|
|
Platone
di Giovanni Reale
Cenni biografici e opere
PLATONE nacque ad Atene nel 428-427
a.C. II padre vantava fra i suoi antenati il re Codro,
la madre vantava una parentela con Solone. È quindi
ovvio che Platone vedesse, fin da giovane, nella vita
politica il proprio ideale: la nascita, lintelligenza
e le attitudini personali, tutto lo spingeva in quella
direzione. È questo un dato biografico, anzi esistenziale,
assolutamente essenziale, che inciderà, e a fondo,
nella sostanza stessa del suo pensiero.
ARISTOTELE (Metafisica, A
6) ci riferisce che Platone fu dapprima discepolo
delleracliteo CRATILO e poi di SOCRATE (lincontro
di Platone con Socrate avvenne probabilmente attorno
ai ventanni). È certo però, che Platone frequentò
Socrate, dapprima, con lo stesso intento con cui lo
frequentò la maggior parte degli altri giovani, cioè
non per fare della filosofia lo scopo della propria
vita, ma per meglio prepararsi, attraverso la filosofia,
alla vita politica. Furono gli eventi che indirizzarono
poi in altro senso la vita di Platone.
Un primo contatto diretto con la
vita politica Platone dovette avere nel 404 - 403,
quando laristocrazia prese il potere e due suoi
congiunti CARMIDE e CRIZIA ebbero parti di primo piano
nel governo oligarchico: ma dovette indubbiamente
trattarsi di una esperienza amara e deludente, a causa
dei metodi faziosi e violenti che Platone vide mettere
in atto da coloro in cui aveva nutrito fiducia.
Ma il disgusto per i metodi della
politica praticata in Atene dovette raggiungere il
culmine nel 399, quando Socrate fu condannato a morte.
E della condanna di Socrate furono responsabili i
democratici (che tosto avevano ripreso il potere).
E così Platone si convinse che per il momento era
bene per lui tenersi lontano dalla politica militante.
Dopo il 399 Platone fu a Megara con
alcuni altri socratici, ospite di EUCLIDE (probabilmente
per evitare possibili persecuzioni che potevano venirgli,
per aver fatto parte del circolo socratico). Ma a
Megara non dovette fermarsi molto a lungo.
Nd 388, cioè sui quarantanni,
parti alla volta dellItalia (se, come ci è riferito,
Platone fu anche in Egitto e a Cirene, ciò dovette
avvenire anteriormente al 388; ma di questo viaggio
la Lettera VII tace, e perciò è sospetto).
A spingerlo in Italia dovette essere il desiderio
di conoscere le comunità dei Pitagorici (conobbe infatti
ARCHITA, come sappiamo dalla lettera VII, 338
c). Durante questo viaggio, Platone fu invitato in
Sicilia, a Siracusa, dal tiranno DIONIGI I. E certamente
Platone sperava di inculcare nel tiranno lideale
del re-filosofo (che già egli aveva esposto nel Gorgia,
opera che quasi certamente precede il viaggio).
A Siracusa Platone venne ben presto in urto col tiranno
e con la corte (proprio sostenendo quei principi espressi
nel Gorgia); e, invece, strinse un forte vincolo
di amicizia con DIONE, parente del tiranno, in cui
Platone vide un ideale discepolo capace di diventare
re-filosofo. Dionigi si irritò con Platone al puntodice
DIOGENE LAERZIO (III, 19)da farlo vendere come
schiavo da un ambasciatore spartano ad Egina (ma forse,
più semplicemente, costretto a sbarcare ad Egina,
che era in guerra con Atene, Platone fu trattenuto
come schiavo). Ma, fortunatamente, fu riscattato da
Anniceride di Cirene che si trovava ad Egina (ibid.
III, 20).
A1 ritorno ad Atene fondò lAccademia
(in un ginnasio sito nel parco dedicato alleroe
Accademo, donde il nome Accademia) e il Menone
è verosimilmente il primo "proclama"
della nuova scuola. LAccademia si affermò ben
presto e richiamò giovani e anche uomini illustri
in grande numero.
Nd 367 cade il secondo viaggio di
Platone in Sicilia. Era morto Dionigi I e gli era
succeduto il figlio DIONIGI II, che, a dire di Dione,
ben più del padre avrebbe potuto favorire i disegni
di Platone. Ma Dionigi II si rivelò della stessa risma
del padre. Esiliò Dione, accusandolo di tramare contro
di lui, e trattenne Platone quasi come un prigioniero.
Solo perché assorbito da una guerra, Dionigi lasciò,
infine, che Platone ritornasse ad Atene.
Nel 361 cade il terzo viaggio di
Platone in Sicilia. Ritornato ad Atene, vi trovò Dione
che ivi si era rifugiato. E Dione convinse Platone
ad accogliere un nuovo pressante invito di Dionigi
(che rivoleva a corte il filosofo al fine di completare
la propria preparazione filosofica), sperando che,
in tal modo, Dionigi avrebbe riammesso anche lui a
Siracusa. Ma fu un grave errore credere nei mutati
sentimenti di Dionigi. Platone avrebbe rischiato addirittura
la vita, se non fossero intervenuti ARCHITA e i Tarantini
a salvarlo (Dione riuscirà, nel 357, a prendere il
potere in Siracusa, ma per non molto: fu infatti ucciso
nel 353).
Nel 360 Platone ritornò ad Atene
e vi rimase alla direzione dellAccademia, fino
alla morte, avvenuta nel 347 a. C.
Gli scritti di Platone d sono pervenuti
nel loro completezza. Lordinamento che ad essi
è stato dato (che è opera del grammatico Trasillo)
è basato sul contenuto degli scritti medesimi. I trentasei
dialoghi sono stati suddivisi nelle seguenti nove
tetralogie:
Tetralogia I: Eutifrone, Apologia
di Socrate, Critone, Fedone;
Tetralogia II: Cratilo, Teeteto,
Sofista, Politico;
Tetralogia III: Parmenide, Filebo,
Convito, Fedro;
Tetralogia IV: Alcibiade I, Alcibiade
II, Ipparco, Amanti;
Tetralogia V: Teagete, Carmide,
Lachete, Liside;
Tetralogia VI: Eutidemo, Protagora,
Gorgia, Menone;
Tetralogia VII: Ippia minore,
Ippia maggiore, Ione, Menesseno;
Tetralogia VIII: Clitofonte, Repubblica,
Timeo, Crizia;
Tetralogia IX: Minosse, Leggi,
Epinomide, Lettere.
Due problemi si pongono: a) sapere
se fra questi trentasei dialoghi ve ne siano di inautentici
e quali siano. Su tale problema la critica del secolo
scorso si è affaticata allinverosimile giungendo
ad estremismi ipercritici veramente incredibili (si
è dubitato di quasi tutti i dialoghi); poi, il problema
è venuto perdendo ogni mordente e, oggi, si tende
a ritenere autentici quasi tutti questi dialoghi,
o addirittura tutti. b) Laltro problema concerne
la cronologia di questi scritti. Questo problemasi
badi non è di natura puramente erudita, ma è
essenziale ai fini del comprensione autentica del
pensiero platonico, il quale si è sviluppato continuamente,
crescendo su se medesimo, autocriticandosi, talora,
e anche autocorreggendosi. A tale problema si è data
una parziale soluzione solo a partire dagli ultimi
decenni del secolo scorso. Si è partiti dalle Leggi,
che sono certamente lultimo scritto di Platone,
e con una accurata determinazione del caratteristiche
stilistiche di questopera, si è cercato di stabilire
quali altri scritti corrispondano a queste caratteristiche,
e si è così potuto stabilire, avvalendosi altresì
di criteri collaterali, che gli scritti dellultimo
periodo sono, in ordine, i seguenti: Teeteto, Parmenide,
Sofista, Politico, Timeo, Crizia, Leggi. Si è
ulteriormente potuto stabilire che la Repubblica
appartiene alla fase centrale della produzione
platonica e che è preceduta dal Fedone e dal
Convito, e che è seguita dal Fedro. Si è
potuto ancora accertare che un gruppo di dialoghi
rappresenta il periodo di maturazione e di passaggio
dalla fase giovanile-socratica alla fase più originale:
il Gorgia appartiene al periodo immediatamente
anteriore al primo viaggio in Italia e il Menone
a quello immediatamente seguente. A questo periodo
di maturazione risale anche, verosimilmente, il Cratilo.
II Protagora è probabilmente il coronamento
della prima attività. Gli altri dialoghi, soprattutto
quelli brevi, sono certamente i primi scritti, come,
del resto, è confermato dalla tematica squisitamente
socratica che in essi viene discussa. Alcuni di essi
possono certamente essere stati ritoccati e parzialmente
rifatti in età matura: per esempio la seconda parte
del Critone, il quale presenta, nel prima parte,
le caratteristiche della prima produzione, nellultima
parte presenta, invece, alcune caratteristiche riscontrabili
negli ultimi dialoghi, specie nelle Leggi. In ogni
modo, allo stato attuale degli studi, una volta accertato
che i cosiddetti dialoghi dialettici sono opera dellultimo
Platone, e che i grandi dialoghi metafisici sono opere
della maturità, anche se riguardo ai primi scritti
regna incertezza, è tuttavia possibile ricostruire
il pensiero platonico in modo soddisfacente.
Gli interpreti hanno seguito due
strade per esporre la "filosofia platonica":
alcuni (lo ZELLER è lesempio più illustre) lhanno
esposta seguendo un criterio sistematico, avvalendosi
della sistemazione aristotelica dei problemi filosofici
come di parametro; altri, reagendo a questo metodo,
che finisce per essere un poco un letto di Procuste,
hanno preferito esporre dialogo per dialogo. Noi seguiremo,
invece, un terzo criterio: seguiremo cioè le linee
di forza secondo cui il poliedrico pensiero platonico
si espande, per le ragioni che ampiamente chiariamo
nel testo.
Ricordiamo, infine, che la paginatura
dei vari dialoghi cui tutti gli studiosi si rifanno
è quella delledizione cinquecentesca dello STEPHANUS,
che viene riprodotta in margine in tutte le edizioni
e traduzioni moderne.
La struttura dinamica e polivalente
del pensiero platonico
Platone rappresenta indubbiamente
la prima grande sintesi, che raccoglie tutte le istanze
poste via via dalla precedente speculazione, le fonde
e le unifica da un superiore punto di vista: un punto
di vista guadagnato con quella che egli stesso definì
"la seconda navigazione" cui abbiamo più
volte fatto cenno, e che ora è venuto il momento di
spiegare.
Unavvertenza preliminare è
tuttavia necessaria.
