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La posizione storica di Socrate
1.
Socrate e l'Illuminismo greco.
Per
comprendere adeguatamente la figura di Socrate è indispensabile
centrarne l'esatta collocazione storica e filosofica.
La storiografia tradizionale, seguendo Platone e facendo
di Socrate l'anti-sofista per antonomasia, si è preclusa
l'esatto coglimento delle matrici originarie
del suo pensiero, che pur pervenendo ad esiti diversi
e talora opposti a quelli dei Sofisti, affonda le
sue radici nel mondo culturale di quell'Illuminismo
greco cui i Sofisti sono i maggiori rappresentanti.
Infatti
Socrate è legato alla Sofistica da una rete
complessa di rapporti, che sono fondamentalmente i
seguenti:
1)
lattenzione per l'uomo e il disinteresse per
le indagini intorno al cosmo;
2)
la tendenza a cercare nell'uomo e non fuori
dell'uomo i criteri del pensiero e dell'azione;
3)
latteggiamento spregiudicato e la mentalità
razionalistica, anticonformistica ed antitradizionalistica,
portata a mettere tutto in discussione e a non accettare
nulla se non attraverso il vaglio critico e la discussione;
4)
linclinazione verso la dialettica e il paradosso.
Ciò
che lo allontana dai Sofisti a parte le
manifestazioni esteriori e la volontà di non fare
della cultura una "professione" è
invece:
1)
un più sofferto amore della verità e il rifiuto di
ridurre la filosofia a retorica o a esibizionismo
verbale fine a se stesso;
2)
il tentativo di andare oltre lo sterile relativismo
conoscitivo e morale in cui si era avviluppata la
sofistica post-protagorea. Come già in Protagora,
ma in modo più accentuato ed in radicale contrapposizione
a Gorgia e agli eristi, in Socrate, come vedremo,
vi è infatti l'esigenza di far "partorire"
agli uomini delle verità comuni, che, al di
là dei loro soggettivi punti di vista, possano intellettualmente
avvicinarli fra di loro, senza, con ciò, uscire fuori
dall'orizzonte dell'umano.
2.
Socrate, i Sofisti e Platone.
Tutto
questo vuol dire che Socrate è indissolubilmente
figlio ed avversario della Sofistica e come tale
deve essere studiato. Infatti, accentuare troppo il
distacco di Socrate dai Sofisti significa perdere
le radici ambientali e mentali del suo pensiero, così
come sottolineare troppo il legame di Socrate
con i Sofisti significherebbe smarrirne l'originalità.
Questo schema interpretativo, che verrà approfondito
nelle pagine seguenti, consente di pensare in modo
più adeguato anche il rapporto Socrate-Platone, perché
pur permettendo di intendere ciò che avvicina Socrate
a Platone (=lesigenza di un superamento del
relativismo sofistico) consente al tempo stesso di
evidenziare bene ciò che lo distanzia dal suo grande
discepolo (=l'umanismo) evitando nel contempo di ridurre
Socrate a Platone.
In
sintesi, fissare in maniera precisa il rapporto triangolare
Sofisti-Socrate-Platone, cogliendo ciò che lo connette
ai Sofisti e lo differenzia da essi e ciò che lo accomuna
a Platone e nello stesso tempo lo distanzia ancora
da lui, non è solo la via indispensabile per capire
il "caso" Socrate in tutta la sua peculiarità,
ma è anche il modo per storicizzarne veramente la
figura e l'opera.
3.
La filosofia come ricerca e dialogo sui problemi dell'uomo.
Sembra
quasi certo che Socrate, in un primo periodo della
sua vita, abbia seguito con interesse le ricerche
degli ultimi naturalisti, in particolare di quelli
della scuola di Anassagora. Nel Fedone platonico
si legge ad esempio: "Io, quando ero giovane...
fui preso da una vera passione per quella scienza
che chiamano indagine della natura. E veramente mi
pareva scienza altissima codesta, conoscere le cause
di ciascuna cosa, e perché ogni cosa si genera e perisce
ed è" (96a). Tuttavia, deluso da tali indagini,
si convinse ben presto, anche sotto evidenti suggestioni
sofistiche, che alla mente umana sfuggono inevitabilmente
i perché ultimi delle cose e che ad essa non è dato
di conoscere con certezza l'Essere e i princìpi del
mondo. Per cui, come scrive significativamente Senofonte
a questo proposito: "circa la natura del Tutto
[Socrate] non disputava sì come disputano moltissimi
altri, né indagando quale sia la struttura di quello
che i sapienti chiamano cosmo, né per quali necessarie
cause si formi ciascuna delle cose celesti in particolare;
riteneva anzi folli coloro che di tali cose si davano
pensiero... Si meravigliava poi come a costoro non
fosse chiaro che non è possibile agli uomini trovare
queste cose, tanto più che coloro i quali più degli
altri hanno l'alterigia di parlarne, non hanno la
stessa opinione, anzi stanno fra di loro come furiosi...
personalmente, invece, discuteva solo delle cose umane"
(Memorabili, I, 1, 11-16).
Perciò,
abbandonati gli studi cosmologici, Socrate cominciò
ad intendere la filosofia come un'indagine in cui
l'uomo, facendosi problema a se medesimo, tenta,
con la ragione, di chiarire sé a se stesso, rintracciando
il significato profondo del suo esser-uomo:
"Di
tutte le ricerche la più bella è proprio questa: indagare
quale debba essere l'uomo, cosa l'uomo debba fare..."
(Gorgia 488 a).
Per
questo, Socrate fece suo il motto dell'oracolo delfico
Conosci te stesso, vedendo in esso la motivazione
ultima del filosofare e la missione stessa del filosofo.
