sito di divulgazione della cultura filosofica | a cura di Donato Romano

 


SPINOZA

  1. Significato e caratteristiche dell’opera di Spinoza

Per comprendere la filosofia di Spinoza è necessario fare riferimento alla grande rottura operata nella cultura europea dalla cosiddetta rivoluzione scientifica e dalla diffusione della filosofia cartesiana.Malgrado qualche resistenza iniziale, il nuovo pensiero conquista rapidamente scienziati e filosofi e si impossessa anche dei centri ufficiali del sapere: le università olandesi si dividono e, mentre alcune rimangono fedeli alla vecchia cultura scolastica, altre scelgono con decisione la filosofia cartesiana, che riceve così i crismi della ufficialità accademica. Anche Spinoza fu coinvolto nell’opera di divulgazione del pensiero di Cartesio: i Principi della filosofia di Cartesio sono infatti dedicati alla esposizione della filosofia cartesiana. A questa operetta Spinoza aggiunse, in appendice, i Pensieri metafisici, attraversati dal confronto tra la filosofia cartesiana e la filosofia scolastica: Spinoza si presenta non solo come un commentatore di Cartesio, ma anche come il filosofo che ha compiuto una scelta di campo decisa contro la scolastica e a favore della filosofia cartesiana.

Non deve stupire se, malgrado questa scelta, Spinoza, come già Cartesio, mantiene nel proprio sistema alcune nozioni ereditate dalla filosofia scolastica: il vocabolario filosofico rimane largamente invariato per tutto il Seicento là dove, nella diversità delle soluzioni, dalla scolastica si eredita la problematica. Spinoza opporrà alla molteplicità delle sostanze aristoteliche l’unicità della sostanza, ma che nel mondo vi sia qualcosa che risponde alla definizione artistotelica di sostanza non è messo in discussione, e la nozione mantiene dunque una sua funzione.

Il distacco dalla scolastica è trasparente anche nel lessico là dove — ed è in primo luogo il caso della fisica — la rivoluzione scientifica ha dissolto non solo la soluzione ma anche l’impostazione del problema. La fisica aristotelica era modellata sulla biologia: il vivente serviva da paradigma per la comprensione dell’insieme della natura, come ben si vede dal largo uso del finalismo per spiegare la costanza dei fenomeni naturali. A questo modello Spinoza, con Cartesio, sostituisce ovunque il modello meccanico. Di ogni fenomeno si può dar conto attraverso gli urti della materia regolati da leggi. Ora, è proprio l’idea di una legalità della natura a costituire il centro della rivoluzione intellettuale che apre l’età moderna. Poche leggi regolano tutti i fenomeni, di qualunque tipo essi siano, il caso e la contingenza vengono respinti dalla natura e, come è stato detto da un grande storico della scienza, Alexandre Koyré, al mondo del pressappoco si sostituisce l’universo della precisione. Di qui un cambiamento radicale nel rapporto tra natura e scienza. Le leggi di natura, infatti, sono interamente trasparenti alla mente umana, perché traducibili in formule matematiche, ossia l’uomo può, al limite, dar conto e spiegare ogni fenomeno naturale. La scienza moderna vede così sempre più ridursi le soglie del mistero e dell’incomprensibile.

