Della vita di Socrate (470-399 a.C.)
sappiamo pochissimo, non scrisse nulla. Eppure mai
nessun uomo ha ispirato tanti scritti quanti Socrate,
e ciò è da mettersi in relazione non solo al fatto
che Socrate non scrisse nulla per deliberata decisione,
ma anche alle polemiche che si accesero subito dopo
la sua morte tra i suoi discepoli ed i suoi accusatori.
Da quelle polemiche nacquero tante "immagini"
di Socrate, ognuna delle quali ebbe una propria fortuna
fin dall'antichità e fu via via confermata da testimonianze
e corroborata da "prove"; ognuna di quelle
immagini, poi, incontrò una sua fortuna nelle epoche
successive, dall'antichità al Medioevo all'età moderna,
fino ad oggi: fino al punto che si potrebbe dire che
ogni caratterizzazione della filosofia di Socrate
- anche le più contraddittorie tra di loro - ha una
sua giustificazione e trova un suo appoggio nelle
testimonianze. Di queste, vediamo le più importanti
e le più antiche.
Aristofane nella sua commedia Le
Nuvole ci offre un ritratto di Socrate molto vicino
agli ambienti dei sofisti e della nuova cultura in
Atene. Senofonte, il famoso generale e storico greco
che combatté con Ciro (che si era ribellato al proprio
fratello, il re di Persia) e con Sparta (contro la
propria patria, Atene) nella battaglia di Cheronea
(394), scrisse di Socrate in quattro opere, l'Apologia
di Socrate, le Memorie socratiche (o Detti memorabili
di Socrate), l'Economico e il Convito. Antistene di
Atene, Euclide di Megara, Aristippo di Cirene, che
furono tre dei più importanti discepoli di Socrate,
alla sua morte fondarono ciascuno una propria scuola
che pretendeva continuare il "vero" insegnamento
del maestro. Policrate, un retore di parte democratica,
nel 393 scrisse un'Accusa contro Socrate. Anche Aristotele
in molte sue opere fa riferimento alle dottrine di
Socrate. Ma la fonte principale resta sempre Platone,
che in tutti i suoi dialoghi introduce il personaggio
Socrate e in buona parte di essi ne fa il protagonista
principale.
Non è possibile naturalmente offrire
qui un resoconto del lavoro della critica storica,
filologica e filosofica che su queste testimonianze
ha indagato per secoli, cercando di mettere in luce
il "vero" Socrate e di distinguerlo dalle
immagini "falsificate" che pure si erano
tramandate e trovavano altre giustificazioni. Basti
dire che questo lavoro appassiona ancora oggi molti
studiosi che non si sono sentiti affatto scoraggiati
dalle difficoltà dell'argomento, anche perché qualunque
affermazione in positivo su Socrate sembra evocare
immediatamente in negativo affermazioni contrarie,
pur basate su altre testimonianze.
Nemmeno della vita di Socrate si
può dire molto di sicuro. Nacque ad Atene da uno scultore,
Sofronisco, e da una donna che doveva essere di buona
famiglia, Fenarete, che era levatrice o perlomeno
pare che aiutasse le donne a partorire. Visse, sempre
ad Atene, la vita tipica di un cittadino delle classi
medie, non povero. Una vita (se è vero che dovette
procurarsi a sue spese - come era nelle leggi tipica
del tempo - l'armatura da oplita), ma nemmeno ricco.
Entrò in rapporto con gli ambienti culturali più vivaci
di Atene, il circolo di Pericle, i fisici della tradizione
ionica (pare che sia stato allievo di Archelao), i
medici, i poeti (pare che avesse dimostrato particolare
interesse per le tragedie di Euripide). Conobbe forse,
ancora giovinetto, Parmenide e Zenone, in occasione
di un loro viaggio ad Atene nel 454; lesse il libro
di Anassagora e forse conobbe direttamente il filosofo,
fu in rapporti con Protagora, Gorgia e Prodico. Si
allontanò da Atene solo in occasione di alcune campagne
militari, nelle quali combatté da oplita, partecipando
alla battaglia di Potidea (432), di Delio (424) e
di Anfipoli (422). Sposò una donna, Santippe, che
gli dette tre figli; secondo altre fonti fu sposato
invece due volte o addirittura fu bigamo. Nel 406
fu sorteggiato copresidente dell'assemblea durante
un processo ai comandanti ateniesi che dopo la vittoria
navale alle Arginuse non avevano salvato i soldati
rimasti in mare. Con un procedimento illegale l'assemblea
decise di condannare a morte i comandanti, con il
solo voto contrario di Socrate. Dopo la sconfitta
di Atene nella guerra del Peloponneso, nel 404, si
instaurò in Atene un governo oligarchico e filospartano,
detto dei Trenta Tiranni, e capeggiato da Crizia;
Socrate non si compromise con il governo e pare che
si opponesse ad alcuni suoi atti apertamente illegali.