E poiché, secondo Socrate, non si è uomini se non
fra uomini, in quanto ciò che ci costituisce come
tali è proprio il rapporto con gli altri, la
sua filosofia assunse i caratteri di un dialogo interpersonale,
in cui ognuno, con-filosofando con il prossimo, affronta
e discute le questioni relative alla propria umanità.
E in questo colloquio incessante, in questa ricerca
senza fine, Socrate ha posto il valore stesso dell'esistenza,
convinto, come si dice nella platonica Apologia
di Socrate, che "una vita senza esame non
è degna di essere vissuta" (38a).
I
momenti del dialogo socratico.
1.
Il non-sapere.
Per
Socrate la prima condizione della ricerca e del dialogo
filosofico è la coscienza della propria ignoranza.
Quando Socrate conobbe la risposta dell'oracolo di
Delfi, che lo proclamava il più sapiente fra gli uomini,
interpretò il responso divino come se esso avesse
voluto dire che sapiente è soltanto chi sa di non
sapere. Per comprendere questa celebre affermazione
socraticainterpretata troppo spesso in modo
astratto e genericoè indispensabile connetterla
al clima sofistico e scomporla nei suoi vari significati.
In essa vi è innanzitutto un'eco dell'agnosticismo
metafisico di un Protagora o di un Gorgia ed una sottintesa
polemica contro i filosofi della natura. Sostenere
che vero sapiente è unicamente chi sa di non sapere
è anche un modo polemico per dire che genuino filosofo
è soltanto colui che ha compreso che intorno alle
cause e alle strutture del Tutto non si può dire
nulla con sicurezza. Questa importante rilevazione
non equivale tuttavia ad una interpretazione di Socrate
in chiave "scettica". Agnostico per quanto
riguarda le questioni cosmologiche ed ontologiche
(poiché su realtà del genere "unicamente sapiente
è il Dio"), Socrate non lo è al trettanto sui
problemi etico-esistenziali, per cui, se riferita
all'uomo, la formula socratica assume il significato
di una denuncia polemica di tutta quella categoria
di individui politici o sacerdoti, poeti o generaliche
pretendono di saperla lunga sull'uomo, credendosi
dogmaticamente in possesso di salde certezze sulla
vita. Essa non esclude tuttavia la possibilità di
una ricerca sull'uomo, anzi la incoraggia, costituendosi
come sua condizione preliminare, poiché solo chi sa
di non sapere cerca di sapere, mentre chi si
crede già in possesso della verità non sente l'impellente
bisogno interiore di cercarla. Di conseguenza, la
tesi socratica del non sapere non si identifica con
una professione di scetticismo, poiché se da un
lato funge da richiamo ai limiti della ricerca,
che non può spingersi sino alle supreme realtà di
natura metafisica, dall'altro lato funziona come un
invito o uno stimolo ad indagare, entro i limiti
dell'esperienza, i problemi fondamentali dell'uomo.
In altre parole, la coscienza socratica del non-sapere
non conduce ad un soffocamento della ricerca, in quanto
essa, nelle sue valenze tipicamente socratiche, si
configura piuttosto come un salubre monito o una fruttuosa
scintilla, capace di accendere il grande dialogo interumano
della filosofia.
2.
L'ironia.
Di
conseguenza, nell'esame cui Socrate sottopone gli
altri, coinvolgendo anche se stesso, la sua prima
preoccupazione è di renderli consapevoli della loro
ignoranza. A tale scopo egli si avvale dell'ironia
(eironéia = dissimulazione). L'ironia socratica
è il gioco di parole o il variopinto teatro di "finzioni"
attraverso cui il filosofo, denudando le coscienze
soddisfatte delle loro formule cristallizzate e delle
loro pseudo-certezze, giunge a mostrare il sostanziale
non-sapere in cui si trovano. L'ironia è dunque il
metodo usato da Socrate per svelare all'uomo la sua
ignoranza e per gettarlo nel dubbio e nell'inquietudine,
impegnandolo nella ricerca. Facendo ironicamente finta
di non sapere, Socrate chiede al suo interlocutore,
per lo più illustre e celebrato "maestro"
di qualche arte, di renderlo edotto circa il settore
di cui egli è competente. Dopo una teatrale adulazione
del sapere del personaggio, Socrate comincia a martellarlo
di domande e ad avvolgerlo in una rete di quesiti.
Utilizzando l'arma del dubbio ("io, più di chiunque
altro dubbioso, faccio sì che anche gli altri siano
dubbiosi", dice Socrate nel Menone platonico,
80 d) e manovrando l'abile tecnica della confutazione
delle deboli ed avventate risposte ottenute, Socrate
giunge a mostrare alla persona che gli sta di fronte
l'inconsistenza delle sue persuasioni, provocando
in lui vergogna e stizza. Con questo "irritante"
gioco di finzioni programmaticamente messo in atto
da Socrate per distruggere la presunzione del
sapere, il filosofo può dunque raggiungere il suo
scopo principale: invogliare alla ricerca del vero.
Come tale, l'ironia è una specie di "nobile sofistica",
che tende alla purificazione e alla liberazione della
mente dalle malfondate convinzioni del vivere quotidiano,
e che funge da "torpedine marina" capace
di scuotere l'uomo dal suo torpore intellettuale,
comunicandogli il dubbio e la sete di convinzioni
autentiche.
3.
La maieutica.
Tutto
ciò non significa che Socrate, simile ad un saggio
orientale, dopo aver fatto il vuoto nella mente del
discepolo, si proponga di riempirla immediatamente
con una sua verità, quasi lo scopo dell'ironia
socratica fosse una sorta di "lavaggio del cervello"
operato da qualcuno interessato ad imporre dal di
fuori un determinato sistema di idee. Infatti Socrate
non vuole comunicare dall'esterno una propria dottrina,
ma soltanto stimolare l'ascoltatore a ricercarne dall'interno
una sua propria. Da ciò la celebre maieutica o
arte di far partorire di cui parla Platone, dicendo
che Socrate aveva ereditato da sua madre la professione
di ostetrico. Come costei, essendo levatrice, aiutava
le donne a partorire i bambini, così Socrate, ostetrico
di anime, aiuta gli intelletti a partorire il loro
genuino punto di vista sulle cose.
