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12. La filosofia e la critica della tecnologia intervista a Gianni Vattimo di Ennio Galzenati (rilasciata il il 23/06/1993 nella sede della Vivarium di Napoli) L'Unità, 19 maggio 1997
Professor Vattimo, parlando di filosofia e critica della tecnologia, che è naturalmente un prodotto recente della riflessione filosofica, quanto è necessario risalire all'indietro per riconsiderarne i termini? La demonizzazione della vita razionalizzata della civiltà industriale comincia, secondo me, ad avere un'influenza sulla filosofia alla fine dell'Ottocento in una discussione che sembra molto astratta e molto lontana da questi temi: quella che si svolge, soprattutto nella cultura tedesca - con autori come Dilthey, Rickert e Windelband - sulla distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito. Il secondo Ottocento è l'età del Positivismo, una filosofia che rivendica, tra l'altro, il modello dei saperi positivi delle scienze come la fisica o la chimica per ogni tipo di sapere: si tratta di far passare allo stadio positivo, come dicevano i filosofi positivisti, tra cui Comte, anche il sapere sull'uomo, il sapere sociologico, psicologico e persino la morale. Già alla fine dell'Ottocento, comunque, questo impatto della tecnologia sulla società si avverte come il tentativo di ridurre anche l'uomo ad un meccanismo calcolabile, prevedibile, totalmente organizzato, ciò che poi Adorno chiamerà "l'organizzazione totale". Le scienze dell'uomo, che i filosofi chiamano "scienze dello spirito", sembrano invece essere caratterizzate dal fatto che hanno a che fare con movimenti liberi non prevedibili, non calcolabili, non riducibili sotto leggi generali di comportamento. Si rivendica perciò l'originalità delle scienze dello spirito, nei loro metodi, nei loro modi di costruirsi rispetto alle scienze della natura, perché in realtà ci si vuole ribellare al dominio della tecnologia, della razionalizzazione sociale complessiva e dell'organizzazione totale della società. Cosa pensa dello spirito polemico nei confronti di questa "organizzazione totale" che, a partire dai primi anni del nostro secolo, filtra attraverso il mondo delle avanguardie artistiche? L'Espressionismo e, in genere, le grandi avanguardie artistiche del primo Novecento - il cubismo, il dadaismo, il surrealismo - non sono più guidate da un proposito di analisi quasi scientifica della sensazione visiva. Al contrario il mezzo artistico serve ad esprimere la volontà di partire dall'interno per manifestare al di fuori piuttosto che subire un ordine oggettivo del mondo e riprodurlo. Del resto questa interpretazione dell'avanguardia non è originale. La si trova già in un'opera fondamentale per lo spirito di quell'epoca, Spirito dell'utopia (Geist der Utopie; trad.it Firenze, 1980) di Ernst Bloch, scritto e pubblicato nel '18. E' un filo conduttore interessante perché contiene l'idea che lo spirito non può essere meccanizzato, spiegato, ridotto entro leggi generali, e afferma anche un principio di unificazione della cultura del primo novecento collegando le avanguardie, la riflessione filosofica e la rivolta contro l'organizzazione tecnologica della società. Questi stessi temi si ritrovano nell'Esistenzialismo? Certo. Pensiamo per esempio alla riflessione di Heidegger in Essere e Tempo (trad.it. Torino, 1994), del '27, maturata però a partire dagli anni '10. In una memoria autobiografica Heidegger allude allo spirito degli anni '10, come dominato dalla ripresa di Kierkegaard, di Nietzsche e di Dostoevskij, personaggi che hanno in comune l'esistenzialismo, l'accentuazione, persino eccessivamente patetica, del dramma della libertà dell'uomo, accentuazione tanto più significativa quanto più si afferma in un mondo dove invece l'organizzazione sociale diventa sempre più razionalistica e meccanizzata. Abbiamo moltissimi criteri per distinguere, in ogni scienza, ciò che vale in un certo campo e ciò che non vale ma, asserisce Heidegger in Essere e tempo, si è perso invece il senso complessivo di che cosa chiamiamo "è"; abbiamo dimenticato il senso di questo termine perché abbiamo ridotto l'essere all'oggettività. Ma allora, se identifichiamo l'essere con ciò che è oggettivamente dato e verificabile ne consegue, prima di tutto, che non possiamo più pensare alla nostra esistenza in termini di essere, perché non siamo mai un tutto già dato, siamo fatti di ricordi del passato, di esistenza nel presente e soprattutto di proiezioni verso il futuro, tutte cose che dal punto di vista della datità verificata non sono nulla. E' possibile ricollegare questo discorso heideggeriano allo spirito dell'avanguardia di cui parlavo prima . Se non possiamo più parlare dell'essere dell'uomo, perché il nostro modello di essere è quello della datità oggettiva, ciò non ha solo delle conseguenze conoscitive preoccupanti, ma ha soprattutto conseguenze morali, politiche e sociali drammatiche. Predisponiamo cioè l'essere dell'uomo a diventare oggettività manipolabile nell'organizzazione totale della società.