Alle pretese della scienza moderna Spinoza fornisce una salda base metafisica, superando anche i pur decisi passi che in questo senso aveva compiuto Cartesio. Cartesio aveva mirato ad assicurare all’uomo una conoscenza stabile e assolutamente certa: quello che l’uomo conosce del mondo dice come il mondo realmente è, ossia come è stato fatto da Dio. Ma non per questo all’uomo veniva attribuito un qualunque accesso alla mente e alla natura divina; anzi, tra Dio e l’uomo si apriva l’abisso incolmabile che separa l’infinito dal finito, lasciando incomprensibile il primo e totalmente dominabile il secondo. Dio avrebbe potuto creare logiche diverse, in mondi diversi, e la sua scelta è totalmente libera e insondabile, come inaccessibile rimane la verità ultima, che nella natura divina trova il suo fondamento; tanto è vero che Cartesio aveva bisogno della garanzia della veracità divina per rendere affidabile la conoscenza umana. La scienza risulta così assieme certa e oggettiva – mi dice come questo mondo è realmente fatto – ma metafisicamente relativa – altri mondi sarebbero stati possibili. Il Dio di Spinoza, invece, non è libero; il mondo attuale è l’unico mondo possibile. Ne consegue che la conoscenza umana, quando non è fallace, è non solo vera, ma anche assoluta: non mi dice solo come il mondo è fatto, ma mi rivela anche l’unico modo in cui poteva essere fatto. La conoscenza umana, quando è vera, e la conoscenza divina sono identiche e, di conseguenza, nessuna garanzia è richiesta per avallare la certezza dell’umano sapere. Davanti a questo monumento metafisico dell’ardire della scienza moderna Spinoza sacrificherà tutta la teologia razionale precartesiana nonché l’immagine giudaico-cristiana della divinità. Perché la conoscenza umana sia assoluta è infatti necessario confutare il nucleo centrale del rapporto tra Dio e mondo teorizzato da tutto il pensiero di ispirazione cristiana: la creazione libera. Per questo il pensiero di Spinoza verrà subito giudicato come il sistema ateo per eccellenza.

Il metodo della conoscenza ovvero il metodo geometrico matematico

In che modo è possibile pervenire a una conoscenza vera? Spinoza dedica a questo problema il Trattato sull’emendazione dell’intelletto, un testo che rimarrà incompiuto e sarà pubblicato solo dopo la morte di Spinoza, nelle Opere postume del 1677.

La conoscenza ha, fin da questa operetta, uno scopo morale: è necessario raggiungere la verità per perfezionare la propria natura. Preliminare a questo scopo è riuscire a distinguere la verità dall’errore. Spinoza classifica la conoscenza in quattro generi: la conoscenza per sentito dire, che ci porta a seguire le opinioni altrui, l’esperienza vaga, nella quale ci fondiamo sulla nostra esperienza, non condotta secondo ordine, ma acquisita casualmente, la ragione dimostrativa, per la quale risaliamo dagli effetti alla causa e, infine, l’intuizione, con la quale conosciamo gli effetti attraverso le cause e l’ente incausato direttamente nella sua essenza. Di queste quattro forme di conoscenza, la quarta ci consente di comprendere adeguatamente l’essenza delle cose e ci conduce quindi nell’ambito del vero.

Come riconoscere un’idea del quarto genere di conoscenza? Spinoza esclude che il metodo possa fornire criteri esterni per distinguere il vero dal falso. L’idea vera si manifesta per le proprie caratteristiche interne, e segnatamente per la sua capacità di dedurre tutte le proprietà della cosa definita. Il buon metodo per condursi nella ricerca della verità non è dunque quello che indaga le caratteristiche esterne all’idea vera o falsa, per esempio la certezza psicologica che accompagna l’idea vera o il dubbio che accompagna l’idea falsa, ma è piuttosto quello che insegna a organizzare il sapere a seconda della fecondità delle idee, ossia a seconda della quantità di conoscenza che da una certa idea può essere ricavata. Secondo Spinoza va quindi scartato un metodo che prima acquisisca le idee e dopo giudichi della loro verità e falsità; il metodo che Spinoza prescrive consiste invece nell’organizzare le idee secondo la norma dell’idea vera già data, ossia è l’analisi del contenuto dell’idea vera che mi dice come procedere perché la mia conoscenza non sia fallace e si riveli feconda.

L’idea fondante il sistema delle conoscenze dovrà essere, perciò, l’idea da cui tutte le altre idee dipendono, ossia l’idea di un essere che sia causa di tutte le cose; seguiranno poi le idee delle leggi di natura, che valgono per tutti gli enti. Così l’ordine della conoscenza riprodurrà l’ordine dell’intera natura.

La questione dell’ordine delle conoscenze è dunque centrale: la deduzione delle proprietà dalla definizione data è, nel pensiero, quel che in natura è la produzione di un effetto dalla causa. Se si troveranno le definizioni vere, quelle da cui tutte le proprietà del definito derivano, il pensiero avrà quindi la garanzia di muoversi nell’ambito della oggettività. Ogni conoscenza che non rispetti quest’ordine, e che parli degli effetti senza conoscerne le cause, è quindi irrimediabilmente erronea: si tratta della conoscenza immaginativa che, ignorando le cause, finge spiegazioni fantastiche per ogni fenomeno naturale.