Il filosofare platonico differisce,
nella sua forma, da quello di tutti gli altri filosofi
antichi. Da buon discepolo di Socrate, Platone nutrì
una marcata sfiducia nel libro scritto perché questo,
una volta composto, diventa cosa morta, incapace di
comunicare il suo messaggio in modo autentico, incapace
di esprimere in maniera adeguata il più intimo sentire
e pensare dellautore e altresì incapace di difendere
se medesimo contro i possibili fraintendimenti di
varia natura. Solo nella parola viva che incontra
unaltra parola e con essa si intreccia e si
feconda, secondo Socrate, può trovare espressione
lautentico filosofare, perché, come sappiamo,
per Socrate filosofare significa esaminare, provare,
curare e purificare lanima: e questo può realizzarsi
unicamente nel dialogo che mette a confronto anima
con anima. Ma, mentre Socrate credette di dover trarre
da queste premesse le conseguenze estreme, riducendo
la sua attività filosofica al dialogo vivo e non scrivendo
assolutamente nulla, Platone ritenne possibile, invece,
seguire una via di mezzo. In effetti poteva ben esserci
uno scritto che, in qualche modo rinunciando ad essere
sistematico e dogmatico, cercasse di riprodurre lo
spirito del dialogo socratico senza mortificarlo o
senza sacrificarlo interamente. Daltra parte,
anche i discorsi vivi dei diversi filosofi erano profondamente
differenti gli uni rispetto agli altri: altro erano
i "discorsi di parata" che i Sofisti tenevano
ex cathedra, che erano sistematici e profondamente
dogmatici, e altro erano i discorsi che teneva Socrate,
che erano invece critici, dialettici, aporetici, pieni
del senso della propria insufficienza, sempre pronti
a rinnovarsi nel fecondo incontro con linterlocutore:
insomma, i discorsi dei Sofisti erano monologhi
(non di rado saccenti e tronfi monologhi), i discorsi
di Socrate erano dialoghi, dialoghi mai chiusi.
Si trattava allora di cercare di
riprodurre nello scritto il discorso socratico, imitandone
la peculiarità, riproducendone cioè quel reinterrogare
senza posa, con tutte le impennate di dubbio, con
gli improvvisi squarci che maieuticamente spingono
alla verità, non rivelandola ma sollecitando lanima
dellascoltatore a trovarla, con le drammatiche
rotture che preparano a ulteriori ricerche: insomma,
con tutta la dinamica squisitamente socratica. Nacque
così il "dialogo socratico", che divenne
addirittura un vero e proprio genere letterario, adottato
da numerosi discepoli di Socrate e poi anche da successivi
filosofi, di cui Platone fu probabilmente linventore
e certo il rappresentante di gran lunga superiore
agli altri e, anzi, lunico autentico rappresentante,
giacché in lui solo è riconoscibile lautentica
cifra del filosofare socratico, che negli altri scrittori
diviene per lo più trita maniera.
Dunque, lo scritto filosofico per
Platone sarà "dialogo", in cui Socrate sarà
per lo più il protagonista, che "dialogherà"
con uno o più interlocutori, e, accanto a questi,
altrettanto importante, sarà la parte del lettore,
che verrà chiamato in causa egli pure come interlocutore
assolutamente insostituibile: proprio al lettore,
infatti, sarà lasciato il compito di compiere lultimo
passo e di trarre, maieuticamente, la soluzione dei
problemi che i vari dialoghi hanno sviluppato.
Perciò il lettore di Platone non
solo non è mai esonerato da un impegno personale nella
soluzione delle varie questioni, ma è spesso portato
in situazioni aporetiche tali, che possono spingere,
nello scioglimento delle medesime, in direzioni non
solo contrastanti, ma addirittura opposte.
Così essendo, ben si comprende come
linterpretazione de] significato dei singoli
scritti platonici, nonché del significato del loro
insieme, risulti molto controversa e che gli studiosi
si trovino su posizioni fra loro alquanto distanti.
S ben vero che Platone, nellarco della sua produzione,
andò via via perdendo o mitigando la tensione aporetica,
fino a includere nel dialogo proposizioni filosofiche
sempre più determinate e tecniche e contenuti talvolta
quasi dogmatici: ma è altrettanto vero che, energicamente
combattendo contro tutti, si rifiutò in modo categorico
di fissare il suo pensiero in "sistema",
e proclamò senza mezzi termini che la verità di fondo
del suo pensiero non era condensabile in dogmi né
suscettibile di essere irrigidita in esposizioni sistematiche:
queste, invece che chiarirla, lavrebbero sicuramente
tradita. Dice Platone nella Lettera VII, condannando
la velleità nutrita dal tiranno Dionigi di scrivere
una sintesi del pensiero platonico: "In realtà,
unopera che sia mia sulla Dottrina, non cè
e nemmeno ci sarà mai. t un fatto, questi sono argomenti
che in nessun modo si possono comunicare e dire come
laltre dottrine. Bensì, quale risultante
dunintima e assidua copulazione di tutti
noi stessi coi problemi fondamentali; quale risultante
di unesistenza vissuta in comune con essi: ecco,
improvvisamente, come luce saccende da fuoco
che balza su, questa misteriosa luce si inserisce
nellinteriorità e da sola nutre". Da tutto
questo il lettore potrebbe concludere che, allora,
una ricostruzione ed esposizione organica del pensiero
platonico è fatalmente impossibile, perché si trova
costretta a fare esattamente ciò che Platone ha negato
essere possibile. Ma la conclusione sarebbe fondata,
se pretendesse di ricostruire ed esporre una unità
"sistematica", che non cè in Platone,
al posto di una unità "tematica", che,
invece, cè ed è ben chiara. Platone ha, sl,
instancabilmente riproposto e ridiscusso i vari problemi
nei successivi dialoghi, mettendo in crisi le precedenti
conclusioni, e ripensando tutto da capo, senza pervenirealmeno
apparentementea soluzioni "definitive".
Tuttavia, se questo è vero, è altrettanto vero che
i temi e i problemi trattati sono pur sempre i medesimi,
e identici sono anche i parametri secondo cui via
via sono reimpostati i problemi: e quindi è vero che
esistono nuclei costanti, che sono come i poli della
dinamica del pensiero platonico. Sono questi poli
che nella esposizione noi rileveremo, con lavvertenza
che noi possiamo presentarli solo staticamente, laddove
in Platone si presentano dinamicamente.
Ma cè un ultimo punto da rilevare.
t: stato da molti detto che "Platone è la filosofia":
giudizio esatto, se per "filosofia" in questo
contesto si intendono i temi su cui la filosofia deve
essenzialmente indagare e il modo con cui li deve
indagare; in effetti, Platone ha toccato quasi tutti
i problemi di fondo che sono propri della speculazione
filosofica e li ha toccati in un modo quale il filosofo
solamente può pretendere di toccarli, vale a dire
considerando ogni soluzione come acquisizione che
è, ad un tempo, nuovo e superiore problema da indagare
ulteriormente. (La frase sarebbe ovviamente assurda
se per "filosofia" in questo contesto si
intendesse "tutto ciò che la filosofia ha da
dire e può dire": in questo senso nessun filosofo,
per quanto grande, fu o sarà mai la filosofia).
Ebbene, questa ricchezza di temi,
problemi e interessi ha ulteriormente complicato la
lettura di Platone, nel senso che i vari interpreti
e le. varie epoche e culture videro via via in Platone
ciò che a loro maggiormente interessava e ciò che
credevano essere prevalentemente filosofia. E così
si ebbe una molteplicità di proposte di letture, riducibili,
grosso modo, a tre grandi prospettive. a)
Si cominciò, già nellAccademia, col leggere
Platone in chiave metafisica e gnoseologica, additando
nella teoria delle Idee e della conoscenza delle Idee
il fulcro del platonismo. b) Successivamente,
col Neoplatonismo, si credette di trovare il più autentico
messaggio platonico nella tematica religiosa, nellansia
del divino e in genere nella dimensione mistica, massicciamente
presenti nella maggior parte dei dialoghi. c) E sono
state queste due interpretazioni che, in vario modo,
si sono prolungate fino ai tempi moderni, finché,
nel nostro secolo, ne sorse una terza, originale e
suggestiva, che vede nella tematica politica, o
meglio etico-politico-educativa, lessenza
del platonismo: tematica, questa, quasi del tutto
trascurata in passato.
Noi crediamo che il vero Platone
non sia ritrovabile in nessuna di queste tre prospettive
singolarmente assunte come uniche valide, ma che sia
piuttosto ritrovabile in tutte e tre insieme le. direzioni
e nella dinamica che è loro propria: le tre proposte
di lettura, infatti, illuminano tre effettive facce
della poliedrica e polivalente speculazione platonica,
tre dimensioni o tre componenti o tre linee di forza,
che costantemente emergono, variamente accentuate
o angolate, nei singoli scritti nonché nellinsieme
di essi.
È certo che la teoria delle Idee
con tutte le sue implicanze metafisiche, logiche e
gnoseologiche, specie nei dialoghi della maturità
e della vecchiaia, è al centro della speculazione
platonica. Ma è altrettanto vero che Platone non è
lastratto metafisico: la metafisica delle Idee
ha anche un senso profondamente religioso, e lo stesso
processo conoscitivo è presentato come conversione,
e lAmore che eleva alla suprema Idea è presentato
come forza di ascesa che conduce alla mistica contemplazione.
Ed è vero, infine, che Platone non ha visto nella
contemplazione lo stadio in cui il filosofo deve concludere
il suo tragitto, giacché prescrisse al filosofo di
tornare, dopo aver visto il vero, a salvare anche
gli altri, e ad impegnarsi politicamente per la costruzione
di uno Stato giusto, nella cui dimensione soltanto
è possibile una vita giusta: e nellimpegno politico
egli nella Lettera VII, come vedremo, ha espressamente
additato la passione fondamentale della sua vita.
Dunque, pensiero poliedrico e dinamico
è quello di Platone: pensiero che tocca tutti i temi
e i problemi, che propone soluzioni che sono insieme
acquisizioni e aperture a nuovi problemi; pensiero
che non chiude, ma sempre dischiude, stimola, spinge
ad andar oltre; pensiero che, pur avendo proceduto
molto al di là di Socrate nella positiva determinazione
di molti problemi, ha mantenuto, quasi per intero,
la forza insieme conturbante, stimolante, purificante
dellironia di Socrate.
La componente metafisico-dialettica
del pensiero platonico
La "seconda navigazione"
e la scoperta del soprasensibile (teoria delle Idee)
Quale sia il punto fondamentale della
speculazione platonica dal cui guadagno dipende per
intero la nuova prospettazione di tutti i problemi
della filosofia, nonché il nuovo clima e la nuova
temperie teoretica in cui quella problematica si struttura
e si svolge, ci viene spiegato da Platone stesso nel
Fedone con tutta la chiarezza desiderabile:
questo punto consiste nella scoperta di una realtà
soprasensibile, ossia nella scoperta dellesistenza
di una dimensione soprafisica dellessere della
quale la precedente filosofia dei "Fisici"
non aveva avuto alcun sentore.
E come Platone sia pervenuto a questa
scoperta, ancora una volta lo sappiamo dalla sua viva
voce, sempre dal Fedone. Tutta lindagine
della physis compiuta dai Presocratici aveva
sostanzialmente cercato di spiegare i fenomeni in
un unico modo, cioè ricorrendo a "cause"
o "principi" di carattere "meccanico"
o (come ora possiamo ben dire in funzione di ciò che
scopre Platone) "materiale". Acqua, aria,
terra, fuoco, caldo e freddo e altre siffatte cose
erano state costantemente invocate per spiegare ogni
cosa, ma con esiti quanto mai contraddittori e quindi
deludenti. Lo stesso Anassagora, che per un certo
senso può considerarsi il più cospicuo dei "Fisiologi",
non seppe sottrarsi a questo tipo di spiegazione meccanicistica
e materialistica. Egli parlò, si, di una Intelligenza,
di un Nous che tutto ordina, ma, in pratica, contraddisse
questa sua scoperta: infatti "il nostro uomo
rileva espressamente Platonenon si serviva
affatto dellintelligenza e non le attribuiva
alcun ruolo nella spiegazione dellordinamento
delle cose e assegnava, invece, il ruolo di causa
allaria, alletere, allacqua, e a
molte altre cose estranee allintelligenza".
