Umanesimo/Rinascimento
di Enrico Galavotti
Quadro storico
L'Umanesimo e il Rinascimento nacquero per primi
in Italia perchè qui, prima o più che altrove, si
ebbero le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti
capitalistici. Nei secoli XIV e XV l'Italia era uno
dei paesi più progrediti d'Europa. Nel XIII sec. le
città italiane avevano difeso vittoriosamente, nella
lotta contro l'impero tedesco, la propria indipendenza
(che divenne oltremodo sicura dopo la caduta della
dinastia degli Hohenstaufen). Il problema stava semmai
nel fatto che il territorio del paese non era ancora
unito economicamente e politicamente.
Già verso la metà del XIII sec. ebbe
inizio in molte città-stato repubblicane la liberazione
dei contadini dalla servitù della gleba. A ciò naturalmente
non corrispondeva mai un'equa distribuzione della
terra ai contadini liberati: la libertà concessa era
solo giuridica, non economica. Con la sola libertà
"formale" essi non potevano fare altro che
trasformarsi in operai salariati o in braccianti,
sfruttati da artigiani arricchiti, dai maestri delle
corporazioni, da mercanti-imprenditori o da altri
ricchi contadini neo-proprietari o dagli stessi feudatari
di prima, ma con altri metodi (ad es. la mezzadria,
la rendita in denaro, ecc.).
Ecco perchè la produzione capitalistica
si sviluppò precocemente in Italia. I servi della
gleba si emanciparono ancor prima di essersi assicurati
un qualsiasi diritto sulla terra. Naturalmente non
mancarono proteste e rivolte contadine, aventi per
tema la distribuzione equa delle proprietà. La più
famosa delle quali fu quella di Fra Dolcino, agli
inizi del '300, considerata una delle più grandi insurrezioni
contadine dell'Europa occidentale di quel periodo.
Queste rivolte furono sempre duramente represse: esse
tuttavia contribuirono alla transizione dal feudalesimo
al capitalismo.
Nel XIV sec. avvennero grandi trasformazioni
nella produzione artigianale controllata dalle corporazioni.
Si costatò che l'ostinazione nel mantenere la piccola
produzione, i metodi e gli utensili tradizionali e
la tendenza a frenare l'ulteriore progresso tecnico
(che diventava fonte di concorrenza tra i singoli
artigiani della medesima specializzazione), avevano
trasformato le corporazioni in un ostacolo al progresso
della tecnica e all'ulteriore sviluppo della produzione.
Accadde allora che singoli artigiani,
per soddisfare le aumentate esigenze del mercato interno
e soprattutto estero, cominciassero ad allargare la
loro produzione aldilà delle rigide barriere corporative.
Quelli che possedevano le botteghe più grandi commissionavano
il lavoro ai piccoli artigiani, consegnando loro la
materia prima o semilavorata e ricevendo il prodotto
finito. In tal modo aumentava la ricchezza degli artigiani
più abbienti e lo sfruttamento di quelli piccoli,
ivi inclusi gli apprendisti e i garzoni. Anzi, col
tempo, la qualifica di "maestro" divenne
accessibile solo agli apprendisti e ai garzoni che
erano imparentati colla famiglia dell'imprenditore.
Gli altri garzoni e apprendisti si trasformarono in
operai salariati a vita.
I contadini senza terra, i garzoni
e gli apprendisti, i braccianti, i piccoli artigiani
costituivano la grande maggioranza dello strato inferiore
degli abitanti delle città. I piccoli artigiani, in
particolare, venivano sfruttati anche dal capitale
commerciale di quei mercanti che fornivano materia
prima, impegnando gli artigiani a rivendere loro i
prodotti finiti, rendendoseli così economicamente
dipendenti. Questo processo servì da punto di partenza
per la manifattura capitalistica.
Nelle fabbriche di panno (opifici)
cominciarono a lavorare contadini senza specializzazione
e artigiani caduti in rovina. Ogni operaio doveva
svolgere una sola operazione. Tale divisione del lavoro
era ignota all'artigiano della corporazione e anche
al contadino (che nel periodo invernale, peraltro,
svolgeva anche mansioni da artigiano). Anche nei cantieri
navali di Venezia e Genova si affermò il principio
della divisione del lavoro. In seguito, nei settori
della metallurgia, nell'estrazione dei metalli, ecc.
