Il Rinascimento, come sappiamo, ha
significato in primo luogo, la rinascita delluomo,
un uomo colto nella sua immanenza e nel suo rapporto
con il mondo. Un uomo che, pur sentendosi, come microcosmo,
parte costitutiva di un mondo che gli si oppone, rivendica
la propria essenzialità e riconosce se stesso come
dominatore della natura (homo faber, luomo prometeico).
Lindagine sulla natura diviene
quindi lo strumento indispensabile per la realizzazione
dei fini umani nel mondo. Tale aspetto, in verità,
non costituisce una novità nella storia della filosofia.
Sappiamo, infatti, che già gli antichi filosofi della
physis avevano riposto nellosservazione della
natura le speranze per un affrancamento dal mito e
dalle credenze religiose.
L'esigenza fondamentale, cui tentano
di offrire una risposta i filosofi naturalisti, pur
tra molte incertezze, è il superamento della concezione
del mondo come realtà inerte e passiva, mossa dall'esterno
da un ente trascendente che si pone quale fondamento
primo e fine ultimo del movimento e della vita.
Un tentativo di spiegazione dei fenomeni
senza far ricorso a cause esterne ai fenomeni stessi
trovava il suo punto di partenza nella critica alla
filosofia della natura (la fisica!) di Aristotele.
Proprio dalla individuazione di un contrasto interno
alla dottrina aristotelica iniziava un vivace dibattito
sulla natura e sui principi del divenire dei fenomeni.
Aristotele, infatti, mentre da un
lato sostiene che le "forme" delle cose
naturali sono immanenti alle cose stesse e che il
divenire è la realizzazione (il passaggio dalla potenza
allatto) di queste forme immanenti, dall'altro
lato arriva alla conclusione che fuori dal mondo ed
indipendentemente da esso esiste un Dio, primo
motore, il quale, pur essendo immobile, attira
a sé tutto l'Universo, come una calamita attira gli
oggetti di metallo; a questo "motore immobile"
farebbe capo tutta la catena dei movimenti.
Chiaramente con la postulazione di
un Dio trascendente, causa e fine del movimento, il
mondo perde ogni autonomia ed ogni autosufficienza
(cfr. la concezione del mondo in Tommaso).
Il problema che si pone ai filosofi
naturalisti del Rinascimento è allora il seguente:
Lelemento di novità della filosofia
della natura rinascimentale è dunque, fin dallepoca
che precede la "rivoluzione copernicana",
costituito dal tentativo di laicizzare limmagine
del mondo e delluomo. Lo stesso Machiavelli,
nei suoi scritti intorno al Principe, aveva colto
luomo nella sua dimensione fenomenica ed interpretato
il mondo come sottoposto alla cieca legge del determinismo
naturalistico (fortuna e necessità).
Tuttavia, in questa prima fase occorre
distinguere due aspetti del pensiero rinascimentale:
la magia e la filosofia della natura.
La magia rinascimentale riprende
le antiche concezioni animistiche e teosofiche del
pensiero mistico-filosofico antico, stabilisce la
perfetta corrispondenza tra uomo e cosmo (symphatia)
e elabora (o crede di elaborare) mezzi e strumenti
atti a consentire il dominio delluomo sulla
natura.
La filosofia naturale, che si afferma
con Telesio, abbandona questi presupposti metafisici.
La natura è ancora considerata come una totalità vivente
ma si considera retta da propri principi. La scoperta
di tali principi diviene il compito della filosofia.
Questa si distacca sia dalla tradizione dei maghi
rinascimentali sia dallaristolelismo che aveva
continuato a giustificare la natura sulla base di
principi trascendenti (La fisica aristotelica, ricordiamo,
era filosofia seconda - subordinata alla metafisica,
scienza dellessere in quanto tale).
Telesio nacque a Cosenza nel 1509
e conseguì il dottorato a Padova nel 1535. Nel 1565
pubblico il De rerum natura iuxta propria principia
(Intorno alla natura secondo i propri principi).
Telesio considera la natura governata
da principi propri e pertanto esclude qualsiasi forza
metafisica che la giustifichi. Per conoscere la natura
nella propria oggettività è necessario considerarla
autonomamente non già interpretandola alla luce di
presupposti metafisici ma ponendosi in ascolto, osservandola
direttamente. Ciò è possibile in quanto lo stesso
uomo è parte integrante della natura, possiede quello
spirito comune ed una struttura sensibile capace di
riceve i dati della molteplicità.