"La
mia arte di maieutico proclama Socrate nel
Teeteto platonico in tutto è simile
a quella delle levatrici, ma ne differisce in questo,
che essa aiuta a far partorire uomini e non donne
e provvede alle anime generanti e non ai corpi. Non
solo, ma il significato più grande di questa mia arte
è ch'io riesco, mediante di essa, a discernere, con
la maggior sicurezza, se la mente del giovane partorisce
fantasticheria e menzogna, oppure cosa vitale e vera.
E proprio questo io ho in comune colle levatrici:
anche io sono sterile, sterile in sapienza; e il rimprovero
che già molti mi hanno fatto che io interrogo gli
altri, ma non manifesto mai, su nulla, il mio pensiero,
è verissimo rimprovero. Io stesso, dunque, non sono
affatto sapiente né si è generata in me alcuna scoperta
che sia frutto dell'anima mia. Quelli, invece, che
entrano in relazione con me, anche se da principio
alcuni d'essi si rivelano assolutamente ignoranti,
tutti, poi, seguitando a vivere in intima relazione
con me, purché il dio lo permetta loro, meravigliosamente
progrediscono, com'essi stessi e gli altri ritengono.
Ed è chiaro che da me non hanno mai appreso nulla,
ma che essi, da sé, molte e belle cose hanno trovato
e generato" (151 d).
In
queste parole del Socrate ironico e maieutico, dalle
quali scaturisce il concetto della verità come conquista
personale e della filosofia come avventura
della mente di ciascuno, si è anche visto uno dei
principi fondamentali della pedagogia: la vera educazione
è sempre auto-educazione, ossia un processo
in cui il discepolo, grazie all'opera del maestro,
viene aiutato a maturare autonomamente dal proprio
interno.
4.
Socrate e le "definizioni".
4.1
I1 " concetto".
Ma
che cosa faceva "partorire", Socrate, ai
propri interlocutori? Su questo punto è soprattutto
Platone a rispondere, presentando il filosofo impegnato
a far generare delle "definizioni".
Nella
movimentata struttura "a spirale" del dialogo
socratico, fatto di domande, risposte, obiezioni,
nuove domande, nuove risposte, nuove obiezioni, ecc.,
il punto focale e la molla dell'intero processo è
l'interrogativo definitorio simboleggiato dal tì
èsti (= che cos'è?), ossia la richiesta di una
definizione precisa di ciò di cui si sta parlando.
Come scrive infatti Senofonte, "Egli discorreva
sempre di cose umane esaminando che cosa è santità,
che cosa empietà, che cosa bellezza, che cosa turpitudine,
che cosa giustizia, che cosa ingiustizia, che cosa
saggezza, che cosa pazzia, che cosa coraggio, che
cosa viltà, che cosa Stato, che cosa politica, che
cosa governo, che cosa uomo di governo, e simile cose"
(Memorabili, I, 1, 11-16).
A
tali domande, ad esempio all'interrogativo "che
cos'è la virtù?", l'interlocutore risponde di
solito mediante un catalogo di casi virtuosi:
virtuoso è chi onora le leggi, virtuoso è chi rispetta
i genitori, ecc. Ma Socrate non si accontenta di questa
sterile elencazione, perché a lui non interessano
esempi di virtù, ma la definizione della
virtù in se stessa. Nel Menone platonico,
Socrate afferma: "Anche se le virtù sono molte
e diverse, è in tutte un'identica specie ideale per
cui sono virtù; è appunto affidandosi in questa specie
ideale, che uno ha la possibilità, rispondendo a chi
lo interroghi, di chiarire bene la questione sul che
cosa sia la virtù" (72 c).
Ai
lunghi discorsi ammaliatori dei Sofisti (le cosiddette
"macrologie"), Socrate contrappone dunque
i discorsi brevi (le cosiddette "brachilogie"),
fatti di battute corte e veloci, volte ad obbligare
l'avversario a risposte precise. Ovviamente, questa
dialettica stringente demolisce l'antagonista, che
sotto i colpi della favella di Socrate scopre la vacuità
e superficialità delle proprie convinzioni e si dispone
ad una più sentita ricerca. La domanda "che cos'è?"di
cui si nutre e in cui si concretizza l'ironiarivela
dunque un duplice volto: uno negativo, indirizzato
a mettere in crisi il dialogante e a spogliarlo delle
formule acriticamente accettate; laltro positivo,
teso a condurlo verso una definizione soddisfacente
dell'argomento trattato, su cui possa esserci un accordo
linguistico e concettuale fra le menti.
A
questo punto siamo in grado di comprendere in che
senso Aristotele, con una testimonianza che ha fatto
testo nella storiografia tradizionale, attribuisca
a Socrate la scoperta del "concetto", ossia
della conoscenza universale. "Due coseegli
dice si possono a buon diritto attribuire a
Socrate: i ragionamenti induttivi e la definizione
dell'universale; e tutte e due riguardano il principio
della scienza" (Met., XIII, 4, 1078 b).
II ragionamento induttivo è quello che dall'esame
di un certo numero di casi o di affermazioni particolari
risale ad un'affermazione generale o universale che
esprime il concetto, cioè la definizione della cosa.
Ad esempio, dopo aver visto che giusto è chi segue
questa o quella legge, si può risalire al concetto
secondo cui la giustizia è il rispetto per le leggi.