Sorsero poi unioni d'imprenditori
che si occupavano contemporaneamente del commercio,
dell'industria e dell'attività bancaria, e che smerciavano
la produzione soprattutto nei mercati esteri (cioè
nei paesi dell'Europa occidentale, del Mediterraneo
orientale e dell'Asia). La domanda estera contribuì,
a sua volta, a sviluppare la manifattura: il lavoro
cioè in un unico luogo di un gran numero di operai
sotto la direzione di un capitalista. Le prime manifatture
dell'Europa tardo-feudale sorsero nelle città italiane
più sviluppate e in alcuni centri del commercio d'esportazione
di altri Paesi (come ad es. le città delle Fiandre,
dell'Olanda, ecc.).
Lo sfruttamento degli operai era
notevole: la giornata lavorativa, in media, era di
14-16 ore, sotto lo stretto controllo dei sorveglianti,
con salari molto bassi, coi quali spesso l'operaio
doveva pagare delle multe anche per le più piccole
infrazioni. La prima rivolta degli operai salariati
avvenne a Firenze nel 1343: fu quella dei cardatori
di lana. Poi ci fu quella dei lanaioli a Perugia nel
1371. A Siena di nuovo i cardatori e infine il grande
tumulto dei Ciompi a Firenze nel 1378. Queste ed altre
rivolte non ebbero effetti politici significativi,
in quanto nelle città vennero conservati gli ordinamenti
precedenti e i padroni mantennero il possesso dei
laboratori, delle botteghe, degli opifici, mentre
gli insorti, male organizzati e troppo spontaneistici,
venivano generalmente travolti dalle forze militari
dei poteri costituiti. I quali, anzi, proprio per
questa ragione, divennero sempre più autoritari (vedi
ad es. l'istituzione di signorie e principati).
E tuttavia, se i tumulti popolari
non riuscirono a trasformare il capitalismo manifatturiero
italiano in un sistema produttivo più equo e democratico,
il frazionamento politico-economico del territorio
(nel quale esso si era pur formato) ne impedì l'ulteriore
sviluppo, determinandone infine la decadenza. Le città
italiane, isolate fra loro economicamente, commerciavano
merci di produzione propria, che finivano principalmente
sui mercati esteri. Per la conquista di questi mercati
le città erano sempre in concorrenza fra loro: di
qui le interminabili guerre, che portavano sempre
all'indebolimento delle reciproche parti. Alla fine
del '400 la situazione in pratica era la seguente:
a Milano i duchi della famiglia Sforza; a Venezia
l'oligarchia commerciale; a Firenze i Medici; nell'Italia
centrale lo Stato della chiesa e a sud il Regno di
Napoli, governato dalla dinastia spagnola degli Aragona.
Lo Stato della chiesa e il Meridione erano praticamente
sottosviluppati: il papato, oltre ad ostacolare fortemente
l'unificazione della penisola, spesso chiamava in
Italia i conquistatori stranieri allo scopo di consolidare
il proprio prestigio (famosa fu la rivolta a Roma
di Cola di Rienzo nel 1347).
La mancanza di un unico mercato nazionale
fu il motivo principale della decadenza economica
dell'Italia (si pensi ad es. alla presenza delle barriere
doganali, ai dazi elevati, al protezionismo reciproco
degli Stati: fattori questi che facevano enormemente
lievitare i prezzi delle merci). Peraltro, all'interno
di ogni Stato solo la città principale poteva estendere
la propria industria. L'assenza del mercato nazionale
aveva prodotto notevoli contraddizioni nella gestione
dell'economia: nelle manifatture si impiegavano ancora
metodi di costrizione diretta insopportabili; la borghesia
restava legata ai signori feudali, per cui nella campagna
la manifattura si estese pochissimo (i latifondisti
non avevano gli stessi interessi della borghesia e
si accontentavano del rapporto di mezzadria, i cui
pesi anzi venivano sempre più accentuati e scaricati
sulle spalle dei contadini); l'export si riferiva
soprattutto al tessile; le corporazioni continuavano
ad esistere...
