MAX WEBER E LA METODOLOGIA BORGHESE
DELLE SCIENZE STORICO-SOCIALI (1864-1920)
di Enrico Galavotti
Iter biografico
Weber nasce a Erfurt in Turingia
nel 1864. Suo padre, di idee liberal-nazionali di
destra, era un amministratore municipale e deputato
della Dieta prussiana. Sua madre era una donna di
grande cultura, interessata ai problemi religiosi
e sociali. Sino alla sua morte, nel '19, restò in
stretto rapporto intellettuale col figlio, nel quale
ravvivò sempre l'attenzione per i problemi religiosi.
La loro casa era frequentata da noti uomini della
cultura tedesca, come ad es. Dilthey e Mommsen. Terminati
gli studi liceali, W. studiò giurisprudenza, economia,
storia, filosofia e teologia nelle Università di Heidelberg,
Strasburgo, Berlino e Gottinga. A Strasburgo, durante
il servizio militare, divenne ufficiale dell'esercito
imperiale. In quegli anni era su posizioni liberal-nazionali
e aveva aderito alla Lega Pangermanica, da cui più
tardi si sarebbe staccato per l'indifferenza ch'essa
mostrava verso il problema dell'immigrazione dei contadini
polacchi. Ammiratore della politica bismarckiana,
che aveva fatto della Germania unificata una grande
potenza, ne criticava tuttavia l'opera di distruzione
del liberalismo tedesco, che aveva lasciato in Germania
un vuoto politico privando così la nazione di un efficiente
classe dirigente.
Nel 1887-'88 partecipa a diverse
manovre militari in Alsazia, contro i francesi, e
nella Prussia orientale, contro i polacchi. Negli
anni 1886-89 seguì un'attività seminariale in diritto
commerciale e storia agraria conseguendo infine la
laurea con una tesi di storia economica sulla Storia
delle società commerciali nel Medioevo. Subito dopo,
per influsso del Mommsen, si dedicò alla storia agraria
romana. Poi aderì al "Verein für Sozialpolitik",
una sorta di "Fondazione dei socialisti della
cattedra". Il socialismo di Stato o "della
cattedra" sorse dalla "Scuola storica".
Esso voleva fondare una nuova teoria sociologica in
cui si trovassero uniti la teoria dello sviluppo sociale,
la teoria della conoscenza scientifica e la pratica
politica: una sociologia che fosse una scienza dell'ethos,
secondo l'insegnamento del Romanticismo e di Fichte,
per cui il Volksgeist, ossia la volontà di una nazione,
rappresenta la legge fondamentale del suo sviluppo
sociale. Lassalle, Rodbertus, A. Wagner e altri cercarono,
in pratica, di conciliare i conflitti di classe attraverso
la mediazione dello Stato bismarckiano e l'abolizione
del sistema della libera concorrenza. Si trattava
di un socialismo senza rivoluzione, per uno Stato
senza società civile autonoma. L'esperimento fallì
con la sconfitta della Germania nella I guerra mondiale.
Per incarico della "Fondazione"
W. si occupò dei problemi socio-politici della Germania
orientale, pubblicando un'inchiesta, Le relazioni
dei lavoratori della terra nella Germania orientale
(1892) in cui mise in luce i danni per l'economia
tedesca creati dall'immigrazione dei braccianti polacchi;
egli in sostanza criticava la politica dei grandi
proprietari terrieri a est dell'Elba, i quali, servendosi
della manodopera immigrata (polacca e russa) a basso
costo, avevano costretto i lavoratori tedeschi a emigrare
verso le città industriali dell'ovest. A W. però preoccupava
soprattutto il fatto che in tal modo gli junkers "sgermanizzavano"
l'est tedesco.
Nel 1891 conseguì l'abilitazione
in diritto commerciale germanico e romano, La storia
agraria romana nel suo significato per il diritto
pubblico e privato, iniziando così la carriera universitaria.
Il suo particolare interesse per la storia antica
dipendeva dal fatto che le facoltà di diritto di quel
tempo, in Germania come in Francia, riservavano ampia
attenzione allo studio del diritto romano. Tuttavia
il nucleo principale delle sue indagini scientifiche
venne ben presto precisandosi attorno al problema
del processo evolutivo del capitalismo moderno, anche
se l'interesse per le società antiche non verrà mai
meno in W.. Nel 1894 gli venne conferita la cattedra
di economia politica dall'Università di Friburgo,
dove l'anno dopo tenne la prolusione, Lo Stato nazionale
e la politica economica, con cui manifestò apertamente
la sua fiducia nella Realpolitik imperialistica, opponendosi
agli interessi particolaristici delle classi economiche
e all'immatura classe politica uscita dalla politica
bismarckiana. Egli cioè dichiarò esplicitamente di
appartenere alla "classe borghese" e voleva
che lo Stato tedesco avesse un volto di capitalismo
moderno e razionale, e che l'industrialismo trionfasse
sui pesanti residui feudali. Siccome credeva che per
ottenere questo occorreva, come già in Francia e in
Inghilterra, una democratizzazione della politica
interna, ovvero un abbandono del regime personale
degli Hohenzollern e della burocrazia che ne era il
sostegno, pensò che sostenere l'espansione coloniale
tedesca e la lotta per i mercati mondiali fosse il
mezzo migliore. Nel '94 pubblicò Le tendenze nell'evoluzione
della situazione dei lavoratori rurali della Germania
orientale.
Nel '96 ottiene la cattedra di economia
politica all'Università di Heidelberg e pubblica Le
cause sociali della decadenza della civiltà antica,
ma, colpito da una grave malattia nervosa, è costretto
a dare le dimissioni nel 1903, rinunciando all'insegnamento.