Mae qui sta il vero problemale
cause meccaniche e naturali sono le vere cause?
O non saranno, invece, semplici con-cause, semplici
mezzi al servizio di ulteriori cause di altra statura
ontologica? Causa del sensibile non sarà forse qualcosa
che trascende il sensibile?
Ed ecco la "seconda navigazione"
platonica. La "prima navigazione", nel linguaggio
marinaresco degli antichi, era quella che si compiva
spinti dalla forza del vento, mentre "seconda
navigazione" era detta quella che si intraprendeva
quando, caduto il vento, si poneva mano ai remi. E
la prima navigazione, nellimmagine platonica,
simboleggia quella da lui compiuta sulla scia dei
naturalisti, spinto cioè dal vento della filosofia
della physis, tosto rivelatasi insufficiente
e anzi decettiva, fuori rotta.
La "seconda navigazione"
simboleggia invece lapporto personale di Platone,
simboleggia la navigazione compiuta solo con le sue
proprie forze, quindi assai più faticosa e impegnativa,
ma che rappresenta un decisivo contributo: è quella
navigazione che, trovando la giusta rotta, porterà
alla scoperta del soprasensibile e delle Idee.
La risposta agli interrogativi sopra
posti a Platone non pare dubbia: il sensibile non
è in grado di spiegare se medesimo, il fisico non
si spiega restando nella dimensione del fisico. Facciamo
un eloquente esempio, addotto da Platone stesso nel
Fedone. Socrate si trova in carcere e attende
di essere condannato. Perché è in carcere? La spiegazione
naturalistico-meccanicistica non è in grado di dire
se non questo: perché Socrate ha un corpo che è fatto
di ossa e di nervi, muscoli e giunture; e i muscoli
e le giunture sono capaci, collallentarsi e
col distendersi dei nervi, di muovere e piegare le
membra: per questo motivo Socrate avrebbe mosso e
piegato le gambe, sarebbe andato in carcere e tuttora
vi si troverebbe. Orbene, ognuno vede linadeguatezza
di tale spiegazione: essa non ridà affatto il vero
perché, la ragion per cui Socrate è
in carcere, ma spiega solo il mezzo o lo strumento
di cui Socrate si è avvalso per andare e restare
in carcere col suo corpo. La vera ragione o causa
per cui Socrate è venuto e si trova in carcere
non è di ordine meccanico e materiale, bensì di
ordine superiore: egli ha deciso di accettare
il verdetto dei giudici e di sottostare alla legge
di Atene, giudicando che questo fosse il bene e
il conveniente, e per conseguenza ha respinto
tutte le offerte di andare in esilio, prima, e di
fuggire dal carcere, dopo. E in conseguenza di questa
scelta di carattere morale e spirituale e a
causa di questa che egli, poi, ha mosso i muscoli
e le gambe e si è recato ed è restato in carcere.
Lo stesso vale per ogni altra cosa.
Gli elementi meccanici e i principi materiali non
sono "causa", ma, al più, "concausa";
meglio ancora, sono "mezzo" al servizio
della vera e ulteriore "causa", che è di
carattere non materiale (è un valore spirituale),
ed è, precisamente, ciò che fa sì che ogni cosa sia
come deve essere, come è conveniente e
come è bene che sia. Per scoprire questa metempirica
causa, dice Platone, occorre abbandonare il piano
dei sensi e del sensibile, giacché lintelletto,
su questo piano, resta obnubilato e confuso: occorre
dal sensibile e visibile passare al piano dellintelligibile,
che non è visibile ai sensi, ma coglibile solo col
puro intelletto, con la pura mente.
Facciamo un ulteriore esempio. Vogliamo
spiegare perché una cosa è bella? Ebbene, per
spiegare tale perché il naturalista
si richiamerebbe ad elementi puramente fisici quali
sono il colore, la figura e altri elementi di questo
genere. Madice Platonequeste non sono
"vere" cause, bensì sono i mezzi attraverso
i quali si realizza la vera causa. E questa vera causa
è qualcosa di non sensibile e intelligibile, è lIdea
del Bello, il Bello in sé che, con la sua "presenza"
o "comunanza" o, comunque, con un certo
rapporto determinante, fa sì che le cose empiriche
siano belle, cioè si realizzino, mediante forma, colore
e proporzione, come è bene che siano e come devono
essere appunto per essere belle. E lo stesso vale,
oltre che nellambito morale (si rilegga lesempio
di Socrate), nellambito estetico (si veda lesempio
appena fatto), nellambito delle matematiche
e in genere di tutta la realtà.
Le idee e il soprasensibile sono
dunque introdotti come quel postulato che noi
dobbiamo ammettere per poter spiegare il sensibile;
e siccome il sensibile non è in grado di spiegare
sé con se medesimo, se non cadendo in contraddizioni
e dunque non spiegandosi affatto, allora è lecita
e corretta la introduzione di questo postulato. E
del resto tutte le conseguenze e implicanze che via
via Platone trarrà da tale postulato mireranno a consolidarlo
in via definitiva.
La "seconda navigazione"
ha dunque condotto a porre due specie di esseri: una
visibile e fenomenica, e laltra invisibile,
intelligibile, metafenomenica. Si tratta di una conquista
che segna, in un certo senso, la tappa più importante
nella storia della metafisica. Infatti, tutto
il pensiero occidentale sarà condizionato, in modo
decisivo, da questa distinzione, sia in quanto o nella
misura in cui laccetterà (e questo è ovvio),
sia, anche, in quanto e nella misura in cui non
laccetterà; infatti, in questo ultimo caso,
dovrà giustificare polemicamente la non accettazione,
e da questa polemica rimarrà pur sempre dialetticamente
condizionato. È dopo la "seconda navigazione"
platonica e solo dopo di essa che si parlerà
di materiale e immateriale, sensibile e soprasensibile,
empirico e metempirico, fisico e soprafisico. Ed è
alla luce di queste categorie che i "Fisici"
anteriori appariranno come "materialisti"
e natura e cosmo non saranno più la totalità delle
cose che sono, ma solo la totalità delle cose che
appaiono. La filosofia ha guadagnato linvisibile,
cioè la sfera delle realtà che non sono visibili
ma solamente pensabili. Contro tutti i suoi predecessori
e contemporanei, Platone non sè stancato, per
tutta la vita, di ribadire questa sua fondamentale
scoperta davvero rivoluzionaria: vi sono in cielo
e in terra assai più cose di quante la vostra filosofia
non conosca!
Precisazioni sul termine e sul concetto
di "idea"
Abbiamo detto che la causa soprasensibile
è da Platone chiamata "Idea", e su questo
termine dobbiamo ora fare alcune precisazioni e apportare
alcuni chiarimenti, senza i quali si correrebbe il
rischio di cadere in numerosi equivoci.
In primo luogo, va
tenuto presente che, con il vocabolo "Idea"
si traducono generalmente i termini greci i\deéa
e eidov
. Purtroppo la traduzione non è la più felice, perché,
nel linguaggio moderno, "idea" ha assunto
un senso che è estraneo a quello platonico. Noi moderni
con "idea" intendiamo un concetto, un
pensiero, una rappresentazione mentale,
qualcosa insomma che ci riporta sul piano psicologico
e noologico; Platone, per contro, con "Idea"
intendeva, in un certo senso, qualcosa che si oppone
al pensiero, vale a dire ciò a cui il pensiero
si rivolge quando pensa, ciò senza cui il pensiero
non sarebbe: insomma, lIdea platonica non
è un pensiero ma un essere, anzi
quellessere che è assolutamente, il vero
essere.
Vediamo di precisare
meglio. I termini i\deéa
e eidov
derivano ambedue da i\dei%n,
che vuol dire "vedere",
e nella lingua greca anteriore a Platone venivano
impiegati soprattutto per designare la forma visibile
delle cose, ossia la forma esteriore e la figura.
Da questo significato idea ed eidos sono
passati ad indicare, per traslato, la forma interiore,
ossia la natura specifica della cosa, lessenza
della cosa. Questo secondo uso, raro prima di
Platone, diventa invece stabile nel linguaggio metafisico
del nostro filosofo. Platone, dunque, parla di idea
e di eidos soprattutto per indicare questa
forma interiore, questa struttura metafisica o essenza
delle cose di natura squisitamente intelligibile
e usa come sinonimi altresì i termini ou\siéa,
cioè sostanza o essenza, e perfino
fuésiv, nel
senso di natura delle cose, realtà delle cose. (Si
noti lidealizzazione che subisce la physis
in seguito alla "seconda navigazione"!).
Dunque, lIdea è lessenza
ontologica non il concetto logico; l
Idea riporta sul piano dellessere e non del
pensare; meglio ancora, diremo che lIdea non
solo è lessere, ma è il fondo o la radice dellessere:
è la nuova arché, il nuovo "principio"
di tutte le cose che sono.
Caratteri del mondo ideale
Sulla dottrina delle Idee gli studiosi
hanno dato interpretazioni quanto mai differenti:
e non si può negare che le caleidoscopiche rappresentazioni
che Platone dà di esse nei vari dialoghi, intreccianti
spesso mito e logos, immagini e concetti, mettano
il lettore in serio imbarazzo. Tuttavia è certo che
non è tanto ciò che Platone ha detto, quanto piuttosto
ciò che a partire da Aristotele gli hanno fatto dire
che ha ingenerato equivoci di ogni sorta. Ma se, come
è risaputo, Aristotele fu a lungo discepolo di Platone,
e il discepolo di gran lunga più geniale, non per
questo le sue testimonianze sono storicamente oggettive:
Aristotele, infatti, è avversario accanito
della dottrina delle Idee, e ciò che di esse dice
è sempre teoreticamente condizionato e mai
storicamente spassionato. Aristotele insomma
cerca sempre e solo, nella dottrina delle Idee, il
non valido e mai il valido, ed è preoccupatissimo
di distanziare Platone il più possibile da sé, al
fine di sottolineare loriginalità della propria
posizione. Dunque, è metodologicamente errato usare
dei testi aristotelici per spiegare Platone, come
si è fatto fino al secolo scorso: Platone ha diritto
di essere letto e interpretato alla luce dei suoi
testi, che possediamo integralmente, senza far intervenire
categorie aristoteliche che, per le ragioni dette,
per ciò che concerne la pura esegesi storica, portano
fuori strada.
