|
|
Riflessioni sulla Sofistica
di Antonio Gargano (Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici)
Viviamo in un'epoca
sofistica. Da che cosa è caratterizzata la sofistica?
Dal dominio dell'opinione, dalla convinzione che la
verità non possa essere raggiunta. Viviamo in un'epoca
dominata dall'opinione, dalla sfiducia nella possibilità
di raggiungere la verità, dallo scetticismo, e il
dominio dell'opinione si fa sentire oggi con mezzi
più potenti che all'epoca sofistica greca, cioè con
i mezzi di comunicazione di massa. I modelli di esistenza
vengono imposti da creatori di opinioni, non certo
ispirati da filosofi o da chi si sforza di indagare
la verità. Abbiamo visto in che modo i sofisti teorizzano
il relativismo. In seguito vedremo come, alla luce
della filosofia di Socrate e di Platone, il relativismo
e lo scetticismo nella conoscenza, che comportano
l'individualismo e l'egoismo nella vita pratica, possono
essere sconfitti perché sono logicamente infondati.
Possiamo riassumere
così i tratti della sofistica: sofistica vuol dire
regno dell'opinione, sfiducia nella possibilità di
raggiungere la verità, quindi relativismo, scetticismo,
soggettivismo, e di conseguenza individualismo.
Cerchiamo di collocare
i sofisti all'interno della storia della filosofia.
Non mi voglio attardare sulla Atene di Pericle, sulla
Atene della metà del V secolo, di cui trovate chiare
notizie nei vostri manuali: quando intendo collocare
i sofisti nella storia della filosofia, voglio dire
che i sofisti costituiscono un momento necessario
nella storia della filosofia, non possono non comparire
a un certo punto, dopo i naturalisti, come non possono
non essere superati poi da una posizione come quella
di Socrate e di Platone. I Greci avevano ragione sul
fatto che c'è una logica in tutte le cose, ma se c'è
una logica in tutte le cose ci sarà una logica anche
nella storia della filosofia: la storia della filosofia
segue un filo di sviluppo ben saldo.
Il primo momento
della storia della filosofia è rappresentato dai naturalisti
presocratici, dall'attenzione al mondo oggettivo,
al mondo naturale; è spiegabile che all'attenzione
per il mondo oggettivo, esteriore la
natura, segua un periodo invece di attenzione
rivolta sul soggetto, sull'uomo. I sofisti
sono gli autori di una "rivoluzione antropologica"
nella filosofia, nel senso che al naturalismo orientato
alla conoscenza dell'oggetto, di ciò che è fuori di
noi, fanno seguire una filosofia che si rivolge al
mondo propriamente umano, al mondo dei soggetti. Da
Talete ad Anassagora troviamo discorsi sull'essere,
sulla natura, ma quasi mai discorsi sull'uomo, sui
rapporti umani, sulla politica, sulla morale: questo
invece è l'oggetto del secondo grande momento della
storia della filosofia, la sofistica.
In che senso la
sofistica era uno sviluppo necessario? Non solo perché
alla curiosità rivolta all'oggetto doveva far seguito
la meraviglia rivolta al soggetto, ma era uno sviluppo
necessario anche per quanto era avvenuto dopo Parmenide.
Parmenide aveva affermato che l'essere è e il non
essere non è, e su questa base aveva negato la pluralità
e il movimento, come aveva confermato poi il suo discepolo
Zenone. Dopo Parmenide si assiste, per così dire,
a una rivincita della pluralità, del mondo sensibile,
basti pensare alla pluralità delle radici e degli
elementi di Empedocle, alla pluralità dei 'semi' di
Anassagora, alla pluralità degli atomi di Leucippo
e Democrito. Parmenide ha irrigidito tutto nell'unità
assoluta dell'essere. Per reazione, dopo Parmenide,
c'è stata una rivalutazione del mondo empirico, del
mondo sensibile, del mondo materiale, della pluralità
delle cose materiali in contrapposizione all'unità
dell'essere. Alla fine di questa fase nascono i sofisti,
la cui filosofia è antiparmenidea per eccellenza:
i sofisti costituiscono uno sviluppo delle filosofie
antiparmenidee sul piano del mondo dell'uomo. Abbiamo
analizzato lo scritto Sul non essere di Gorgia
(vi esorto a rileggerlo!), che si può considerare
come il "manifesto", come il testo più emblematico
della sofistica: reca un titolo significativo e pretende
appunto di confutare sistematicamente le tesi parmenidee
sull'essere. Ma confutare Parmenide, negare l'unità,
significa affermare la pluralità, rifiutare l'assoluto
di Parmenide significa affermare il relativo: è appunto
quello che fa Gorgia.
La sofistica sosterrà
contro Parmenide che l'assoluto non esiste, che non
è fondata la pretesa di accedere all'assoluto col
pensiero, che esiste la pluralità e che la conoscenza
è fondata sui sensi. Al pensiero parmenideo viene
contrapposta la conoscenza sensibile, ma questa è
una forma di conoscenza fortemente legata all'individuo:
l'individuo sano o l'individuo malato percepiscono
una stessa pietanza come dolce o come amara a seconda
appunto del loro stato di salute, anzi nello stesso
individuo si può avere una mutazione del gusto proprio
perché sopravviene una malattia, e quello che era
percepito prima come dolce viene percepito poi come
amaro. Affidarsi ai sensi vuol dire affidarsi a una
forma di conoscenza, ad una facoltà conoscitiva, che
porta inevitabilmente a posizioni personali, a posizioni
di carattere individuale. Quindi: rifiutato Parmenide,
negata l'unità, caduta la fiducia nel pensiero, eretti
i sensi a unico criterio di conoscenza, si cade nella
conoscenza relativa all'individuo, nel relativismo,
nel soggettivismo. Ma le filosofie sono coerenti:
se sarò soggettivista nella conoscenza sarò di
conseguenza soggettivista anche nella morale:
la morale sofistica si configura pertanto come centrata
sull'individuo, quindi prende l'aspetto o di edonismo
(vale a dire che il bene viene fatto coincidere
col piacere, che è qualche cosa ovviamente
di individuale), o di utilitarismo (il bene
viene fatto coincidere con l'utile). La
morale sofistica, coerentemente con le sue premesse
conoscitive e ontologiche, sarà una morale o edonistica
o utilitaristica. C'è poi un'esasperazione di questa
tendenza nella seconda sofistica, per esempio in Trasimaco,
un personaggio che compare nei dialoghi di Platone
(Repubblica). La seconda sofistica, come spesso avviene
per la continuazione di qualche cosa di originario,
è un peggioramento, una degenerazione della prima
sofistica: in essa si avrà la nascita del fenomenoanch'esso
oggi attualedel "positivismo del potere":
non soltanto la ricerca dell'utile, ma la pretesa
che tutti gli altri debbano essere subordinati al
mio utile. Il positivismo del potere implica una decisa
presa di posizione per il fatto che il più forte ha
ragione di vincere, ha ragione di sottomettere i più
deboli, in quanto l'unico criterio di validità è dato
da ciò che ha successo, ciò che si impone. A prescindere
dal fatto che si imponga con la forza o senza forza,
ha sempre ragione chi vince. Nella degenerazione estrema
della sofistica, si afferma il positivismo del potere.