Per quattro anni non riesce a compiere nessun lavoro:
viaggia in Italia, Corsica e Svizzera per sedare il
suo stato di ansietà. Nel 1899 cessa volontariamente
di appartenere alla Lega pangermanica. Nel 1902 riprende
il suo insegnamento ad Heidelberg ma non riesce più
a svolgere un'attività intensa come nel passato. A
partire dal 1903 iniziano le sue riflessioni metodologiche
in stretto contatto con le idee dei suoi colleghi,
H. Rickert e W. Windelband. Prende posizione nella
polemica tra gli economisti della Scuola storica di
Berlino e la Scuola teoretica di Vienna in Roscher
e Knies e il problema logico dell'economia politica-storica
(1903-6), ed entra nella direzione, insieme a W. Sombart,
della prestigiosa rivista "Archivio di scienza
sociale e politica sociale", ove pubblica L'"oggettività"
conoscitiva della scienza sociale e della politica
sociale (1904). In questi anni appaiono anche L'etica
protestante e lo spirito del capitalismo (1904-5)
e Le sètte protestanti e lo spirito del capitalismo
(1906), ove W. chiarisce la netta differenza della
sua sociologia dal marxismo.
Nel 1904 si reca negli USA per assistere
a un Congresso di scienze sociali, dove riceve una
vivida impressione del capitalismo americano. La democrazia
americana gli appare soprattutto alla stregua di una
misura tecnica per selezionare e favorire l'ascesa
di una classe politica efficiente e preparata. Tiene
una conferenza sul capitalismo e la società rurale
in Germania.
La sua partecipazione alla vita politica
si va facendo sempre più intensa: si interessa direttamente
della rivoluzione russa del 1905 e continua a criticare
in alcune lettere private scritte al deputato F. Naumann,
la politica del kaiser e lo pseudo-costituzionalismo
tedesco. Questi sono anni di intense discussioni e
dibattiti nell'ambiente universitario di Heidelberg,
in cui spiccano i nomi, oltre che di Weber, di Windelband,
Sombart, E. Troeltsch, G. Simmel, R. Michels, G. Lukács,
K. Jaspers, F. Tönnies. W. studia psicologia del lavoro
industriale, interessandosi al fatto che il capitalismo
della grande industria ha cambiato il "volto
spirituale del genere umano fino a renderlo quasi
irriconoscibile", e pubblica Sulla psicofisica
del lavoro industriale (1908). L'anno dopo pubblica
un lungo saggio sulla struttura sociale delle società
antiche, I rapporti agrari nell'antichità.
Pubblica anche nel 1906 La situazione della democrazia
borghese in Russia e L'evoluzione della Russia
verso un costituzionalismo apparente, ed anche
Studi critici intorno alla logica delle scienze
della cultura.
Un'eredità nel 1907 gli consente
di ritirarsi dall'insegnamento e di dedicarsi completamente
ai suoi studi. Nel suo salotto di Heidelberg riceve
la maggior parte degli studiosi tedeschi dell'epoca:
Windelband, Troeltsch, Sombart, Simmel, Michels, Tönnies,
Naumann. Colllabora attivamente alla fondazione dell'"Associazione
tedesca di sociologia", in un congresso della
quale, nel 1910, prende netta posizione contro l'ideologia
razzista. Ne uscirà nel 1912, a causa di divergenze
sulla questione della neutralità assiologica (avalutatività).
Assume però la direzione del "Grundriss der Sozialoekonomik"(1909),
un'opera enciclopedica cui diede un decisivo contributo
con il trattato di sociologia generale, Economia
e società (1922, postumo). Intanto continua a
occuparsi di sociologia della religione con il saggio
metodologico, Alcune categorie della sociologia
comprendente (1913). Nel 1909 aveva pubblicato
I rapporti di produzione nell'agricoltura del mondo
antico.
Coerente nelle sue convinzioni imperialistiche,
W. si mostra favorevole all'entrata in guerra della
Germania. Allo scoppio della guerra chiede di essere
richiamato come ufficiale della riserva. Sino alla
fine del 1915 dirige un gruppo di ospedali militari
impiantati nella regione di Heidelberg. Riprende gli
studi religiosi nell'ambito dei quali prosegue la
critica alla concezione materialistica della storia,
Etica economica delle religioni universali
(1916, su Confucianesimo e Taoismo) e Sociologia
della religione (1916-17 su Induismo, Buddismo
ed Ebraismo antico).
Dopo aver dato inizio alla pubblicistica
politica e aver fondato con Naumann, Troeltsch, Brentano
e altri il "Volksbund fur Freiheit und Vaterland",
si dichiarava, a causa delle difficoltà della guerra,
contrario alla politica annessionistica, al bellicismo
tedesco, al piano della guerra sottomarina e comincia
a sostenere la pace. Auspica una riforma parlamentare
nell'ambito del regime monarchico, che consentisse
un'effettiva autorità al parlamento e favorisse la
formazione di un'aristocrazia di capi politici volta
a sostituire il regime dei "parvenus e dei dilettanti
burocratici" della Germania di Guglielmo II (Wahlrecht
und Demokratie in Deutschland, 1917; Parlamento
e governo nel nuovo ordinamento della Germania,
1918).
W. escludeva la possibilità di una
rivoluzione repubblicana, che, secondo lui, avrebbe
soltanto accresciuto le divisioni interne; d'altro
canto riconosce la funzione progressiva dei conflitti
sociali, quando fossero controllati dalle strutture
burocratiche, sindacali e partitiche. Di qui il suo
giudizio positivo sull'azione delle socialdemocrazie
nel disciplinare le masse; ma nella misura in cui
la politica socialdemocratica non coincideva con i
suoi ideali imperialistici, la considerava inadatta
alla guida della nazione.
Dal 1916 al 1917 svolge diverse missioni
ufficiose a Bruxelles, Vienna e Budapest. Moltiplica
gli sforzi per convincere i dirigenti tedeschi a evitare
lestensione del conflitto, ma nello stesso tempo
afferma la vocazione della Germania alla politica
mondiale (imperialismo) e vede nella Russia la minaccia
principale. Nel 1918 tiene un corso estivo all'Università
di Vienna. In questa occasione presenta la sua sociologia
della politica e della religione come una Critica
positiva della concezione materialistica della storia.
Dopo la proclamazione della Repubblica di Weimar,
aderisce al nuovo partito democratico (di centro-sinistra
borghese, aconfessionale), presentandosi candidato
all'Assemblea nazionale nella circoscrizione di Francoforte,
ma non viene eletto.
Va precisato che W. più che un politico
di professione (egli non ha mai partecipato, in posizione
dirigente, alla vita politica del suo paese), è sempre
stato un intellettuale: ricercatore, conferenziere,
pubblicista, accademico, talvolta consigliere del
sovrano, ma con poco successo. Egli è sempre rimasto
insofferente a una rigorosa disciplina di partito.