Il governo durò meno di un anno e fu rovesciato dalla
reazione popolare e dai democratici fuorusciti guidati
da Trasibulo. Nel 399 la democrazia restaurata volle
il processo il processo di Socrate. Sembra che l'accusa
scritta fosse presentata da Meleto (accusa di empietà
- Socrate non riconosce gli dei tradizionali della
città, ma ne introduce di nuovi - e di corruzione
di giovani), ed i sostenitori di questa accusa dinanzi
al tribunale fossero Licone, Meleto e specialmente
Anito. Socrate stesso pronunziò la sua difesa, rifiutando
di farsi preparare da un retore di professione (forse
Lisia) il discorso, ed il tribunale lo condannò a
morte con 360 voti contro 140.
Ma anche queste poche notizie sulla
vita di Socrate furono messe in dubbio, fin dall'antichità,
e in particolare ATENEO (III sec d.C.) nel suo scritto
Sofisti a banchetto, contrapponendo la testimonianza
di Platone a quella dello storico Tucidide che aveva
scritto un'accurata e minuziosa storia delle guerre
del Peloponneso, giunse persino a negare la storicità
della partecipazione di Socrate a quelle battaglie.
Su questa linea si sono messi anche storici moderni
e contemporanei, e si è giunti così a ritenere che
unica cosa certa che sappiamo di Socrate è appunto...
che si chiamava Socrate; altri hanno addirittura detto
che Socrate non è mai esistito e la sua figura è una
finzione letteraria di chi ne ha parlato (Platone
in particolare), creata per meglio presentare la propria
filosofia.
Oggi la critica più attenta e prudente
non mette in dubbio l'esistenza storica di Socrate,
anche se ne ridimensiona a volte profondamente il
ruolo che egli ebbe nella vita della sua città, smontando
le esaltazioni e le sopravvalutazioni che i suoi discepoli
ne avevano fatto dopo la sua morte. Il risultato di
questo lavoro critico è abbastanza scarso: con certezza
possiamo dire che conosciamo il suo nome, quelli del
padre e della madre, che partecipò ad alcune battaglie
della guerra del Peloponneso, che era sposato ed aveva
dei figli, che non si mosse da Atene e qui fu processato
e condannato a morte dopo la caduta del governo oligarchico
dei Trenta Tiranni.
2. Le accuse e le difese
Né le cose vanno meglio se cerchiamo
di determinare in positivo la sua filosofia: abbiamo
accennato già al fatto che le testimonianze che abbiamo
della sua dottrina sono contraddittorie tra di esse
o per lo meno sono assai differenti luna dall'altra.
In effetti tutte le opere degli autori cui abbiamo
accennato furono scritte molto tempo dopo la morte
di Socrate e non furono scritte con intenti storici,
ma solo per esaltare o per denigrare la sua figura.
L'unica testimonianza che risale ad un periodo in
cui Socrate era ancora vivo e nel pieno della sua
maturità è costituita dalle Nuvole di ARISTOFANE.