Riepiloghiamo
la costellazione di concetti della sofistica: abbandono
dell'assoluto, abbandono della verità, trionfo dell'opinione,
quindi relativismo, scetticismo, soggettivismo, individualismo,
edonismo, utilitarismo, tutte cose che sono perfettamente
coerenti tra di loro. Infatti, se non esiste la verità,
esisteranno le opinioni, e a questo punto la sofistica
affermerà un fatto contraddittorio, come vedremo tra
breve, cioè che tutte le opinioni si equivalgono:
è chiaro che se non c'è un criterio oggettivo per
trovare la verità quanto ognuno afferma equivale a
quanto affermano gli altri: "tutti sanno tutto"
affermeranno i sofisti nel senso che tutte
le opinioni sono ugualmente degne e si equivalgono.
Se tutte le opinioni sono equivalenti, che cosa ne
consegue? Che cercherò di imporre la mia opinione
all'altro: non potremo discriminare tra la mia opinione
e la sua sulla base di quale è più vera, e cercheremo
semplicemente di prevaricare l'uno sull'altro. La
prima forma di prevaricazione è la retorica.
Non c'è verità, allora cercherò di impormi non con
un ragionamento vero, ma semplicemente muovendo gli
affetti, tentando di commuovere, di entusiasmare,
di far leva sull'invidia, sulla gelosia, sullo spirito
di vendetta, sullo slancio emotivo, cioè sui sentimenti
e sulle passioni, che sono sempre qualche cosa di
ambiguo, di soggettivo. La retorica, come arte del
persuadere, come arte del ben parlare, si sostituisce
alla filosofia.
Rilevato l'aspetto
negativo della sofistica, si deve però riflettere
su questo: se la sofistica è un momento necessario
nella storia della filosofia, vuol dire che ha una
sua logica, vuol dire che contiene una sua parte di
verità. La sofistica è qualcosa di negativo perché
innalza l'opinione contro la verità, il soggettivismo
contro loggettività, ma apre la strada per poter
capire la verità su un piano molto più alto, che sarà
il piano di Socrate e di Platone. La sofistica costituisce
un momento di antitesi, cioè di contrapposizione al
pensiero e al costume precedenti, al naturalismo presocratico
e alla morale arcaica, ma, introducendo il fermento
critico, sia pure in maniera demolitrice, prepara
forme di ragionamento più elevate di quella di Parmenide,
che saranno le forme di ragionamento di Platone. La
sofistica costituisce quindi unantitesi rispetto
alla filosofia naturalistica, un momento negativo,
ma nella storia della filosofia non c'è mai un momento
completamente negativo, in cui tutto è da buttare
via. Nella sofistica, col suo raffinamento nella capacità
di argomentare, di ragionare, si presenta qualche
cosa di molto positivo, che Socrate e Platone faranno
proprio.
Questo aspetto
è stato colto molto bene da Hegel nelle sue Lezioni
sulla storia della filosofia. Hegel dice che i
sofisti sono stati "i maestri della Grecia"
nel senso che sono stati i primi ad avere una cultura
come noi la intendiamo e a cercare di diffonderla.
Nella Grecia prima dei sofisti ci sono stati grandi
pensatori naturalisti, ma non si proponevano di diffondere
le loro conoscenze o di educare i giovani, né questo
veniva fatto dalla casta sacerdotale, che era dedita
solo ai sacrifici, alle cerimonie sacre, ecc. I sofisti
sono i primi maestri dell'umanità, cioè sono i primi
uomini di cultura che cercano di diffondere la cultura,
per questo Hegel li definisce "maestri della
Grecia" e li chiama "illuministi",
nel senso che sono i primi che intendono mettere tutto
a confronto con la luce dell'intelletto, col pensiero,
anche se mettendo tutto a confronto col pensiero,
inteso in maniera soggettiva, distruggono tutto. Ma
qual è più precisamente il loro ruolo positivo? Fino
a loro, per quanto riguarda lo studio della natura
c'erano stati i naturalisti, per quanto riguarda il
mondo dell'uomo, la morale, la politica, che non erano
state oggetto di indagine filosofica, era valsa l'autorità
della tradizione, delle caste sacerdotali, dell'aristocrazia;
i sofisti rompono l'autorità della tradizione, rifiutano
l'atteggiamento di fede indiscussa nelle divinità
olimpiche. I sofisti introducono una capacità di ragionamento
al posto dell'accettazione passiva di contenuti morali;
purtroppo distruggono questi contenuti morali, ma
introducono una mentalità critica, abituano al confronto
col pensiero. L'elemento positivo della sofistica
consiste dunque nel fatto che essa è 'illuminismo',
tentativo di illuminare col pensiero il dogma, cioè
le credenze non dimostrate. La sofistica è contro
l'atteggiamento fideistico e dogmatico di ossequio
all'autorità, di ossequio alla tradizione: si possono
accettare contenuti solo se sono stati passati al
vaglio del pensiero. Questo pensa il sofista, e in
questo svolge unazione fortemente innovativa
nella storia della civiltà. In proposito dice Hegel:
"II termine di 'cultura' è indeterminato:
significa in generale 'coltivare', 'elevare coltivando"
se lo vogliamo precisare ha questo significato: ciò
che il pensiero libero deve conquistare lo deve trarre
da sé come propria convinzione". I sofisti
stabiliscono questo di importante: posso accettare
solo quello di cui sono convinto, non posso accettare
la regola tramandata fideisticamente o l'imperativo,
il comando di una autorità; l'autorità e la tradizione
li debbo filtrare alla luce del mio pensiero, devono
diventare una mia convinzione. "Non si crede
quindi più, ma si investiga": all'atteggiamento
fideistico si sostituisce l'atteggiamento riflessivo.