Si era impegnato nel partito perché riteneva che la
sconfitta della Germania fosse dipesa dalla mancanze
di serietà politica della classe dirigente. Soprattutto
cercava un dialogo con gli studenti universitari:
quelli del gruppo "Germania libera", politicamente
non orientati con chiarezza, risposero con entusiasmo.
I conservatori nazionalisti rifiutavano le sue critiche
al regime guglielmino: in particolare W. si era rifiutato
di credere alla leggenda per cui le sinistre, demoralizzando
gli eserciti combattenti, avevano fatto perdere la
guerra alla Germania. Ciò tuttavia non gli valse le
simpatie degli studenti di sinistra.
Negli anni della repubblica di Weimar,
egli era passato da convinzioni parlamentaristiche
a convinzioni repubblicano-presidenzialistiche e ad
una concezione cesarista della direzione politica,
considerata come la miglior forma di governo in una
società di massa, l'unica in grado di salvare la democrazia.
In questo senso esercitò un peso determinante nella
commissione per la redazione della costituzione di
Weimar (ad es. riuscì a far accettare: 1) l'elezione
plebiscitaria del presidente della repubblica, sul
modello americano, in modo da poterlo considerare
investito direttamente dalla sovranità popolare; 2)
il diritto d'inchiesta, garantito alle minoranze,
in modo che l'opposizione avesse la possibilità non
solo di controllare casi di corruzione parlamentare
ma anche di partecipare ad un'azione positiva di governo,
attenuando la tendenza all'assolutismo della maggioranza).
Ad Heidelberg partecipò anche ad
alcune riunioni del Consiglio degli operai e dei soldati,
restandone impressionato positivamente; però chiese
anche al governo che si reprimesse, pur senza violenza,
il movimento di Liebknecht e della Luxemburg. A Monaco
disapprovò la grazia concessa al conte Arco che aveva
assassinato il capo della repubblica socialista bavarese,
K. Eisner, ma manifestò simpatie per le idee politiche
del giovane conte. Intervenne energicamente per far
punire dal rettore dell'Università gli studenti nazionalisti
che avevano malmenato una minoranza di studenti socialdemocratici,
ma si dichiarò sempre un acceso nazionalista. Intervenne
come testimone a favore nel processo contro O. Neurath
e E. Toller, due rivoluzionari della repubblica comunista
bavarese, ma a Monaco disse ai propri studenti che
non aveva alcuna intenzione d'impegnarsi attivamente,
cioè politicamente, per la trasformazione della società:
al massimo era disposto a fornire una consulenza scientifica
in materia di economia politica.
Dopo la capitolazione della Germania,
viene nominato esperto presso la delegazione tedesca
a Versailles. Egli infatti si recò a Parigi con la
commissione per la riparazione dei danni di guerra,
collaborando alla redazione del Libro bianco tedesco,
inteso a controbattere le accuse mosse alla Germania
come la sola responsabile della guerra. Nel 1918 tiene
all'Università di Monaco le conferenze La scienza
come professione e La politica come professione, nonché
le lezioni sul Significato della "avalutatività"
nelle scienze sociologiche ed economiche. Il problema
ch'egli cercava di risolvere era quello di definire
un'equazione funzionale fra lo Stato come protagonista
di una politica di potenza da un lato, e l'opportunità
dall'altro di dare agli ordinamenti democratici un'ampiezza
più o meno estesa. Intanto continua i lavori di completamento
di Economia e società (che però resterà incompiuto),
e prepara la raccolta degli Scritti di sociologia
della religione (1920-21, postumo). Nel 1919 accetta
una cattedra all'Università di Monaco, ove succede
a Brentano. Il corso tenuto nel '19-'20 riguarda la
Storia economica generale e sarà pubblicato nel '24.
Le sue ultime battaglie politiche
furono rivolte contro l'antisemitismo, sostenendo
vivaci discussioni con gli studenti pangermanisti.
Nel 1920 abbandona il partito democratico, di cui
disapprovava le concessioni fatte al programma di
socializzazione dei socialdemocratici. Morì nel giugno
dello stesso anno, a Monaco, di febbre spagnola.
L'influsso della sua sociologia su
quella tedesca fu allora poco significativo, anche
dopo la sua morte, poiché quella ufficiale ha sempre
preferito cercare dei nessi con lo storicismo o con
il positivismo metafisico. La ripresa dei temi weberiani
avverrà nella Scuola di Francoforte, ma anche in Mannheim,
per il quale i significati della realtà sociale hanno
solo una funzione psico-sociologica, e soprattutto
nel funzionalismo di T. Parsons (1902-79). In Italia
il suo nome cominciò a diventare noto con la traduzione
di Parlamento e governo ad opera di Croce.
ASPETTO SISTEMATICO
Premessa generale
W. ha contribuito anzitutto alla
formulazione di metodi e compiti propri della sociologia
borghese. Egli ha preso le mosse criticando la "Scuola
storica" tedesca dell'economia che vedeva in
ogni sistema economico la manifestazione dello "spirito
di un popolo" (la posizione di Savigny, che si
poneva sulla scia di Hegel, era stata ereditata da
Roscher, Knies e Hildebrandt). W. rivendica, in questo
caso, l'autonomia logica e teoretica della scienza.
Lo "spirito del popolo" non è per lui che
un prodotto culturale.
In secondo luogo, egli critica il
materialismo storico-dialettico in quell'aspetto che
pone la sovrastruttura ideologica in stretta dipendenza
dalla struttura economica. Per W. questo rapporto
va determinato di volta in volta, perché può anche
essere rovesciato (ad es. la religione può influire
sull'economia in maniera determinante, come dirà nell'Etica
protestante).
In terzo luogo, W. critica il neo-criticismo
e lo storicismo tedesco contemporaneo, rifiutando
la riduzione della sociologia a scienza ausiliaria
delle scienze storiche, ovvero negando che la psicologia
sia la base della sociologia (in particolare W. rifiuta
l'idea che con l'intuizione si possa comprendere e
rivivere l'esperienza altrui. L'ERLEBNIS di Dilthey
appartiene al sentimento non alla scienza controllata).