Da questa commedia, rappresentata nel 423, esce fuori
limmagine di un Socrate strettamente legato
agli ambienti della "nuova cultura" ateniese
di cui Aristofane era un tenace avversario. Socrate
amico dei sofisti, sofista egli stesso, dà lezioni
a pagamento e si interessa di problemi astronomici
e fisici; ma soprattutto Socrate è un perfetto sofista
perché insegna l'eloquenza e la retorica indispensabili
per prevalere nelle dispute pubbliche e private, e
senza tanti scrupoli morali, perché la sua tecnica
oratoria e retorica serve soprattutto a coloro che
debbono imporre il proprio discorso in un'assemblea
o in una lite giudiziaria, poco preoccupandosi che
esso sia ingiusto. La testimonianza di Aristofane
è apertamente contraria a quella di Platone, per esempio,
o di Senofonte, ma non può assolutamente essere sottovalutata:
se è vero infatti che la commedia alla sua prima rappresentazione
non ebbe un grande successo, e se è vero anche che
il ritratto che di Socrate offre è piuttosto deformato
(come si conveniva appunto ad una rappresentazione
comica) e viene preso come simbolo della cultura contro
la quale Aristofane si scagliava, è però anche vero
che esso non può essere stato deformato fino al punto
da renderlo irriconoscibile per un pubblico che ben
conosceva il personaggio ed aveva a che fare con Socrate
in carne ed ossa tutti i giorni. Del resto, anche
oggi la commedia e la satira politica, per quanto
possano deformare ed offrire una caricatura di un
uomo politico, poniamo, o di uno scrittore, si muovono
però sempre intorno ad un nucleo di verità riconosciuto
da tutti
Ma se Aristofane accusava Socrate
"da destra", il democratico POLICRATE poco
tempo dopo la sua morte (393 a.C.), lo accusava "da
sinistra": Socrate è colpevole anzi tutto di
aver propagandato tra i suoi concittadini il disprezzo
della costituzione democratica e delle procedure politiche
e costituzionali proprie della democrazia per esempio
il sorteggio delle cariche pubbliche. E colpevole
di aver ispirato ai giovani l'ostilità verso i genitori
e la patria, distorcendo a tale scopo il senso dei
poeti che esprimevano il patrimonio culturale della
città (per esempio Omero ed Esiodo) e proponendosi
come maestro di giovani oligarchici sfaccendati, spergiuri
ed ostili ad ogni forma di lavoro manuale o di commercio,
quali per esempio furono Alcibiade e Crizia. L'Accusa
contro Socrate di Policrate probabilmente rispondeva
all'Apologia di Socrate di Platone e ad altri scritti
in difesa del maestro che apparvero numerosi negli
ambienti socratici; a sua volta Policrate fu attaccato
dallo stesso Platone (nell'Alcibiade primo, nel Gorgia
e più tardi nel Simposio), dalloratore Lisia,
da Senofonte.
SENOFONTE scrisse le sue opere molto
tempo dopo la morte di Socrate, quando si era ritirato
ormai a vita privata e ripensava con gli "occhi
di poi" alle vicende della sua vita movimentata.
Certo è che i rapporti tra Socrate e Senofonte non
dovettero essere molto profondi, e l'immagine del
maestro che risulta dagli scritti del discepolo è
abbastanza scialba: un Socrate rigido moralista, sostenitore
della virtù e dell'amor patrio secondo gli schemi
più ortodossi della cultura tradizionale e conservatrice,
perfino un petulante ed uno "scocciatore"
di prim'ordine. Il Socrate di Senofonte - come è stato
notato - non spiega affatto come filosofi e politici
di notevole livello siano stati attratti dal suo insegnamento;
a ciò si aggiunga la scarsa capacità del generale
Senofonte a comprendere a fondo i problemi filosofici,
e si capirà come sia poco utilizzabile la sua testimonianza
per ricostruire la "filosofia" di Socrate.
Molto più rilevante la testimonianza
di ARISTOTELE: Socrate è colui che ha rotto una tradizione
culturale di indagine e di riflessione sulle questioni
naturali per privilegiare i problemi dell'etica, introducendo
nella filosofia morale i procedimenti induttivi (la
ricerca muove dall'osservazione dei casi particolari
per giungere alla elaborazione delle leggi universali)
ed il ragionamento sillogistico (che muove cioè da
definizioni universali per dedurre e "classificare"
fatti particolari). giungendo così all'equazione virtù=scienza.
La testimonianza di Aristotele è stata giudicata da
alcuni studiosi come la fondamentale su Socrate; senonché,
partendo dalla considerazione che Aristotele non conobbe
personalmente Socrate ma sentì dei suoi insegnamenti
solo attraverso le discussioni che di lui si facevano
nella scuola di Platone (di cui egli fu allievo) e
tra Platone e gli altri socratici, altri studiosi
hanno avanzato forti riserve sull'attendibilità della
sua presentazione della dottrina socratica. Anche
e principalmente per il fatto che, come abbiamo più
volte ricordato, Aristotele tende fortemente ad assimilare
dottrine altrui alla propria, o meglio a tradurre
in termini propri - cioè in fondo estranei alla mentalità
ed alla cultura di colui di cui sta parlando le dottrine
dei suoi predecessori, appunto per dimostrare come
la "naturale" conseguenza di tutti gli sforzi
ed i tentativi di filosofare correttamente compiuti
prima di lui sia la propria filosofia. Ed in questo
caso, ad un forte sospetto induce il fatto che le
dottrine che Aristotele attribuisce a Socrate costituiscono
in effetti alcune delle più caratteristiche tesi di
Aristotele stesso.
