13. L'inconscio

intervista a Giovanni Jervis di Silvia Calandrelli

(rilasciata il il 4/4/1996 nella sede RAI Dear di Roma)

L'Unità, 26 maggio 1997

 

Professor Giovanni Jervis, può darci una definizione di "inconscio" e descriverci l'evoluzione storico-critica di questo concetto, a partire da Freud?

Il concetto di inconscio è, in un certo senso, intuitivo. Inizio da questa formulazione perché una nozione più scientifica mette in causa, in qualche modo, questa definizione intuitiva secondo cui l'inconscio è l'insieme di quegli aspetti della mente che non sono accessibili alla coscienza. E allora si può parlare di meccanismi inconsci, in quanto si suppone che esista una fabbrica dei pensieri e delle idee che noi non conosciamo.

L'idea di inconscio è effettivamente legata a Freud. Si può dire che tutta la dottrina freudiana è una teoria dell'inconscio, che la psicoanalisi è una teoria dell'inconscio. Freud dà una versione psicologica dell'inconscio, più che filosofica - com'era stata prevalentemente fino a quel momento - e la dà secondo curvature particolari. Ciò che caratterizza l'inconscio in Freud è da un lato il concetto di rimozione, dall'altro l'idea di una sessualità dell'inconscio. Cioè da un lato l'idea che al centro dell'inconscio sta un particolare meccanismo, cioè quel meccanismo - inconscio anch'esso - per il quale noi ci proibiamo di conoscere certe cose, che sono essenzialmente idee, ricordi e fantasie; e però queste cose, che stanno dentro di noi e che sono interdette alla coscienza, quindi rimosse, tuttavia agiscono su di noi. Dall'altro l'idea di una sessualità dell'inconscio, cosa che ci porta a parlare dell'inconscio come concezione materialista della psiche.

L'idea che noi siamo in qualche modo condizionati, e in particolare forse anche agiti, da forze che stanno dentro di noi, è un'idea espressa con particolare forza e pregnanza prima da Schopenhauer e poi da Nietzsche. Freud si riferiva prevalentemente a Schopenhauer. L'idea, in sostanza, è che quella soggettività che noi chiamiamo "io", non sia primaria, ma sia in qualche modo effetto di qualche cosa.

Freud riprende questi temi entrando in una polemica duplice: da un lato con l'immagine dell'essere umano tipica della rispettabilità borghese vittoriana dell'Ottocento, per cui l'essere umano, nella sua espressione più alta - quella del gentiluomo civilizzato - è caratterizzata dal pieno dominio dell'autocoscienza sulla mente, sul comportamento - immagine a cui ovviamente Freud si contrappone. Da un altro lato Freud si contrappone anche alla nascente psicologia sperimentale - quella degli ultimi decenni dell'Ottocento - la quale era proprio studio della psiche, cioè studio dei contenuti della coscienza.

Quali sviluppi clinici ha avuto per Freud l'elaborazione di tale nozione? E come propone di gestire i rapporti con l'inconscio?

Freud ritiene che la sofferenza, e in particolare la sofferenza nevrotica, sia legata - per così dire - a una cattiva gestione dei rapporti con l'inconscio. E propone una migliore gestione: essenzialmente propone canali di consapevolezza maggiori, tra inconscio e coscienza. Propone che l'"io", e in particolare l'"io cosciente" dell'individuo, in qualche modo si appropri di una parte dei contenuti dell'inconscio e, soprattutto, governi in modo più consapevole, più razionale - anche se non interamente consapevole, non interamente razionale - i propri rapporti con l'inconscio. Qui ci sono anche alcuni limiti del pensiero freudiano. In Freud - a differenza che in Jung - l'inconscio ha qualche cosa di primitivo, quindi qualche cosa di limitativo, qualche cosa - starei per dire - di grezzo. E c'è una difesa della nobiltà della coscienza, considerata tutto sommato come primaria, come un dato, che in seguito verrà messa in discussione.

Soffermandoci su Jung - da Lei ha citato poc'anzi. Come ha contribuito allo sviluppo del concetto di "inconscio"?

In Jung noi vediamo che l'inconscio è un mondo più articolato che in Freud, ha una sua dignità maggiore, ha una sua maggiore autonomia, e soprattutto si esprime maggiormente in strutture autonome e in un discorso autonomo. Si può discutere fino a che punto sia valido oggi il concetto di "inconscio collettivo", cioè di un sottofondo non individuale della psiche. Jung riteneva che ci fosse una sorta di eredità, di ricordi ancestrali - cosa oggi difficilmente accettabile. La cosa invece interessante è che Jung si rende conto che l'inconscio si esprime secondo un linguaggio, secondo una simbologia - in Freud invece il concetto di simbolo è abbastanza marginale, più di quanto non credano di solito i profani - e che in qualche modo questa simbologia è strutturazione di un discorso. Questo non è un discorso in senso linguistico - a differenza che in altri autori, come Lacan - è un discorso in senso immaginale.

Al tempo stesso però, potremmo dire che le influenze romantiche, permettono a Jung di liberarsi, in parte, da certe pastoie positivistiche, illuministiche - che erano tipiche di Freud - e di consegnare all'inconscio il crisma di una maggiore dignità, potremmo dire, non tipicamente in senso irrazionalistico - anche se Jung ha degli aspetti mistici e irrazionalistici, su cui, personalmente, avrei qualche riserva - ma nel senso che Jung ritiene che la vita emotivo-affettiva sia qualche cosa di più ricco di quanto non la ritenesse Freud. E in questo probabilmente ha ragione. Jung non vede l'inconscio agire sulla psiche cosciente, ma è convinto piuttosto che l'inconscio sia psiche, nel senso che è un mondo in cui esiste una razionalità, esistono dei discorsi, delle storie, che si creano, si disfano, che in qualche modo influenzano non soltanto i lapsus e le nevrosi, ma tutta la produzione psichica dell'individuo. In questo senso Jung è più moderno.