Dello storicismo W. rifiuta anche l'idea che possa
esistere un oggetto storico "individuale"
in sé e per sé: esso -dice W.- esiste solo nella scelta
individualizzante fatta dal ricercatore all'inizio
dell'indagine, nel mentre considera certi oggetti
più importanti di altri. L'oggettività per W. è un
criterio molto relativo: non è possibile parlare della
conoscenza come di una riproduzione integrale o definitiva
della realtà, in quanto va affermata la relatività
dei criteri di scelta della conoscenza storica nonché
l'unilateralità dell'indagine storica che delimita
di volta in volta, orientandosi verso un valore o
verso un altro, il proprio campo di ricerca. Il destino
dello scienziato è quello di venir superato continuamente
in un lavoro senza fine. Sotto questo aspetto non
esistono neppure per W. delle scienze privilegiate.
Infine dello storicismo rifiuta la
critica al positivismo. Per W. la visione del mondo
positivista è fallita perché la realtà socio-culturale
in cui gli uomini vivono è sempre diversa, non deducibile
da leggi generali (il positivismo invece si era trasformato
in una metafisica). Però W. resta fedele al concetto
positivistico di scienza, secondo cui la validità
delle affermazioni scientifiche si basa non su presupposti
sovraempirici ma su dati empiricamente dimostrabili
(i fatti vanno separati dai desideri). La "sociologia
comprendente" di W. è il tentativo di conciliare
storicismo e positivismo, cioè le connessioni storico-culturali
con l'esigenza di una validità empirica. In questo
senso W. tiene unito ciò che la sociologia precedente
teneva diviso: ricerca empirica-elaborazione teorica-interpretazione
generalizzante di formazioni sociali collettive. In
Germania nessun altro seppe farlo e in Francia vi
riuscì solo E. Durkheim. W. in sostanza cercherà di
opporsi sia a quel "realismo" che attraverso
organismi collettivi (come gruppi e istituzioni) voleva
rendere indipendente le leggi sociali dall'individuo,
sia quell'"idealismo" che voleva porre a
fondamento della propria spiegazione i cd. "valori".
Scopo e oggetto delle scienze storico-sociali
Oggetto e scopo delle scienze storico-sociali
(in particolare della sociologia) è la comprensione
oggettiva (in quanto "causale") dell'agire
sociale (cioè dotato di senso). Queste scienze hanno
il compito di descrivere e spiegare conformazioni
storiche individuali e regolarità dell'agire sociale.
La comprensione delle scienze storico-sociali è diversa
da quella delle scienze naturali, poiché qui le regolarità
osservate si possono cogliere ricorrendo a quantificazioni
e misure (alla matematica), in quanto per comprendere
i fenomeni vanno prima spiegati con proposizioni confermate
dall'esperienza (metodo deduttivo). Viceversa, nelle
altre scienze, che studiano il comportamento umano,
la comprensione è più immediata/intrinseca, non nel
senso che il ricercatore comprende intuitivamente
determinati comportamenti (come nella psicologia diltheyana),
ma nel senso che sulla base dei testi e dei documenti
il significato di un comportamento soggettivo/individuale
diventa immediatamente comprensibile senza che si
debbano cercare ulteriori conferme per poter stabilire
una regola generale. Questo perché tra soggetto e
ricercatore c'è un elemento comune: la coscienza (il
che implica sempre un certo margine d'insicurezza
nell'interpretazione).
Per W. esiste una sola scienza, perché
unico è il criterio di scientificità delle diverse
scienze: quello delle spiegazioni causali. Naturalmente
è possibile la scientificità anche in presenza di
una scelta/selezione operata dal ricercatore, relativamente
ai settori d'indagine, ai fenomeni, ecc. La scientificità
non sta necessariamente nell'universalità del sapere.
La selezione si opera in riferimento
ai valori. I quali non sono etici, né assoluti o incondizionati,
né obiettivi o universali. Riferirsi ai valori per
W. significa semplicemente operare una scelta tecnica
fra diversi campi d'indagine, fenomeni, problemi...
Si tratta, infatti, di determinare, tra gli elementi
di una serie causale individuata, uno schema di rapporti
che sia suscettibile di verifica/controllo. Di qui
l'uso della nozione di possibilità oggettiva. Il ricercatore
non emette giudizi di valore, semplicemente delimita
la propria ricerca per garantirsi meglio un esito
scientifico. Si potrebbe in un certo senso dire che
W. ai "giudizi di valore" (che sono personali
e soggettivi) preferisce l'espressione "rapporto
ai valori", che implica un processo di selezione/organizzazione
della realtà per ottenere una scienza oggettiva. Ad
es. due soggetti storici possono esprimere giudizi
di valore assai diversi sulla libertà politica: ebbene,
compito del ricercatore è appunto quello di tener
conto che tale libertà costituiva per quei soggetti
un "valore", che le loro interpretazioni
erano diverse e che l'affermazione di una invece che
dell'altra ha determinato precise conseguenze. Compito
del ricercatore non è dunque quello di esprimere un
giudizio su questo valore o sull'interpretazione che
ne davano quei soggetti. Lo storico deve evidenziare
gli aspetti salienti, dominanti di un'epoca/civiltà/formazione
sociale... e delinearne lo svolgimento logico.
La spiegazione causale non consiste
nel riconoscere un evento come necessariamente determinato
dalla serie causale (altrettanto necessaria) degli
eventi precedenti, ma nell'isolare, in una situazione
storica determinata, un campo di possibilità, mostrando
le condizioni che hanno reso possibile la decisione
in favore di un'alternativa invece che di un'altra.
Il significato di questa decisione può essere colto
mediante il confronto con le altre possibilità/alternative
(W. cita l'esempio della battaglia di Maratona, in
cui si confrontavano due possibilità: la prevalenza
di una cultura religiosa/teocratica e il mondo spirituale
ellenico. Prevalse la seconda alternativa che, a sua
volta, fu condizione di un corso di eventi di carattere
universale). La sociologia deve costatare i fatti
non deve esprimere giudizi di valore su queste alternative.