Un discorso a parte richiede la testimonianza
platonica. Come abbiamo accennato, non c'è dialogo
di PLATONE in cui non compaia la figura di Socrate,
in ruoli più o meno fondamentali. Considerata dal
punto di vista di una testimonianza su Socrate, l'opera
platonica pone una questione fondamentale: fino a
che punto nei dialoghi è possibile distinguere la
dottrina autentica di Socrate da quelle che Platone
gli attribuisce? Gli studiosi hanno tentato vari metodi
per operare questa distinzione, e sarebbe qui troppo
lungo anche soltanto accennarvi. Secondo noi, nessuno
di questi tentativi, pur illuminando volta a volta
alcuni aspetti più o meno importanti della domanda,
è riuscito nell'intento; non solo, ma crediamo che
il problema sia insolubile, e ciò per almeno tre buoni
motivi: 1) lattività letteraria di Platone si
estende per un quarantennio, e le stesse immagini
di Socrate che ne risultano sono non una, ma diverse,
ed anche in contrasto fra di loro; 2) non è possibile
distinguere nei dialoghi la "testimonianza"
su Socrate così come si distingue, nel discorso platonico,
la testimonianza, poniamo, su Anassagora o su Eraclito,
perché tutta opera platonica vuole essere principalmente
una testimonianza della fedeltà dello scrittore allinsegnamento
ed al metodo del maestro, e Platone scrive spesso
proprio in polemica con gli altri discepoli di Socrate,
che a loro volta ne rivendicavano l'autentica eredità;
3) manca e mancherà sempre il punto di riferimento
essenziale -lo scritto di Socrate - in base al quale
poter giudicare dell'attendibilità o meno della testimonianza.
Possiamo quindi parlare di un'evoluzione filosofica
di Platone; possiamo anche ragionevolmente supporre
che, da un periodo di maggiore vicinanza alle dottrine
ed al metodo del maestro, Platone sia gradualmente
passato ad un elaborazione autonoma di dottrine e
di metodi diversi; possiamo inoltre ammettere che,
fra le testimonianze che sono giunte fino a noi, quella
di Platone è la più importante, la più significativa,
la più profonda, anche la più bella: ma non potremo
mai costruire, partendo dai dialoghi platonici, la
"vera" dottrina di Socrate, perché ci troveremmo
sempre di fronte un Platone, più o meno "socratico",
ma pur sempre Platone.
Tutt'al più, nei primi dialoghi che
Platone scrisse (a partire dal 395 circa) e che perciò
furono chiamati "socratici", possiamo cercare
di individuare alcuni aspetti del "metodo"
socratico, senza nessuna pretesa di farvi corrispondere
una dottrina specifica. Tali aspetti sono:
1) il dialogo. Socrate, come
non ama scrivere, così non ama i lunghi discorsi (macrologie)
propri dei retori e degli oratori, bensì il dialogo
fatto di domande e di repliche (brachilogie), in cui
gli interlocutori cercano insieme le risposte ai problemi
che li assillano;
2) lironia, che è il
mezzo di cui Socrate si serve per mettere in crisi
un sapere fatto di asserzioni non giustificate e di
preconcetti. L'ironia è collegata al "sapere
di non sapere", cioè alla coscienza dei limiti
della propria conoscenza, nella convinzione che la
ricerca della verità dev'essere un'ansia sempre presente
nelluomo che mai può spegnersi in un illusorio
possesso definitivo o in una qualunque verità particolare.
Per questo suo saper di non sapere, Socrate fu proclamato
dall'oracolo di Apollo a Delfi il "più sapiente
dei Greci";
3) la maieutica, cioè l'arte
del far partorire: proprio perché Socrate non possiede
alcuna dottrina da comunicare agli altri, egli si
preoccupa solo di aiutare gli altri a trovare dentro
se stessi le ragioni più profonde del proprio sapere.