Incominciamo dal carattere della
perseità attribuito alle Idee, che ripetutamente sono
dette ; "in sé" e anche "in sé e per
sé": anzi Platone usa addirittura lespressione
"in sé" come sinonimo di Idea e invece che
di Idea del bello, Idea Bene ecc., parla di bene-in-sé,
bello-in-sé, ecc. Questa espressione, che è stata
così sovente intesa (al seguito di Aristotele) nel
significato ipostatico, come se essa rivelasse chiaramente
che lIdea altro non è che lontologizzazione
del concetto o lentificazione dellastratto,
lipostatizzazione delluniversale; questa
espressione, dunque, significa invece altra cosa nel
contesto platonico. Platonesi notiera
andato via via maturando e fissando la sua teoria
delle Idee in opposizione a due forme di
relativismo fra loro strettamente collegate a) quello
sofistico-protagoreo che riduceva ogni realtà e azione
a qualcosa di puramente soggettivo e faceva del soggetto
medesimo (come si è visto a suo luogo) la misura
o criterio di verità di tutte le cose; e b) quello
di origine eraclitea, proclamando il perenne flusso
e la radicale mobilità di tutte le cose, giungeva
di fatto e di diritto a disperdere ciascuna cosa in
una molteplicità irriducibile di stati relativi, ~e
quindi giungeva a renderla inafferrabile, inconoscibile,
inintelligibile. Meditando queste due forme di relativismo,
Platone comprende e fissa il carattere fondamentale
delle Idee, appunto lin sé. Dunque, è
chiaro che cosa vuol dire laffermazione che
lIdea è in sé e per sé: vuol dire che
le cose hanno una essenza che non è relativa al
soggetto, che non è manipolabile a capriccio del soggetto:
lessenza o natura o Idea delle cose è assoluta.
Se così non fosse, ogni nostra valutazione di
qualunque genere, e in special modo ogni valutazione
morale, sarebbe del tutto priva di significato e il
nostro discorrere non avrebbe senso. Lin sé
e per sé indica dunque lassolutezza (non
relatività) delle Idee.
Ma dalla polemica contro il mobilismo
eracliteo un altro carattere delle Idee doveva emergere,
strettamente connesso al precedente: come le Idee
sono assolute (sottratte ad ogni relativismo), così
sono immobili e immutabili: lIdea permane
sempre quale è, identica a se medesima, perennemente
sottratta al flusso delle cose. Mutano e cambiano
le singole cose belle, le cose empiriche e
particolari, ma non muta e non può mutare il bello-in-sé.
Un mutamento dellIdea significherebbe un assurdo
allontanarsi da sé e divenire altra: ma una cosa potrà,
sl, da bella diventar brutta; ma sarà la cosa che
muta da bella a brutta, e non già il bello che diviene
brutto: se il bello diventasse brutto, scomparirebbe
in assoluto il bello. E con questo si apriva la via
per un ricupero di Parmenide e per una mediazione
fra eraclitismo ed eleatismo. Il mondo del divenire
è il mondo sensibile il mondo dellessere e dellimmobile
è il mondo intelligibile. In altri termini: è il mondo
delle cose sensibili che ha quei caratteri che Eraclito,
e soprattutto gli Eraclitei, attribuivano a tutto
il reale; mentre è il mondo delle Idee che ha quei
caratteri che Parmenide e gli Eleati attribuivano
a tutto il reale. Platone compone lantitesi
fra le due scuole proprio con la distinzione dei due
diversi piani della realtà: non tutta la realtà
è come volevano gli Eraclitei, bensì solo la realtà
sensibile; e analogamente non tutta la realtà
è come volevano gli Eleati, ma solo la realtà intelligibile,
le Idee.
A questo punto sembrerebbe inevitabile
parlare di concezione dualistica: le cose diventano,
le Idee sono; le cose sono visibili,
le Idee invisibili; le cose sono corruttibili,
le Idee sono eterne; le cose sono relative,
le Idee assolute.
In effetti Aristotele bolla pesantemente
le Idee come doppione (inutile) delle cose
e le giudica, più volte, come assurdamente trascendenti,
separate dalle cose di cui , pure , e s se dovrebbero
essere lessenza e la causa. Masi noti
beneè, questa, una interpretazione unilaterale
e in gran parte scorretta. Le Idee platoniche hanno
tanto di "immanenza" quanto hanno di "trascendenza":
cosa che Aristotele e quanti lo hanno acriticamente
seguito hanno del tutto disconosciuto. E innanzitutto
è bene notare che il primo aspetto dellIdea
che viene rilevato da Platone è proprio quello dellimmanenza.
I primi dialoghi presentano infatti lIdea come
ciò che permane identico nelle cose come la
stabile essenza delle cose, come ciò che fa
sì che ciascuna cosa o ciascuna specie di cose sia
ciò che è e non altro, come ciò che (secondo quanto
abbiamo detto sopra) sottraendo le cose alla relatività
e al mobilismo, le fissa nella loro natura e le rende
quindi intelligibili. Successivamente Platone, specie
a partire dal Fedone, sviluppa, oltre al motivo
dellimmanenza, il motivo che, con le dovute
cautele, può essere chiamato della trascendenza.
Se le Idee si contrappongono alle cose empiriche
come lassoluto al relativo, lessere al
divenire, lo stabile al mobile, lintelligibile
al sensibile, allora è chiaro che esse rappresentano
una dimensione diversa: esse costituiscono
il "mondo intelligibile", ben distinto ontologicamente
dal "mondo sensibile". Ma lerrore
di molti interpreti sta proprio in questo: nellaver
scambiato tale distinzione di piani e la proclamazione
della strutturale differenza della loro natura (sensibile
e soprasensibile, visibile e intelligibile) con una
assurda "separazione", quasi che le Idee
fossero sopracose fisicamente separate dalle cose,
quasi il sensibile mistificato e poi opposto al sensibile.
Aristotele dice addirittura che Platone, introducendo
le Idee, ha fatto come coloro che introducono Dei,
ma per Dei intendono nientaltro che uomini ingranditi.
Ma chi ha fin qui seguito crediamo abbia ormai
tutti gli elementi per intendere lautentico
senso della dottrina delle Idee ("la seconda
navigazione"!): con le Idee Platone ha scoperto
il mondo dellintelligibile, cioè la dimensione
metempirica dellessere, limmateriale.
E il mondo dellintelligibile e dellimmateriale
trascende, sì, il sensibile, ma non nel senso della
assurda "separazione", bensì nel senso che
è per struttura altro dal sensibile, però è
causa e ragion dessere, del sensibile.
Il "dualismo" platonico non è altro che
il dualismo di chi ammette lesistenza di altro
essere oltre il sensibile, e non il ridicolo dualismo
di chi ipostatizza il sensibile e poi contrappone
lipostatizzazione al sensibile medesimo. Ed
è ben vero che i miti di cui si avvale Platone per
presentare il mondo ideale, se intesi alla lettera,
possono fornire una qualche apparente conferma allinterpretazione
aristotelica; ma il mito non è logos e va inteso per
quello che è, e non va messo sul piano del logos.
Facciamo un solo esempio, quello più eloquente: nel
Fedro Platone espone il celebre mito dell"Iperuranio"
dove hanno "sede" le Idee, e dove lanima
le ha contemplate prima della sua discesa in un corpo.
Ebbene, "Iperuranio" vuol dire "luogo
sopra il cielo o sopra il cosmo", e quindi è
immagine che, se intesa correttamente, indica un luogo
che non è affatto un luogo; tantè vero che le
Idee sono subito descritte come aventi caratteri tali,
che con il "luogo" non hanno nulla a che
vedere (sono senza figura, senza colore, invisibili,
etc.). Iperuranio è dunque la immagine mitica dellaspaziale
e immateriale intelligibile: e infatti espressamente
Platone, proprio in questo mito, ha cura di sottolineare
che codesto Iperuranio e le Idee che sono in esso
sono colti dalla parte che ha il governo dellanima,
cioè dallintelligenza e solo dallintelligenza.
Dunque, si tradisce Platone mettendo
in conto al logos che scopre e determina la
natura dellintelligibile la poesia che canta
ed esalta la scoperta dellintelligibile e che,
per essere tale, non può che usare miti, immagini,
emblemi e fantasie.
In conclusione, con la teoria delle
Idee Platone ha inteso dire questo: il sensibile si
spiega solo ricorrendo alla dimensione soprasensibile,
il relativo con lassoluto, il mobile con limmobile,
il corruttibile con leterno: la vera causa del
materiale è limmateriale.
Rapporto fra le Idee e il mondo sensibile
Linterpretazione dei rapporti
fra il mondo delle Idee e il mondo sensibile già fu
soggetta a gravi fraintendimenti da parte dei contemporanei
di Platone e perfino da parte di alcuni discepoli,
tanto è vero che nel Parmenide Platone prende
di petto e confuta una interpretazione che ricorda
quella che sarà sostenuta nella Metafisica di
Aristotele (e che potrebbe già essere stata sostenuta
nellAccademia dallo stesso Aristotele, che forse
deve identificarsi col giovane Aristotele che compare
come personaggio nel Parmenide stesso).
Platone dice che fra sensibile e
intelligibile cè un rapporto di "mimési"
o imitazione, oppure di "metessi" o partecipazione,
oppure di "koinonía" o comunanza oppure
ancora di "parousía" o presenza. E su questi
termmi si è tatto un gran discutere, andando assai
oltre il giusto segno e la giusta misura. Ma Platone
nel Fedone ha detto esplicitamente che questi
termini erano proposte su cui non intendeva affatto
insistere e alle quali non intendeva dare eccessivo
peso: ciò che gli premeva era semplicemente di stabilire
che lIdea è la vera causa del sensibile,
cioè il principio delle cose, la loro ratio
essendi. Noi diremmo, con termine moderno, che
le Idee sono il "fondamento" o la "condizione
metafisica" delle cose.
Tenendo presente questo, quei termini
platonici di cui sopra abbiamo detto, si chiariscono
perfettamente. Il sensibile è mimési dellintelligibile
perché lo imita, senza mai riuscire ad eguagliarlo
(nel suo divenire continuo savvicina, crescendo,
e poi si allontana, corrompendosi, dal modello ideale).
Il sensibile, nella misura in cui realizza la propria
essenza, partecipa, cioè ha parte dellintelligibile
(e, tra laltro, è proprio per questo suo aver
parte dellIdea che è, ed è intelligibile).
Il sensibile si può poi dire che abbia una comunanza,
cioè una tangenza, con lintelligibile, giacché
questo è causa e fondamento di quello: quanto il sensibile
ha di essere e di conoscibile lo desume dallintelligibile,
e, nella misura in cui ha questo essere e questa intelligibilità,
ha "comunanza" con lintelligibile.
Infine si può anche dire che lintelligibile
è presente nel sensibile nella misura in cui
la causa è nel causato, il principio è nel principiato,
la condizione è nel condizionato.
In questo modo la terminologia platonica
diviene chiarissima. E chiarissimo diventa il celebre
termine "paradigma", ossia "modello",
con cui Platone designa il ruolo delle Idee nei confronti
dei sensibili che le imitano e che sono quasi "copie".
Platone esprime col termine "paradigma"
quello che, con linguaggio moderno, potrebbe chiamarsi
la "normatività ontologica" dellIdea,
ossia il come le cose debbono essere, cioè
il dover essere delle cose. LIdea di
santo è paradigma perché esprime come le cose o le
azioni debbono essere per essere ed essere
dette sante; lIdea di bello è paradigma perché
esprime come le cose debbono essere strutturate;
per essere ed essere dette belle, e così via.