Ovviamente accettando il fatto compie indirettamente
un giudizio di valore, ma la sociologia non ha lo
scopo di ritenere l'affermazione di un'alternativa
come un fatto necessario, che doveva per forza accadere,
essendo un'alternativa migliore dell'altra.
[Rilievi critici]
W. aveva preso da Rickert l'esigenza
di selezionare, in quello che per entrambi era il
caos della storia, determinati valori, ma se ne distacca
quando vuole affermare una metodologia avalutativa.
Paradossalmente, proprio mentre W. cercava di distinguere
le scienze storico-sociali da quelle naturali, applicava
il metodo di queste a quelle, limitandosi a un'analisi
meramente descrittiva e lasciando alla coscienza dell'interlocutore
la facoltà di esprimere giudizi di valore, che proprio
per questa ragione diventano del tutto irrilevanti.
Teoria del tipo-ideale
Per essere riconosciuta oggettiva
la possibilità/alternativa dev'essere fondata su fatti
accertabili in base alle fonti del periodo storico
in cui la possibilità s'è espressa. In secondo luogo
la possibilità deve essersi espressa in modo conforme
alle regole generali dell'esperienza (quelle che reggono
la motivazione della condotta umana): è il cd. "sapere
nomologico", che vale come criterio per l'autenticazione
delle possibilità oggettive. Una semplice somma di
fatti non porta con sé -dice W.- la conoscenza scientifica
("ingenuo empirismo"). Occorrono delle uniformità
statistiche che corrispondano al senso intelligibile
di un agire sociale. E comunque solo una parte limitata
dell'illimitata quantità di fenomeni è per W. fornita
di significato.
W. in sostanza fa questo ragionamento:
siccome l'atteggiamento altrui è definito secondo
il carattere della problematicità e non della necessità
(in quanto esistono sempre opzioni equivalenti che
si possono scegliere), è impossibile delineare compiutamente,
di questo atteggiamento, le caratteristiche, la natura,
le modalità, per cui è preferibile individuare una
gamma fluida di forme di atteggiamento, all'interno
della quale sarà poi possibile definire una tipologia.
In pratica W. enuclea, per astrazione, dei "tipi-ideali"
di atteggiamento, costruiti accentuando unilateralmente
uno o più punti di vista, in modo tale che ciascuno
di essi presenti in forma "pura" determinate
caratteristiche (di qui i concetti convenzionali di
"economia cittadina" o "economia rurale",
ecc., in cui non è dato riconoscere i regimi storici
di produzione cui essi si riferiscono). I "tipi-ideali"
non sono ipotesi sulla realtà ma devono guidare le
formazioni ipotetiche in una direzione positiva. Sono
punti di partenza non di arrivo, poiché il maturarsi
di una scienza suppone il loro superamento.
Questo quadro concettuale, pur non
avendo riscontri nella realtà, può permettere al ricercatore
-secondo W.- di avere un metro di paragone. E' un
espediente euristico, uno strumento metodologico (i
concetti "ideal-tipici" sono uniformità-limite)
che si usa per misurare e comparare la realtà effettiva,
controllando l'avvicinamento o la deviazione di questa
al modello. W. in sostanza ha elaborato una vasta
e complessa tavola sinottica comprensiva di tutte
le fondamentali formazioni sociali, di ogni tempo
ed epoca, disposte secondo criteri ordinatori rigorosamente
definiti che le accomunano e le distinguono (le formazioni
sociali per W. sono il frutto di determinati atteggiamenti:
il capitalismo ad es. è frutto della razionalità connessa
al profitto).
In tal modo egli è convinto di poter
trasformare una ricerca storica individualizzante
(su un argomento specifico) in una di carattere generalizzante.
Per spiegare i fatti storici -dice W.- c'è bisogno
di leggi e queste vengono offerte dalla sociologia.
Naturalmente il carattere sinottico del suo procedimento
non vuole escludere la dimensione evoluzionistica.
W. pone in ordine gerarchico i tipi-ideali di atteggiamento,
disponendoli secondo un criterio di crescente razionalità:
1) il minimo di razionalità si trova nell'azione dettata
dalla fedeltà a tradizioni-abitudini-costumi-credenze,
2) poi si passa all'azione determinata da un sentimento/istinto/stato
d'animo; 3) poi ancora all'azione razionale rispetto
a un valore (p.es. il capitano di una nave che decide
di affondare con essa); 4) infine vi è l'azione razionale
in rapporto a un fine (p.es. l'ingegnere che costruisce
un ponte).
L'azione razionale in rapporto a
un fine è definita in funzione delle conoscenze dell'agente
piuttosto che dell'osservatore o ricercatore. W. non
dice che è oggettivamente irrazionale l'azione nella
quale l'agente sceglie mezzi inadatti a causa dell'inesattezza
delle sue conoscenze. La razionalità dipende dal fatto
che l'agente ha concepito come adeguati i mezzi per
raggiungere determinati scopi. In un certo senso per
W. il fine giustifica sempre i mezzi, se chi li usa
li ritiene adeguati al fine (di qui i paralleli con
la politologia del Machiavelli, di cui condivideva
l'idea che la politica non poteva preoccuparsi della
moralità delle proprie azioni)). Viceversa, l'azione
rispetto a un valore è razionale non perché l'agente
consegue un fine, ma per restare fedele all'idea ch'egli
si è fatto di un determinato valore (ad es. abbandonare
la nave che affonda sarebbe per il capitano un'azione
disonorevole, anche se di fatto è "poco pratica").
Nell'azione di valore W. ha in mente gli ideali dell'aristocrazia,
nell'azione finalizzata a uno scopo ha in mente gli
ideali della borghesia. Per W. infatti la società
che si fonda sul tipo di atteggiamento più razionale
è quella del moderno capitalismo, che è culmine e
chiave di volta dell'intero complesso delle formazioni
sociali. Tale razionalità è possibile solo quando
si postula una realtà priva di ogni senso magico e
che presupponga, sotto il profilo religioso, l'assoluta
trascendenza della divinità.
[Rilievi critici]
W. è partito dall'idea che nella
lotta tra opposti valori che si verifica nel mondo
sia impossibile esprimere un giudizio di merito, cioè
trovare un criterio dirimente, per cui ha preferito
costruire artificialmente uno schema di comportamenti
in cui questo o quel valore possa trovare una certa
corrispondenza.