Senonché, anche per questi aspetti
puramente formali dell'insegnamento socratico, resta
sempre valido l'avvertimento che questo è il metodo
che Platone attribuisce a Socrate, e che Platone segue
in effetti, nei suoi dialoghi, per esporre la propria
dottrina. Comunque, se Platone interpreta Socrate,
se Aristofane, Antistene, Euclide, Senofonte fanno
altrettanto, se Aristotele, sulla base delle discussioni
tra i "socratici", offre anche egli una
interpretazione personale della filosofia socratica,
un fatto non si potrà negare: che Socrate con i suoi
discorsi, con le sue tesi, con la sua problematica,
dette origine ad un movimento di pensiero notevolissimo
per l'ampiezza delle discussioni e l'importanza degli
interlocutori, non solo, ma anche che Socrate - nonostante
l'impossibilità per noi di determinare la sua filosofia
- deve essere stato uno dei massimi filosofi di tutte
le epoche.
L'importanza della morte di Socrate
3. Una morte significativa o una
sopravvivenza leggendaria?
Allora: se la vita di Socrate, per
quel tanto di sicuro che di essa possiamo ricostruire,
fu quella di un tipico ateniese delle classi medie
nell'età periclea e post-periclea, e se della sua
filosofia non possiamo dir nulla di storicamente accertabile,
come mai di Socrate è piena la storiografia filosofica,
dai suoi tempi fino ad oggi? Qualche studioso ha risposto
a questa domanda sostenendo che se la vita di Socrate
non fu molto significativa, significativa fu invece
la sua morte. Infatti Socrate è diventato, in virtù
della sua morte, il prototipo dell'"eroe del
pensiero": un uomo che non si piega mai sotto
qualunque regime - al compromesso con la sua coscienza,
che non rinuncia alle proprie idee anche quando queste
divengono mal accette alla maggioranza, che infine
è disposto a sacrificare anche la propria vita per
affermare la libertà di pensiero e di parola. Senonché
anche quest'immagine di Socrate si è rivelata una
costruzione a-posteriori, a partire dai suoi discepoli
immediati, ripresa ogni volta che in situazioni ed
in epoche diverse si sentiva il bisogno di riaffermare
quegli ideali rifacendosi ad una figura emblematica
del passato, piuttosto che ad una realtà storica.
Per molto tempo si è ritenuta inspiegabile
la morte di Socrate. Come mai in un regime di restaurata
democrazia, nella quale per di più si era affermata
più volte la volontà di non esacerbare gli animi,
di conciliare le fazioni e i partiti opposti all'interno
di una città che usciva abbastanza provata da un lungo
periodo di guerre e di agitazioni interne, si potè
mandare a morte un cittadino così esemplare e dotato
di tutte le virtù come Socrate. Questa inspiegabilità,
però, era dovuta principalmente alle versioni che
della sua morte hanno tramandato Platone e gli altri
difensori ed esaltatori di Socrate, e specialmente
al fatto che gli uni e gli altri ci dicono anche che
gli Ateniesi subito si pentirono di questa loro decisione.
In realtà oggi la critica più attenta ha dimostrato
che il processo e la morte di Socrate non furono affatto
degli eventi "strani" ed indecifrabili,
ma che si inscrivevano pienamente proprio nella logica
di un regime democratico che voleva ricostruire ununità
politica e spirituale all'interno della città. Uno
studioso inglese scrive che fu principalmente "la
differenza suscitata dai rapporti di Socrate con i
'traditori' che spinse i capi della restaurata democrazia
a sottoporlo a processo nel 400-399. Alcibiade e Crizia
erano morti entrambi, ma i democratici non si sentivano
al sicuro finche l'uomo che si immaginava avesse ispirato
i loro tradimenti esercitava ancora influenza sulla
vita pubblica" (Taylor). Certo è che Socrate
non fu affatto quelluomo "al di sopra delle
parti, dedito unicamente alla ricerca della verità,
come i suoi difensori tentarono poi di descriverlo.
Se noi mettiamo insieme le indicazioni di Platone
(nel Protagora, nel Gorgia e nel Politico) e di Senofonte,
nonché la violenta polemica antipericlea contenuta
nell'Aspasia di Antistene, possiamo essere certi che
la critica radicale alla democrazia, all'incompetenza
dell'assemblea, ai principali esponenti della politica
ateniese (Milziade, Temistocle, Cimone, Pericle, ecc)
fosse già propria di Socrate" (Giannantoni).