Telesio spiega la natura attraverso
le due principali forze che agiscono in essa: caldo
e freddo. Il caldo dilata le cose e le rende leggere
e adatte al movimento; il freddo condensa le cose,
le rende pesanti e quindi immobili. Ma il caldo e
il freddo, per agire, hanno bisogno di un sostrato
materiale che Telesio chiama massa corporea. Tale
massa è il terzo principio della natura.
Telesio sostiene che solo il sole
(caldo) e la terra (freddo) siano elementi originari.
Lacqua e laria sono invece il risultato
della composizione dei due principi originari. Certo
la fisica telesiana resta su un piano puramente qualitativo
tanto è vero che qualche studioso lha definita
più unontologia che una fisica modernamente
intesa. Cè da dire che Telesio avverte la necessità
di unanalisi quantitativa anche se non riesce
ad elaborarla. Egli afferma, infatti, che solo una
tale analisi può rendere gli uomini "non solo
sapienti, ma potenti".
Il mondo della natura, per Telesio
contrariamente a quanto sostenuto dalla fisica
aristotelico-tolemaica non è ab aeterno:
è stato creato da Dio nel tempo. Ma per quanto
Dio sia onnipotente e per quanto "tutte le opere
della natura e tutti gli eventi umani dipendano dalla
sua volontà", il ritmo della natura è segnato
dal contrasto tra le due forze vitali presenti nel
mondo, di modo che "ogni sostanza agisce secondo
la propria natura".
L'accettazione della tesi creazionistica
non ostacola, in tal modo, la difesa del naturalismo
con cui Telesio si era prefisso di spiegare i fenomeni,
facendo ricorso ai principi insiti nella natura stessa.
Voler spiegare i fenomeni particolari con l'intervento
diretto di Dio, significherebbe sminuirne la potenza
riducendolo, da garante e regolatore del cosmo, a
produttore di particolari effetti naturali. Tutti
gli enti, infatti, ad eccezione delle piante e degli
animali, si formano "dalla terra ad opera del
sole"
I viventi, piante ed animali, si
formano, invece, "da se stessi a partire dai
propri semi". Ma il seme non produce solo la
"mole corporea" dei viventi, ma anche l'anima.
Questa anima materiale, spiritus,
ricavata dal seme (semine educta), è presente
attraverso il tessuto nervoso in tutto il corpo dei
viventi, anche se la parte principale di essa, che
è come la sua "universalità ed interezza",
deve essere collegata nei 'ventricoli' del cervello.
È questa la parte egemonica che dirige tutte le porzioni
periferiche dell'anima.
La funzione più importante l'anima
la esprime nella sensibilità che coincide con la conoscenza.
Telesio, attribuendo all'anima materiale la capacità
di sentire, ha inserito il processo conoscitivo nella
serie dei problemi biologici. La conoscenza, infatti,
si riduce alla modificazione dello "spirito"
da parte di un movimento presente nella realtà esterna.
Lo "spirito", quando conosce, accoglie in
sé e riproduce la vita delle cose esterne modificando
la propria. Questa modificazione è possibile solo
per contatto. Tranne l'udito, tutte le altre forme
di conoscenza sensibile si realizzano, infatti, attraverso
il contatto dell'oggetto esterno con lo "spirito":
"Unicamente il suono non tocca
lo spirito... Tutti gli altri oggetti percepibili
non modificano lo spirito, né possono modificarlo,
se non per contatto".
(De rerum natura, VII, 8)
E proprio l'immediatezza di questo
contatto conferisce alla sensazione un elevatissimo
grado di certezza, in quanto lo "spirito"
non solo subisce il movimento delle cose esterne,
ma "percepisce di subire qualcosa". Lo "spirito",
cioè, conosce non solo perché sente, ma perché sa
di sentire (ha coscienza di sentire).
Anche la conoscenza "intellettuale"
è riconducibile al senso: "ogni ragionamento
che pone qualcosa, lo pone sulla base della somiglianza
con ciò che viene percepito dal senso; e ciò che rifiuta,
lo rifiuta in quanto è contrario ed opposto a ciò
che viene percepito dal senso... E cosi il principio
di ogni Intellezione è la somiglianza percepita dal
senso".