Quello
di Aristoteleche sembra copiare Senofonte, che
a sua volta sembra copiare Platoneè dunque un
altro modo per dire che Socrate, secondo la tesi platonica,
avrebbe scoperto l'esigenza della definizione. Parecchi
autori contemporanei hanno messo in discussione la
validità della testimonianza aristotelica, affermando
che essa sarebbe un tentativo di "aristotelizzare"
Socrate, condotta sulla falsariga del tentativo platonico
di "platonizzare" Socrate. In realtà, è
molto difficile che Platone abbia "stravolto"
questo punto essenziale di Socrate, senza di cui Socrate
non sarebbe più il Socrate che tradizionalmente conosciamo
e senza di cui egli non si differenzierebbe sostanzialmente
dai Sofisti, cessando di essere il maestro di Platone
per divenire soltanto più l'allievo dei Sofisti. Certo
Platone, come in seguito Aristotele, ha sottolineato,
accentuato e sviluppato l'idea di una scienza definitoria
e universale, ma egli ci ha pure fatto comprendere
come Socrate, pur avendo formalmente prospettato
l'esigenza di un sapere definitorio, non si
è tuttavia contenutisticamente impegnato in
essa, sforzandosi di tradurlo in realtà. Tant'è
vero che molti dei platonici "dialoghi socratici"
non concludono e fissano l'immagine di un Socrate
fedele alla propria missione di pungolatore di anime,
più che di possessore di una determinata conoscenza.
4.2.
Il "concetto" e il relativismo sofistico.
Tutto
ciò permette di intendere in modo chiaro anche il
rapporto generale fra Socrate e i Sofisti e Socrate
e Platone. Contro i Sofisti, e il caos verbale e concettuale
degli eristi, Socrate ha sentito il bisogno di portare
un po' d'ordine nel discorso interpersonale, prospettando
la necessità di una precisazione, anche linguistica,
dei concetti, in grado di permettere agli uomini di
intendersi meglio fra di loro e di trovare un punto
d'accordo capace di superare criticamente la molteplicità
dissonante delle loro opinioni.
In
tal modo, con Socrate comincia a delinearsi quella
reazione al relativismo linguìstico, conoscitivo e
morale della peggior Sofistica, che Platone porterà
avanti per proprio conto. Tuttavia, Socrate, a
differenza di Platone e di Aristotele, non ha costruito
una "scienza delle definizioni" o elaborato
un "concetto del concetto", e tanto meno
ha inteso la definizione come una forma di sapere
assoluto, capace di rispecchiare entità metafisiche
"eterne" (quelle che Platone chiamerà "idee"
e Aristotele "forme"), in quanto per lui
le definizioni e il concetto sono rimasti allo stato
esigenziale.
Su
questo punto decisivo della storiografia socratica,
in cui ne va dell'interpretazione globale del
filosofo, abbiamo dunque la massima concretizzazione
del fatto che l'unico modo per centrare storicamente
Socrate è di cogliere i complessi e sottili rapporti
che lo uniscono e nello stesso tempo lo distanziano
nettamente dai Sofisti e da Platone.
La
morale di Socrate.
1.
La virtù come ricerca.
Anche
l'etica socratica, presentata talora come una sorta
di "miracolo spirituale" rispetto al proprio
tempo e ai Sofisti, affonda le sue radici nel tessuto
culturale dell'Atene del V secolo a.C., pur giungendo
ad esiti nuovi ed originali. La tesi-chiave della
morale di Socrate è la virtù come ricerca e scienza.
Per virtù (aretè) i Greci intendevano, in generale,
il modo di essere ottimale di qualcosa (ad esempio
la virtù del ghepardo è la velocità, come quella del
leone è la forza). Riferito alla persona, il concetto
di virtù indica la maniera ottimale di esser uomo
e quindi il modo migliore di comportarsi nella vita.
Tradizionalmente, la virtù veniva considerata come
qualcosa di dato, ossia di garantito dalla nascita
o dagli dèi.
Invece
i Sofisti e questa è una delle maggiori novità
del loro pensiero avevano sostenuto che la virtù
non è un dono che si possieda per natura o per divina
elargizione, ma un valore e un fine che devono essere
umanamente cercati e conquistati con sforzo ed impegno.
Come tale, essa dipende dall'educazione, in quanto
virtuosi non si nasce, ma si diventa, attraverso
la paideia o cultura. Socrate, che si colloca in questo
universo mentale, sostiene anch'egli, in primo luogo,
che la virtù non è un dono gratuito, ma una faticosa
conquista, in quanto l'esser-uomini è il frutto di
un'arte che è la più difficile e la più importante
di tutte.
2.
La virtù come scienza.
In
secondo luogo, Socrate ritiene che la virtùglobalmente
intesa come arte del ben vivere e del ben comportarsiè
sempre una forma di sapere, ossia un prodotto della
mente. Come i naturalisti avevano cercato di sottoporre
la mutevole vicenda dell'universo ad una legge di
ragione (ad es. il Logos di cui parlava Eraclito),
così Socrate, condividendo lo spirito essenziale dell'Illuminismo
greco del v secolo a.C., tenta di sottoporre la vita
al dominio dell'intelletto. Infatti, dal punto di
vista socratico, per essere uomini nel modo migliore
è indispensabile riflettere, cercare e ragionare:
in una parola e indispensabile far filosofia nel senso
più vasto del termine, ossia riflettere criticamente
sull'esistenza. Tanto più che secondo Socrate non
esistono il Bene e la Giustizia come entità metafisiche
già costituite e quali metri cui commisurare le nostre
azioni, poiché il bene e il giusto sono valori umani
che scaturiscono di volta in volta dal nostro lucido
ragionare, in quanto sul piano etico "ciò che
vale è prendere coscienza di sé, non agire perché
così sta scritto o perché questo è il vero, ma volta
a volta discendere agli inferi della propria coscienza,
dialogare con sé (e con altri): sarà, appunto, da
questo dibattito interiore, da questo stesso dialogo,
da questo ragionare che, volta a volta, scaturisce
il bene, ciò che è da fare... E si badi che non si
tratta del Bene, che di quello nessuno sa niente,
ma di un bene concreto, cioè di un bene che diviene
tale di volta in volta, ma che domani può essere non
bene. In altri termini, il sapere di cui parla Socrate
è, attraverso il ragionare cui accennavamo, sapere
quando è bene fare questa o quella azione, che diviene
buona in quanto so che, ora, è bene farla. E lo stesso
sapere non è un sapere che è già, che si può apprendere
nei libri o dai maestri, ma è un sapere che scaturisce
da quel ragionare, da quel rendersi consapevoli ragionando,
dalla consapevolezza di se stessi. E l'aver coscienza
di sé, conoscere sé è ad un tempo conoscenza dei propri
limiti e, dunque, delle proprie possibilità".