Fu sufficiente la scoperta dell'America,
che spostò il traffico commerciale sulle coste dell'Atlantico,
a far perdere all'Italia la sua importanza nel commercio
mondiale e a farla ritornare al sistema feudale, rendendola
di nuovo appetibile per le nazioni straniere (specie
Francia e Spagna). Quando Inghilterra, Francia e altri
paesi nord-europei svilupparono una loro manifattura,
i prodotti tessili delle città industriali italiane
non furono più concorrenziali, sia in quantità che
in qualità. Successivamente altre industrie furono
rovinate dalla concorrenza straniera: cantieristica,
bellica, cotonifici, ecc. In sostanza solo i prodotti
di lusso continuavano ad essere richiesti (seta, oreficeria,
vetro veneziano, oggetti d'arte), il cui consumo ovviamente
riguardava l'élite.
Il Mediterraneo perse d'importanza
per le città italiane anche a causa dell'occupazione
di Costantinopoli nel 1453, data a partire dalla quale
i nostri mercanti, per riavere i diritti commerciali
di un tempo, dovevano pagare forti tasse. L'unica
via di transito per l'oriente era quella egiziana,
ma qui erano i sultani arabi a detenere il monopolio
del commercio.
A causa della decadenza economica,
mercanti ed imprenditori cominciarono ad abbandonare
l'attività commerciale e industriale, ricercando altri
settori nei quali investire con profitto i propri
capitali. Fu così che si svilupparono le operazioni
finanziarie e usuraie (con prestiti ai proprietari
terrieri, ad es.), ma anche l'acquisto di terre insieme
ai titoli nobiliari da parte della borghesia cittadina.
Imprenditori, mercanti e banchieri si trasformavano
in proprietari terrieri che concedevano piccoli appezzamenti
di terra in affitto a contadini a condizioni semi-feudali.
La rendita feudale divenne la fonte principale dei
loro redditi.
Nell'Italia settentrionale, man mano
che si chiudevano gli opifici, una gran quantità di
operai era costretta a lasciare la città e a ritornare
in campagna: di qui il grande sviluppo dell'orticoltura.
Il tipo dominante di affitto era la mezzadria: in
base a un contratto il mezzadro doveva assumersi tutte
le spese dell'azienda, apportare i miglioramenti necessari
e introdurre nuove colture. iNaturalmente l proprietario
poteva sempre interferire, però s'impegnava a fornire
sementi, bestiame, strumenti agricoli o il denaro
per comprarli. Il mezzadro doveva dare metà del raccolto
al proprietario e pagare le imposte allo Stato. Purtroppo,
i mezzadri, dovendo sopportare le guerre di conquista
franco-spagnole e vessati da interessi usurai, divennero
ben presto, pur essendo formalmente liberi, schiavi
del loro padrone, per cui la fuga dalla terra veniva
sempre punita col carcere. Col tempo ovviamente il
padrone pretenderà, oltre alla metà del raccolto,
anche altre corvées. In una situazione ancora peggiore
si trovavano gli operai salariati agricoli, completamente
privi di qualunque proprietà.
Il frazionamento politico rese l'Italia
facile preda degli Stati vicini, Francia e Spagna,
che avevano già ultimato la loro unificazione alla
fine del '400 mediante forti monarchie centralizzate.
Il primo a scendere fu Carlo VIII chiamato da Ludovico
il Moro di Milano per combattere Ferdinando I, re
spagnolo a Napoli. Carlo VIII s'insediò nel napoletano
coll'intenzione di restarvi, ma Milano, Venezia, il
papato, il re di Spagna e l'imperatore d'Austria riusciranno
a cacciare i francesi.
La guerra naturalmente continuò ancora
per molti anni: sino alla pace di Cateau-Cambresis
(1559), che sancì definitivamente l'egeminia spagnola
in Europa e in Italia. La Francia dovette rinunciare
a ogni pretesa sull'Italia.
Durante queste guerre, l'Italia cattolica
si vide impegnata anche nella Controriforma con il
Concilio di Trento (1545-63): si ripristinò il Tribunale
dell'inquisizione e si istituì l'Indice dei libri
proibiti.
Contro gli avidi feudatari di Spagna
e Francia, e contro le bande di mercenari che con
i loro saccheggi devastavano il paese, insorsero le
masse popolari al centro-nord con idee eretiche e
riformatrici (valdesi e anabattisti), al sud, senza
idee eretiche ma con uguale volontà di resistenza.
Tuttavia la Spagna trionfò su tutti, continuando a
rapinare e a tenere in condizione di vassallaggio
gran parte dei territori italiani.