Un Socrate dunque che, se non era
un capo politico in senso stretto, era tuttavia strettamente
legato al partito oligarchico, ai suoi capi più importanti,
come Alcibiade e Crizia, ed a quei circoli filosofico-politici
di ispirazione conservatrice e di matrice culturale
pitagorica che in Atene a quel tempo erano presenti
ed attivi. Il che è testimoniato dallo stesso Platone,
che ci parla degli allievi pitagorici di Socrate e
dei loro sforzi per liberarlo durante la prigionia,
in attesa prima del processo e poi dell'esecuzione
della condanna.
Si può supporre, comunque, ragionevolmente,
che né gli accusatori né il tribunale volessero la
morte di Socrate. In base alle stesse notizie che
ci offre Platone ed alle norme che conosciamo del
diritto attico, Socrate avrebbe potuto avere salva
la vita se avesse riconosciuto la sua colpa, avesse
pagato un'ammenda simbolica e fosse andato in esilio
da Atene. Ma questo Socrate non volle: anche se la
sua difesa non fu una deliberata provocazione del
tribunale, come vorrebbe Senofonte, il suo discorso
(una riaffermazione dei principi ispiratori della
sua vita) ed il suo atteggiamento (rifiuto di usufruire
della difesa di un "avvocato" e di ricorrere
ad espedienti per commuovere i giudici, come non solo
era consueto, ma era ammesso dalla stessa procedura
penale) furono oggettivamente una sfida ai giudici.
Se coerente fu Socrate, lo fu infatti anche in questo
suo non riconoscere alle istituzioni democratiche
alcun diritto di giudicare; probabilmente, egli volle
anche "consegnare il suo cadavere sulle braccia
dei democratici che lo avevano condannato. Perché
la sua morte, mantenendo indefinitivamente aperta
la discussione sul suo esempio e sulla sua parola,
avrebbe dimostrato nel fatto la malvagità del governo
popolare" (Montuori) e la sua malafede nel dichiarare
pacificazione e comprensione.
Platone e le altre fonti socratiche
ci dicono anche che, dopo la morte di Socrate, i suoi
accusatori ed i giudici che lo avevano condannato
non solo si pentirono, ma furono anche apertamente
criticati ed osteggiati da una vera e propria reazione
popolare. Ma anche queste testimonianze sono state
di molto ridimensionate dalla critica moderna: non
solo il processo e la morte di Socrate non furono
per gli Ateniesi eventi particolarmente sconvolgenti,
ma è certo al contrario che furono i discepoli di
Socrate e non i suoi accusatori a risentire dell'ostilità
popolare, tant'è vero che dovettero allontanarsi quasi
tutti dalla città (pare che solo Antistene fosse rimasto
ad Atene) e la maggior parte di loro si rifugiò presso
Euclide, a Megara. Fatto sta che, contemporaneamente
a questi eventi, e poi a mano a mano che la situazione
politica, in Atene e nella Grecia, andava mutando
nel senso di una decadenza della polis e del suo assorbimento
in compagini statali diverse per estensione e struttura
(i regni dell'età ellenistica), fiorí tutta una serie
di Logoi sokratikoi (I discorsi, o dialoghi socratici)
che difendevano, propagandavano ed apologizzavano
la figura e l'insegnamento di Socrate. Ma, a mano
a mano che i Logoi sokratikoi fiorivano, si andavano
anche differenziando e moltiplicando le "tradizioni"
socratiche, tanto che si può sostenere che essi rappresentavano
ormai i molteplici aspetti di un dibattito e di una
polemica interni tra i socratici. E, come abbiamo
accennato sopra, ognuno di essi rivendicava l'autentica
eredità dell'insegnamento socratico: anche la produzione
platonica, per lo meno nella sua prima fase, rientra
in questo quadro di discussioni e di "legittimazioni"
della propria interpretazione della "filosofia"
del maestro. La circostanza che i dialoghi di Platone
siano giunti sino a noi, mentre le opere degli altri
socratici, come Antistene, Aristippo, Euclide, Eschine,
siano andate perdute, ci toglie degli elementi importanti
di giudizio per meglio comprendere quell'ambiente
e quel clima culturale; ma non modifica l'altra circostanza
che solo a quei dibattiti, a quelle testimonianze
e a quelle tradizioni si deve se di Socrate si sia
potuto parlare - e per venticinque secoli - in termini
tanto diversi ma, in fondo, poggianti tutti su di
un'unica realtà: che di Socrate non sappiamo nulla
di certo.