Come vedremo, le tesi fondamentali di questa opera incompiuta saranno mantenute e largamente sviluppate nell’Etica.

Nel corso delle seconde obiezioni rivolte alla Meditazioni metafisiche, Mersenne aveva chiesto a Cartesio di riformulare il contenuto delle Meditazioni secondo il metodo sintetico. Cartesio aveva acconsentito, pur ritenendo il metodo analitico assai più adatto a un’opera, come le Meditazioni metafisiche, dedicata alla ricerca della verità, essendo il metodo sintetico adatto piuttosto all’esposizione della verità, già scoperta. Cartesio chiariva quale fosse per lui la differenza tra i due metodi: il metodo analitico affronta una dimostrazione particolare, senza esibire gli assiomi o le verità prime da cui essa dipende e rispetta quindi le esigenze dell’indagine, nel corso della quale acquisisco la certezza di proposizioni particolari prima di conoscere le proposizioni universali da cui esse dipendono; il metodo sintetico, al contrario, premette assiomi e definizioni, e da queste, secondo il modello euclideo, fa discendere le dimostrazioni, ossia i teoremi. Il metodo sintetico è dunque quello utilizzato dai matematici e dai geometri. L’esposizione del contenuto delle Meditazioni secondo il metodo sintetico, proposta da Cartesio in appendice alle risposte alle seconde obiezioni, fornirà a Spinoza il modello per riesporre i Principi della filosofia cartesiani, nell’unica opera che Spinoza pubblicò in vita col proprio nome, i Principi della filosofia di Cartesio.

Ora, si noti che la pubblicazione della riformulazione "geometrica" dell’opera di Cartesio, e la sua estensione alla prima parte dei Principi, oltre all’originaria stesura spinoziana, che ne comprendeva solo la seconda parte, fu caldamente sollecitata dagli amici di Spinoza, come un’opera necessaria alla divulgazione della verità. Evidentemente costoro ritenevano che il metodo sintetico-geometrico fosse il metodo filosofico per eccellenza, e in questo si facevano certamente interpreti di un’opinione diffusa, in un secolo, il Seicento, che aveva eretto le scienze matematiche a modello della conoscenza vera.

Quando Spinoza si accinse alla stesura del suo capolavoro, l’Etica, decise di comporla interamente secondo il modello dei geometri. L’Etica, infatti, è dimostrata secondo il metodo geometrico, ossia si apre con una serie di definizioni e di assiomi a partire dai quali si dimostrano le proposizioni (i teoremi) e gli scholii relativi (o chiarimenti). Alla generica e generale convinzione seicentesca della superiorità e universalità del modello matematico, si aggiunge, per spiegare la scelta di Spinoza, una convinzione tutta spinoziana. La scelta del metodo analitico presuppone che la certezza soggettiva segua vie diverse dalla concatenazione logica del vero; poiché si ritiene che del vero si possa dubitare, si va in cerca di una prima verità indubitabile, raggiungendo solo in un secondo momento la certezza sulle premesse logiche e ontologiche da cui quella verità dipende: prima divento certo dell’esistenza dell’io e da qui risalgo alla certezza dell’esistenza di Dio; ma, al di fuori della mia certezza soggettiva, nell’ordine della verità, è l’io che dipende da Dio. Proprio il presupposto che aveva indotto Cartesio a privilegiare il metodo analitico è respinto da Spinoza. La verità, secondo Spinoza, è norma di se stessa e del falso e la si conosce solo che la si veda. Si dovrà solo esibire l’idea vera per rendere impossibile ogni dubbio.

Di questo atteggiamento verso la verità, la matematica è per eccellenza testimone, dal momento che si limita a esibire i suoi assiomi, definizioni e teoremi, fiduciosa che, se le dimostrazioni sono corrette, non sia possibile dubbio o incertezza di sorta.

Questa tesi era già chiara nel Trattato sull’emendazione dell’intelletto: la ricerca della verità si deve muovere all’interno della verità stessa. Non la certezza soggettiva dunque, ma il concatenarsi delle idee secondo premesse e conseguenze dovrà essere il filo conduttore del sistema. Non v’è quindi differenza tra il metodo di ricerca della verità e quello della sua esposizione, dovendo entrambe rispettare la concatenazione logica del vero; di qui la scelta del metodo che, come già Cartesio aveva riconosciuto, riflette quella concatenazione: il metodo sintetico, o geometrico.