Nel corso del XVI sec. si cominciò
ad avanzare l'idea dell'unificazione del paese (vedi
ad es. Machiavelli e Guicciardini): un'idea che avrebbe
dovuto essere realizzata ad ogni costo e con qualsiasi
mezzo e soprattutto per opera di un principe risoluto
e senza scrupoli. Il modello del Machiavelli era il
figlio del papa Alessandro VI, Cesare Borgia, duca
di Romagna, famoso per i suoi delitti.
Quadro culturale
Premessa
Probabilmente i risultati più significativi
e duraturi l'Italia li ottenne non sul terreno economico
e politico, ma su quello culturale, con la nascita
dell'Umanesimo e delle arti rinascimentali. L'insorgere
dei rapporti capitalistici portò infatti alla formazione
della scienza sperimentale, alla riscoperta e allo
studio dei documenti della cultura antica (in funzione
antiscolastica e antimedievale), alla fioritura dell'arte
e allo sviluppo di una concezione immanente del mondo
che spezzava l'egemonia intellettuale della Chiesa.
Si ebbero anche la formazione di letterature nelle
nuove lingue vive dell'epoca e la comparsa del teatro
professionale.
Sul piano delle scienze sperimentali
si ebbero grandi progressi nelle costruzioni navali,
nella scienza della navigazione (impiego della bussola,
delle carte geografiche, ecc.). Si sviluppò anche
la medicina, la botanica, la matematica, l'astronomia,
ecc. La borghesia aveva bisogno dello sviluppo delle
scienze basate sull'esperienza, indispensabili alla
produzione, allo smercio dei prodotti, all'aumento
della produttività del lavoro.
Questa nuova concezione del mondo
si espresse nel Rinascimento italiano soprattutto
nelle opere dei poeti, dei pittori, degli scultori
e degli architetti, che erano al servizio dei ricchi
cittadini, dei signori feudali di larghe vedute e
del papato.
Per "nuova concezione del mondo"
s'intende quella dei ricchi abitanti di città, trasformatisi
col tempo in borghesi. Con la parola "humanista"
s'indicava nel XVI sec. il carattere terreno, pratico,
immanente della nuova scienza e della nuova letteratura,
in antitesi alla teologia e alla scolastica.
Il tratto più caratteristico dell'umanesimo
era l'individualismo, nel senso che si considerava
la soddisfazione delle esigenze dell'individuo un
fine in sé. Spesso infatti si giustificava l'idea
secondo cui il successo rende leciti i mezzi con cui
lo si consegue. Da questo punto di vista le personalità
che più si dovevano stimare erano quelle "emergenti"
per ricchezza, cultura e potere.
Un altro tratto caratteristico era
il destarsi negli umanisti di una coscienza nazionale:
lo attesta non solo il bisogno di scrivere nelle lingue
volgari o popolari, pur essendo essi ottimi conoscitori
del latino e del greco classici, ma anche l'ideale
di una forte monarchia centralizzata come organizzazione
politica della nazione.
Uno dei più grandi umanisti del XIV
sec., Lorenzo Valla, dimostrò che nella traduzione
latina della Bibbia (VULGATA) erano stati commessi
numerosi errori e che il documento sul quale i papi
fondarono le loro pretese al potere temporale (la
cd. Donazione di Costantino) era un falso composto
nell'VIII sec.. Questo è un solo esempio, benché notevole,
di come gli umanisti cominciassero a togliere alla
chiesa il monopolio dell'interpretazione biblica e
della tradizione cristiana.
Il difetto principale degli umanisti
era che si consideravano una casta intellettuale al
di sopra del popolo.
I movimenti intellettuali
Se cominciamo col movimento intellettuale
che per molti aspetti è il più caratteristico del
Rinascimento, l'umanesimo, ci troviamo di fronte a
discussioni e controversie riguardo alla sua durata,
al suo significato e al suo valore. Tra gli storici
italiani l'umanesimo fu spesso identificato con la
cultura del Quattrocento e separato dal Rinascimento
vero e proprio che sarebbe il Cinquecento, abitudine
che è forse venuta meno negli anni recenti.
Nei paesi di lingua inglese la parola
humanism che comprende ciò che in italiano viene distinto
bene come umanesimo e umanismo, ha portato a una grande
confusione poiché il significato vago e moralizzante
dell'umanismo contemporaneo viene senz'altro applicato
all'umanesimo del Rinascimento e si dimentica che
l'umanesimo del Rinascimento insiste sì sui valori
umani, ma persegue questi valori attraverso una cultura
classica (greco-romana) e umanistica.