Parliamo adesso della scuola di Francoforte. La scuola di Francoforte è un prodotto filosofico molto recente, con cui dobbiamo fare i conti, ma le sue motivazioni restano fondamentalmente quelle che ho raccontato, cioè la rivolta avanguardistica della "Kultur", potremmo dire con i termini di certi filosofi primonovecenteschi, contro la "Zivilisation", la cultura contro i meccanismi della civilizzazione che sono diventati oppressivi. La parola "totale Verwaltung", l'"organizzazione totale" - termine diventato classico attraverso la filosofia di Adorno - esprime l'idea che la razionalizzazione tecnologica della società comporti quasi naturalmente un rischio di totalitarismo politico. Questa tematica è stata molto presente nella cultura europea degli anni Sessanta. Credo che il Sessantotto, l'anno della contestazione giovanile, avesse sviluppato una critica radicale della tecnologia, che oggi è stata ereditata da alcuni filoni dell'ambientalismo e dell'ecologismo, in cui la tecnica è considerata naturalmente orientata a produrre strutture politiche totalitarie . Adorno pensa alla società tecnologica come a una società "motorizzata", nel senso che la società tecnologica sembra ad Adorno un grande meccanismo mosso da un motore centrale. Questa idea di Adorno si ritrova anche in alcuni grandi romanzi come quello di Orwell 1984 e quello di Huxley Brand New World. Quando la società si organizza in modo saldamente tecnico ci troviamo di fronte ad una specie di gran sistema di ingranaggi che girano tutti mossi da un centro unitario: la propaganda del regime nazista come la radio di Goebbels che dà ordini a tutti. Secondo l'idea di "pubblicità centralizzata" di Adorno, noi viviamo in una società non tanto diversa da quella nazista. Lì c'era infatti una propaganda politica, ma noi siamo dominati totalitariamente dalla pubblicità delle merci e siamo altrettanto poco liberi.
Professore, Lei crede che ciò sia ancora valido? Questo modello, secondo me, non è già più il modello della tecnologia avanzata in cui viviamo noi oggi; del resto già l'idea della radio poteva condurre anche Adorno ad una riflessione ulteriore; oggi, per esempio, se noi accendessimo la radio e sentissimo la voce di Goebbels potremmo, con un piccolissimo movimento, passare su un'altra modulazione di frequenza, e sentire invece delle canzoncine dialettali. Quando perciò la tecnologia diventa prevalentemente una tecnologia della comunicazione piuttosto che una tecnologia del motore, la paura nei confronti di questo mondo tecnologico sembra potersi riassorbire in una visione della società come scambio di comunicazione, piuttosto che in una visione della società come grande meccanismo mosso da un unico motore centrale. In un saggio di Sentieri interrotti intitolato "L'epoca dell'immagine del mondo" Heidegger ripercorre la storia della scienza tecnica moderna interpretandola come costruzione di un'immagine del mondo che dipende da colui che costruisce l'immagine. La tecnologia tende cioè ad essere la costruzione del mondo sulla base di progetti del soggetto in qualche modo; anche lo scienziato che fa esperimenti non guarda solo cosa succede, ma provoca degli eventi per confermare o smentire certe proposizioni; il tecnologo che produce macchine prosegue questa stessa vocazione tecnologica della scienza. Così il mondo diventa sempre più l'immagine del mondo che noi ci facciamo e che noi costruiamo attivamente con la tecnica piuttosto che una cosa data davanti a noi. Nella nostra epoca però le cose sono andate così avanti che l'immagine del mondo non è più una e ce ne sono piuttosto molteplici. Questo accade nella società della comunicazione. Viviamo in una società di intensa comunicazione in cui ci sono tanti giornali, tante stazioni televisive e questi enti di comunicazione parlano anche di loro stessi. Se voi leggete i giornali trovate che molto spesso alcune delle notizie riguardano le loro vicende: il giornale è stato comperato dal tale gruppo che produce dentifrici e noi possiamo essere messi in guardia sul fatto che le notizie che riguardano i dentifrici su quel genere di giornali dovremmo prenderle "cum grano salis", perché interviene l'interesse del padrone della catena di fabbriche di dentifrici, che è anche proprietaria del giornale. La molteplicità delle agenzie di informazione nel nostro mondo, che forse è sempre esistita, ma non così largamente come oggi, è diventata così esplicita, che noi oggi sappiamo di vivere in un mondo di interpretazioni, non in un mondo di realtà date. Questo fa sì che la potenza totalizzante dell'informazione porti con sé una sorta di antidoto interno e noi non prendiamo più troppo sul serio l'informazione che ci viene fornita. Non sono solo le "élites" a sapere che la TV mente; tutti sanno benissimo che per sapere ciò che succede devono comprare almeno tre giornali di orientamento diverso, devono guardare programmi televisivi differenti, devono in qualche modo comporre la visione della realtà in una babele informativa che ha certamente delle caratteristiche preoccupanti, nel senso che ci si può sentire confusi, ma ha anche un'intrinseca componente liberante, emancipatoria. Credo che questa sia la nuova situazione con cui ha a che fare la riflessione filosofica sulla tecnologia. Lo spirito in qualche modo soffia dove vuole. La paura che i nostri filosofi e gli avanguardisti artistici del primo Novecento avevano nei confronti della tecnologia, può essere, nella società contemporanea, ampiamente ridimensionata, anche se non del tutto superata, se per esempio ci assicuriamo che il pluralismo dell'informazione sia davvero tale, che non ci siano cioè troppi canali televisivi posseduti dalla stessa impresa per esempio, o che non ci sia una sola informazione di Stato. Ma è bene cercare di spingerci nella direzione della babele, piuttosto che difenderci da essa, perché non dobbiamo eliminare la pluralità dei linguaggi, ma piuttosto moltiplicarla.
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