"Insomma si tratta di ciò che nei tempi moderni
è stato chiamato illuminismo". Illuminismo
significa richiesta di legittimazione: se mi si vuol
imporre qualche cosa, mi si deve addurre il motivo
della sua validità, non me lo si può imporre sulla
base di un'autorità quale che sia. "Il pensiero
va in cerca di principi generali coi quali giudicare
tutto ciò che deve valere per noi; e per noi non ha
valore se non ciò che si conforma a tali principi.
Il pensiero prende dunque a comparare il contenuto
positivo con se stesso, a dissolvere la precedente
concretezza della fede". Il pensiero diventa
il punto di riferimento.
I primi che hanno
iniziato a introdurre la riflessione all'interno dei
rapporti umani, quindi nella sfera della morale, della
politica e della società, sono stati i sofisti. I
sofisti hanno laicizzato la vita umana soprattutto
attraverso la ridefinizione delle norme etiche e giuridiche
presenti nella polis. Hanno trasferito il nomos (la
legge) dal piano del sacro al piano dellumano
dando alluomo, cittadino della polis democratica,
una nuova dignità ed una maggiore libertà anticipando
in tal modo alcuni moderni principi del diritto (isonomia=uguaglianza
di fronte alla legge) e, soprattutto con Antifonte,
anticipando quellidea di uguaglianza naturale
che troviamo compiutamente espressa nelle opere di
Rousseau e nella Dichiarazione dei Diritti dellUomo
e del Cittadino.
I sofisti hanno
dato vita alla "rivoluzione antropologica",
mettendo l'uomo al centro della realtà. La ragione
non investiga più l'essere, la natura, ma gli stessi
rapporti umani. I sofisti contribuiscono ad affermare
che il pensiero è la suprema istanza, è il supremo
tribunale: Niente viene accettato se non è passato
davanti al tribunale del pensiero: "Il pensiero,
dunque, il pensiero identico a sé volge la sua forza
negativa [si manifesta come critica, perciò Hegel
parla di "forza negativa" contro le molteplici
manifestazioni particolari della teoria e della pratica,
contro le verità della coscienza naturale [cioè
della coscienza ingenua] contro le leggi e i principi
vigenti nella loro immediatezza". Tutto deve
essere spiegato, non può restare immediato, senza
spiegazione: "E ciò che alla rappresentazione
appare saldo, nel pensiero si dissolve, e lascia così
da un lato che la soggettività particolare faccia
di se stesso un primo e un saldo e riferisca tutto
a sé". La sofistica è soggettivistica, ma
porta un avanzamento nella storia del pensiero: la
centralità del pensiero anche riguardo alle cose umane.
Questo passo viene compiuto con molta eleganza e semplicità
da Protagora.
Protagora se la
cava molto sbrigativamente con i problemi affrontati
dai suoi predecessori. Egli afferma dando inizio a
quellatteggiamento che diciamo agnostico:
"Riguardo agli dei, non ho la possibilità
di accertare né che sono, né che non sono, opponendosi
a ciò molte cose: loscurità dell'argomento e
la (limitatezza) brevità della vita umana". I
problemi dell'essere, del non essere e del divenire,
i problemi che hanno affrontato Parmenide e Eraclito,
i problemi dell'essenza della realtàquesto vuol
dire con la parola gli deisono impossibili
da spiegare; seppure fossero spiegabili, la vita umana
è troppo breve e limitata per raggiungere questo obiettivo,
quindi è meglio lasciarli stare. L'essere, il non
essere, il divenire, Protagora li considera problemi
insolubili e sposta l'attenzione direttamente sul
mondo umano. Ma se non c'è possibilità di raggiungere
l'essere, l'oggettività, è chiaro che il punto di
riferimento può diventare solo il soggetto: ne segue
la famosa affermazione che caratterizza tutta la filosofia
di Protagora: "Misura di tutte le cose è l'uomo:
di quelle che sono per ciò che sono, di quelle che
non sono per ciò che non sono". Platone commenta
questa frase nel senso che si debba intendere per
misura la norma di giudizio e per cose i
fatti in genere, sicché il senso è questo: "Che
l'uomo è la norma che giudica tutti i fatti, di quelli
che sono per ciò che sono, di quelli che non sono
per ciò che non sono, e perciò egli ammette solo ciò
che pare ai singoli individui e in tal modo introduce
il principio di relatività. Secondo lui dunque chi
giudica delle cose è l'uomo. Infatti tutto ciò che
appare agli uomini anche è: e ciò che non appare a
nessun uomo, neppure è". Di questo famoso
detto di Protagora si possono dare due interpretazioni,
che in fondo non sono molto diverse l'una dall'altra:
nella proposizione "misura delle cose è l'uomo"
per 'uomo' si può intendere o l'individuo o l'uomo
con la 'U' maiuscola, l'essere umano. Se si intende
che di tutte le cose misura è l'individuo, ci ritroviamo
nel relativismo più pieno: ogni individuo ha caratteristiche
diverse dall'altro e quindi avrà una prospettiva sul
mondo diversa dall'altro; ma anche se, come dice Hegel,
forse Protagora intendeva che di tutte le cose misura
è l'uomo nel senso dell'umanità, con le sue facoltà
conoscitive e i suoi strumenti di conoscenza, in ogni
caso è perso il riferimento all'oggettività e si cade
nel relativismo: è l'uomo che crea i metri, vale a
dire i modi per misurare le cose. Queste misure sono
soggettive, non mi forniscono il dato effettivo su
ciò che mi trovo di fronte, mi dicono soltanto qualche
cosa di relativo a me soggetto. Protagora fonda dunque
il relativismo: tutto è relativo al soggetto, che
questo soggetto sia lindividuo o che sia l'uomo
come umanità, la differenza non è proprio moltissima.