La dottrina dell’unicità della sostanza

L’Etica, come dice il titolo, è un libro sulla morale. Eppure, dei cinque libri che la compongono, il primo, Su Dio, è un trattato di metafisica, il secondo Sulla mente, un trattato di teoria della conoscenza. Come questi due libri costituiscano le premesse indispensabili alla costruzione della morale spinoziana sarà chiaro solo dopo una esposizione complessiva dell’opera.

Spinoza è erede a pieno titolo della rivoluzione cartesiana, e di questa si presenta come il continuatore e il perfezionatore. Ma nella meditazione spinoziana molti elementi del cartesianesimo saranno travolti o profondamente modificati. Il primo caso di continuità-rottura con Cartesio è rappresentato dalla teoria della sostanza unica. Cartesio aveva rifiutato ciò che nel mondo aristotelico individuava le singole sostanze. Le "forme sostanziali" e le qualità, nel mondo aristotelico, fondano la molteplicità irriducibile delle sostanze: questo albero, con la sua materia lignea, la sua forma di pioppo ecc., è una sostanza distinta da quel cane, e da quell’acero. Per Cartesio, le forme, le qualità dell’aristotelismo sono tutte caratteristiche soggettive. Quello che veramente appartiene all’oggetto è ciò che è indipendente dal rapporto con i sensi, ciò che l’intelletto riconosce quale condizione della pensabilità di una entità: nel caso della materia, il suo essere estesa e avere dimensioni. I singoli corpi, spogliati delle loro caratteristiche percepibili dai sensi, sono allora solo modificazioni, o forme particolari in cui si presenta la sostanza unica cui ineriscono: la materia.

La sostanza, per Cartesio come per Aristotele, è ciò che non ha bisogno di altro per sussistere e per essere concepita. Ora, il risultato della riduzione dei corpi alle sole caratteristiche geometrico-matematiche sarà che, mentre i singoli corpi hanno bisogno della materia per sussistere, la materia non ha bisogno dei singoli corpi, essa sola è sostanza, e i corpi ne sono le modificazioni. Dunque la materia è sostanza perché, a differenza dei singoli corpi, non ha bisogno di altro per sussistere. Non ha bisogno di altro, eccetto, naturalmente, di colui che l’ha creata e continuamente la conserva, ossia di Dio. Per questo Cartesio aveva precisato che il nome di sostanza non è univoco per Dio e per le creature, poiché solo di Dio si può dire in senso rigoroso che non ha bisogno di altro per essere e per essere concepito. Dunque, dedurrà legittimante Spinoza, nemmeno la materia è la sostanza, ma l’unico ente che merita questo nome è Dio, senza cui niente può esistere né essere concepito.

Cartesio ammetteva una unica sostanza materiale, ma conservava la pluralità delle sostanze pensanti: vi è un’anima, ossia una sostanza pensante, per ogni individuo. Spinoza considera invece il pensiero in esatto parallelo con la materia. Come ogni corpo è modificazione di un’unica estensione, così ogni mente è modificazione di un unico pensiero, ossia le menti – con questo nome Spinoza designa quel che Cartesio chiamava "spirito" o "anima" – non sono sostanze. I corpi costituiscono i "modi" dell’estensione come le menti sono i "modi" del pensiero. Spinoza, come già Cartesio, indica con la parola modo quel che la scolastica nominava preferibilmente accidente. Questo si definisce, in opposizione alla sostanza, come ciò che ha bisogno di altro – la sostanza, appunto – per esistere e per essere concepito. Tra l’estensione e il singolo corpo come tra il pensiero e la singola mente vi è dunque lo stesso rapporto che, per un aristotelico, intercorre tra una sostanza individuale (per esempio George) e un suo accidente (il suo essere seduto, o il suo essere miope o il suo essere giovane). ma nemmeno il pensiero che "sorregge" tutti i singoli pensieri è una sostanza: il pensiero e l’estensione sono entrambi attributi dell’unica sostanza, ossia di Dio. L’attributo va inteso qui nell’accezione che a questa nozione aveva dato Cartesio: ossia ciò che costituisce ed esprime l’essenza della sostanza (vedi fotocopie!). L’attributo estensione e l’attributo pensiero esprimono sotto diversi aspetti l’essenza di una stessa sostanza, quella divina. Ma Dio è infinito, dunque la sua essenza dovrà essere espressa da un numero infinito di attributi, anche se l’uomo conosce solo i due attributi di cui partecipa: il pensiero e l’estensione, appunto. Sia il pensiero sia l’estensione, poi, in quanto espressione di una sostanza infinita, sono a loro volta infiniti: ossia Spinoza supera le ambiguità e le incertezze cartesiane a proposito dell’"indefinitezza" dell’estensione, ne sostiene la positiva infinità.