È ben vero che in questa concezione
restava un punto scoperto: il rapporto fra le cose
e le Idee è da concepirsi come immediato, ovvero
esiste un mediatore, cioè un principio che
opera la "imitazione", assicura la "partecipazione",
mette in atto la "presenza" e la "comunanza"?
Dapprima Platone non affrontò, o comunque non risolse,
il problema; ma a poco a poco maturò una soluzione
che anticipò in alcuni dei dialoghi dialettici, ma
che solo da ultimo formulò con chiarezza e con ampiezza
nel Timeo. La "mediazione" fra il
sensibile e lintelligibile è opera di un Demiurgo,
ossia di un Dio artefice, il quale plasma una chora,
ossia una spazialità indeterminata, una sorta
di sostrato o eccipiente materiale informe, in funzione
del "modello" delle Idee, facendo sì che
ciascuna cosa assomigli, imiti, il più perfettamente
possibile, il suo "paradigma" ideale. Ma
di ciò parleremo ancora.
Struttura del mondo ideale
Tutto quanto finora abbiamo detto
mostra ad abundantiam che le Idee non sono
affatto luniversale ipostatizzato e che
non derivano affatto dal concetto entificato. Al contrario,
è dalle Idee platoniche che deriva la problematica
logica delluniversale e del concetto: bisognava
prima che luomo scoprisse lessenza
ontologica, perché potesse scoprire, per conseguenza,
la possibilità di pensare questa essenza e quindi
di formare i concetti (i concetti sono il pensiero
dellessenza, lessenza in quanto pensata
dalla mente umana). La domanda "che cosè?"
con cui Socrate martellava i suoi interlocutori, per
le ragioni sopra viste, non implicava affatto la scoperta
logica del concetto e delluniversale, ma costituiva
come il punto di accesso allessenza ontologica,
allIdea platonica. Il "che cosè"
socratico si spiega perfettamente nel contesto della
problematica sofistica e vedemmo che cosa ha significato
la presa di posizione platonica nei confronti di questa
problematica: ha significato la scoperta di un mondo
di valori e di essenze assolute.
Abbiamo inoltre visto come, ulteriormente,
anche la problematica eraclitea comportasse una recisa
presa di posizione di Platone, che portò a una netta
distinzione fra il sensibile sempre in movimento e
le essenze sempre uguali a se stesse, inalterabili,
immutabili.
Abbiamo infine visto come tale distinzione
aprisse la porta al recupero di alcune istanze eleatiche:
lessere ingenerato, incorruttibile, immutabile
non è tutta la realtà, bensì solo la sfera
dellintelligibile, delle Idee.
Orbene, fu proprio il recupero della
tematica delleleatismo che fecondò la problematica
delle Idee, suscitando una serie di aporie che portarono
Platone ad una serie di acquisizioni di primordine,
anche se si tratta di acquisizioni più problematiche
che non dogmatiche.
Intanto, si suol ripetere da molti
interpreti che il mondo delle Idee non è che lessere
eleatico moltiplicato o frazionato. Ma la frase trae
in inganno, se non si pone mente tosto al fatto che
gli Eleati sono al di qua delle acquisizioni della
"seconda navigazione" e il loro "essere"
non è ancora lessere soprasensibile di
cui parla Platone, ma è un essere assolutamente ambiguo:
lessere eleatico moltiplicato o frazionato sono
gli atomi di Leucippo e Democrito, non le Idee di
Platone. Leleatismo viene ripreso da Platone
su un piano interamente nuovo e viene ripensato alle
radici. La prima differenza, dunque, fra essere eleatico
e essere platonico è che, quello, era, rispetto a
questo, di carattere "fisico", questo è
"meta-fisico" (immateriale). Laltra
differenza di fondo è quella illustrata dalla frase
da cui siamo partiti: lessere eleatico e uno
nel senso di unico, lessere platonico è originanamente,
cioè strutturalmente, un molteplice: un molteplice,
non disgregato e caotico (come gli atomi degli Atomisti),
ma un molteplice organizzato, e quindi, in certo senso,
unificato. E vedremo subito che la condizione per
poter concepire le Idee come molteplici e come
sistema gerarchico era il superamento del presupposto
di fondo delleleatismo: occorreva "uccidere"
Parmenide (Platone, nel Sofista mette in bocca
ad uno Straniero di Elea le proprie idee, e insieme
fa trasgredire a questo straniero eleate il supremo
comandamento di Parmenide, riconoscendo, con questo
suo travestirsi da eleate, nelleleate Parmenide
quasi un suo padre spirituale, ma insieme un padre
che, se non ucciso, avrebbe soffocato il figlio!),
nel senso che spiegheremo.
Le Idee sono molte, abbiamo detto.
Infatti esistono, secondo Platone, Idee di valori
morali, Idee di valori estetici, Idee di tutte le
cose sensibili, Idee dei vari oggetti geometrico-matematici
e anche (in alcuni dialoghi è detto espressamente
e chiaramente) Idee di oggetti artificiali (spola,
letto, etc.) insomma, esiste una essenza e quindi
esiste una Idea di tutto ciò che è. Questa "molteplicità",
come già accennammo, è gerarchicamente ordinata, di
guisa che al basso nella gerarchia stanno le Idee
degli enti geometrico-matematici, in alto le Idee
di valori etici ed estetici. Platone, nella Repubblica,
parla però soprattutto dellIdea che costituisce
il vertice della gerarchia, che è il Bene o Idea del
Bene. LIdea del Bene è il "principio incondizionato"
di tutto, è ciò che dà alle altre Idee la loro essenza
e la loro realtà e, in questo senso, è al di sopra
della stessa essenza di tutte le Idee per dignità
e potenza. Platone, per un istante, sembra aver posto
lIdea del Bene al di là dellessere e dellessenza
in quanto fonte e radice dellessere e dellessenza:
è, questo, un pensiero che diventerà invece centrale
in Plotino. E come lIdea del Bene è causa degli
intelligibili, così essa dona alla mente lintelligenza:
nella stessa maniera in cui il sole è causa dellessere
e del crescere delle cose sensibili e della loro visibilità.
Purtroppo questo discorso platonico non è se non uno
squarcio intuitivo e non viene sviluppato, sicché
è inutile chiedersi come lIdea del Bene
ponga le altre Idee e quale tipo di causazione essa
eserciti; dai testi si ricava poco più di questo:
ciascuna Idea è quella che è in quanto e nella misura
in cui riflette la perfezione del Bene, e la misura
in cui riflette questo Bene le dà il suo posto gerarchico.
Inutile, inoltre, è chiedersi se lIdea del Bene
sia Dio: il discorso platonico su Dio e sul divino
è impostato in modo tale che questa precisa domanda,
come vedremo più oltre, Platone non poteva porsela.
Dunque, le Idee sono
molte. Ma per essere molte, luna deve
distinguersi dallaltra strutturalmente, e, per
distinguersi dallaltra, deve differire dallaltra,
cioè non essere laltra. È pertanto fatale
una qualche ammissione del non-essere, quel non-essere
che Parmenide aveva del tutto escluso, e dunque un
ripudio del comandamento parmenideo, cioè lucdsione
di Parmenide (ammettere un qualsiasi non-essere significa
sopprimere Parmenide, il cui pensiero regge tutto
e solo appunto sulla assoluta negazione del non-essere).
Già nel dialogo intitolato proprio a Parmenide
Platone aveva distrutto uno dei capisaldi della
scuola di Elea e dei Neoeleati della scuola di Megara,
mettendo in crisi la categoria dellunità quale
veniva intesa dagli Eleati. Luno o lunità
non può esistere in maniera assoluta, cioè
in maniera che ogni molteplicità sia esclusa: luno
non è senza i molti, così come i molti
non sono senza luno. E, in effetti,
ciascuna Idea è una, ma accanto ad essa
ve ne sono molte; tutte, inoltre, costituiscono
una unità di sistema; molte Idee, inoltre,
contengono in sé altre Idee (come i generi contengono
le specie); e, infine, ciascuna Idea è una, ma è unità
di quel molteplice empirico di cui è
appunto Idea o essenza (una lIdea di uomo, molti
gli uomini singoli). Nel Sofista (il cui protagonista
è un anonimo di Elea), poi, viene espressamente tematizzato
il superamento di Parmenide. Platone introduce tre
Idee generalissime: Essere, Quiete e Movimento.
Ora, lessere, per essere quello che è, e
così la quiete e il movimento, per essere precisamente
ciò che sono, devono essere identici a sé (devono
partecipare dellIdea di identico) e così si
introduce lIdea dellIdentico; e infine,
lessere, sempre per essere quello che è, deve
essere diverso dalla quiete e dal movimento,
così come ciascuna di queste Idee deve essere, per
essere quella che è, diversa dalle altre (deve
partecipare dellIdea di diverso), e così si
introduce anche lIdea di Diverso o Altro.
Ora, è proprio questultima Idea che comporta
il definitivo superamento di Parmenide: ogni Idea,
per essere quella Idea che è, deve essere diversa
da tutte le altre, cioè deve non-essere le
altre. Ecco la necessità di ammettere il non essere
(nel senso di diverso), e anzi di ammettere che ogni
Idea ha tanto di essere, ma ancor più di non-essere,
anzi ha infinito non-essere, giacché, per essere quella
Idea che è, deve non essere le infinite altre Idee.
Lessere o|mo_on
di Parmenide, quellessere tutto uguale a se
stesso, è definitivamente spezzato. (E non solo il
non-essere come diverso è ammesso da Platone nel mondo
ideale, ma, come già vedemmo, nel mondo sensibile
è ammesso anche il non-essere contrario allessere,
quello che intacca lessere: ma su questo torneremo
ancora). E infine leleatismo è contraddetto
altresì con lammissione di una "quiete"
e di un "movimento" ideali nel mondo intelligibile:
ciascuna idea è immobilmente se medesima; ma è,
dinamicamente, un ideale movimento verso le altre,
in quanto partecipa di altre, oppure esclude la
partecipazione di altre, e un movimento ideale implica
il pensiero che trascorre e discorre da Idea a Idea,
unisce e collega quelle collegabili, disgiunge quelle
disgiungibili. E, in generale, Platone, sempre nel
Sofista, definisce lessere come potenza,
cioè come forza e come dinamicità. Anche lassoluto
immobilismo eleatico è così superato.
E dopo la problematica eleatica Platone
recuperò anche: gran parte della problematica pitagorica.
La tematica del limite-illimite è
recuperata e sviluppata nel Filebo. In questo
dialogo Platone presenta quattro categorie supreme
in funzione delle quali interpreta tutto il reale.
Vi è in primo luogo un illimite (un ápeiron,
un indeterminato) sul quale agisce un principio
limitante (peras); il limite delimita
1illimite in virtù di una causa intelligente,
e ciò che ne nasce è un misto di limite e illimite
o un illimite che è composto nel limite e quindi ordinato,
proporzionato, imbrigliato nella misura. Il Filebo,
più che al mondo intelligibile, riferisce le quattro
categorie al sensibile. E dunque lillimite sarebbe
il principio materiale, il peras o limite il
principio ideale, la causa intelligente sarebbe il
Demiurgo e il misto le cose singole. Accentuatamente
pitagorico è il clima di tutto il Timeo, il
grande dialogo cosmologico, in cui assistiamo alla
costituzione del mondo. Una chora (spazialità
indeterminata) viene plasmata, secondo il modello
delle Idee, dal Demiurgo o Dio artefice, il quale
è spinto nel suo agire da bontà e desiderio di bene.