L'umanesimo del Rinascimento è strettamente
collegato con gli studia humanitatis, schema che si
distingue nettamente dalle arti liberali del Medioevo
e dalle belle arti del tempo moderno e che comprende
la grammatica, la retorica, la poesia, la storia e
la filosofia morale. Siccome la grammatica si intendeva
come lo studio della lingua e letteratura classica
greca e latina, e la retorica e la poesia consistevano
sia nello studio dei prosatori e poeti classici che
nella pratica della composizione in prosa e in versi,
ne risulta che gli studia humanitatis di cui gli umanisti
furono maestri comprendevano tra l'altro la filologia
classica, la letteratura (latina e anche volgare),
la storiografia e la filosofia morale, ed escludevano
le altre discipline che facevano pure parte dello
studio e dell'insegnamento universitario nel Rinascimento
come nel tardo Medioveo, cioè le altre discipline
filosofiche come la logica, la filosofia naturale
e la metafisica, e poi la teologia, la giurisprudenza,
la medicina e le matematiche. Quindi l'umanesimo non
costituisce l'insieme del sapere o del pensiero del
Rinascimento, ma soltanto un settore parziale e ben
definito.
Tra le discipline filosofiche, soltanto
la filosofia morale fa parte degli studia humanitatis
mentre le altre ne rimangono fuori. D'altra parte,
gli studia humanitatis includono, all'infuori della
filosofia morale, parecchi studi che non hanno niente
a che fare con la filosofia nel senso stretto della
parola: la filologia, la letteratura, la storia.
Tra gli umanisti alcuni dettero contributi
importanti al pensiero morale, quali il Petrarca,
il Salutati, il Bruni, il Valla, l'Alberti e molti
altri, ma questi stessi umanisti si occupavano anche
di storia, letteratura e filologia, e molti altri
umanisti si occupavano di poesia, retorica, filologia
o storia senza dare un contributo neanche minimo al
pensiero morale o filosofico.
Le tematiche
Bisogna notare anzitutto i temi di
cui gli umanisti si occupano nei loro trattati. Sono
in parte gli stessi temi che si trovano nella letteratura
filosofica antica e medievale, e specialmente quella
popolare: il sommo bene, la virtù e il piacere; il
fato, la fortuna e il libero arbitrio; la dignità
dell'uomo e la sua miseria; la nobiltà e la ricchezza
e i loro rapporti con la virtù. Gli umanisti parlano
del rapporto tra intelletto e volontà, e favoriscono
spesso la volontà. Parlano dei doveri e dei vantaggi
di varie forme di vita, e spesso fanno il paragone
tra di esse. Difendono poi l'importanza dei loro studi
contro i critici scolastici e teologici, o addirittura
attaccano la filosofia scolastica come astrusa e inutile.
I temi e gli argomenti sono interessanti,
ma non sono profondi o rigorosi secondo i criteri
della filosofia antica o moderna o anche medievale.
Le conclusioni sono spesso ambigue, e le tesi chiare
di un Petrarca, Bruni o Valla non costituiscono un
pensiero sistematico o un insieme di dottrine generalmente
accettato dagli altri umanisti. Ciò che li unisce
non sono determinate dottrine, ma certi atteggiamenti
generali: un ideale culturale che si basa sullo studio
dei classici latini e greci e che viene messo al centro
degli studi e della scuola elementare e secondaria,
e la convinzione che l'antichità fu superiore ai tempi
più recenti e che bisognava arrivare a una rinascita
delle lettere, degli studi e del pensiero.
Gli umanisti non furono contrari
al cristianesimo, come lo erano alla filosofia e alla
teologia scolastica; per loro la rinascita dei classici
comportava anche la rinascita dei classici cristiani,
cioè della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Ma lo
studio intenso della letteratura e filosofia antica
portava a una secolarizzazione degli studi e della
cultura.
Abitudini stilistiche e filologiche
La quaestio e il commento vengono
man mano sostituiti dal trattato e dal dialogo, dal
discorso e dall'epistola, e finalmente dal saggio.