W. non tiene conto del fatto che
eventi singoli, individuali (come ad es. la battaglia
di Maratona) non possono modificare interi processi
storici: possono al massimo rallentarne la marcia,
deviarli momentaneamente ma non invertirli o distruggerli
completamente. Se ciò accade è perché quei processi
erano già in via di dissoluzione, per cui taluni fatti
singoli possono come rappresentare il "colpo
di grazia". In ogni caso la comprensione della
dissoluzione non può essere dedotta dalle fonti dell'epoca,
poiché non è possibile comprendere un'epoca dal giudizio
che quell'epoca aveva di se stessa. Risulta atresì
alquanto astratto il "sapere nomologico",
poiché le regole di cui W. si serve sono quelle dedotte
dalla sua stessa epoca, che è quella capitalistica,
ch'egli non mette mai in discussione e che anzi cerca
di considerare come modello per tutte le epoche passate.
W. è partito da esigenze importanti,
quale ad es. quella di analizzare la formazione sociale
capitalistica, ma poi è deviato nelle astrazioni della
sociologia formale. Criticando Comte, nonché le idee
giusnaturalistiche e contrattualistiche, W. non è
risalito a Saint-Simon né a Marx, ma al kantismo.
La distinzione tra scienza avalutativa e morale/politica
valutativa ha infatti le sue radici nel kantismo.
Alla sociologia delle "leggi", nata direttamente
dall'impianto positivista da Comte a Spencer, W. sostituisce
la concezione del "tipo-ideale": questo
probabilmente era il massimo di scientificità possibile,
nell'ambito borghese, dopo la crisi metodologica delle
generalizzazioni positiviste. Significativo inoltre
è il fatto che in Germania la scienza veniva fatta
nelle Università, ove vigeva il principio che la politica
andava lasciata ai politici. W. ha cercato di superare
questo dualismo, trasformandosi in ricercatore che
s'interessa di fatti politici, ma la sua posizione,
in politica, è sempre rimasta intellettualistica o
comunque moderata.
L'etica protestante e lo spirito
del capitalismo
Secondo W. alla razionalità del mondo
moderno ha contribuito in misura determinante la religione
protestante, che rappresenta il disincantamento dal
mondo, cioè la fine delle illusioni (i grandi fini
e valori del passato per W. vengono tenuti in vita
solo dalla volontà degli uomini). Lo stesso capitalismo
non è che l'effetto più rilevante del protestantesimo
(da notare che il marxismo sosteneva il contrario).
Si badi però: il capitalismo -per W.- non è nato dal
protestantesimo tout-court ma dal razionalismo, di
cui il protestantesimo è stato il veicolo più potente.
Il protestantesimo (soprattutto nella sua variante
calvinistico-puritana) è tanto ascetico sul piano
religioso (in quanto rifiuta di darsi immagini della
divinità, inoltre è essenziale nei riti, ha abolito
molti sacramenti considerandoli magici, ha affermato
il concetto di predestinazione e di sola fide/sola
gratia...), quanto pratico e attivo sul piano economico.
Il protestantesimo cioè avrebbe capito che all'uomo
tutto è possibile se riconosce l'assoluta trascendenza
della divinità (il che, in sostanza, è una forma di
ateismo). Queste caratteristiche di praticità, razionalità
hanno raggiunto il massimo di espressione nel capitalismo,
che si è liberato di ogni riferimento alla religione.
L'origine della volontà razionale,
nell'ambito della religione, W. la fa risalire alla
profezia israelitica, che predicando un dio temibile
e inavvicinabile rendeva vani ogni magia e ogni misticismo.
I profeti chiedevano un agire razionale in nome di
Jahvè. La razionalità sarebbe dunque nata dall'alienazione,
dall'acuta coscienza di un netto dualismo tra uomo
e dio. La razionalità è la consapevolezza che non
esiste un valore nel mondo, una legge o una "totalità
simpatetica" che lo regoli per il bene dell'uomo.
La razionalità è il tentativo di sopravvivere dandosi
degli scopi, sulla base di interessi, il più delle
volte contro gli interessi degli altri, poiché nella
razionalità si afferma "la lotta dell'uomo contro
l'uomo".
W. definisce il capitalismo come
l'esistenza di imprese che hanno come scopo il massimo
profitto da raggiungere attraverso l'organizzazione
razionale del lavoro, profitto che, a differenza delle
epoche precedenti, non viene semplicemente goduto
ma reinvestito. La razionalità del capitalismo si
esprime secondo W.: 1) nello sviluppo di una rigorosa
scienza della natura, 2) nello sviluppo di un forte
apparato statale, amministrativo e burocratico, 3)
nello sviluppo di un diritto razionale-formale. In
particolare per W. la crescita della burocrazia costituisce
il fenomeno principale della società moderna. Né il
capitalismo né il socialismo possono sfuggire alla
pressione burocratica, che secondo W. può essere attenuata
democratizzando la società. Tuttavia, siccome nella
società burocratica l'uomo rischia di annullarsi,
W. non era contrario all'idea di un "capo carismatico"
che sapesse stabilire tra sé e le folle una comunicazione
immediata.
Per quanto riguarda il marxismo,
W. non esprime un giudizio del tutto negativo: lo
considera uno dei punti di vista mediante cui può
essere condotta un'analisi teorica (quella che appunto
evidenzia i fattori economici). Egli però considera
illegittima la pretesa di fare di un unico fattore
degli eventi storici (l'economia) il principio di
spiegazione causale di ogni altro fattore. Le forze
economiche sono troppo "cieche" per potersi
porre come causa di fondo dei processi storici: le
cause di fondo sono di origine culturale. La storia
per W. è tutta un fenomeno culturale (come in Rickert);
l'uomo è un essere solo culturale; la struttura economica
capitalistica è lo "spirito" del capitalismo
e lo spirito è anzitutto razionalistico.
W. ha riconosciuto vero il marxismo
laddove afferma che la fonte principale della moderna
alienazione sta nella "lotta dell'uomo contro
l'uomo", condotta principalmente per motivi economici.
Tuttavia, paragonando la libera concorrenza economica
al processo darwiniano di selezione naturale, egli
del marxismo non ha colto il momento "positivo",
che è appunto quello di non considerare tale concorrenza
come un fenomeno "naturale", cioè inevitabile.
