|
|
|
|
intervista a Eva Cantarella di Laura Barletta L'Unità, 5 maggio 1997 Professoressa Cantarella, parleremo di generi ma, Le vorrei chiedere, in quale dei diversi sensi che in italiano ha questo termine? "Genere" in italiano ha molti sensi in effetti, perché "genere" è il genere grammaticale, il genere letterario, il genere umano, il genere sessuale. Il genere di cui parliamo oggi è il genere sessuale, cioè è la parola che traduce la parola inglese "gender". La parola "gender" è stata introdotta dalle femministe per segnalare che la differenza sessuale, fondamentalmente biologica ma non solo, era qualcosa di diverso dalla differenza che viene costruita socialmente, culturalmente o, secondo alcune tendenze del femminismo moderno, anzi post-moderno, semioticamente; quindi "gender" è nato per segnalare che il genere sessuale è costruito e quindi variabile nel tempo e nello spazio, mentre allora, quando fu introdotto il termine, il genere sessuale era ritenuto immutabile in quanto strettamente legato alla biologia. Il concetto è stato introdotto da Simone de Beauvoir nel '49 con Le deuxième sexe (trad.it. Il secondo sesso, Il Saggiatore, 1994), quando ha insegnato a generazioni di donne, con questo libro tutt'ora fondamentale, che donne si diventa ma non si nasce. Ma l'individuazione di una identità di genere, ovvero il vedere la donna come un attore sessuale monolitico - anche se perlopiù non basata esclusivamente sulla biologia - è stato uno degli obiettivi del femminismo negli ultimi anni. Dunque questo non è di per sé antifemminista? Certamente non è di per sé antifemminista, anche se negli ultimi tempi diciamo che queste teorie, per cui appunto si cerca di individuare un'identità di genere, sono state superate. Se vogliamo cercare di ripercorrere molto rapidamente l'atteggiamento del femminismo a questo proposito, direi che possiamo individuare varie fasi. In una prima fase le donne femministe scelgono una strategia che si può chiamare la strategia del rifiuto, cioè rifiutano la differenza sessuale e il riferimento al corpo come sede delle differenze viene inteso come un marchio di inferiorità. Questa è la fase emancipatoria del femminismo, in cui appunto si dice: non siamo diverse, siamo uguali agli uomini - strategia del rifiuto -, quindi chiediamo di essere trattate come gli uomini. Questa prima fase viene però superata da una seconda fase, che direi ribalta completamente la situazione: chi assume questa posizione, la negazione della differenza, viene accusato di essersi omologata agli uomini, di avere accettato i loro valori, di non riconoscere appunto la differenza; e allora si passa alla seconda fase, la fase della esaltazione delle differenze. Noi non dobbiamo negare la differenza sessuale, noi neghiamo che la differenza sia quella che gli uomini hanno immaginato e costruito e solo noi possiamo definire questa differenza: questa è la seconda fase. Per questa seconda fase direi che un'autrice che possiamo citare, molto importante e molto nota, è Carol Gilligan, che ha scritto un libro intitolato In a different voice. In a different voice sostiene che appunto esistono praticamente mondi diversi maschili e femminili e che per esempio le donne parlano e ragionano con un'altra voce, che non è tanto la voce della giustizia astratta, la voce della ragione, ma la voce della "care", la famosa "care" - che viene tradotta in italiano un po' infelicemente con "cura", ma non saprei come tradurre altrimenti -, e quindi un'etica e una razionalità diverse. Si afferma quindi questo movimento femminista che è stato chiamato "femminismo culturale", perché, si è detto, queste femministe tendono a proporre una controcultura femminile. Possiamo fare qualche esempio di questa controcultura femminile? Sí, potremmo fare moltissimi esempi, ma io direi che uno dei più interessanti - anche perché è stato oggetto di un recente dibattito - è quello che è stato definito l'"assalto alla ragione" da parte delle femministe, delle femministe diciamo di questo filone. Sulla scia di Gilligan, ma portando molto più in là il discorso, una serie di femministe statunitensi - Ruth Ginsberg, per esempio - hanno scritto appunto che il modo di ragionare femminile è diverso; in particolare, questa Ruth Ginsberg ha scritto che il "modus ponens", che è una delle regole logiche fondamentali, è uno strumento inventato dal patriarcato per opprimere le donne, perché per le donne il ragionamento formale astratto è qualcosa di alieno e quindi le regole della retorica tradizionale appartengono al mondo maschile, sono maschili, frutto del patriarcato che vuole opprimere le donne di cui non si riconosce la diversità. Come dicevo, questo è stato, ovviamente, oggetto di un dibattito, è oggetto di un dibattito molto interessante: per esempio, Martha Nussbaum, recensendo un libro nel '95 sulla "New York Review of Books", ha