La vita come avventura disciplinata dalla ragione:
ecco il senso profondo del rationalismo morale di
Socrate e della sua affermazione della virtù come
scienza.
3.
Unicità e insegnabilità della virtù.
Intesa
come sapere razionale, la virtù socratica, analogamente
alla virtù politica di cui parlava Protagora, può
essere insegnata e comunicata a tutti e deve costituire
un patrimonio di ogni uomo. Infatti, secondo Socrate,
non basta che ciascuno sappia il proprio mestiere
e sia esperto in una delle tecniche particolari, anche
se ciò risulta indispensabile, poiché bisogna che
ciascuno impari bene anche il mestiere di vivere,
ossia la scienza del bene e del male: "II possesso
delle altre scienzesta scritto nell'Alcibiade
II platonicose non si possiede anche la scienza
del bene, rischia di essere raramente utile, anzi
il più delle volte è un vero e proprio danno... Chi...
possegga anche la scienza del benela quale,
infine, coincide con quella dell'utile ... ebbene,
un simile uomo lo chiameremo assennato, capace di
consigliare la Città e se stesso" (144 d e sgg.).
Da
questa concezione della virtù, da cui emerge come
esser uomini ed essere filosofi, in senso lato, siano
la stessa cosa, Socrate trae talune conclusioni di
fòndo. Innanzitutto la virtù è unica, in quanto ciò
che gli uomini chiamano le virtù (giustizia, coraggio,
prudenza ecc.) sono nient'altro che modi di essere
al plurale di quell'unica "virtù" al singolare
che è la scienza del bene, prescindendo dalla quale
le virtù particolari cesserebbero di esistere, poiché
comportarsi da giusti e da coraggiosi, ad esempio,
significa sapere quando e come è bene esserlo.
.4.
Virtù, felicità e politicità.
In
secondo luogo, Socrate, analogamente a Democrito,
tende a far coincidere il campo delle virtù propriamente
umane con i valori dell'interiorità e della ragione,
cioè con quella sfera che Platone, dando probabilmente
una valenza più marcatamente religiosa al discorso
socratico, chiamerà "anima". Come scrivono
Reale-Antiseri, Socrate "opera una rivoluzione
della tradizionale tavola dei valori", poiché
"i valori veri non sono quelli legati alle cose
esteriori, come la ricchezza, la potenza, la fama
e nemmeno quelli legati al corpo, come la vita, la
vigoria, la salute fisica e la bellezza, ma solamente
i valori dell'anima, che si assommano tutti quanti
nella conoscenza". Questa tendenza socratica
ad esaltare i valori dell'interiorità e del sapere
in antitesi ai valori mondani dell'esteriorità non
autorizza tuttavia un'interpretazione "ascetica"
del suo messaggio etico, secondo quella certa immagine
tradizionale di un Socrate "moralista" che,
a detta di Nietzsche, avrebbe "ucciso" listinto
e la gioia di vivere, con tutti i valori che li incarnavano
(salute, bellezza ecc.). Infatti, Socrate, esplicitando
il proprio legame con la migliore cultura sofistica,
ritiene che la morale non sia un fanatico esercizio
di automortificazione (come intenderanno i Cinici,
e, più tardi, gli Stoici), bensì un modo di essere
che mira alla "utilità" e alla "felicità"
della vita.
La
virtù socratica non è una negazione ascetica dell'esistenza,
ma un suo potenziamento tramite la ragione, ossia
un calcolo intelligente finalizzato a rendere migliore
e più felice la nostra vita. Tant'è vero che, dal
punto di vista socratico, solo il virtuoso, che segue
i dettami della ragione, è "felice", mentre
il non-virtuoso, non ragionando a sufficienza sulla
vita, si abbandona ad istinti (ad es. quelli della
violenza e dell'intemperanza), che alla lunga lo rendono
infelice. Di conseguenza, Socrate non ha voluto "uccidere
la vita" secondo l'accusa di Nietzsche
che vede in lui uno dei padri della decadenza occidentale
perché di fronte al caos degli istinti egli ha semplicemente
voluto proporre all'uomo l'ordine della ragione. Per
questo, Socrate non intende abolire i valori vitali
del benessere, del vigore ecc., ma semplicemente sottoporli
alla disciplina della ragione, convinto che questi
beni "se non diretti dall'ignoranza, si rivelano
mali maggiori dei loro contrari, perché più capaci
di servire ad una cattiva direzione; se, invece, sono
governati dal giudizio e dalla scienza o conoscenza,
sono beni maggiori".
In
terzo luogo, la virtù di cui parla Socrate tende a
risolversi nella politicità poiché l'arte del saper
vivere, essendo l'uomo un essere sociale, si identifica
e concretizza nell'arte del saper vivere con gli altri.