Il Demiurgo costruisce il cosmo e le cose del cosmo
con la più grande perfezione, avvalendosi, come di
medium fra sensibile e intelligibile, delle
determinazioni geometrico-matematiche, e strutturando
tutto quanto secondo ordine e misura. Il numero ritorna
così ad essere la "cifra" delle cose, e
il cosmo ritorna ad essere visto secondo lordine,
la misura, la determinazione numerica (47).
Infine la problematica pitagorica
agì sulle cosìddette "dottrine non scritte"
di Platone.
Su questo argomento si è scritto
e si continua a scrivere a dismisura, ma con esiti
del tutto aleatori. La fonte di tali dottrine "non
scritte" resta sostanzialmente Aristotele. Ma
Aristotele storicamente non è interprete fedele,
sia per le ragioni vedute, sia, in questo caso, per
la ulteriore ragione che egli ha abbondantemente messo
in conto a Platone anche gli sviluppi della dottrina
che sono propri di Speusippo e di Senocrate. Aristotele
ci dice sostanzialmente questo. Platone ha posto le
Idee come causa di tutte le cose sensibili; ma le
Idee stesse non sarebbero lincondizionato:
esse avrebbero al di sopra di sé dei principi da
cui derivano, un principio "materiale"
denominato Diade di grande-piccolo ed un principio
"formale", lUno. Ecco il più famoso
dei passi aristotelici al riguardo: "Essendo...
le Forme o Idee cause delle altre cose, Platone ritenne
che gli elementi costitutivi delle Forme o Idee fossero
gli elementi di tutti gli esseri. E come elemento
materiale delle Forme o Idee egli poneva il grande
e il piccolo e come causa formale lUno:
infatti riteneva che le Forme e i Numeri derivassero
per partecipazione del grande e del piccolo allUno".
E un poco oltre: "...Da quanto si è detto, risulta
chiaro che Platone ha fatto uso di due sole cause:
di quella formale e di quella materiale.
Infatti le Idee sono cause formali delle altre
cose, e lUno è causa formale delle Idee. E alla
domanda quale sia la materia avente funzione di sostrato,
di cui si predicano le Ideenellambito
dei sensibili e di cui si predica lUnonellambito
delle Idee, egli risponde che è la Diade, cioè
il grande e il piccolo". E Teofrasto sembrerebbe
confermare tutto questo, in quanto scrive: "E
anche Platone, nel riportare le cose ai principi,
potrebbe sembrare che tratti delle cose sensibili
collegandole alle Idee, e queste, a loro volta, ai
numeri, e che da questi risalga ai principi...".
a) Sembra dunque, interpretando
questi passi anche alla luce di altre testimonianzema
la ricostruzione, si badi, è solo ipotetica,
che Platone allapice della gerarchia del mondo
ideale, nellultima fase del suo pensiero, anziché
lIdea del Bene abbia posto 1Uno (che,
peraltro, traduce in termini matematici lIdea
del Bene, giacché lUno è principio di ordine
e di misura e quindi riassume in sé il bene che è,
appunto, per il Greco, ordine e misura).
b) Accanto allUno egli
avrebbe posto una "Diade di grande-piccolo",
cioè un elemento indeterminato e illimitato, una sorta
di "materia intelligibile".
c) Uno e Diade sarebbero i "principi"
da cui scaturirebbero i Numeri ideali o Idee numeri,
che sarebbero tuttaltra cosa dai numeri
matematici.
d) I Numeri ideali o Idee
numeri sarebbero gli archetipi stessi da cui deriverebbero
tutte quante le Idee (tutte le Idee di cui abbiamo
finora parlato), dalle più alte gerarchicamente alle
più basse. Come dalle Idee Numeri potessero derivare
tutte le Idee non è chiaro: lipotesi più plausibile
è che Platone considerasse alcune Idee come monadiche,
altre come diadiche, altre come triadiche
(perché, poniamo, contenevano una, due, tre specie,
o per motivi analoghi), e in tal senso le ritenesse
deducibili dal numero corrispettivo o comunque collegabili
con esso. Ma, ripetiamo, le testimonianze non sono
affatto chiare in merito.
e) Infine vi sarebbero gli
enti matematici: numeri e figure geometriche. Questi
numeri sono diversi dai Numeri Ideali perché, mentre
questi sono unici e limitati (pare) alla decade, quelli
sono numerosi (vi sono molti uno, molti due, molti
tre etc. matematici) e sono illimitati nella serie.
Se questo fosse davvero lultimo
pensiero platonico, risulterebbe chiaro che il filosofo,
alla fine della sua vita, avrebbe concepito il mondo
intelligibile e il mondo sensibile come aventi struttura
analoga: lintelligibile deriva da un principio
formale (lUno) e da un principio materiale (una
materia di natura intelligibile), la diade illimitata;
il sensibile deriverebbe dalle Idee aventi funzione
di principio formale e da una materia, questa volta
sensibile, ossia da un illimitato o indeterminato
di carattere sensibile. Il Demiurgo di cui parla il
Timeo, che è uno degli ultimissimi scritti,
sarebbe lintermediario fra i due mondi, e sarebbe
più che mai indispensabile: infatti, mentre la derivazione
dei Numeri ideali dai principi primi e delle Idee
dai Numeri ideali è extratemporale e quindi
eterna e non bisognosa di una causa efficiente
che metta in atto il processo, viceversa la derivazione
del cosmo e delle cose sensibili è temporale, ha un
cominciamento e abbisogna di una causa efficiente
che ponga in atto e realizzi il processo e la costituzione
delle cose sensibili.
Struttura del mondo sensibile
Parlando delle Idee e della struttura
del mondo ideale, già più volte abbiamo dovuto fare
riferimento al mondo sensibile. Pertanto dobbiamo
solo ricapitolare le cose dette e completarle. Abbiamo
già visto come i caratteri delle Idee siano antitetici
rispetto a quelli delle cose sensibili: ciascuna Idea
è una, le cose sensibili corrispondenti sono molteplici;
lIdea è assolutamente se stessa, le cose lo
sono relativamente; lIdea è immutabile, le cose
mutabili; le Idee sono, le cose diventano.
Abbiamo anche spiegato come le cose sensibili
diventino e siano (sia pure transitoriamente) ciò
che sono, a causa e in virtù delle Idee. Si pone allora
il problema: donde viene al sensibile il suo aspetto
di fenomenicità, di instabilità, di corruttibilità
e di relatività? La risposta la conosciamo già: da
un elemento che, con termine aristotelico, diremmo
"materiale", "iletico". Platone
usa, per designare questo elemento, espressioni molteplici
e un poco ermetiche. Lelemento materiale, in
ogni caso, ha i caratteri di indeterminatezza, oscurità,
inintelligibilità, necessità. Il Timeo, che
meglio di altri dialoghi si esprime su questo punto,
come sappiamo, parla di "chora", ossia di
"spazialità", intesa come "ricettacolo
di tutto ciò che si genera, quasi una nutrice"
e "sede di tutte le cose che hanno nascimento".
Questa, dice PIatone, "...è sempre la stessa,
perché non perde affatto la sua potenza, ma riceve
sempre tutte le cose, e in nessun modo prende mai
una forma simile ad alcuna di quelle cose che entrano
in essa: perché essa di sua natura è la matrice formativa
di tutto, che è mossa e figurata dalle cose che vi
entrano, e appare, per causa di esse, ora in una forma
e ora in unaltra: e le cose chentrano
ed escono son sempre immagini di quelle che esistono
sempre (le Idee), improntate da esse in modo ineffabile
e meraviglioso...". Lelemento materiale
è dunque il ricettacolo delle Idee e, come ricettacolo
appunto, conviene "che sia estraneo a tutte le
forme che deve ricevere" e pertanto Platone conclude:
"Perciò la madre e il ricettacolo delle cose
generate visibili e pienamente sensibili, non dobbiamo
chiamarla né terra, né aria, né fuoco, né acqua, né
alcuna delle cose che sono nate o da cui queste sono
nate; ma dicendo che è una specie invisibile e informe
e ricettrice di tutto, e partecipe in qualche modo
oscuro dellintelligibile, non cinganneremmo".
E questa materia è concepita come mancante di misura
e di ordine, e come in movimento caotico. La materia,
insomma, è come il non-essere in contrapposizione
allessere delle Idee (è lassolutamente
altro dalle Idee, il non-essere delIe Idee). Ben si
comprende, quindi, che Platone consideri il mondo
delle cose sensibili, costituite appunto di materiale
e di ideale, un genere misto di essere e di non-essere,
un "intermedio" fra lessere puro e
il nulla. Anche per questa via, dunque, leleatismo
è lasciato decisamente alle spalle: il mondo sensibile
esiste e non è affatto mera illusione: è un essere
"intermedio" che partecipa effettivamente
dellessere, ma anche del non-essere, e per questo
nasce, diviene, e muore.
Perché questa "chora",
questa spazialità informe non sia stata abbandonata
a se medesima, già lo sappiamo: il Demiurgo, che è
il Dio artefice, per bontà e amore
di bene, ha voluto trarre da quel caos il
cosmos, rendendolo il più possibile simile
al mondo delle Idee. Ecco laffermazione platonica
più esplicita in merito: "Diciamo dunque per
qual cagione lArtefice fece la generazione e
questo universo. Egli era buono, e in uno buono
nessuna invidia nasce mai per nessuna cosa. Immune
dunque da questa, volle che tutte le cose divenissero
simili a lui quanto potevano. Se alcuno accetta
questa dagli uomini prudenti come la principale cagione
della generazione delluniverso, laccetta
molto rettamente. Perché Dio, volendo che tutte
le cose fossero buone, e, per quanto era possibile,
nessuna cattiva, prese dunque quanto cera
di visibile che non stava quieto, ma si agitava sregolatamente
e disordinatamente, e lo ridusse dal disordine
allordine, giudicando questo del tutto migliore
di quello". E così il Dio fece la cosa più
bella che era possibile, e tale è appunto il nostro
mondo. Il negativo e il male che restano in questo
mondo sono dovuti al margine di irriducibilità di
quella originaria spazialità caotica allideale,
della "necessità" alla razionalità, del
non-essere allessere.
Platone concepì il mondo sferiforme
e lo dotò di anima e intelligenza e quindi lo concepì
come un grande vivente: lanima del mondo
era, a suo avviso, richiesta come mediatrice perfetta
fra intelligibile e sensibile e come garanzia di ordinamento
e coordinamento del mondo, nonché come principio di
movimento. E come animali intelligenti (Dei visibili)
Platone concepì anche gli astri "animali divini
ed eterni".