La prima sofistica
cioè quella di Protagora e Gorgia è animata
da buoni ideali. I primi sofisti in Sostanza affermano:
"Noi abbiamo scoperto la potenza della parola,
ma è importante che questa potenza venga usata a fin
di bene". La critica di Platone sarà in breve
questa: "Cari miei, sostenete pure che la parola
può essere usata a fin di bene, ma, visto che scardinate
il riferimento a valori oggettivi, niente implica
che la parola non venga usata a fin di male".
Protagora è convinto che l'arte della parola si possa
usare per far passare le persone da convinzioni cattive
a convinzioni migliori, facendo leva sugli affetti,
su belle immagini, ecc., ma una volta che questo diventa
un che di arbitrario, legato alla persona che parla,
la quale può voler persuadere al male, lo strumento
della parola diventa neutro. La retorica in quanto
tale può essere animata da buone intenzioni, può essere
messa al servizio del bene, ma l'appello puramente
emotivo può essere contrastato da un altro appello,
altrettanto puramente emotivo, di senso opposto. La
comunicazione in quanto tale, la retorica, il bel
discorso, sono neutri: possono essere usati per il
bene, ma possono anche essere usati per istigare alla
violenza: nella retorica non si ritrova nessuna soluzione
per i problemi umani. Avere buone intenzioni, esplicitare
queste buone intenzioni con la parola, cercare di
coinvolgere gli altri in queste buone intenzioni può
avere qualche utilità, ma sicuramente non costituisce
l'elemento risolutivo, perché rimane sempre all'interno
della soggettività: l'appello può partire da una persona
buona, cadere come seme nel cuore di una persona altrettanto
buona e fruttificare, ma ciò è legato al fatto che
già soggettivamente ci sia una predisposizione, e
quindi può avvenire anche il contrario. Quello che
invece ha una forza stringente è il ragionamento logico,
è il ragionamento di tipo matematico, per cui, se
si dimostra un teorema, esso si impone con la forza
dell'oggettività della dimostrazione.
Nel dialogo Teeteto,
Platone onestamente riconosce che in questi suoi
avversari ci sono buone intenzioni. Dice Protagora
nel dialogo: "Io affermo, sì, che la verità
è proprio come ho scritto: che ciascuno di noi è misura
delle cose che sono e che non sono, ma c'è una differenza
infinita fra uomo e uomo per ciò appunto che le cose
appariscono e sono all'uno in un modo, all'altro in
un altro. E sono così lontano dal negare che esista
sapienza e uomo sapiente, che anzi chiamo sapiente
colui il quale, trasmutando quello di noi cui certe
cose appaiano e sono cattive, riesca a far sì che
codeste medesime cose appaiano e siano buone. E tu
non combattere il mio ragionamento inseguendolo ancora
nelle parole, ma vedi piuttosto di intendere così
sempre più chiaramente che cosa voglio dire. Ricorda
quel che già prima dicemmo, che a chi è malato i cibi
sembrano e sono amari, a chi sta bene al contrario
sembrano e sono gradevoli [ribadisce: le cose
appaiono a ognuno in un modo], se non che non è
lecito inferire da ciò che di questi due l'uno è più
sapiente dell'altro, infatti non è possibile e nemmeno
si deve dire che l'ammalato, perché ha tale opinione,
è ignorante, ed è sapiente il sano perché ha opinione
contraria, bensì bisogna mutare uno stato nell'altro,
perché lo stato di sanità è migliore". Questa
è la formulazione più chiara del soggettivismo: il
malato e il sano si equivalgono, il primo ha l'impressione
che la medicina sia amara, il secondo ha l'impressione
che sia dolce, entrambi hanno una precisa convinzione
basata sui loro sensi, ma, dice Protagora, bisogna
mutare uno stato nell'altro, perché lo stato di sanità
è migliore.
Ma come fa ad
affermare che lo stato di sanità è migliore se non
ha una teoria per identificare ciò che è vero e confrontarlo
con ciò che è falso? Ha detto che tutto è vero e tutto
è falso, che il malato ha ragione come il sano, come
fa a dire poi che lo stato di sanità è migliore? Per
suo buon cuore poi aggiunge: "E così anche
nell'educazione bisogna far passare l'uomo da un'abitudine
peggiore a un'abitudine migliore". Ma se
non edifico una teoria per cui posso identificare
quello che è migliore e quello che è peggiore come
posso modificare in meglio le cose?
A questo punto
Platone è sferzante con la sua ironia nella prosecuzione
del Teeteto: "Quanto al resto la sua affermazione
mi piace moltissimo, che cioè quel che pare a ciascuno
questo anche è. Mi ha meravigliato solo l'inizio del
suo discorso, che cioè al principio della sua Verítà
[cioè di un discorso che si intitola "Verità"]
non abbia affermato che misura delle cose è il
porco o il cinocefalo [una scimmia con la testa
a forma di cane] o qualunque altro più strano essere
dotato di senso". Arbitrariamente Protagora
sceglie un punto di riferimento, ma perché non sceglierne
un altro? Perché non scegliere il porco o la scimmia,
dice ironicamente Platone? "Ma d'altra parte
c'è Protagora che mi tira col dirmi: è l'uomo che
definisce e giudica le cose, e cose sono quelle che
cadono sotto i suoi sensi, mentre quelle che non cadono
sotto i suoi sensi neppure esistono nel numero delle
forme e della sostanza"quindi è ribadito
il soggettivismo.