(De rerum natura, VII, 3)
Tutte le costruzioni intellettuali
sono, allora, frutto di una estensione delle sensazioni
percepite a cose simili a quelle toccate ma lontane
da esse.
Tutta la vita spirituale in tal
modo è spiegata da Telesio naturalisticamente: a fondamento
della vita organica e della vita psichica non c'è
che il contrasto tra caldo e freddo. Questo contrasto
spiega anche la vita morale: piacere e dolore,
che forniscono l'indicazione di ciò che si deve cercare
e di ciò che si deve fuggire, hanno anchessi
una spiegazione naturalistica:
"Il piacere che l'azione delle
cose sensibili apporta allo spirito, non viene prodotto
se non perché... conduce lo spirito al moto e cioè
all'azione sua propria".
(De rerum natura, Vll, 3)
Il piacere consiste nella sensazione
di vitalità che lo spirito avverte a contatto con
alcune cose; il dolore, invece, nell'abbattimento
prodotto nello spirito da quelle cose dotate di forze
contrarie al senziente: "non è lecito dubitare
che il piacere non sia senso della conservazione e
il dolore della distruzione". Tutta la vita morale
deve tendere allora al bene supremo dello spirito
e non si può porre in dubbio che il bene in vista
del cui conseguimento si conturba e si muove
lo spirito, è la conservazione di se medesimo.
(De rerum natura, IX, 2)
Questo stesso principio dell'autoconservazione
fonda la vita politica. Poiché l'uomo isolato prova
maggiore difficoltà a condurre una vita sicura e a
procurarsi i piaceri e le gioie utili a conservarla,
si rende, dunque, necessario che ricerchi e curi di
procacciarsi la società degli uomini e la convivenza
con essi ed anche la familiarità e la benevolenza
loro.
(De rerum natura, IX, 3)
Telesio, grazie al suo naturalismo,
garantisce in tal modo l'autonomia della scienza e
della morale da qualsiasi ingerenza teologica.
Ma la convinzione che l'uomo non
sia una materia esistente ab aeterno fornita
di moto, ma sia creato da Dio nel tempo, reca implicita
in sé la rivendicazione dell'esistenza in lui di una
tensione conoscitiva che, al di là del senso, punti
alla comprensione di verità superiori.
L'uomo non sembra esaurirsi nel sentimento,
nella conoscenza e nella fruizione di quelle cose
grazie alle quali si nutre e per le quali si conserva
ed ha godimento, egli va investigando invece con somma
ansietà la sostanza e le operazioni di altre cose,
anche di quelle che non gli sono di nessuna utilità
pratica e che anzi non possono essere afferrate col
senso, ed anche la natura degli enti divini e di Dio
stesso.
(De rerum natura, V, 2)
L'anima materiale, pur riuscendo
a spiegare naturalisticamente tutte le attività dell'uomo,
da quelle biologiche a quelle conoscitive, morali
e civili, non è però in grado di soddisfare la tensione
che spinge l'uomo verso beni remoti e lontani. È per
soddisfare questa esigenza che Telesio postula la
presenza nell'uomo di una anima immateriale, non commista
al corpo, non mortale, di una "mens superaddita"
capace di soddisfare quell'ansia del trascendente
che, con l'affermazione del Dio creatore, era, anche
se implicitamente, rivendicata all'uomo.
L'aver considerato il mondo autonomo
ed autosufficiente nella sua vita interna, ma l'averlo
considerato pur sempre derivato, in quanto alla sua
origine, da una potenza superiore ed estranea ad esso,
porta come conseguenza necessaria ed immediata la
separazione dei campi di ricerca e conduce allo sdoppiamento
della vita psichica dell'uomo. Ad un'anima materiale
capace di conoscere la realtà esterna in base al principio
della omogeneità, e capace di individuare ciò che
è bene e ciò che è male, si aggiunge un'anima
spirituale ed immortale protesa all'attingimento di
verità trascendenti. Il creazionismo, infatti, esige
che ad una descensio da Dio all'uomo corrisponda
una ascensio dall'uomo a Dio.