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Il formalismo logico di WITTGENSTEIN

di Enrico Galavotti

Per Wittgenstein le cose hanno senso solo nella misura in cui vengono descritte con proposizioni logiche, coerenti (il suo è un formalismo logico).

Paradossalmente, le tautologie -a suo giudizio- sono sempre vere, anche se non ci danno alcuna informazione sugli avvenimenti del mondo, perché non dipendono, per la loro verità, da questi avvenimenti. Cioè le tautologie non sono sempre false, se non hanno riscontri nella realtà, ma sempre vere, appunto perché logiche, e la logica, per essere vera, non ha bisogno della verifica pratica.

In realtà, una definizione è vera solo se è vero l'avvenimento o il fenomeno da cui dipende (benché la verità di un avvenimento non sia cosa che possa essere stabilita una volta per tutte, a prescindere dalla libertà del soggetto che l'osserva). Pretendere una verità teorica incontrovertibile quando la si nega a livello pratico, significa fare professione di idealismo, seppure a livelli visibilmente esasperati.

Il fatto che una definizione sia vera non dovrebbe in realtà implicare ch'essa debba possedere una grande coerenza (logica formale). La vera coerenza è fra teoria e prassi: se la (verità della) prassi è minima, minima dev'essere anche la (verità della) teoria. Solo così una teoria può pretendere d'essere credibile, verificabile... Purtroppo l'intellettualismo occidentale ci ha abituato all'idea di credere che una verità affermata in sede teorica sia anche automaticamente vissuta a livello pratico.

Una tautologia non è sempre vera, perché tutto dipende dal termine di riferimento concreto. La verità non è mai in sé, ma in relazione a qualcos'altro.

Stesso discorso vale per le contraddizioni, che di per sé non sono mai false. E' un mito quello di credere che vi possa essere una discriminante in grado di stabilire, a priori, quando una definizione è vera o falsa. Il neo-positivismo, che ha voluto considerare insensata la metafisica, è diventato esso stesso metafisico, poiché non ha voluto cercare un rapporto con la realtà. La metafisica borghese potrà essere parziale, riduttiva, falsa, ma certo non è insensata.

Il neo-positivismo è partito da una considerazione negativa della realtà: la realtà -esso afferma- non ha senso, per cui l'unico vero senso è quello che si può trovare nella coerenza formale del linguaggio (da notare che questa corrente neo-positivistica ritiene che il problema del senso non sia un falso problema: esso va soltanto contestualizzato, storicizzato).

Di fronte al problema del senso della vita è meglio tacere -diceva Wittgenstein-, poiché qui una risposta convincente, esauriente, non esiste. La realtà è così incomprensibile che nemmeno la matematica è in grado di conoscerla o descriverla.

Il neo-positivismo sfocia così nell'irrazionalismo (seppur a livello teorico). Le premesse, naturalmente, erano già in Galilei. L'aver ridotto tutto a misura e quantità, non poteva portare che al nichilismo. La nascita della scienza moderna parte da un presupposto maligno.

Nel migliore dei casi, il neo-positivismo del Circolo di Vienna afferma che il senso di una proposizione è dato dal modo specifico con cui essa può essere sottoposta a verifica nell'esperienza. E tuttavia i neo-positivisti partono dal presupposto (pregiudizievole) che solo una determinata esperienza (elementare, sensibile) è in grado di verificare l'attendibilità di certe proposizioni.

Non è singolare che il più alto sviluppo dell'epistemologia (cioè il neo-positivismo logico) debba andare a ricercare l'attendibilità di certe proposizioni in un'esperienza sensibile elementare? La realtà, per questi cultori della scienza fine a se stessa, è ritenuta un fenomeno così complesso, ch'essi pensano di poterla vivere solo a condizione di limitarsi alle esperienze più primitive, più primordiali, più semplici, quelle meno equivocabili, ritenute più universali. Come se potesse esistere un'esperienza intorno alla quale l'equivoco possa essere ridotto al minimo ope legis! Il neo-positivismo da un lato sembra auspicare il ritorno all'esistenza dell'uomo primitivo, dall'altro però si comporta come una filosofia borghese stanca e decadente.