Passiamo a Gorgia,
l'altro grande sofista. La dottrina di Gorgia, abbiamo
detto, è simmetrica e antitetica rispetto a quella
di Parmenide: Parmenide afferma che l'essere è, e
che c'è uno stretto legame tra essere e pensiero,
Gorgia dice esattamente il contrario. Nel suo scritto
Sul non essere egli sostiene che niente esiste,
cioè l'essere non è, che seppure esistesse non sarebbe
conoscibile, seppure fosse conoscibile non sarebbe
comunicabile. Viene demolito sia il piano ontologico,
sia il piano gnoseologico, sia il piano della
comunicazione, si arriva a quello che è stato
chiamato 'nichilismo' (dalla parola nihil, 'niente'
in latino): cioè annientamento totale di tutti i valori
e di tutte le prospettive. Platone riassume la dottrina
di Gorgia così: "Gorgia, nel suo libro intitolato
Del non-ente o della natura si fonda su tre
capisaldi che si svolgono, articolandosi uno di seguito
all'altro: uno e primo è che nulla è; secondo, che
se anche alcunché è, è umanamente inafferrabile; terzo,
che se pure è afferrabile, è certo incomunicabile
e non spiegabile agli altri".
I ragionamenti
di Gorgia sono molto sottili: oggi quando si
rimprovera a qualcuno di essere un sofista gli si
vuol dire che è un sofisticato ragionatore e che cerca
di ingannare con sottigliezze. In breve, qual è il
ragionamento di Gorgia? L'essere non esiste perché,
dice Gorgia, se l'essere esistesse, o dovrebbe essere
eterno, o dovrebbe essere generato. Possiamo ripercorrere
brevemente questa argomentazione che dà l'idea, cui
ho accennato prima, dello sviluppo delle capacità
di analisi dovuto ai sofisti, tesaurizzata da Socrate
e Platone. Dice Gorgia: se l'essere esiste, o è eterno
o è generato; ora, eterno non può essere, perché se
è eterno vuol dire che non ha un principio, se non
ha un principio vuol dire che non ha un limite, se
non ha un limite è illimitato, è indeterminato, e,
paradossalmente, se è illimitato e indeterminato non
è in nessun luogo, ma se non è in nessun luogo allora
non è. Ripeto: se l'essere è eterno vuol dire che
è senza principio, cioè non ha un limite iniziale,
è illimitato, se è illimitato vuol dire che non è
in nessun luogo, ma ciò che non è in nessun luogo
non è, quindi l'essere non è. Questo se l'essere è
eterno. Se l'essere è invece generato, esso o è stato
generato dal non essere, o è stato generato dall'essere:
dal non essere non può essere stato generato (per
il buon motivo che il non essere per definizione non
è e quindi ex nihilo nihil), ma non può essere
stato generato neppure dall'essere, perché l'essere
è ciò che è, è ciò che è già, e proprio perché è già
non può essere generato, si creerebbe una contraddizione
tra generante e generato all'interno dello stesso
essere: l'essere non può essere generato se è già.
Se l'essere non è né eterno, né generato, esso non
è.
Gorgia afferma
poi che, ammesso pure che l'essere fosse, non sarebbe
conoscibile. Scinde il pensiero e l'essere, che Parmenide
aveva unito. La sua argomentazione è questa: se immagino
carri che corrono sul mare, ciò non implica che simili
carri esistano. In questo modo intende dire che non
c'è un legame stretto tra pensiero e essere: posso
pensare una cosa che non esiste, posso pensare
Pegaso, il cavallo alato, posso pensare la chimera,
posso pensare i carri che corrono sul mare, cose che
non sono: non c'è quindi una perfetta corrispondenza
tra pensiero e essere. Oltre ad usare questo esempio
fa anche un ragionamento un po' più sottile: se c'è
un'equazione tra essere e pensiero, si dovrebbe dire
simmetricamente: se ciò che è, è pensabile, allora
ciò che non è non è pensabile; è e pensabile
devono corrispondere simmetricamente, se questo
è vero, deve essere vero che non è è
uguale a non pensabile. Ma lo schema
in cui è = pensabile crolla, perché la chimera,
Pegaso il cavallo alato, ecc. li posso ben pensare
mentre, essendo non esistenti, dovrebbero essere anche
non pensabili; invece essi sono non esistenti,
ma pensabili, allora, se non è vera
la seconda proposizione che era simmetrica alla prima,
non è vera neppure la prima, cioè che ciò che
è è pensabile: tra essere e pensiero si crea una frattura
e quindi la realtà non è conoscibile. L'argomentazione
centrale è che tra essere e pensiero c'è separazione:
se posso pensare cose che non esistono questo
vuol dire che non c'è corrispondenza fra pensiero
e essere. In conclusione, per Gorgia, se voglio sostenere
che ciò che è è anche pensabile devo pure sostenere
che ciò che non è non è pensabile.
Più semplice l'argomentazione
per cui seppure l'essere esistesse e fosse conosciuto
non sarebbe comunicabile. Gorgia rileva che tra le
parole e le cose c'è una scissione: in sostanza quando
pronuncio la parola 'bicchiere' sto usando un flatus
vocis, sto ricorrendo a un suono, che in un'altra
lingua corrisponde a un altro suono. Quando uso la
parola 'bicchiere' ancora più quando comunico
per esempio un sentimento non c'è identità tra
il flatus vocis, il suono, il segno grafico
che segnala la cosa e la cosa stessa: una cosa è la
parola e un'altra cosa è loggetto, la cosa stessa.
Oltre alla frattura tra pensiero ed essere c'è
frattura tra parola e cosa. Se non
c'è identità tra parola e cosa, non si può comunicare,
si cade nel solipsismo, nella chiusura dell'io in
se stesso: cade l'intersoggettività. Se non c'è comunicazione,
non c'è possibilità di comunicare, non c'è socialità,
e al sociale si sostituisce ovviamente l'individuale.
Il percorso sofistico è completo.
