelli di cultura scientifica e tecnica abbastanza complessa, come noi l'abbiamo raggiunta in quest'ultimo secolo. Il problema che si pone è quanta durata di vita attribuiamo a tali culture tecniche, che purtroppo non è escluso abbiano la tendenza ad autodistruggersi. Ora, al di là della possibilità o meno di contattare questi esseri, il punto è che noi dovremmo trattarli come uomini. Come è stato un grande progresso nella storia dell'umanità capire che le differenze razziali non possono costituire motivo di privilegio o discriminazione, così, se ci sarà comunicazione tra queste varie specie, ci sarà una lunga lotta che culminerà nel riconoscimento che ciò che fa dell'uomo un essere con una dignità metafisica non è l'appartenere alla specie biologica homo sapiens sapiens, ma l'appartenere a quelle entità che hanno una ragione. E se ci fossero delle entità, degli altri esseri dotati di ragione, che però avessero un corpo diverso da noi, mettiamo, sette gambe o qualcosa del genere, evidentemente sarebbe nostro dovere rispettarli come uomini. La comunicazione con tali esseri sarebbe in un certo senso la vera vittoria dello spirito sulla natura, perché è già sempre un qualcosa di profondamente soddisfacente riuscire a comunicare con persone di altre culture superando la contingenza naturale della nostra origine. Sono del resto sicuro che esiste un'unica ragione, e che ci siano forti argomenti trascendentali per dimostrarlo. Sono persino convinto che questi esseri, a un certo punto della loro evoluzione, arriverebbero a una filosofia molto simile a quella dell'idealismo oggettivo. Esiste un unico logos al quale noi partecipiamo e, se esistono altri esseri razionali, anche loro devono essere in grado di arrivare a delle conclusioni simili alle nostre nell'ambito della scienza e in quello dell'etica e della filosofia. Kant era convinto che l'imperativo categorico sia valido per ogni essere razionale, dunque anche per altri possibili esseri razionali al di là dell'uomo, mentre credeva (e ritengo che anche qui abbia ragione) che l'estetica sia valida in verità solo per esseri appartenenti alla stessa specie. L'arte infatti è basata non solo sulla ragione, ma anche sull'apparato sensitivo e perciò su qualcosa di più contingente, mentre l'etica, la scienza e anche la filosofia sono basate sulla ragione pura.

 

DOMANDA N. 10

Si è parlato di autocoscienza anche in relazione allo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Come affrontare una simile questione?

Dicevo che è assolutamente concepibile l'esistenza di altri esseri razionali con altra base biologica. Più difficile la questione se è concepibile l'esistenza di altri esseri razionali creati da noi, di macchine che abbiano un'interiorità e un'autocoscienza. È molto più difficile, ma devo dire che non conosco nessun argomento veramente forte contro questa possibilità, quindi non posso escluderlo. Naturalmente però se questi automi, questi computer avessero veramente un'autocoscienza, essi dovrebbero lottare per il riconoscimento di tale autocoscienza e cioè dovrebbero divenire indipendenti da noi, come i bambini, a una certa età, si rendono indipendenti dai loro genitori. La grandezza di Kubrick consiste nel fatto che nel suo grandioso film Odissea nello spazio dimostra proprio questo processo: il computer Hal, con il quale l'astronauta gioca a scacchi, ha una propria autocoscienza. E l'astronauta lo deve riconoscere, deve anzi ammettere che questo computer è persino superiore a lui. Naturalmente il rapporto fra i due non è molto felice, ma per principio dovrebbe essere possibile arrivare a un rapporto di uguaglianza di diritto con questi esseri, come è successo con le varie specie. Io per dire la verità ritengo che sia molto utopico pensare di costruire in maniera artificiale esseri con autocoscienza - siamo lontanissimi da questa meta - anche se la cosa non è impossibile in linea di principio. Pertanto io non posso escluderlo a priori; del resto la cosa non mi turberebbe poi molto, perché se questi esseri hanno autocoscienza, è inessenziale che abbiano un corpo di metallo piuttosto che basato sul carbonio.

Intervista di Renato Parascandolo