In questo modo Spinoza ha già escluso che possa esservi qualcosa al di fuori di Dio, ossia che il rapporto tra Dio e il mondo sia quello teorizzato da tutta la filosofia di ispirazione cristiana: un rapporto di creazione, in cui il mondo costituisca una sostanza indipendente dalla natura di Dio, e dipendente dalla sola volontà divina. Secondo Spinoza, Dio è causa immanente e non transitiva del mondo, ossia Dio agisce in sé e non fuori di sé, dal momento che, come si legge nel Breve Trattato (I, 3) "nulla è fuori di lui". Per questo si parla di panteismo di Spinoza: Dio non crea il mondo come una sostanza separata e distinta dalla natura divina, ma il mondo discende dalla natura di Dio.

       

    1. La derivazione degli esseri finiti dagli attributi di Dio

L’attributo estensione e l’attributo pensiero, diversamente modificati, danno origine ai singoli corpi e alle singole menti, ossia ai loro rispettivi modi finiti. Per cercare di comprendere questo processo, vediamo quello che accade nell’attributo estensione: la materia è variamente modificata grazie alle leggi del movimento che, non essendo più impresse alla materia dall’esterno, da un Dio trascendente, discendono anch’esse da Dio dando luogo alla totalità delle modificazioni fisiche presenti nel mondo, ossia alla totalità dei corpi e dei processi che interessano quei corpi.

Il processo della formazione del mondo avviene dunque secondo le seguenti scansioni: dalla estensione infinita seguono le leggi che regolano il movimento, e che Spinoza chiama il modo immediato infinito (modo perché dipende dalla sostanza, immediato perché dipende direttamente dalla sostanza e infinito perché le leggi di natura valgono sempre e ovunque). Queste leggi diversificano la materia dando luogo all’insieme dei singoli corpi, ossia alla facies totius universi, che Spinoza chiama il modo mediato infinito. Ogni singolo corpo costituisce un modo finito. Come si vede, niente di diverso dalla cosmogonia cartesiana, nelle sue componenti: i singoli corpi e i loro stati si spiegano attraverso l’estensione e il movimento. Quello che manca è l’impressione dall’esterno del movimento a una materia creata; la differenza non è nella fisica, ma nella metafisica, nel rapporto tra Dio e mondo.

La teoria spinoziana ha da sempre sottolineato la difficoltà del passaggio dall’infinito al finito, costruita da Spinoza attraverso la teoria del modo immediato infinito e del modo mediato infinito. È una difficoltà che non va drammatizzata: l’attributo estensione, è, come la sostanza estesa cartesiana, infinito, e infinite sono le leggi del movimento, in un senso particolare della nozione di infinito: sono infinite nel senso che la loro validità non è limitata a un certo momento del tempo o a un certo luogo dello spazio. Ma il movimento istituisce differenze nella materia, producendo aggregati di "corpuscoli" in diversi rapporti di quiete e di movimento e consentendo quindi di distinguere un aggregato di materia da un altro: il movimento, applicato all’estensione, dà vita ai singoli corpi.

