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intervista-lezione di Edgar Morin (rilasciata il il 2/4/1991 nella sede della Vivarium a Napoli) L'Unità, 16 giugno 1997 Prof. Morin, per Lei il termine "razionalità" ha due accezioni: da un lato la razionalità è spirito critico, dall'altro è organizzazione logica del sapere. Vuole illustrarci questo progressivo complicarsi del concetto di razionalità? La razionalità non è qualcosa di semplice. Presuppone due dialogiche. La parola "dialogica", nel senso in cui la userò adesso, significa l'utilizzazione di principi o di argomenti complementari, ma che potrebbero anche essere concorrenti o antagonisti. Per esempio la prima dialogica è la dialogica tra il razionale, o meglio tra il logico, e l'empirico. Da un lato lo spirito umano elabora dei sistemi di idee logici, che confronta con il mondo dell'esperienza, ed è necessaria una adeguazione tra il discorso o il sistema e il mondo empirico o la sfera di esperienza alla quale si dovrà applicare. Beninteso, se c'è un eccesso di logica e le strutture logiche non corrispondono al mondo empirico, si verifica un divorzio tra il logico e l'empirico. Quindi tutto il gioco - ed è un gioco estremamente serrato, che la scienza moderna, la scienza occidentale ha sviluppato - è il gioco del logico e dell'empirico. Nessuno dei due ha la supremazia assoluta sull'altro, perché, se un sistema di idee è perfetto, se ha una grande eleganza logica, e poi si trova ad essere contraddetto dall'esperienza, bisogna abbandonarlo; ma se si resta semplicemente al livello dell'esperienza, si ha a che fare con meri dati o fatti, bisogna abbandonare anche l'idea di razionalità. L'altra logica, l'altra dialogica, è la dialogica tra lo spirito critico e lo spirito di coerenza. Da un lato la razionalità critica attacca non soltanto i miti, le religioni, gli dei, ma anche i sistemi di idee, per tentare di dissolverli; dall'altro c'è la volontà di costruire una visione coerente delle cose, dei fenomeni e al limite del mondo stesso. In quale rapporto stanno le due tendenze della razionalità, quella critica e quella volta a organizzare coerentemente il mondo? Si vede bene come queste due forze possano essere antagoniste: lo spirito critico illimitato dissolve tutto, diventa uno scetticismo generalizzato e inclina al nichilismo, dove non c'è più niente, nessuna certezza, nessuna possibilità di pensare. Uno spirito di coerenza senza limiti produce dei sistemi ammirevoli, capaci di spiegare tutto, ma che sono chiusi in sé, e, al limite, deliranti: è ciò che designerò col nome di "razionalizzazione". Dunque fin dall'inizio vediamo che la razionalità è qualcosa di instabile, che ha bisogno di strategie, di correzioni, di regolazione, di auto-regolazione e, aggiungerei, di auto-eso-regolazione, nel senso che la razionalità non si può regolare semplicemente da sé, ma si deve regolare anche in base al mondo esterno al quale si applica. Altrimenti è razionalizzazione. E che cos'è la razionalizzazione? E' la riduzione a un sistema coerente di idee della realtà che si pretende di descrivere. Che caratteristiche ha la razionalizzazione? Quale differenza c'è tra razionalità e razionalizzazione? La razionalizzazione innanzi tutto accorda il primato alla coerenza logica sull'empiria, tenta di dissolvere l'empiria, di rimuoverla, di respingere ciò che non si conforma alle regole, cadendo così nel dogmatismo. Del resto è stato notato che c'è qualcosa di paranoico che è comune ai sistemi di razionalizzazione, ai sistemi di idee che spiegano tutto, che sono assolutamente chiusi in sé ed insensibili all'esperienza. Non è un caso che Freud abbia usato il termine di razionalizzazione per designare questa tendenza nevrotica e/o psicotica per cui il soggetto si intrappola in un sistema esplicativo chiuso, privo di qualsiasi rapporto con la realtà, pur se dotato di una logica propria. In qualche modo la grande differenza tra razionalità e razionalizzazione è che l'una è apertura, l'altra è chiusura, chiusura del sistema in se stesso. Vi è una fonte comune della razionalità e della razionalizzazione, cioè la volontà dello spirito di possedere una concezione coerente delle cose e del mondo. Ma una cosa è la razionalità, cioè il dialogo con questo mondo, e altra cosa è la razionalizzazione, cioè la chiusura rispetto al mondo. Non si può mai sapere in quale momento avviene il passaggio da un sistema razionale a un sistema di razionalizzazione. Perché? Perché per un certo tempo disponiamo di un sistema esplicativo, che sembra essere dimostrato, comprovato dall'esperienza. Poi sorgono elementi nuovi, nuove acquisizioni, si scoprono fatti che contraddicono la teoria. Allora si può avere un attaccamento alla teoria, si può voler rimuovere, dimenticare, occultare gli elementi della contraddizione e, senza che ci se ne renda conto, si passa dalla razionalità alla razionalizzazione. Questo accade spesso nel caso di teorie scientifiche Come si vede, c'è un principio di ambivalenza e un principio di indeterminazione nel problema della razionalità. Da un lato la razionalizzazione, che tende a chiudersi, dall'altra la razionalità, che deve restare aperta. Potrebbe tornare sul concetto di autocritica della ragione per chiarirne il legame con la complessità della ragione? Che cos'è l'autocritica? L'autocritica è legata alla capacità di osservarsi e di oggettivarsi. Questo procedimento fa sì che l'idea di una razionalità che è capace