Nella specifica costruzione del cosmo,
nel Timeo, Platone, come sappiamo, si rifece
a numerosi concetti pitagorici e specialmente allo
spirito pitagorico che interpreta le cose in chiave
matematico-geometrica e giunse anche a riprendere
lidea di Filolao che ciascuno dei quattro elementi
(acqua, aria, terra e fuoco) coincidesse con uno dei
solidi geometrici regolari. E senza addentrarci nelle
artificiose e per noi stucchevoli applicazioni delle
varie determinazioni di carattere geometrico-matematico
al cosmo, diremo che Platone con esse ha in sostanza
voluto dire una sola cosa: che tutto, essendo costituito
tramite rapporti numerici e geometrici, è proporzionato
e armonico: "E quanto poi ai rapporti dei numeri,
dei movimenti e delle altre proprietà, Dio, dopo aver
in ogni parte compiuto queste cose con esattezza,
fino a che lo permetteva la natura della necessità,
spontanea o persuasa, collocò dappertutto la proporzione
e larmonia". Luniverso è insomma
il migliore possibile: è il trionfo dellintelligenza.
Lanamnesi, radice e condizione
della conoscenza
Ma come avviene e che cosè
la conoscenza? Come è possibile alluomo accedere
allintelligibile? La conoscenza dellintelligibile
in che cosa differisce da quella del sensibile? Il
problema della conoscenza era stato agitato un po
da tutti i filosofi precedenti, ma non si può dire
che essi lo avessero impostato in forma specifica
e definitiva. Platone è il primo a porlo in tutta
la sua chiarezza, anche se, ovviamente, le soluzioni
che propone sono in gran parte aporetiche e (come
sempre del resto) sono aperte.
La prima risposta al problema della
conoscenza si trova nel Menone. Gli eristi
avevano tentato di bloccare capziosamente la questione,
sostenendo che la ricerca e la conoscenza sono impossibili:
infatti, non si può cercare e conoscere ciò che non
si conosce, perché, se anche lo si trovasse, non lo
si potrebbe riconoscere, mancando il mezzo per poterlo
riconoscere; e neppure ciò che si conosce, perché
già lo si conosce. È proprio per superare questa aporia
che Platone trova una nuovissima via: la conoscenza
è "anamnesi", cioè una forma di "ricordo",
un riemergere di ciò che esiste già da sempre nellinteriorità
della nostra anima.
Vediamo di spiegare questa dottrina
platonica, così spesso fraintesa. Si dice infatti
da molti che essa non è che "mito" e niente
affatto "dottrina" e quindi poco più che
favola. In realtà la questione è ben lungi dallessere
così semplicisticamente eliminabile.
Il Menone presenta la dottrina
in una duplice maniera: una mitica e una dialettica,
e bisogna esaminarle ambedue per non rischiare di
tradire il pensiero platonico.
La prima maniera, di carattere mitico-religioso,
si rifà alle dottrine orfico-pitagoriche dei sacerdoti
secondo le quali, come sappiamo, lanima è immortale
ed è più volte rinata: la morte non è che il termine
di una delle vite dellanima in un corpo; la
nascita non è che il ricominciare di una nuova vita,
che viene ad aggiungersi alla serie delle precedenti.
Lanima, pertanto, ha visto e conosciuto
la realtà tutta, la realtà dellal di là e la
realtà dellal di qua. Se così è, conclude Platone,
è facile capire come lanima possa conoscere
ed apprendere: essa deve semplicemente
trarre da se medesima la conoscenza che sostanzialmente
possiede, e possiede da sempre: e questo "trarre
da sé" è un "ricordare".
Orbene, se Platone si limitasse a
dire questo, avrebbero perfettamente ragione quanti
lamentano il carattere meramente "mitologico",
e quindi la non validità in sede strettamente speculativa,
della "reminiscenza": ciò che infatti si
fonda sul mito e così formulata la reminiscenza
si fonda su un mito non può avere altro valore
che di mito. In realtà, subito appresso, nel Menone,
le parti vengono esattamente rovesciate: quella che
era conclusione diventa interpretazione speculativa
di un dato di fatto sperimentato e accertato, mentre
quello che prima era presupposto mitologico avente
funzione di fondamento diventa invece conclusione.
Infatti, dopo lesposizione mitologica, Platone
fa un "esperimento maieutico". Interroga
uno schiavo assolutamente ignaro di geometria, e riesce
a fargli risolvere, solamente interrogandolo socraticamente,
una complessa questione di geometria (in sostanza
implicante la conoscenza del teorema di Pitagora).
Dunque così argomenta allora Platone
poiché lo schiavo non aveva prima imparato geometria,
e poiché non gli è stata fornita da nessuno la soluzione,
dal momento che egli lha saputa guadagnare
da solo, non resta che concludere che egli lha
tratta dal di dentro di se stesso, dalla propria anima,
ossia che se ne è "ricordato". E qui,
come è chiaro, la base dellargomentazione, lungi
dallessere un mito, è una constatazione di fatto:
che lo schiavo, come ogni uomo in generale, può trarre
e ricavare da se medesimo verità che prima non conosceva
e che nessuno gli ha insegnato. Ulteriormente, poi,
dallesserci la verità nellanima, Platone
deduce limmortalità, anzi leternità della
medesima: se lanima possiede in proprio verità
che non ha appreso in precedenza nella vita attuale,
che sono velate ma che possono essere ridestate a
conoscenza, vuol dire che essa le ha possedute in
proprio già prima della vita, da sempre: lanima,
allora, è immortale, anzi eterna, così come la verità.
Perciò Platone conclude: "se dunque la verità
delle cose è sempre nellanima, essa è immortale".
Gli studiosi hanno spesso scritto
che la dottrina della "anamnesi" è nata
in Platone da influssi orfico-pitagorici; ma, dopo
quanto abbiamo spiegato, è chiaro che almeno altrettanto
peso ebbe, sulla genesi della dottrina, la "maieutica"
socratica. È evidente, infatti, che, per potere maieuticamente
far sorgere la verità dallanima, la verità
deve sussistere nellanima. La dottrina dellanamnesi
viene così a presentarsi, oltre che come un corollario
della dottrina della metempsicosì orfico-pitagorica,
altresì come la giustificazione e linveramento
della possibilità stessa della maieutica socratica.
Una ulteriore riprova della "anamnesi"
Platone lha fornita nel Fedone, rifacendosi
soprattutto alle conoscenze matematiche (che ebbero
enorme importanza nel determinare la scoperta dellintelligibile).
Platone argomenta, in sostanza, come segue. Noi costatiamo
con i sensi lesistenza di cose uguali, maggiori
e minori, quadrate e circolari, e altre analoghe.
Ma, ad una attenta riflessione, noi scopriamo che
i dati che ci fornisce lesperienza tutti
i dati, senza eccezione di sorta non si adeguano
mai, in modo perfetto, alle corrispondenti nozioni
che, pure, noi possediamo indiscutibilmente: nessuna
cosa sensibile è mai "perfettamente" uguale
ad unaltra, nessuna cosa sensibile è mai "perfettamente"
e "assolutamente" quadrata o circolare,
eppure noi abbiamo queste nozioni di uguale, di
quadrato e di circolo "assolutamente perfetti".
Allora bisogna concludere che fra i dati dellesperienza
e le nozioni che noi abbiamo esiste un dislivello:
queste ultime contengono un qualcosa di più
rispetto a quelli. E donde può mai derivare questo
plus? Se, come si è visto, non deriva e non
può strutturalmente derivare dai sensi, cioè dal di
fuori, non resta che concludere che viene dal di dentro
di noi. E non già dal soggetto pensante, quasi creazione
del soggetto pensante: il soggetto pensante non "crea"
questo plus, lo "trova" e lo "scopre";
ed esso, anzi, si impone al soggetto oggettivamente,
indipendentemente da ogni volere del soggetto
medesimo, assolutamente. Dunque, i sensi ci
danno solo conoscenze imperfette; la nostra
mente, il nostro intelletto, il nostro spirito, in
occasione di questi dati, scavando e quasi ripiegandosi
su di sé e facendosi intimo a sé, "trova"
le corrispondenti conoscenze perfette. E poiché non
le produce, non resta che la conclusione che esso
le ritrovi in sé e le ricavi da sé come da un "originario
possesso", "ricordandole".
In tal modo, le matematiche rivelano
che la nostra anima è in possesso di conoscenze
perfette, che non derivano dalle cose sensibili,
e che rispecchiano, anzi, modelli o paradigmi cui
le cose tendono, pur senza riuscire a raggiungerli,
come sappiamo dallesposizione fatta della dottrina
ontologico-metafisica. E il medesimo ragionamento
PIatone ripete a proposito delle varie nozioni estetiche
ed etiche (bello, giusto, buono, santo, etc.), che
noi possediamo e di cui facciamo uso nei nostri giudizi
e che, manifestamente, non ci derivano dalla
esperienza sensibile, perché sono più perfette dei
dati della esperienza, e che, quindi, contengono quel
plus, che non si può giustificare se non nella
maniera detta, cioè come scaturente da un originario
e puro possesso della nostra anima, ossia come reminiscenza:
una luce che nellanima ha impresso la Idea,
una metafisica originaria "visione" del
mondo ideale che, una volta "veduto", resta
sempre, anche se velato, nellanima di ognuno
di noi.
Le Idee sono infatti realtà oggettive
assolute che nellintuizione dellanamnesi
si impongono come oggetto della mente. La mente nella
reminiscenza coglie e non produce le
Idee.
I gradi della conoscenza e la dialettica
È evidente, tuttavia, che, più che
la conoscenza, lanamnesi spiega la "radice"
o la "possibilità" della conoscenza, in
quanto dice sostanzialmente solo questo: il conoscere
è possibile perché abbiamo nellanima unintuizione
originaria del vero. Le tappe e i modi specifici del
conoscere restano ulteriormente da determinare, e
Platone li ha determinati nella Repubblica e
nei dialoghi dialettici.
Nella Repubblica Platone parte
dal principio che la conoscenza è sempre proporzionale
allessere, di guisa che solo ciò che è massimamente
essere è perfettamente conoscibile, il non-essere
è assolutamente inconoscibile. Ma, poiché noi sappiamo
che esiste anche una realtà intermedia fra essere
e non-essere, cioè il sensibile, che è un misto di
essere e non-essere, allora Platone conclude che di
questo intermedio cè appunto una conoscenza
intermedia fra scienza e ignoranza, una conoscenza
che non è vera e propria conoscenza e ha nome "opinione,
"doxa".
Le forme del conoscere sono dunque
due: la più bassa è la doxa, la più alta è
lepisteme o scienza: la prima riguarda
il sensibile, la seconda il soprasensibile.
Lopinione, tuttavia, per Platone
è quasi sempre decettiva. Essa può bensì essere anche
verace e retta, ma non può mai avere in sé la garanzia
della propria correttezza e resta sempre labile, come
è labile il sensibile cui essa si riferisce.
Per fondare lopinione e renderla
stabile, occorrerebbe, come Platone dice nel Menone,
legarla col ragionamento causale, cioè fissarla
con la conoscenza della "causa" (dellIdea):
ma, allora, essa cesserebbe di essere opinione e diverrebbe
scienza o episteme, e pertanto passeremmo senzaltro
dal sensibile al soprasensibile.
Ma Platone specifica ulteriormente
che sia la "doxa" sia l"episteme"
hanno ciascuna come due gradi: la "doxa"
si divide in mera immaginazione (eikasia) e
in credenza (pístis), mentre la "scienza"
si divide in conoscenza mediana (dianoia) e
in pura intellezione (noesis). E, stante il
principio sopra illustrato, ciascun "grado"
o forma di conoscenza ha un corrispettivo grado e
una corrispettiva forma di realtà e di essere. Leikasia
e la pistis corrispondono a due gradi del
sensibile, e, rispettivamente, si riferiscono la prima
alle ombre e alle immagini sensibili delle cose, la
seconda alle cose e agli oggetti sensibili stessi.