Gorgia stesso
era animato dalle migliori intenzioni e sosteneva
che la parola può essere usata a fin di bene, ma tra
poco vedremo che Platone invece dimostra che tutto
questo porta a una situazione catastrofica. Gorgia
illustra la potenza della parola nell'Elogio di
Elena. Elena, di solito, in tutta la tradizione,
era condannata come colei che aveva causato la guerra
di Troia, era stata portatrice di innumerevoli mali.
Gorgia si diverte invece a dimostrare esattamente
l'opposto di quanto veniva comunemente creduto: "Esporrò
ora le cause per le quali era naturale che Elena partisse
per Troia. Ella fece quello che fece o per volontà
di fortuna o per ordine degli dei o per decreto della
Necessità, oppure rapita con violenza, o persuasa
dalle parole". Si ingegna a mettere in campo
una serie di ipotesi che discolpano Elena: se è stata
persuasa è ancor meno colpevole che se fosse stata
costretta con la violenza o dai fati, perché la parola
ha una potenza enorme: "Se, invece, fu la
parola a persuaderla e ad ingannare l'animo suo, neppure
questo è difficile a difendersi, sciogliendo l'accusa
nel modo che segue: gran dominatore è la parola, che
con piccolissimo corpo e invisibilissimo riesce a
compiere divinissime cose. Essa è, difatti, capace
di calmare la paura, di allontanare il dolore, d'infondere
gioia, di accrescere la pietà. E ora spiegherò come
questo avvenga. Ciò deve essere dimostrato anche all'opinione
degli ascoltatori. Tra la potenza della parola e la
condizione dell'anima c'è lo stesso rapporto che c'è
fra ciò che prescrivono i farmaci e la natura dei
corpi. Come alcuni farmaci eliminano dal corpo alcuni
umori, certi altri farmaci altri umori e alcuni troncano
le malattie, altri la vita, così alcune parole addolorano,
altre dilettano, altre impauriscono, altre ispirano
coraggio in chi ascolta, altre infine avvelenano e
ammazzano lanima con una qualche malefica persuasione.
E così abbiamo dimostrato che se ella fu persuasa
dalla parola, non commise alcuna colpa, ma fu solo
sfortunata". E il famoso elogio della potenza
della parola, della potenza della persuasione contro
la verità.
Vorrei infine
prendere in considerazione tre decisive critiche radicali
alla sofistica che sono di origine platonica. Le tesi
della sofistica sono: lo scetticismo, il relativismo
e il soggettivismo. I sofisti sostengono che non c'è
una verità oggettiva da conoscere, ma valgono solo
le opinioni, e quindi vale la retorica che permette
di far prevalere la propria opinione su quella degli
altri. Lo scettícismo dei sofisti si riannoda intorno
ad alcune proposizioni che Platone nel Protagora,
cioè nel dialogo intitolato proprio al grande
sofista, magistralmente smonta in una maniera che
vale ancora oggi.
- L'argomentazione nella sua
essenzialità è questa: prima di tutto i sofisti
pensano che nessuno conosca niente veramente.
Ora, dire che nessuno conosce niente, cioè che
c'è l'ignoranza assoluta, è falso, perché se affermo
che c'è l'ignoranza assoluta, cioè l'assoluto non
sapere, pretendo di sapere qualche cosa, cioè pretendo
di sapere che c'è il non sapere: allora il non sapere
(cioè l'ignoranza) non è assoluto, ma è relativo,
quindi si sa qualche cosa, e basta che si sappia
qualche cosa perché lo scetticismo sia sconfitto.
Affermo che c'è una assoluta ignoranza, cioè che
nessuno di noi può sapere niente, ma nel fare questa
affermazione sto affermando proprio di sapere
che non si sa niente.
Come si fa a
dimostrare la falsità dell'opinione di un altro?
Il modo più banale è quello di contrapporgli un'altra
opinione, invece il metodo di Socrate e di Platone
è quello di dimostrare lautocontraddittorietà
di ciò che afferma lavversario, perché
se enuncio semplicemente un'altra affermazione mi
metto già dalla sua parte, cioè riconosco implicitamente
che ci sono tante opinioni. Platone smonta la
sofistica non col contrapporre all'errore della
sofistica una sua verità; egli analizza le affermazioni
dei sofisti e mostra che sono autocontraddittorie,
cioè si distruggono da sé: questo è il metodo
giusto per confutare. Ora, appunto, l'affermazione
che c'è una assoluta ignoranza è falsa, perché se
faccio questa affermazione pretendo di sapere.
- Per i sofisti, inoltre, non
si sa niente; di conseguenza, valgono solo le opinioni,
che si equivalgono, e pertanto si può dire che tutti
sanno tutto. Platone fa rilevare questo: che
se pretendo di dire che è vero che tutti sanno
tutto non dovrei neppure fare questa affermazione,
perché dovrebbe essere già nota a tutti, quindi
anche questa affermazione è autocontraddittoria.
Ma, soprattutto, come smonta lo scetticismo, cioè
il primo cardine della sofistica? I sofisti affermano
se vogliamo ridurre il loro pensiero a una
formula che tutto è falso. Ora,
se affermo che tutto è falso, pretenderò
poi che la mia affermazione è falsa, o che essa
non lo è? Se dico che tutto è falso e pretendo
che questa mia affermazione sia vera, sto dicendo
che c'è una verità, quindi non è vero che tutto
è falso; se è vero invece che io voglio sostenere
proprio che tutto è falso, allora è falso
anche quello che sto dicendo, cioè che tutto
è falso, e quindi esiste qualche cosa di vero:
Platone non lascia scampo a Protagora e alla sofistica,
cioè all'affermazione dello scetticismo integrale
che tutto è falso e che bisogna accontentarsi
delle opinioni. Tale posizione è falsa perché ve
lo ripeto in quanto penso sia importante che voi
apprendiate questo tipo di ragionamento se
affermo che tutto è falso la mia affermazione sarà
anch'essa falsa, allora non sarà vero che tutto
è falso, quindi esiste una verità e ci si deve mettere
a cercare la verità: questa è una prima possibilità;
se sostengo invece che tutto è falso tranne la mia
affermazione, di fatto sto sostenendo che almeno
una verità c'è. Quindi in tutti e due i casi,
o che io pretenda che l'affermazione tutto è
falso sia vera, o che io pretenda che sia falsa,
sto pur sempre ammettendo che esiste la verità,
e lo scetticismo risulta infondato.