W. era spaventato dalla enorme avidità della borghesia
tedesca, costretta a ciò a motivo della lentezza con
cui si era incamminata sulla strada del capitalismo
in Europa occidentale. Tuttavia W. era anche convinto
che lo Stato tedesco avesse in sé forze sufficienti
per tenere sotto controllo questo nuovo fenomeno.
Secondo lui anzi doveva essere proprio l'imperialismo
a far sì che l'idea di "nazione" sopravvivesse
agli sconvolgimenti causati dalla libera concorrenza.
La storia, la realtà sociale ha senso
solo in quanto è l'uomo a dargliene uno consapevolmente.
Ciò che conta non è ciò che l'uomo fa ma il modo in
cui l'uomo considera ciò che fa. Oggetto della storia
sono i comportamenti intenzionali degli uomini. L'oggettività
sta nella volontà con cui si persegue uno scopo. La
scienza può diventare scelta o atto di vita se si
immedesima negli stessi fini, altrimenti è pura riflessione
(astratta) su questi medesimi fini.
[Rilievi critici]
Manca completamente nella definizione
di capitalismo il lato negativo e irrazionale di questo
sistema, e cioè lo sfruttamento dell'uomo-proprietario
dei mezzi produttivi sull'uomo-proprietario solo della
propria forza-lavoro. Inoltre il marxismo non esclude
l'influenza della sovrastruttura sulla struttura:
afferma soltanto che in ultima istanza è la struttura
che determina la sovrastruttura e che in ogni caso
è nell'ambito della sovrastruttura che si prende consapevolezza
delle contraddizioni della struttura e si organizza
politicamente un modo (la rivoluzione) per superarle.
L'avalutatività delle scienze storico-sociali
W. ha cercato di fondare l'autonomia
delle scienze culturali sulla base del concetto di
"avalutatività". Egli afferma che queste
scienze, come quelle naturali, si basano sulla spiegazione
causale per descrivere i fenomeni. Ora egli specifica
che il riferimento al valore (da non confondersi col
"giudizio di valore", mai ammesso da W.),
una volta costituito l'oggetto dell'indagine scientifica,
deve sparire nella costruzione dell'edificio logico-concettuale,
in modo che tutte le operazioni necessarie alla costruzione
scientifica possano essere controllate da chiunque.
"Descrizione" si oppone a "valutazione".
La considerazione scientifica concerne la tecnica
dei mezzi non la valutazione degli scopi. W. non nega
l'importanza della valutazione, dice soltanto ch'essa,
essendo una presa di posizione pratica, esce fuori
dal compito descrittivo della scienza: "quando
ciò che vale normativamente diventa oggetto di un'indagine
empirica, perde, come oggetto, il carattere normativo:
viene considerato come esistente non come valido".
W. in sostanza rinuncia a una fondazione scientifica
dell'atteggiamento etico o politico. Egli non ha mai
cercato di trovare una legittimazione alle azioni
etico-politiche, ma si è limitato a chiarire in che
misura è possibile verificare se certe asserzioni
scientifiche sono vere o false, se cioè esistono dei
presupposti verificabili.
W. afferma la relatività dei valori,
che sono assoluti sono nell'epoca in cui sono stati
vissuti. Non esiste tribunale -egli afferma- che possa
decidere del valore relativo della cultura tedesca
e della cultura francese. Ogni universo di valori
comporta un senso proprio e obbedisce a proprie leggi.
E' impossibile presentare in termini scientifici un
atteggiamento pratico, "tranne il caso della
discussione sui mezzi per uno scopo che si presuppone
già dato". Relativamente alla scelta di un valore/fine/scopo
il destino è superiore alla scienza.
Le ipotesi sovraempiriche (vedi ad
es. Rickert) in W. non sono mai valori validi assolutamente
(o idee), ma prospettive della ricerca, in base alle
quali si possono porre determinate questioni e costruire
metodi, che devono trovare la loro giustificazione
nelle loro stesse conseguenze pratiche non in altro.
Il valore per W. sussiste solo nel momento in cui
il ricercatore prova un interesse per un oggetto/problema
specifico. Scienza e oggetti conoscitivi infatti non
sono costituiti da connessioni obiettive di cose,
valori o idee, ma da connessioni di interessi e problemi
di ricerca.
[Rilievi critici]
Nessuna ricerca scientifica è avalutativa.
La scelta stessa di un determinato oggetto su cui
indagare o di porre un determinato problema esige
una valutazione. Non si garantisce la scientificità
della scienza separandola dall'etica o dalla politica:
la scienza che insegna come agire -dice W.- è una
"fede": sì, ma esattamente come quella che
pretende di non insegnare alcunché. La differenza
sta nel fatto che sulla ragionevolezza dei criteri
della prima scienza è sempre importante discutere,
poiché essi riguardano la prassi. W. ha detto che
"la verità scientifica vuole essere valida solo
per coloro che vogliono la verità". Ma coloro
che dicono di volere la verità potrebbero anche arrivare
a credere in una verità non scientifica. W. dà per
scontato che la conoscenza della verità sia possibile
solo attraverso un atteggiamento onesto. E' vero che
l'oggettività della verità non implica di per sé la
sua accettabilità, ma tale accettabilità non aumenta
facendo dipendere l'oggettività dalla soggettività
del ricercatore e dell'interlocutore cui quello si
rivolge. Una scienza di tal genere non è molto diversa
dalla religione: nel migliore dei casi si tratta di
una mera tecnica che chiunque può utilizzare per scopi
diversissimi. Da questo punto di vista (che è squisitamente
kantiano, in quanto si afferma il conoscere per il
conoscere) sarebbe interessante esaminare il nesso
esistente tra la razionalità avalutativa affermata
in campo scientifico e la conseguenza irrazionale
sul piano politico che tale affermazione più o meno
direttamente può comportare. W. ha sempre sottovalutato
il fatto che nella moderna alienazione della società
capitalistica la razionalità può facilmente trasformarsi
in irrazionalità. Al massimo si può accettare, di
W., l'esigenza di tenere distinti il riconoscibile
(da tutti) dal desiderabile (per il ricercatore),
onde permettere un sapere verificabile intersoggettivamente.