La prosa elegante ciceroniana o almeno classicheggiante
sostituisce il ragionamento dialettico degli scolastici,
non solo nella struttura dei periodi ma anche nella
terminologia, spesso con una perdita di precisione.
La generalizzazione astratta cede all'opinione personale
e all'esperienza individuale. Si sente poi nell'uso
delle fonti e delle idee la conoscenza più vasta e
più profonda dei testi classici latini e specialmente
greci.
Il poema di Lucrezio, poco copiato
o citato nel Medioevo, ebbe una diffusione notevole
e rese nota la cosmologia atomistica di Democrito
ed Epicuro. Gli scritti filosofici di Cicerone, del
resto ben noti nel Medioevo, furono studiati per una
conoscenza migliore delle dottrine stoiche, epicuree
e accademiche. Vi fu poi una vera ondata di testi
filosofici greci che furono studiati nel testo originale
e tradotti in latino per la prima volta: molte opere
di Platone e Proclo e dei commentatori di Aristotele,
l'opera principale di Sesto Empirico, tutte le opere
di Teofrasto, Epitteto, Marco Aurelio, Plotino e degli
altri neoplatonici, e anche le opere popolari di Isocrate,
Plutarco e Luciano, e le vite dei filosofi di Diogene
Laerzio che contengono pezzi importanti di Epicuro.
Anche gli scritti tradotti e studiati nel Medioevo,
come Aristotele, furono ritradotti e studiati nell'originale
testo greco e si prestavano quindi a interpretazioni
nuove. In questo modo l'intero tesoro della filosofia
antica fu reso accessibile al mondo occidentale come
non lo era stato fin dall'antichità romana e forse
nemmeno allora.
Grazie a quest'opera di recupero,
vi furono dei tentativi seri di risuscitare in forma
autentica o modificata la filosofia stoica, epicurea
e scettica, di ridurre a una forma più pura le dottrine
aristoteliche e neoplatoniche note anche nel medioevo,
e di ragionare di tutti i problemi in una maniera
eclettica che utilizzava liberamente tutte le fonti
antiche (e pseudo-antiche) disponibili. Vi fu poi
uno sviluppo graduale del metodo filologico e della
critica testuale che portò i suoi frutti anche filosofici
nell'opera di Ermolao Barbaro e del Poliziano. Abbiamo
come risultato di questi sviluppi nel Quattrocento
e ancor di più nel Cinquecento un fermento e una varietà
delle idee scelte e ricombinate da molte fonti, che
sciolgono i concetti precisi ma rigidi della tarda
scolastica e che, pur non portando immediatamente
a una nuova sintesi chiara e ferma, prepara l'ambiente
per l'opera più precisa e duratura di Galileo e Cartesio.
Infatti troviamo l'influsso dell'umanesimo,
anche fuori degli studia humanitatis, in tutti gli
strati della cultura del Rinascimento. In tutti questi
campi l'umanesimo fornisce il fermento, il metodo,
lo stile e le fonti classiche piuttosto che il contenuto
e la sostanza la quale viene data in parte dalla tradizione
medievale e in parte dalle esperienze e osservazioni
nuove come quelle fatte nel Mondo Nuovo.
Mentre l'umanesimo italiano, i cui
inizi si possono seguire fin dal primo Trecento o
perfino dall'ultimo Duecento quando i suoi collegamenti
medievali, grammatici e retorici piuttosto che filosofici
sono ancora visibili, ebbe la sua piena fioritura
nel Quattrocento, non bisogna dimenticare che continuò
attivo, specialmente nella retorica, nella poesia
latina, nella storiografia e nella folologia classica
attraverso tutto il Cin quecento e ancora nel primo
Seicento.
D'altra parte la cultura umanistica,
per quanto di origine italiana, non fu affatto limitata
all'Italia. La sua diffusione, specialmente in Francia,
Germania e Boemia è stata notata già nel Trecento,
e nel Quattrocento cominciò a diffondersi in tutti
i paesi europei.
Il Cinquecento fu poi il secolo che
vide l'opera dei grandi umanisti fuori dell'Italia:
Reuchlin e Erasmo, Budé, Vives e Tommaso Moro.