Lo
stesso tipo di ragionamento Platone fa per il relativismo:
tutto è relativo. Come ha detto Protagora,
"l'uomo è metro di tutte le cose": quello
che appare a me è vero per me, mentre quello che
appare a un altro è vero per lui. L'affermazione
tutto è relativo risponde a uno schema simile
a quello di tutto è falso. Se sostengo che
tutto è relativo è relativo pure il fatto
di affermare che tutto è relativo, ma, se
è relativo che tutto è relativo, c'è qualche
cosa di assoluto. Se invece pretendo che dire che
tutto è relativo è una frase che si riferisce
a tutto tranne quello che sto dicendo io,
quello che sto dicendo pretende di essere assoluto,
quindi riconosco che c'è qualche cosa di assoluto.
Anche il relativismo, l'anticamera del soggettivismo,
è falso perché è autocontraddittorio. Ripeto: se
nella frase tutto è relativo, faccio rientrare
anche la frase stessa, allora la frase stessa è
relativa e si smentisce, se invece pretendo che
tutto è relativo tranne quello che sto affermando,
quello che sto affermando lo considero assoluto,
allora il relativismo è falso come lo scetticismo.
Ed è falso anche il soggettivismo, cioè l'individualismo.
- Infatti,
che cosa implica la teorizzazione di questo terzo
cardine della sofistica, cioè del soggettivismo
o dell'individualismo? Protagora, Gorgia e tutti
i sofisti conversavano di continuo e cercavano di
convincere con le loro argomentazioni, quindi, mentre
sostenevano il soggettivismo, cioè l'individualismo,
facevano però ricorso alla comunicazione, e
quindi ammettevano l'intersoggettività, cioè
pretendevano di convincere e pertanto di poter comunicare.
L'intersoggettività è il contrario del soggettivismo:
il fatto che io sostenga come sofista una teoria
soggettivista e poi pretenda di imporre questa teoria
soggettivista ragionando, discutendo, cercando di
persuadere, significa che sto cercando di avere
la meglio comunicando con gli altri, ma la comunicazione
è possibile solo sulla base dell'intersoggettività.
Quindi proprio nel momento in cui voglio sostenere
la mia tesi soggettivistica e individualistica sto
facendo appello a un elemento sociale, comune, intersoggettivo,
cioè al contrario di quanto voglio sostenere. Mentre
sto negando la socialità e l'intersoggettività le
sto riconoscendo implicitamente proprio perché cerco
di comunicare.
Queste
in breve le argomentazioni contro scetticismo, relativismo
e soggettivismo che vengono addotte nel Protagora
e nel Menone. Voglio far riferimento, per
concludere, al dialogo Gorgia in cui
con una struttura simmetrica in tre parti viene
smantellata la teoria di Gorgia. Si può tentare di
semplificare le argomentazioni platoniche in questo
modo: se dico che l'essere non è conoscibile già
sto dicendo di conoscere qualche cosa dell'essere,
cioè sto affermando di conoscere la sua inconoscibilità,
e se dico che l'essere non è comunicabile sto cercando
di comunicare ciò che non è comunicabile: quindi
anche le frasi centrali di Gorgia nella dottrina del
'non essere' sono autocontraddittorie, perché Gorgia
pretende che non si possa conoscere niente dell'essere,
ma questa è già una conoscenza, e pretende che non
si possa comunicare niente dell'essere, ma con questa
affermazione sta comunicando, quindi è autocontraddittorio.
Soprattutto nella argomentazione centrale del Gorgia
troviamo il rigetto del 'positivismo del potere',
della 'forza normativa del fattuale'. Che cosa vuole
dire? Gorgia ha abolito ogni parametro oggettivo,
ha abolito ogni valore, allora, anche se è di buon
cuore, la testimonianza che la retorica deve essere
usata bene approda di fatto al 'posítivismo del potere',
cioè all'affermazione che non esiste nessun punto
di riferimento esterno agli individui, non esiste
nessun valore come la bontà, la giustizia, la verità,
ecc. Questi valori, che Socrate e Platone riedificheranno
su solide basi logiche, non esistono più, non esistono
punti di riferimento oggettivi: il soggetto diventa
l'unico punto di riferimento. Platone allora dimostra
come Gorgia, se vuole essere conseguente, deve abbandonare
le sue buone intenzioni, deve dire che tutto è centrato
sull'individuo, e se l'individuo non riesce a imporsi
con la persuasione si deve imporre con la forza e,
quindi, quello che vale come norma è la forza dell'individuo:
non ci sono valori, norme, ma la forza diventa normativa.
La forza che si impone è semplicemente la forza fattuale,
quella che esiste, (quella che è posita, posta),
siamo appunto al 'positivismo del potere'.
Ancora
un breve riferimento alla confutazione dell'altro
aspetto dell'individualismo. Vi ho detto che l'individualismo
morale dei sofisti o sfocia nell'edonismo
o nell'utilitarismo, cioè nell'affermazione che la
vita si deve basare sul piacere o sull'utile, e che
appunto la virtù e il bene coincidono col piacere
o con l'utile. Lo smantellamento di questa teoria
sofistica è operata da Platone nel Filebo. In
questo dialogo ci sono due personaggi oltre a Socrate,
Filebo, che dopo poche battute dall'inizio del dialogo
si addormenta, e Protarco. Socrate pone il problema:
la vita deve essere orientata in base al piacerecioè
a qualche cosa di individualeo deve essere orientata
in base al pensiero, alla ragione, che è qualche cosa
di comune a tutti, di universale? Protarco, come discepolo
dei sofisti, sostiene che la vita deve essere orientata
sul piacere, ma sarà costretto ad ammettere che il
piacere non è comprensibile senza uno sforzo di ragione
e quindi non è qualche cosa di indipendente, in quanto
è sottoposto alla ragione, e pertanto la ragione è
superiore al piacere.