Ovviamente, una politica così intesa non è una tecnica
di dominio del prossimo, come la intendevano Gorgia
e taluni Sofisti-politici, bensì quel ragionare-insieme
sulle cose della Città da cui deve scaturire il bene
comune (questo punto, già abbozzato in Protagora,
sarà svolto e approfondito da Platone).
5.
I "paradossi" dell'etica socratica.
Dalla
teoria della virtù come scienza Socrate deriva i paradossi,
rimasti celebri nella storia del pensiero morale,
secondo cui "nessuno pecca volontariamente"
e "chi fa il male, lo fa per ignoranza del bene".
Con queste tesi, Socrate ha inteso dire che nessuno
fa il male volontariamente in quanto nessuno lo compie
scientemente, ossia sapendo veramente di farlo, poiché
chi opera il male è semplicemente un individuo che
ignora quale sia il vero bene. Infatti chi agisce
fa sempre ciò che per lui è bene. Di conseguenza,
se scambia ad esempio un vizio o un'intemperanza per
un bene, ciò è dovuto alla sua ignoranza, che non
sa cogliere, al di là di un'apparenza momentanea di
piacere, la futura realtà di patimento. Un altro paradosso
del socratismo, almeno nei confronti della mentalità
greca contemporanea, è la massima secondo cui è preferibile
subire il male che commetterlo. Questo principio,
che è sembrato di sapore pre-cristiano, si connette
in realtà al "Vangelo laico" di Socrate,
basato sulla convinzione che solo la virtù e la giustizia
rendono l'uomo felice, mentre l'immoralità e l'ingiustizia
gli portano solo, alla lunga, bruttura e infelicità.
6.
La discussione critica sulla morale di Socrate le
accuse di "intellettualismo", "formalismo"
e "relativismo".
II
razionalismo morale di Socrate, poggiando sulle equazioni
virtù = sapienza e vizio = ignoranza, è stata accusato,
attraverso i secoli, di sopravvalutare troppo
la funzione dell'intelletto nel comportamento umano,
dimenticando la presenza della volontà e la forza
della parte istintiva-affettiva della nostra psiche.
Infatti la tesi socratica sembra smentire quel dato
di esperienza per cui talora si sa lucidamente qual
è il bene, ma poi si agisce male. Di conseguenza,
dai filosofi cristiani agli odierni psicanalisti,
Socrate è stato ripetutamente tacciato di "intellettualismo
etico", poiché egli, non distinguendo fra intelletto
e volontà o non dando sufficiente importanza ai fattori
emotivi avrebbe esagerato la potenza della ragione.
Qualche studioso ha tentato di scagionare Socrate
da questa accusa dicendo che chi è veramente "persuaso"
circa un bene lo vuole e lo ama anche, e quindi
finisce per metterlo in pratica, per cui, se ciò non
accade, vuol dire che la sua convinzione è troppo
superficiale e non è divenuta, come suol dirsi, "nutrimento
di vita".
Un'altra
imputazione che si è rivolta a Socrate è quella di
"formalismo etico", in quanto egli non definirebbe
in concreto la virtù, limitandosi a dire che
la virtù coincide con la scienza e la scienza con
la virtù, senza specificare quale sia il comportamento
effettivo che ogni uomo deve seguire. Qualcuno
ha risposto che questa accusa non regge, anzi rivela
un sostanziale fraintendimento di Socrate, il quale,
come si è già accennato, volle programmaticamente
limitarsi ad offrire all'uomo lo schema generale
del ben comportarsiconsistente nel precetto
di agire secondo ragionesenza pretendere di
stabilire una volta per tutte quale sia il bene concreto,
che, come aveva già lasciato intendere Protagora,
sta all'individuo e alle comunità decidere liberamente
di volta in volta, sulla base di un calcolo razionale
maturato a contatto dell'esperienza. "L'uomo
serio, che agisce e pensa seriamente non ha una volta
per tutte in tasca la formula che gli dice come deve
comportarsi, non sa, ogni volta, cosa sia il bene
o la virtù... Questo il razionalismo morale di Socrate,
che non è affatto intellettualismo etico, ma un invito
sempre a suscitare in sé il dibattito, a ragionare,
cioè a dialogare, donde, nella raggiunta consapevolezza,
scaturisce ciò che si deve fare".
Questo
razionalismo etico, che si oppone alla riduzione dell'uomo
morale a "formula ambulante" e che non eternizza
il concetto di bene, in quanto lo fa scaturire dal
ragionare continuo della mente, non deve essere ovviamente
confuso con una forma di soggettivismo o di relativismo
morale come pure è stato dettoche lascerebbe
l'uomo privo di saldi criteri etici, abbandonandolo
in balìa delle varie situazioni. Infatti l'imperativo
socratico di agire secondo ragione, facendo scaturire
il bene di volta in volta, si accompagna alla convinzione
che il bene, scelto da ogni individuo nell'ambito
di una particolare e specifica circostanza personale
e storica, sia morale solo in quanto rispetti la propria
e altrui dignità umana.
La
religione di Socrate.
Socrate,
come appare dai Dialoghi platonici, tende a
dare alla sua opera un carattere religioso. Egli considera
il filosofare come una missione e un compito che gli
è stato affidato dalla divinità. Egli parla di un
dèmone che lo consiglia in tutti i momenti decisivi
della vita, invitandolo a non fare certe cose.
"Vi è in meegli dice nella Apologia
platonicaun che di divino e demoniaco...
ed è come una voce ch'io sento dentro fin da fanciullo,
la quale, ogni volta che la sento, mi dissuade da
quello che sto per fare, sospingere non sospinge mai"
(31 c-d).