Professor Jervis, alla luce degli studi recenti come è stato riformulato il rapporto inconscio-coscienza ?

Gli studi moderni sui meccanismi cognitivi sulla mente e sulla coscienza, pur essendo studi sistematici che si svolgono quasi esclusivamente al di fuori della tradizione freudiana - cioè secondo una tradizione sperimentale di ricerche sistematiche in psicologia, che non è quella di Freud - tuttavia sono più freudiani di Freud. Gli studi moderni sulla coscienza ci dimostrano infatti che la coscienza è meno cosciente, o meglio, è "meno autocosciente", meno data, meno garantita ancora di quanto Freud pensasse.

Un intero capitolo, particolarmente interessante della psicologia di oggi, è quello che si occupa di come noi spieghiamo i nostri comportamenti, quali ragioni ne diamo. Sono in genere delle ragioni - e qui si ritorna a un discorso freudiano - che tendono a certe finalità, che riguardano la nostra immagine. Per esempio, noi diamo dei nostri comportamenti delle spiegazioni razionali, in termini di scelte: lo volevo fare - anche se questo non è vero, ma ci convinciamo che volevamo farlo. O spiegazioni apologetiche, nel senso che tendiamo a spiegarli secondo dei meccanismi che in qualche modo ci mettono in una buona luce. Ci troviamo nuovamente in un discorso freudiano, quello della razionalizzazione. Questo studio delle attribuzioni causali si lega quindi allo studio della "psicologia ingenua", che è il modo con cui ciascuno di noi si spiega i propri e gli altrui comportamenti. La psicologia ingenua è ingegnosa, ma spesso è sbagliata. E' una serie di costruzioni che possono essere esaminate, e anche esaminate cercando di capire che cosa l'individuo vuole costruire, che cosa l'individuo vuole difendere nel momento in cui, per così dire, altera la realtà. Tutto questo rimette in discussione il concetto di autocoscienza e in qualche modo lo riduce, nel senso che noi dobbiamo renderci conto che i nostri atti, le nostre stesse conoscenze - come l'andare in bicicletta, lo scrivere a macchina, e tante altre - sono molto meno autocoscienti di quanto non pensiamo; e dobbiamo, al tempo stesso, renderci conto che quando noi crediamo di accedere al mondo interiore, in realtà, in larghissima misura, accediamo a un sistema di spiegazione. Quello che noi chiamiamo "accesso al mondo interiore" della mente - nella misura in cui questo mondo interiore sembra accessibile - non è altro che l'accesso a una dimensione immaginaria, in cui esistono dei sistemi di spiegazione accreditati, che ci dicono per esempio: ho fatto una certa cosa, perché sono stato mosso da una certa passione, oppure da un certo calcolo. Ma c'è da chiedersi: fino a che punto questa spiegazione è vera? Il dire: "sono stato mosso dalla passione", è una convenzione culturale. Il dire: "l'ho fatto per calcolo", può essere un autoinganno, può essere che noi in realtà non l'abbiamo fatto per calcolo, ma che abbiamo fatto poi un calcolo - per darci una spiegazione.

Ciò non indica che sta cambiando proprio il modo di intendere il soggetto?

Tutte queste ricerche ci portano a una visione dell'individuo che mette profondamente in causa la concezione cartesiana, che è stata quella dominante in fondo nel nostro secolo, anche in psicologia, fino agli anni Quaranta o Cinquanta. La concezione cartesiana separa una "res cogitans" da una "res extensa", ma soprattutto separa una razionalità, in qualche modo data "a priori" - e la razionalità continua ad essere data "a priori" perfino in Freud - dal mondo del corpo, delle pulsioni, degli istinti. E oggi potremmo dire che la concezione dell'individuo che tende a prevalere da questo punto di vista, è molto più simile a quella di Francis Bacon in cui gli errori, gli autoinganni non sono legati - come in Cartesio - alle influenze delle passioni sulla mente razionale, ma sono in qualche modo inerenti ai meccanismi stessi della cognizione. Cioè in Bacone noi vediamo che i famosi "idola" - quei meccanismi che ci trasportano a conoscenze erronee - sono legati all'uso del linguaggio, all'influenza degli altri, alle convenzioni, ma in qualche modo sono inerenti ai meccanismi cognitivi.

Allora il problema dell'inconscio, così riformulato, diventa più complesso: non si tratta più di capire come un mondo inconscio, legato alle passioni, alle emozioni, agli istinti, agisce sulla coscienza e sulla ragione. Si tratta di capire come la ragione stessa, nei suoi modi di conoscere e di organizzare il mondo, sia fondata su qualche cosa che è assai meno certo, e in qualche modo che porta in se stesso dei fattori di errore. Forse non è neanche un problema di rapporto fra ragione e irrazionalità, ma piuttosto un problema di mettere in discussione quello che noi chiamiamo razionalità. Bisogna invece esaminare i meccanismi cognitivi, cioè i meccanismi attraverso cui noi costruiamo conoscenze: metterli in discussione perché sono meccanismi che hanno delle funzioni che, in un certo senso, sono più freudiane di quanto pensasse Freud. Cioè ci servono a difendere soprattutto una nostra immagine, quella di persona razionale, di cui abbiamo bisogno, ma che forse non è reale. Possiamo allora dire che il discorso dell'inconscio ha scavato - vecchia talpa, hai fatto il tuo lavoro - talmente tanto, che non si sa neanche più cosa sia la coscienza.