"Dunque,
esaminiamo e giudichiamo la vita di piacere e la vita
di pensiero guardandole separatamente? chiede
SocratePoniamo che non vi sia pensiero nella
vita del piacere, né piacere nella vita del pensiero,
infatti se pure l'uno o l'altro dei due è il bene,
bisogna che non abbia più bisogno proprio di nulla
[se il piacere deve essere la guida principale
della vita, non deve avere bisogno di niente altro,
e così a sua volta il pensiero, cioè dobbiamo indagare
se sono veramente autonomi, se possono avere forza
di per se stessi] se invece l'uno o l'altro ci
apparisse bisognoso di qualcosa non è più possibile
comunque che questo sia realmente il bene per noi
[cioè, se il piacere non fosse capace di dare
autonomamente un indirizzo non potremo prenderlo come
guida]". Socrate: "Orbene vuoi che cerchiamo
di metterli alla prova su di te? Dunque rispondi:
accetteresti tu, Protarco, di vivere tutta la tua
vita nel godimento dei piaceri più grandi? Penseresti
di avere bisogno ancora di qualcosa se possedessi
ciò integralmente?". Protarco: "Nient'affatto!".
Socrate: "Guarda bene: forse del pensare,
dell'usare dell'intelligenza, del calcolare le cose
necessarie e di tutte quante le cose a queste sorelle,
tu non avresti bisogno almeno un po'?". Protrarco:
"E perché? Con il godimento avrei, in un certo
qual modo, tutto". Socrate: "Se dunque
tu vivessi così sempre, potresti godere per tutta
la vita dei piaceri più grandi?". Protarco:
"Perché no?". Socrate: " Ma
senza possedere né intelligenza, né memoria, né scienza,
né opinione vera non avverrebbe necessariamente che
tu ignori innanzitutto proprio questo, se godi o non
godi, tu che saresti vuoto di ogni pensiero?".
In altri termini, se il piacere esistesse da solo,
come tu sostieni, come faresti a percepire il piacere
stesso e a fare un calcolo dei piaceri maggiori o
minori, ad avere una traccia di memoria dei piaceri,
e a essere consapevole se stai provando piacere o
no? Quindi Protarco deve rispondere: "Necessariamente".
Socrate:
"E
certo, parimenti, se non possedessi una memoria, seguirebbe
necessariamente che non ti ricorderesti neppure che
una volta godevi; che non rimarrebbe neppur un qualsiasi
ricordo del piacere che ti accade di provare nel presente;
che poi, non possedendo una opinione vera, non potresti
ritenere di godere mentre godi, e che, essendo privo
di capacità di calcolo, non potresti neppure calcolare
che godrai nel futuro, che infine tu viva non una
vita da uomo, ma quella di un polmone marino [una
medusa] o degli animali marini dal corpo racchiuso
in una conchiglia [cioè saresti come un vegetale,
a meno che tu non voglia ammettere che percepisci
il piacere, che lo sai programmare per il futuro,
ne segui una traccia di memoria, ecc.; il piacere
è dunque collegato col pensiero, quindi non è autonomo].
È così? Oppure possiamo pensare in qualche altro
modo contrario a queste affermazioni?" Protarco:
"E come ?". Socrate: "Potremmo
noi dunque scegliere una vita di questo genere?"
Protarco: "Questo ragionamento, Socrate,
mi ha messo per ora in una totale impossibilità di
parlare".
Una
teoria del piacere come quella sofistica contraddice
dunque se stessa perché deve ammettere un calcolo
dei piaceri, e questo calcolo viene fatto razionalmente:
chiunque, tranne appunto un essere bruto, cerca di
calcolare i piaceri, per esempio per evitare di avere
dolori maggiori in conseguenza di un piacere. Va inoltre
rilevato che, se voglio teorizzare, come fanno i sofisti,
la superiorità del piacere, questa teorizzazione verrà
svolta in base a un ragionamento, e ciò implica: primo,
che il piacere non è indipendente dalla ragione;
secondo, che se sto formulando una teoria edonistica
sto usando la ragione come fonte di argomentazione,
e quindi sto riconoscendo la superiorità della ragione.
La teoria della superiorità del piacere è contraddittoria,
e deve dare spazio alla ragione. Protarco come sostenitore
del piacere, dell'individualismo, viene sconfitto,
perché testimonia che il piacere, come calcolo dei
piaceri, come memoria dei piaceri, come percezione
e consapevolezza dei piaceri, non è scisso dalla ragione,
dal pensiero; come teoria del piacere è una teoria,
e quindi è una argomentazione della superiorità del
piacere, che deve però riconoscere implicitamente
la sovranità della ragione. Perché questo dialogo
in cui parla solo Protarco con Socrate si intitola
Filebo? Filebo si addormenta all'inizio del
dialogo. Che cosa vuol dire ? Che si concede al piacere
immediato, è l'edonista più coerente: in quel momento
è stanco, e segue la via dell'istinto addormentandosi,
ma addormentandosi lascia il campo ai suoi antagonisti,
quindi il piacere, se si manitesta in maniera immediata,
come ricerca pratica del piacere, cede alle argomentazioni
e alla ragione. Filebo si addormenta, non può argomentare
niente, rimane ottuso in una vita vegetaleil
polmone marino, la medusa, la conchiglia. Se invece
il sofista che vuole sostenere il principio della
sovranità del piacere si mette ad argomentare, allora
cade in contraddizione con se stesso, perché argomentando
fa ricorso alla ragione, al pensiero e riconosce implicitamente
la loro superiorità sul piacere. La teoria edonistica
dei sofisti è sconfitta in ogni caso.
Mi
è parso utile riportare queste argomentazioni platoniche
perché penso sia utile che le conosciate e adoperiate
perché servono anche oggi per contrastare le tendenze
di carattere soggettivistico. Vedremo nella prossima
lezione come Socrate, a partire dall'estremo soggettivismo
dei sofisti, usando proprio l'arma della loro capacità
dialettica, riesca ad avviare il discorso di una fondazione
oggettiva, universale dei valori, che sarà poi completata
da Platone nella sua Repubblica.
|