di trovare il meta-punto di vista su se stessa sia un prolungamento, sul suo stesso terreno, dell'idea di auto-esame, o di esame di secondo grado. Direi che la moderna razionalità complessa è una razionalità del meta-punto di vista. Direi d'altra parte che la razionalità complessa parte dall'idea che non c'è adeguazione a priori tra il razionale e il reale. Parte dall'idea che la conoscenza non è il riflesso del mondo. Ogni conoscenza è al tempo stesso costruzione e traduzione: traduzione a partire da un linguaggio ignoto, a cui prestiamo dei nomi. Siamo noi che assegniamo i nomi a partire da certe qualità o proprietà che rinveniamo nelle cose. Dunque la conoscenza è una traduzione costruita e la razionalità in particolare è un modo di costruire la traduzione con un certo numero di qualità verificatrici e correttrici. A quale modello si ispira la razionalità complessa di cui parla? Da quanto ho detto si vede che questa razionalità complessa si fonda su una concezione essa stessa complessa e aperta della conoscenza. Dirò pure che si fonda su un paradigma della natura umana del tutto diverso da quello dell'"homo sapiens", poiché nel paradigma dell'"homo sapiens" l'uomo si definisce mediante la ragione e la ragione è la sua tecnica. "Homo faber, homo sapiens" è lo stesso. Ma l'uomo d'altro lato è anche "homo demens", l'uomo dei deliri, dei miti, delle follie, l'uomo dell'affettività, e non c'è frontiera tra saggezza e follia. Che vuol dire vivere saviamente? E' una vita che consiste nell'economizzare i propri sforzi, nell'evitare ogni rischio di farsi schiacciare, nell'astenersi dal circolare, dal viaggiare, che consiste nel mangiare solo alimenti dietetici, nel non bere vino, nel non commettere eccessi. Ma è saggezza, questa? O non è piuttosto una forma di vita delirante, in cui non c'è più vita? E la vita folle è veramente folle? Consumare la vita è veramente delirio o è semplicemente vivere la propria vita? Nessuno può dire dove passa, nella vita, il confine tra saggezza e follia, e del resto - benché non sia questa la sede per approfondire il tema - dal momento che pensiamo la natura umana sotto un doppio aspetto contraddittorio e complementare, possiamo situare la razionalità nella dialogica che ne scaturisce. Ha detto Castoriadis: "L'uomo è un animale folle, la cui follia ha creato la ragione". Ciò vuol dire che noi possiamo, nonostante tutto, razionalmente, prendere coscienza di quella follia e riconoscere i limiti della ragione. Alla nostra razionalità è riservato un avvenire, a patto che essa riconosca la follia, e non soltanto la follia, ma anche il fatto che c'è comunque qualcosa di non razionalizzabile. Intende dire che esistono anche cose irrazionali? Non direi solo irrazionali, ma a-razionali. Perché c'è dell'essere piuttosto che del non-essere? L'essere è a-razionale: non è contrario alla ragione, ma non è nemmeno conforme ad essa. Ci sono molte cose irrazionali e ci sono cose a-razionali. Nella ragione stessa ci sono gli assiomi e i postulati di ogni sistema di idee che non possono essere provati, che sono indimostrabili. C'è nella ragione stessa qualcosa di non razionalizzabile - che non può essere ridotto in termini logici. I principi della spiegazione non sono spiegabili razionalmente. Questa è la conseguenza di una delle grandi scoperte, io credo, del pensiero contemporaneo, nelle scienze come nella filosofia, cioè la crisi del fondamento, la scoperta dell'assenza di un fondamento ultimo della certezza. Sappiamo e comprendiamo che ogni nostro pensiero è determinato da paradigmi, da strutture a priori che non dipendono da nessuna verifica sperimentale o empirica, necessarie per strutturare il nostro pensiero. Arriviamo così all'idea di razionalità complessa. Razionalità complessa vuol dire che la complessità è dapprima in questa dialogica del logico e dell'empirico, che deve continuare senza accordare la preminenza a nessuno dei due. La complessità è nel principio di incertezza e di ambivalenza che troviamo anche tra razionalità e razionalizzazione. La complessità è nel principio di apertura, e, direi, di dialogo, perché in fin dei conti il bello in questa avventura della razionalità è arrivare alle frontiere di ciò che è razionalizzabile, fino a ciò che non può essere razionalizzato, per tentare di sondare il mistero dell'essere. Qui siamo in rottura con il paradigma cartesiano, per esempio, per il quale la realtà doveva essere vera. La verità era qualcosa che corrispondeva alle idee chiare e distinte. Se non è chiara e distinta un'idea non può essere vera. E il poeta Boileau aggiungeva: "Ciò che si capisce bene, si enuncia chiaramente / le parole per dirlo vengono facilmente". Quando si comprende la complessità, ciò che si concepisce bene non si enuncia sempre chiaramente, e le parole per dirlo arrivano con difficoltà. Bisogna che ci sia un travaglio nel concetto e nel pensiero, perché il pensiero lotta sempre contro un materiale resistente. Il reale è ciò che resiste al pensiero, è ciò che resiste alla logica. La bellezza del pensiero è in questa lotta infinita, che è una lotta amorosa: lotta a morte e copulazione, con ciò che il mondo comporta di mistero e di irrazionalità. Si può sognare di conquistare nuovi campi alla razionalità, e ci si arriverà, ma bisogna pensare che il mondo nella sua totalità, il mondo nella sua essenza, non sarà mai razionalizzato, poiché la razionalità comporta, per principio, la sua problematizzazione. |