Questo
dèmone è stato più spesso interpretato come la voce
della coscienza, il comando morale che risuona nell'
intimità della persona. Ma esso è probabilmente più
di un imperativo morale, più della semplice voce della
coscienza: è il sentimento di ciò che trascende l'uomo,
è la guida trascendente e divina della condotta umana.
II dèmone è concetto religioso, non semplicemente
morale.
Certamente
Socrate aveva oltrepassato le credenze religiose antropomorfiche
dei Greci, che già Senofane aveva criticato. Egli
prestava agli dèi della religione popolare un ossequio
formale perché ciò rientrava negli obblighi di un
buon cittadino. Ma (come Platone gli fa dire nell'Apologia),
egli ammetteva gli dèi perché ammetteva la divinità,
della quale gli dèi sono manifestazioni. È alla divinità
che egli fa appello, è la divinità che egli ritiene
garante dell'ordine del mondo e che considera come
Intelligenza e Bene.
Dopo
la condanna, egli dichiara ai giudici di essere certo
che "per l'uomo onesto non vi è male né nella
vita né nella morte e che la sua causa è nelle mani
degli dèi ".
La
divinità è dunque la custode del destino degli uomini,
il presidio dei valori morali. Questa fu senza dubbio
l'essenza della religiosità di Socrate, una religiosità
la quale non riposa su credenze, ma anima la sua ricerca
filosofica. Proprio per questo suo carattere, la ricerca
assume davanti agli occhi di Socrate il massimo valore:
egli ha impersonato nel modo più evidente la libertà
dell'indagine, che fu propria dello spirito greco.
La
morte di Socrate
1.
L'accusa.
L'influenza
di Socrate si era già esercitata in Atene su di un'intera
generazione, quando tre democratici oltranzistiMeleto,
Anito e Liconelo denunciarono alla città. L'accusa
scritta, su cui si svolse il processo, fu presentata
da Meleto: "... questo ha sottoscritto e giurato
Meleto di Meleto, Pitteo, contro Socrate di Sofronisco,
Alopecense. Socrate è colpevole di non riconoscere
come dèi quelli tradizionali della città, ma di introdurre
divinità nuove; ed è anche colpevole di corrompere
i giovani. Pena: la morte" (Diogene Laerzio,
II, 5, 40). Di fronte a questa imputazione, Socrate
avrebbe potuto tentare di scagionarsi, oppure di lasciare
Atene. Invece non volle. La sua difesa fu un'esaltazione
del còmpito educativo che si era addossato nei confronti
degli ateniesi. Egli dichiarò che in nessun caso avrebbe
tralasciato questo còmpito, al quale era chiamato
da un ordine divino. Con una piccola maggioranza,
Socrate fu riconosciuto colpevole. Poteva allora andarsene
in esilio o proporre una pena che fosse adeguata al
verdetto. Invece, pur dicendosi disposto a pagare
una multa di tremila dracme, dichiarò orgogliosamente
che si sentiva meritevole di essere nutrito a spese
pubbliche nel Pritanèo come si faceva coi benemeriti
della città. Ne seguì allora, a più forte maggioranza,
la condanna a morte che era stata chiesta dagli accusatori.
2.
Le cause storiche e politiche del processo.
Qualche
studioso ha paradossalmente affermato che la cosa
più importante della vita di Socrate fu la sua morte.
Al di là della battuta, c'è qualcosa di vero in questa
tesi, in quanto il mito-Socrate, nelle varie epoche,
deve molto all'uccisione del filosofo.
Ma
per lungo tempo la morte di Socrate è apparsa poco
chiara. In realtà sappiamo oggi che il processo e
la morte del filosofo non sono per nulla "indecifrabili",
in quanto si collocano in un ben preciso contesto
storico-politico della Grecia antica. Dopo la sconfitta
subita nella guerra del Peloponneso, ad Atene si affermò,
nel 404, il regime oligarchico e filospartano dei
Trenta Tiranni (capeggiato, come si è già visto, da
Crizia). Sembra che Socrate non si compromettesse
con il governo, nonostante la sua opposizione a talune
scelte extra-legali del nuovo corso politico. II regime
oligarchico fu rovesciato dalla reazione popolare,
e fu proprio la restaurata democrazia che volle, nel
399, il processo del filosofo.
L'accusa
ufficiale che il nuovo governo rivolgeva a Socrate
quello di corrompere i giovani insegnando dottrine
contrarie alla religione di Statova posta in
relazione alla fisionomia conservatrice assunta dalla
rinata democrazia. Dopo la sconfitta subita ad opera
degli spartani, Atene, pur recuperando, dopo i Trenta
Tiranni, le istituzioni assembleari, guardava al passato
glorioso come ad un patrimonio da conservare e perciò
tendeva a chiudersi alle novità rivoluzionarie di
ogni tipo, facendo inoltre dell'antica religione un
baluardo di coesione sociale e ideale. Di conseguenza,
un uomo come Socrate, indipendente in fatto di religione
e "spregiudicato" in filosofia, poteva apparire
un elemento politicamente pericoloso, esattamente
com'era sembrato ad Aristofane (e ciò spiega la paradossale
convergenza fra la rampogna "di destra",
mossa da Aristofane, con quella "di sinistra"
mossa da Policrate). Tuttavia, gli studiosi attuali
tendono a considerare l'accusa ufficiale come un pretesto
giuridico dietro cui si celava un più remoto motivo
di ostilità dei democratici verso il filosofo. Infatti
sembra in primo luogo che Socrate fosse fautore di
un aristocraticismo politico antitetico all'ideologia
democratica teorizzata da Protagora, e concepisse
il governo come arte e competenza, da affidare a poche
persone solidamente preparate in materia. Per cui,
pare che egli criticasse aspramente talune procedure
politiche della costituzione democratica, soprattutto
quelle che riconoscevano il diritto di accedere alle
cariche pubbliche per sorteggio o per elezione popolare.