proprio reagito contro questo che lei chiama "l'assalto femminista alla ragione" e ha detto, come tante altre femministe, che invece la ragione e l'obiettività dovrebbero essere le armi di cui le donne si servono e non qualcosa contro cui combattono. E sempre in questo filone di rivalutazione della ragione c'è stata anche una interessante, anche se secondo me discutibile, rivalutazione di Aristotele, perché si è detto che in realtà Aristotele non è vero che ignorasse il ruolo delle emozioni e che contrapponesse ragione ed emozioni, ma che invece contemperava questi due aspetti. Quindi - come si vede - in questo filone si è giunti anche a una singolarissima rivalutazione di un autore che, onestamente, è uno dei più misogini della storia occidentale. Anche l'esaltazione della differenza però è oggi sottoposta a critica. Per quale ragione? L'esaltazione della differenza è sottoposta a critica. In America si dice che le femministe che esaltano la differenza sono "gender essentialist", cioè che immaginano, credono che ci sia una "essenza" della donna, essenza della donna che è considerata, a mio parere giustamente, come qualcosa che poi inchioda la donna appunto a quest'essenza, dalla quale non si può muovere. Quindi si è detto che questo tipo di femminismo in realtà ripropone il vecchio discorso della differenza, sia pur ribaltato, sia pur non svalutando ma esaltando il femminile, tuttavia ripropone l'eterno problema. E ci sono state molte femministe che hanno detto che non solo è inopportuno ma è addirittura impossibile identificare il genere femminile. Chi ritiene che non sia né possibile né desiderabile definire il genere? Che non sia desiderabile, lo ritengono molte femministe appartenenti a filoni diversi del femminismo. In Italia è ancora molto forte il filone dell'esaltazione della differenza; direi che negli Stati Uniti la cosa è diversa. Che sia impossibile definirlo, è una cosa che hanno sostenuto le femministe post-moderniste o post-strutturaliste. C'è un filone del femminismo che si ispira al post-strutturalismo, si ispira ad autori quindi come Lacan, Derrida o Foucault, autori che al di là delle differenze enormi hanno forse in comune questo: tutti e tre, come molti altri, ritengono che il soggetto, che l'Umanesimo riteneva si potesse individuare, recuperare sotto le sovrastrutture, le incrostazioni diciamo culturali e sociali, che esistesse, che ci fosse un soggetto autentico, è in realtà un prodotto del discorso umanistico. Allora le femminista, applicando questo discorso - che io naturalmente ho riassunto in modo schematico - sostengono che la differenza sessuale non è la base sulla quale si costruisce il "gender", la differenza di genere, perché la differenza sessuale è a sua volta un prodotto sociale. Quindi semmai tali femministe ribaltano e dicono che è il genere che produce la differenza sessuale, in quanto le pratiche sociali e culturali influiscono sulle strutture psichiche e quindi influiscono sulle differenze sessuali. Questa è, per esempio, la posizione di una delle femministe più interessanti che fanno capo a questo filone, cioè Joan Scott. Che conseguenze ha avuto sugli "Women's studies" l'avvento del femminismo post-moderno? Ha avuto conseguenze importanti, tra l'altro nel campo degli studi delle donne ha segnato una frattura fra gli studi delle donne e gli studi del "genere". Tradizionalmente la storia delle donne è la storia che studiava, cercava di individuare identità ed esperienze. Dopo il post-femminismo, il post-modernismo o il post-strutturalismo, si è detto che non si possono studiare identità ed esperienze, si possono studiare solo rappresentazioni che sono presenti o assenti nei testi e quindi non si può studiare un soggetto indeterminabile, perché il soggetto femminile è un soggetto indeterminabile. Julia Kristeva, che forse è l'esponente che porta più alla conseguenza logica questo ragionamento, dice che la donna "non è" e che quindi la politica femminista è una politica che si può fare solo in negativo: noi possiamo solo opporci a quello che c'è, ma non possiamo dire che cosa c'è. Quindi questo ha avuto conseguenze molto importanti sul piano storiografico, per questo dibattito, e sul piano politico, perché il post-strutturalismo porta a una specie di paralisi politica. Infatti se la soggettività è costruita dal discorso, il discorso - come è ben noto - è il prodotto delle istituzioni nelle quali secondo Foucault risiede il potere, cioè delle istituzioni che esercitano il potere: la famiglia, la scuola, l'ospedale, la fabbrica, il carcere. Allora se la soggettività è il prodotto di questo, non esiste un centro di potere contro il quale combattere, perché il potere è diffuso e generalizzato. Se le cose stanno così questo porta, dal punto di vista della politica, della individuazione di una politica femminista, a problemi molto seri. |