Vi sono differenze stilistiche e
altre dovute ai vari paesi e ai tempi cambiati, ma
troviamo gli stessi tratti fondamentali:
+ la profonda cultura classica
(conoscenza del greco e latino clasici, della filosofia,
letteratura e patrologia classiche), + il senso
critico e storico, + l'eleganza letteraria,
+ l'eclettismo (nel senso della poliedricità
delle fonti attinte), + l'interesse per i problemi
morali e pedagogici ma anche politici e religiosi,
+ l'avversione alla scolastica, + l'indifferenza
alle tradizioni professionali delle discipline universitarie.
Per quanto riguarda i rapporti Umanesimo/religione
va affermato qualche volta, che la cultura umanistica
non è soppressa dai movimenti religiosi del Cinquecento,
e che gli umanisti come gruppo non hanno favorito
un solo partito religioso, protestante o cattolico.
La cultura umanistica come tale è neutrale di fronte
a determinate dottrine teologiche o anche filosofiche,
e il singolo umanista può scegliere le sue opinioni
secondo le sue convinzioni o inclinazioni. Troviamo
studiosi e letterati umanisti e uomini di cultura
umanistica tra i cattolici, i protestanti e gli eretici
del Cinquecento. Melantone (e forse anche Lutero),
Calvino e molti gesuiti furono profondamente imbevuti
della cultura umanistica del loro tempo.
L'aristotelismo
Se l'umanesimo fu forse l'elemento
più vivo e nuovo nella cultura intellettuale del Rinascimento,
e specialmente nell'Italia del Tre e Quattrocento,
e se il suo influsso si fece sentire man mano in tutti
i settori culturali del periodo, sarebbe un errore
pensare che la vita intellettuale del periodo si potesse
ridurre all'umanesimo solo. In realtà vi furono parecchie
tradizioni e correnti di origine e interesse diversi
le quali si trovavano di fronte all'umanesimo in un
rapporto di rivalità o di semplice coesistenza.
La cultura umanistica è riuscita
a conquistare la scuola media, e a occupare nell'insegnamento
universitario le cattedre di grammatica, retorica
e poesia, di greco e spesso di filosofia morale. Ma
continuava l'insegnamento universitario delle altre
discipline che risaliva all'origine dell'università
nei secoli XII e XIII, e la tradizione scolastica,
cioè universitaria di queste materie, durante il nostro
periodo non fu mai interrotta, ma soltanto modificata
sotto l'influsso dell'umanesimo.
Bisogna ricordarsi di questi fatti
piuttosto fondamentali, se vogliamo capire l'importanza
e la vitalità dell'aristotelismo che nel pensiero
del Rinascimento occupa un posto distinto dall'umanesimo.
L'importanza dell'aristotelismo dipende dai nostri
criteri. Se mettiamo l'accento sulla tradizione tecnica
e professionale, se non universitaria, della filosofia,
bisogna dire che nel Rinascimento questa tradizione
viene rappresentata dall'aristotelismo, e che il contributo
degli umanisti alla filosofia, per quanto interessante
e influente, fu un contributo fatto da dilettanti
e dall'esterno. Si è però anche notato che gli aristotelici
del tardo Medioevo hanno seguito un metodo razionalistico
e hanno studiato molti problemi di logica e fisica
in modo tale da apparire come predecessori del libero
pensiero e della scienza moderna.
La vasta letteratura aristotelica
prodotta dal secolo XII fino al secolo XVII e oltre
ritrova la sua origine nell'insegnamento universitario
e scolastico. L'aristotelismo in Italia si distingue
fin dagli inizi dall'aristotelismo negli altri paesi.
Questa differenza non consiste nella scelta dei testi
o nel metodo della loro spiegazione, ma nel rapporto
tra la filosofia aristotelica con le altre discipline
universitarie, e quindi risale a una differenza strutturale
tra le università italiane e la maggior parte delle
università fuori dell'Italia.
Le università fuori dell'Italia,
con l'eccezione di Montpellier, si componevano di
quattro facoltà, cioè teologia, giurisprudenza, medicina
e filosofia (e arti), dove la teologia predomina e
la filosofia serve più cha altro come preparazione
alla teologia.
Le università italiane (eccetto Salerno),
cominciando con Bologna, iniziarono come scuole di
diritto romano e canonico alle quali furono aggregati
alcuni corsi preparatori di grammatica e retorica.
Nel corso del XIII secolo l'insegnamento della medicina
fu stabilito a Bologna e altrove, e la medicina, insieme
alla filosofia aristotelica, alla grammatica e retorica
e alle matematiche venne a costituire una facoltà
indipendente dalla facoltà di legge e spesso in rivalità
con questa.