W. riflette l'esigenza di una borghesia
emergente che non vuole confrontarsi politicamente
sul problema dei valori, essendo convinta di non avere
le forze sufficienti per farlo. Egli rappresenta una
borghesia che vuole convivere con i valori tradizionali
(aristocratico-feudali) in cui però non crede più
e dai quali si difende mostrando il non-senso dell'esistenza
umana. Per W. non ci sono leggi storiche: l'autore
dell'azione è sempre e solo l'individuo, mentre il
mondo non è che un immenso e caotico flusso di eventi,
un'incessante lotta per la vita in cui l'uomo accetta
la socializzazione solo per meglio sopravvivere. W.
è ostile ai valori tradizionali (vuoti di contenuto
in quanto non rispondenti alla realtà) in nome della
libertà d'iniziativa del singolo borghese. Ciò che
"deve essere" non è più un valore che può
essere riconosciuto da tutti con ovvietà; esso anzi
è divenuto problema della scelta/decisione individuale,
del cui peso non si può essere alleggeriti dalla scienza,
il cui compito non è l'apologia di valori/azioni ma
la conoscenza di situazioni. Il carattere scientifico
dev'essere motivato in modo strettamente soggettivo,
in base alle scelte compiute, senza riferimenti a
idee sovratemporali. La borghesia tedesca non era
rivoluzionaria come quella francese: essa voleva soltanto
affermare che nella società civile vi possono essere
diverse alternative per l'uomo che deve scegliere.
Questa borghesia vuole vincere sul terreno speculativo
(filosofico-scientifico non filosofico-metafisico)
la propria battaglia contro l'aristocrazia.
Osservazioni sulle concezioni politiche
di Weber
W. scrisse poco sulla lotta tra gli
Stati, sulle nazioni e sugli imperi, sulle relazioni
tra cultura e potenza. Praticamente egli accettò il
nazionalismo della Germania guglielmina per pura tradizione,
cioè senza mai metterlo in discussione. L'altro aspetto
che gli sembrava del tutto naturale, cioè assolutamente
immodificabile (e in questo egli si era lasciato influenzare
dalla visione darwiniana della realtà sociale) era
la lotta tra le classi (e gli individui) per il potere.
W. aveva saputo cogliere l'asprezza delle contraddizioni
dell'epoca borghese nel suo stadio di capitalismo-monopolistico
e imperialistico, ma si era fermano semplicemente
a contemplarla. Ai suoi occhi un popolo o un individuo
privi di "volontà di potenza" (e in ciò
egli si avvicinava a Nietzsche) si trovano automaticamente
fuori della politica. Egli infatti disse che "soltanto
i popoli superiori [il primo dei quali ovviamente
era quello tedesco] hanno la vocazione di dare una
spinta allo sviluppo del mondo". La superiorità
dei tedeschi, in questo senso, si manifestava -secondo
W.- nella "cultura": "Prestigio culturale
e prestigio di potenza sono strettamente congiunti,
ogni guerra vittoriosa promuove il prestigio culturale...".
W. avvertiva questa caratteristica
dell'epoca moderna con un senso di attrazione/repulsione:
era convinto che sulla base di essa la persona umana
o la nazione potesse esprimere il meglio di sé, ma
nel contempo si rendeva conto del pericolo opposto,
quello di affermare i lati peggiori delle cose. Tant'è
che ad un certo punto arrivò a sostenere che i veri
valori possono realizzarsi in nazioni prive di "potenza
politica", cioè in comunità che rinunciano a
fare politica tout-court. In questo senso W. non è
mai giunto a sostenere delle posizioni nichiliste
o irrazionali, ma non poche sue tesi vi conducono.
Di qui i lati contraddittori di certe sue prese di
posizione: si oppose all'idea di un accordo di compromesso
con la Francia a proposito della Lorena e considerò
ridicola l'idea di un plebiscito in Alsazia, eppure
fece di tutto per convincere la Francia a coalizzarsi
con la Germania contro la Russia; non voleva assolutamente
l'assorbimento nel Reich delle popolazioni non-tedesche
o di quelle ostili, ma ha sempre rifiutato l'idea
di suddividere l'Europa centrale in Stati nazionali
che comprendessero minoranze nazionali; avendo stabilito
che la Russia era il nemico principale del Reich,
raccomandò a più riprese, nel 1914-18, una politica
tedesca favorevole alla Polonia, la quale avrebbe
potuto fare da cuscinetto all'imperialismo panslavo,
eppure non ha mai voluto ammettere l'idea di riconoscere
piena indipendenza allo Stato polacco (il massimo
che fece fu di smettere di protestare contro l'immigrazione
in Germania dei lavoratori polacchi e abbandonò completamente
le antiche idee di colonizzazione tedesca verso est).
Alla lotta interna fra le classi
e gli individui, W. ha sempre preferito la lotta esterna
fra le nazioni, in quanto ha sempre sostenuto il primato
della politica estera e l'obiettivo di fare di una
Germania unita e forte una nazione capace di "politica
mondiale". In tal senso W. ha sempre cercato
di combinare il parlamentarismo con il nazionalismo
imperialistico, anche in funzione anti-nobiliare e
anti-monarchica: egli non ha mai risparmiato le critiche
alla Germania guglielmina e all'autorità patriarcale
degli junkers. Non a caso considerava i funzionari
dei di governo dell'imperatore dei burocrati privi
di senso della lotta politica. W. ha sempre contestato
la politica di potenza che si presentava in maniera
superficiale, senza professionalità e competenza,
il che implica rischio, morale della convinzione (quella
di chi obbedisce agli imperativi della propria fede,
quali ne siano le conseguenze) e soprattutto etica
della responsabilità (quella con cui si accetta la
realtà con le sue regole dure e spietate, che spesso
portano a drammi e tragedie). W. non è mai stato un
politico "puro" della borghesia, ma solo
un suo intellettuale, che il più delle volte è insofferente
ai compromessi del potere, alla logica delle "correnti".
N.B. La posizione di W. merita di
essere approfondita con cura poiché è molto più complessa
di quel che qui non appaia.
http://www.homolaicus.com/teorici/weber/weber.htm