In secondo luogo, come si è visto, Socrate era inequivocabilmente
legato da rapporti di amicizia con taluni esponenti
di quella gioventù ultra-aristocratica di Atene che
aveva ordito il colpo di stato dei Trenta Tiranni.
3.
Significati filosofici e ideali.
A
parte questi retroscena del processo, che nel loro
insieme forniscono un quadro sufficientemente verosimile
del perché politico dell'accusa a Socrate,
la morte del filosofo, costretto a bere la velenosa
cicuta, riveste pure un alto significato ideale ed
esistenziale, poiché testimonia la piena fedeltà di
Socrate a se stesso e ai suoi princìpi teorici. Platone,
nei suoi Dialoghi, ha magistralmente "sceneggiato"
questo aspetto, presentando Socrate come un uomo che
avendo insegnato la giustizia e il rispetto delle
leggi per tutta la vita, non poteva, con una fuga,
essere ingiusto verso le leggi di Atene e smentire
così, nel momento decisivo tutta la sua opera di maestro.
Ora tale lealismo di Socrate verso la Città e le
leggi affonda le sue radici nel pensiero del flosofo,
che, analogamente a Protagora, ritiene che l'uomo
sia tale solo in quanto rapporto e società, ossia
che l'uomo emerga dall'animalità primitiva e si autocostituisca
come tale solo in un contesto comunitario retto da
leggi . Da questo punto di vista, dire che l'uomo
è società equivale a dire che l'uomo è tale in
quanto legge, o meglio, in quanto "figlio"
delle leggi. Per cui, chi rifiuta le leggi del proprio
Stato, o della propna civiltà, cessa di essere uomo,
a meno che non accetti le leggi di un altro Stato.
Le leggi si possono cambiare e migliorare, ma non
violare, poiché altrimenti verrebbe meno la vita in
società. Questa tesi fondamentale di Socrate, che
farà dire a Platone che il suo maestro, pur non essendo
un politico, è stato l'unico vero politico di Atene,
ci permette di capire perché egli abbia scelto la
condanna al posto della fuga "preferendo morire,
rimanendo fedele alle leggi, anziché vivere violandole"
(Senofonte).
Ma
questa morte, al di là del caso specifico di Socrate
e del significato ideale che egli le diede manifesta
anche il tragico soccombere dell'intellettuale nei
confronti del potere organizzato delle forze politiche.
Per questo motivo, Socrate è apparso il primo martire
del pensiero occidentale e della sua esigenza
di porsi come libera ricerca, e il suo nome, attraverso
i tempi, è divenuto un esplicito atto di condanna
delle prepotenze dei politici, ed un appello alla
salvaguardia dell'autonomia del filosofo e dell'intellettuale
in genere nei confronti del potere.
Socrate
nella storia.
Se
davanti a Socrate non si può cancellare l'impressione
di trovarsi di fronte "a uno di coloro che non
sono vissuti solo per la loro età e per il proprio
popolo, né soltanto per qualche secolo, ma che conserveranno
la loro importanza finche ci saranno degli uomini"
(H. Maier), si intuisce come ogni epoca lo abbia eletto
a proprio maestro e abbia sentito il bisogno di delineare
una sua immagine del filosofo, conformemente
alle proprie esigenze spirituali. Se a ciò si aggiunge
la mancanza di scritti, si comprende l'enorme disparità
delle interpretazioni e la frantumazione del Socrate
ateniese nei molti Socrate della storia. Vediamo alcune
di queste figure-tipo.
Nella
filosofia greca, accanto alla presentazione platonica
e aristotelica, oppure a quella stoica ed epicurea,
volta a recuperare taluni aspetti del suo discorso
morale, fiorisce un'interpretazione scettica, che
vede in Socrate un maestro del dubbio ed un distruttore
di certezze. A questa visione si contrappone totalmente
la corrente neoplatonica e cristiano-medioevale, che
tende a vedere in Socrate una sorta di Messia pagano
e un ricercatore religioso e precristiano della verità,
capace di condurre la mente verso l'interiorità e
verso Dio.
Gli
umanisti, rifacendosi a Cicerone e Seneca, scorgono
in lui l'intellettuale eticamente e politicamente
impegnato a costruire la città dell'uomo. Agli illuministi
appare soprattutto un libero pensatore e uno spregiudicato
iconoclasta, vivente espressione della ragione critica.
Con Kant vengono sottolineati nuovamente gli aspetti
moralistici e con il Romanticismo quelli mistici e
reazionari. Hegel vede in lui un "momento della
soggettività astratta", presentandolo come un
individualista e un moralista avulso dalle concrete
strutture della polis greca, destinato ad essere
inglobato nella superiore "eticità" dello
Stato platonico. Kierkegaard presenta un Socrate ironico
e consapevole del non-sapere umano, simboleggiante
lo scacco della ragione nel suo inevitabile lasciar
posto alla fede. Nietzsche fa di Socrate l'emblema
di un razionalismo moralistico corruttore delle energie
primordiali della vita e dell'istintività orgiastica.
A
questo variopinto panorama di interpretazioniche
riflette più la "mentalità" di coloro che
le hanno elaborate che l'effettiva filosofia di Socratela
critica novecentesca ha opposto la rigorosa necessità
di intendere storicamente il suo pensiero. In tal
modo, essa, invece di offrire un'immagine ideale del
socratismo, ha cercato di indagare in profondità le
varie "fonti" e di connetterle all'effettivo
mondo culturale del v secolo a.C. Su questa strada,
gli studiosi attuali hanno finito per proporre un'immagine
di Socrate più concreta e più legata alla realtà dei
suoi tempi, senza, con ciò, togliere nulla agli aspetti
"universali" del suo messaggio.
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