Le università italiane non ebbero
mai una facoltà separata di teologia, e l'insegnamento
teologico in Italia fu sempre limitato alle scuole
degli ordini religiosi e a pochi corsi piuttosto sporadici
dati all'università entro la facoltà di medicina e
arti.
La conseguenza di questo sviluppo
fu il carattere laico dell'aristotelismo italiano,
che dal secolo XII fino al secolo XVII fu sempre collegato
con lo studio e l'insegnamento della medicina e mai
con quello della teologia. L'aristotelismo laico nacque
anzitutto a Bologna, poi si sviluppò a Padova, infine
in tutte le università italiane, ma l'università di
Padova ebbe un ruolo importante nell'epoca in cui
si distinse in tutti i campi, cioè nel tardo Quattrocento
e nel Cinquecento dopo il 1525.
Questa scuola aristotelica, e specialmente
quella italiana, fa impressione per la sua vitalità
e la varietà dei suoi problemi. Basata solidamente
nella sua propria tradizione, non mancava poi di legami
esterni, ricevendo e impartendo influssi significativi.
Il Pomponazzi, pure essendo commentatore
aristotelico, dovette agli umanisti del suo tempo
la conoscenza di molti testi classici quale Platone,
Plutarco e la sua dottrina filosofica si presenta
stoica piuttosto che aristotelica su alcuni punti
fondamentali.
Il platonismo
Il platonismo fiorentino del Quattrocento
è stato spesso interpretato come una semplice parte
o appendice dell'umanesimo poiché i suoi rappresentanti
avevano senz'altro una cultura umanistica, studiavano
e traducevano i testi platonici e neoplatonici e cercavano,
pure con altri elementi antichi, di risuscitare il
platonismo antico come altri umanisti avevano o avrebbero
fatto con le dottrine stoiche, scettiche e altre.
D'altro canto vi sono sufficienti
motivi per considerare questo grande movimento come
qualcosa di a sé stante, distinto dall'umanesimo e
anche dall'aristotelismo.
A differenza dell'umanesimo, il platonismo
rinascimentale aveva un profondo interesse per i problemi
cosmologici e metafisici che mancava nel pensiero
degli umanisti. Per quanto riguarda il suo rapporto
con l'aristotelismo, il platonismo del Rinascimento
è stato spesso opposto all'aristotelismo scolastico
del tardo Medioevo, contrasto che si accentua con
riferimento al platonismo antiaristotelico di Gemisto
Pletone e dei suoi seguaci bizantini. E' stato altresì
mostrato che il platonismo del Ficino come quello
del Pico non fu affatto antiaristotelico, ma profondamente
penetrato e influenzato dalla filosofia scolastica.
Il platonismo del Rinascimento non
deriva la sua forza dalla tradizione dell'insegnamento,
come l'aristotelismo che dominava l'istruzione filosofica
e scientifica nelle università e nei collegi religiosi,
o l'umanesimo che dominava la scuola media e le cattedre
universitarie degli studia humanitatis.
L' Accademia platonica di Firenze
sotto il Ficino era senz'altro un centro influente
di discussione e diffusione delle dottrine platoniche,
ma ebbe un'organizzazione poco stabile e durò appena
un trentennio.
La forza del platonismo del Rinascimento
non deriva dalla scuole. Si deve al fatto che i tre
pensatori più importanti del Quattrocento, il Cusano,
il Ficino e il Pico furono, se non platonici puri,
fortemente imbevuti di Platonismo e che i loro scritti,
come quelli di Platone stesso e dei neoplatonici,
ebbero nel tardo Quattrocento e nel Cinquecento una
vasta diffusione.
Ci rimane da fare un breve accenno
a quei pensatori del Cinquecento che sono noti per
il loro contributo originale, specialmente alla filosofia
naturale, per quanto abbiano assorbito più o meno
profondamente l'influsso dell'umanesimo, dell'aristotelismo
o del platonismo.
La cosmologia del Cardano, del Telesio,
del Patrizi e del Bruno ha il merito di aver tentato
di sostituire la tradizionale cosmologia aristotelica
con una costruzione nuova basata su principi nuovi.
testo tratto da http://www.homolaicus.com/storia/moderna/umanesimo_rinascimento/index.htm