Se si vuol dar conto dell'insieme dell'universo, è sufficiente far riferimento alla materia – infinita – e alle leggi di natura - anch'esse infinite -: per spiegare la totalità dell'universo non devo uscire dalla infinità. Ma se invece che alla totalità dei corpi e dei movimenti mi rivolgo a un singolo corpo, non potrò più, per spiegarne l'origine, invocare genericamente l'estensione e le leggi del movimento, ma dovrò analizzare lo stato dei corpi immediatamente precedenti nel tempo e nello spazio. Si sono così ottenute due serie causali: una, quella divina, che rimane nell'infinità e che è causa della totalità dell'universo, totalità che, appunto, è esaustivamente spiegata attraverso l'attributo infinito e le leggi infinite; l’altra, la causalità tra i singoli corpi, ove per spiegare, per esempio, il movimento di una palla di biliardo, devo ricorrere all'urto con un'altra palla in movimento e per spiegare questo devo ricorrere all'urto con un'asta e così continuando, all'infinito. In questo modo niente di finito si è insinuato in Dio, e, nello stesso tempo, la spiegazione del finito ha la sua autonomia dall'infinito. L'estensione e le leggi di natura causano i singoli corpi ma non sono i singoli corpi.

Per sottolineare lo iato che separa la sostanza unica e ciò che ne esprime l'essenza (Dio e gli attributi) da ciò che ne deriva e ha bisogno della sostanza per essere concepito (i modi infiniti e finiti), Spinoza ricorre alla distinzione scolastica tra una natura naturans e una natura naturata. Come in tutto il pensiero scolastico, la natura naturante indica la causa attraverso la quale l'intero universo esiste ed è conservato, e la natura naturata l'insieme degli effetti che da quella causa scaturiscono. Col mantenere questa denominazione tradizionale, Spinoza intende sottolineare proprio il fatto che, sebbene la natura naturante sia ora immanente alla natura naturata, essa, in quanto costituita da attributi semplici e infiniti, non si confonde con l'insieme degli effetti finiti.

Fino a qui abbiamo considerato la derivazione dei corpi finiti dall'attributo estensione. La processione dall'infinito al finito è analoga nell'attributo del pensiero. Anche qui si passa dall'attributo infinito al modo immediato infinito (l'intelletto assolutamente infinito) che dà luogo alla totalità delle menti finite. Si è visto che, secondo Spinoza, pensiero ed estensione sono attributi di una stessa sostanza, e che la nozione di attributo è utilizzata in senso forte, come ciò che esprime l'essenza di una entità. Ma se l'attributo pensiero e l'attributo estensione esprimono l'essenza di una stessa sostanza, essi devono seguire una stessa logica. Non può darsi, cioè, che i modi del pensiero non abbiano alcuna connessione con la materia. Certo non si tratterà di una connessione di natura. Spinoza non è un materialista e, con Cartesio, continua a ritenere che il pensiero sia irriducibile all'estensione. Sarà allora una connessione che avrà a che fare con l'ordine con cui i modi del pensiero si collegano tra di loro. Quest'ordine, infatti, secondo Spinoza, - è identico all'ordine con cui si collegano gli eventi materiali. Ovvero, a ogni evento materiale corrisponde un evento mentale, conseguente a un evento mentale che è a sua volta traduzione mentale di un evento materiale da cui il primo evento materiale discende.

Il posto che nella materia è occupato dall'evento-causa rispetto all'evento-effetto corrisponde al posto che, nel pensiero, l'idea-premessa occupa rispetto all’idea-conseguenza: "L'ordine e la connessione delle idee si identificano con l'ordine e la connessione delle cose". Per avere un'idea di quel che intende Spinoza si pensi alla traduzione in lingue diverse di uno stesso testo: a ogni parola in una lingua corrisponde una parola nell'altra lingua, che esprime uno stesso concetto, e che è legata dalla stessa logica al senso delle parole che l'hanno preceduta e al senso delle parole che la seguono. Con questa teoria – il cosiddetto "parallelismo" tra pensiero ed estensione – Spinoza risolveva un problema ereditato da Cartesio: se il pensiero e l'estensione non hanno niente in comune, come possono agire l'uno sull'altro? Spinoza sostiene, per l'appunto, che una causalità tra eterogenei è impossibile e che non è il corpo ad agire sulla mente o viceversa, ma sono sempre soltanto corpi ad agire su corpi e menti ad agire su altre menti. La parvenza di causalità tra menti e corpi è dovuta al fatto che gli eventi mentali e gli eventi materiali sono concatenati secondo uno stesso ordine.


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© 2002 Donato Romano - Ultimo aggiornamento 01-Ago-2002