Il neo-positivismo logico ha ridotto la filosofia a un'ancilla della scienza. Allontanatisi dalla politica, questi filosofi della scienza hanno accettato, nel metodo, l'identità di filosofia e metafisica, anche se, nel contenuto, hanno cercato di subordinare la filosofia alla scienza.

E' vero che il neo-positivismo esclude qualsiasi questione di ordine metafisico, nell'esame dei procedimenti seguiti dalla scienza, ma è anche vero ch'esso riproduce in sé i limiti della tradizionale metafisica idealistica, poiché non è riuscito né a valorizzare l'umanesimo integrale, né ad accettare una pratica scientifica vera e propria.

Il neo-positivista, sostenendo che ogni proposizione metafisica non ha senso, rinuncia a qualsiasi tentativo di storicizzare la filosofia, per cui inevitabilmente ricade nella metafisica. Egli non fa "scienza" come lo scienziato, poiché crede di poter dire qualcosa di più con la propria filosofia; però non svolge neppure una filosofia di vasto respiro, poiché teme di cadere nella metafisica. E così non si rende conto che nella metafisica ci si ricade ogni volta che si stacca la riflessione teorica dall'esperienza pratica.

Questa filosofia borghese è come se fosse bloccata, destinata a impoverirsi (tant'è ch'essa si limita al simbolismo matematico e all'analisi del linguaggio). Nell'emanciparsi in modo individualistico e intellettuale dalla metafisica e dalla religione, essa stessa è diventata una religione, poiché ha fatto della scienza il proprio idolo da adorare.

 

Sul linguaggio

Tutto l'interesse che i neo-positivisti hanno avuto per il linguaggio (si pensi soprattutto a Wittegenstein) è nato da una semplice domanda: l'insignificanza della realtà è assoluta o relativa? di sostanza o di forma? Se è relativa o di forma, essa dipende forse dal fatto che non parliamo tutti lo stesso linguaggio? Cioè nel senso che, pur dicendo le stesse cose, non le diciamo alla stessa maniera o con lo stesso scopo? E' insomma possibile che, lavorando sul linguaggio (trovando un linguaggio il più possibile neutro, scientifico) l'insignificanza venga ridotta al minimo?

Il neo-positivismo -come si può notare- cercò nel linguaggio una risposta alla disperazione della vita. Di questo sforzo bisogna rendergli atto. Tuttavia, esso diede una risposta piuttosto povera alle suddette domande: solo un certo tipo di linguaggio -affermarono i neo-positivisti- risulta accettabile, comprensibile, quello logico-formale della matematica; e solo un tipo di esperienza risulta veramente attendibile, quella della fisica sperimentale. Per timore di cadere in un'astratta metafisica, i neo-positivisti finirono col cadere in una metafisica, per così dire, "concreta".

Il secondo Wittgenstein (e non Popper) ha elaborato un abbozzo di alternativa alla povertà matematizzante e fisicalista del neo-positivismo. Egli infatti arrivò a dire che se anche il linguaggio scientifico della logica-formale è il migliore possibile, tutti gli altri linguaggi, pur non essendo scientifici, non per questo sono privi di logica. Di qui la necessità di studiarli in maniera seria, approfondita.

Ovviamente si trattava solo di un abbozzo di alternativa. Il neo-positivismo aveva attenuato le proprie pretese di iper-scientificità, ma ancora non s'era posto il problema (né lo ha fatto oggi) di sapere se nei linguaggi non logico-formali esiste un significato in grado di giudicare validamente le stesse scienze esatte e sperimentali.

Per il secondo Wittgenstein il significato di una parola non-scientifica coincide con il suo uso, per cui si tratta di collegare le varie parole tra loro in riferimento a un determinato contesto semantico (in grado di inglobarle tutte). Wittgenstein non è mai uscito dai limiti del formalismo.

Dire che un'esperienza linguistica ha senso solo in quanto è logica (se riferita a un contesto semantico) non significa ancora che quella logica sia vera. Per non parlare del fatto che la ricostruzione formale della coerenza di un'espressione linguistica può essere il frutto di un'interpretazione distorta del contesto semantico.

http://www.homolaicus.com/teorici/wittgenstein/wittgenstein.htm


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© 2002 Donato Romano - Ultimo aggiornamento 07-Giu-2003