La dianoia e la noesis si riferiscono
a due gradi dellintelligibile (o, secondo alcuni
critici, a due modi di cogliere lintelligibile):
la dianoia è la conoscenza matematico-geometrica,
la noesis Ia pura conoscenza dialettica delle
Idee. La dianoia (conoscenza mediana, come
qualcuno opportunamente traduce il termine) ha ancora
a che fare con elementi visivi (per esempio le figure
che si tracciano nelle dimostrazioni geometriche)
e con ipotesi; la noesis è coglimento puro
delle Idee e del principio supremo e assoluto (ossia
lIdea del Bene). Possiamo raffigurare visivamente
le forme e i gradi della conoscenza e le rispettive
forme e gradi della realtà, secondo quanto indica
lo stesso Platone, come segue:
|
Sfera del conoscere
|
Sfera dellessere
|
|
doxa
o opinione
|
eikasia
o immaginazione
pistis o credenza
|
immagini sensibili
oggetti sensibili
|
mondo sensibile
|
|
|
|
|
|
|
episteme
o scienza
|
dianoia
o conoscenza mediana
noesis o intellezione
|
oggetti matematici
Idee e Idea del Bene
|
mondo intellegibile
|
Naturalmente, gli uomini comuni si
fermano ai primi due gradi della prima forma del conoscere,
cioè allopinare; i matematici salgono alla dianoia,
solo il filosofo accede alla noesis e alla
suprema scienza. Lintelletto e lintellezione,
lasciate le sensazioni e il sensibile e ogni elemento
legato al sensibile, colgono, con un procedimento
che è insieme discorsivo e intuitivo, le pure Idee,
i loro nessi positivi e negativi, cioè tutti i loro
legami di implicanza e di escludenza, e risalgono
da Idea a Idea, fino al coglimento della suprema Idea,
il Bene, lincondizionato. E questo procedimento
per cui lintelletto passa o trascorre da Idea
a Idea è la "dialettica", cosìcché il filosofo
è il "dialettico". E si capisce, quindi,
che, dalla Repubblica in poi, Platone abbia
cercato di approfondire in tutti i modi questo concetto
di dialettica (e perciò i dialoghi posteriori alla
Repubblica si chiamano dialettici).
E ci sarà una dialettica ascensiva,
che è quella che libera dai sensi e dal sensibile,
porta alle Idee e poi, da Idea a Idea, alla suprema
Idea (ed è questa su cui soprattutto si sofferma la
Repubblica). E ci sarà anche una dialettica
discensiva, che è invece quella che, compiendo
il cammino opposto, parte dalla Idea suprema, o da
una Idea elevata e, procedendo per divisione (procedimento
diairetico), cioè distinguendo via via le Idee particolari
contenute, giunge a stabilire il posto che una data
Idea occupa nella struttura gerarchica del mondo ideale
(ed è su questa dialettica discensiva che insistono
i dialoghi dialettici). La dialettica, insomma, è
il coglimento, fondato sullintuizione intellettuale,
del mondo ideale, della sua struttura, del posto che
ciascuna Idea occupa, in rapporto alle altre, in questa
struttura: e questa è la "verità".
Larte come allontanamento dalla
conoscenza del vero
In stretta connessione con la tematica
metafisica e dialettica va vista la problematica platonica
dellarte, giacché solo in tale connessione essa
risulta pienamente intelligibile. Platone, infatti,
nel determinare lessenza, la funzione, il ruolo
e il valore dellarte si preoccupa solamente
di questo: di stabilire cioè quale valore di verità
essa abbia, ossia se essa avvicini al vero, se renda
migliore luomo, se socialmente abbia valore
educativo oppure no. E la sua risposta, come è noto,
è del tutto negativa: larte non disvela ma vela
il vero, non migliora luomo ma lo corrompe perché
è menzognera, non educa ma diseduca.
Vediamo di intendere un po
a fondo le ragioni di questa condanna, che è rimasta
in tutti i dialoghi pressoché senza appello. Già nei
primi scritti Platone assunse un atteggiamento negativo
di fronte alla poesia, considerandola decisamente
inferiore alla filosofia. Il poeta non è mai tale
per scienza, e per conoscenza, ma per irrazionale
intuito. Il poeta, quando compone, è ispirato, è "fuori
di sé", è "invasato", e quindi inconsapevole:
non sa dar ragione di ciò che fa, né sa insegnare
ad altri ciò che fa. Il poeta è poeta per fato divino.
Più precise e determinate sono le
concezioni sullarte che Platone esprime nel
libro decimo della Repubblica. Larte,
in tutte le sue espressioni (cioè sia come poesia,
sia come arte pittorica e plastica), è, dal punto
di vista ontologico, una "mimesi", vale
a dire una "imitazione" di cose e avvenimenti
sensibili. Sia la poesia che larte figurativa
descrivono uomini, cose, fatti e vicende di vario
genere, cercando di "riprodurli" con parole,
colori, rilievi plastici. Ora, noi sappiamo che le
cose sensibili sono, dal punto di vista ontologico,
non il vero essere, ma limitazione del vero
essere: sono una "immagine" delleterno
"paradigma" dellIdea, e perciò distano
dal vero nella misura in cui la copia dista dalloriginale.
Ebbene, se larte, a sua volta, è "imitazione"
delle cose sensibili, allora ne consegue che essa
viene ad essere una "imitazione" di una
"imitazione", una "copia" che
riproduce una "copia", e quindi viene ad
essere lontana dal vero ancor più di quanto lo siano
le cose sensibili: essa rimane "tre gradi lontana
dalla verità".
Dunque larte figurativa imita
la mera parvenza e così i poeti parlano senza sapere
e senza conoscere ciò di cui parlano, e il loro
parlare è, dal punto di vista del vero, un gioco,
uno scherzo.
Per conseguenza, Platone è convinto
che larte si rivolga non alla parte migliore,
ma alla parte peggiore della nostra anima.
Su questa concezione si è molto scritto
e detto e qualcuno ha creduto, urtato dalla sua crudezza,
di doverla temperare e ridimensionare, invocando il
fatto che Platone apprezza invece in grado sommo la
bellezza e lIdea di Bello, e richiamando quei
passi del Convito e del Fedro, che sono
veri inni alla bellezza. In verità questo associare
il problema dellarte al problema della bellezza
è storicamente poco corretto, almeno nel contesto
platonico. Infatti, il nostro filosofo collega la
bellezza non tanto allarte quanto alleros
e allerotica, che, come vedremo, hanno altro
senso e altra funzione. Perciò è perfettamente inutile
tentare, avvalendosi delle acquisizioni della moderna
estetica, di trovar ciò che in Platone non cè.
La verità è che, per Platone, larte
non ha una sfera e un valore propriamente autonomi:
essa vale solamente se e nella misura in cui possa
o sappia mettersi al servizio del vero. Ed è inutile,
anche, invocare il fatto che Platone, il quale deprezza
così larte, è tuttavia sommo artista: infatti,
se è vero che Platone brudò i suoi primi tentativi
poetici, questo riconferma la fedeltà delluomo
alla sua dottrina: li bruciò per essere filosofo,
ed esplicò la sua arte solo al servizio della filosofia
e della verità. Platone non negò lesistenza
dellarte, ma negò che larte potesse
valere solo per se stessa: larte o serve
il vero o serve il falso e tertium non datur. E
noi moderni, che tanto proclamiamo lassoluta
libertà dellarte e riteniamo dogma ass olutamente
intangibile larte per larte, p potremmo
addurre contro Platone numerose delle acquisizioni
dellestetica e potremmo dimostrare il positivo
che è proprio dellarte come arte, sotto
vari aspetti. Tuttavia, malgrado questo, possiamo
davvero dire che nella istanza platonica non ci sia
nulla di vero? Possiamo davvero dire che, affrancatasi
dal vero metafisico e logico, larte non si sia
spesso ridotta a gioco? Possiamo davvero dire che
larte non abbia finito talora per rivolgersi
alla sollecitazione della parte peggiore di noi? Possiamo
davvero dire che larte non abbia troppo spesso
contribuito a disperderci nelle vane parvenze?
La componente mistico-religioso-teologica
del platonismo
Ma Platone non è solo il metafisico
e il dialettico: chi lo ha interpretato in questa
sola chiave lo ha semplicemente decimato. E già gli
antichi ben saccorsero che la filosofia di Platone
era tutta impregnata di uno spirito fortemente religioso,
che era inesauribile fonte per gli spiriti assetati
del divino, e addirittura quasi mistica iniziazione.
E molti Neoplatonici giunsero a considerare i dialoghi
né più né meno che come responsi di un oracolo, divine
rivelazioni.
Scoperta ed approfondimento del senso
orfico della vita
La dimensione mistica, latente nei
primi dialoghi ed in alcuni quasi del tutto assente,
esplose, per così dire, per la prima volta, nel grandioso
affresco del Gorgia e coincise con un momento
di crisi nella vita di Platone, che lo portò a meditare
a fondo il senso della "vita orfica" e della
"vita pitagorica", e lo spinse non solo
ad accettarlo, ma ad approfondirlo e poi a mostrarne,
via via, tutte le implicanze e tutte le conseguenze,
specie nel Fedone e poi ancora in altri scritti
successivi.
Per la prima volta nel Gorgia
Platone affronta tutti i problemi di fondo relativi
alla vita delluomo, la quale gli si presenta
drammaticamente, come in nessuno degli scritti precedenti,
in tutte le sue più stridenti e tragiche contraddizioni:
Socrate il giusto è stato ucciso e lingiusto
sembra invece trionfare; il virtuoso e giusto è in
balìa dellingiusto e ne soffre i soprusi; il
vizioso e lingiusto sembrano invece felici e
soddisfatti delle loro soperchierie; il politico giusto
soccombe, quello senza scrupoli si impone; dovrebbe
trionfare il bene e invece è il male che sembra avere
sopravvento. Da che parte è la verítà? Callicle, uno
dei protagonisti del dialogo, che dà voce alle tendenze
più estremistiche che erano maturate in quellepoca
(come abbiamo visto parlando degli epigoni dei Sofisti),
non esita a proclamare, con la più sfrontata impudenza,
che la verità è dalla parte del più forte, cioè di
colui che sa farsi beffa di tutto e di tutti, sa godere
di ogni piacere, sa soddisfare tutte le passioni,
sa saziare ogni desiderio e sa procurarsi i mezzi
che servono alluopo; la giustizia è uninvenzione
dei deboli, la virtù una sciocchezza, la temperanza
unassurdità: chi si astiene dai piaceri, si
modera e tempera le sue passioni è uno stolto, perché
la vita che costui vive è in realtà uguale alla morte.
Ed è proprio in risposta a questa
visione estrema che Platone ritrova la verità dellinsegnamento
orfico-pitagorico. Callicle e tutti coloro pseudo-sofisti
e uomini politici del tempo di cui Callicle è simbolo
dicono che la vita del "virtuoso", che mortifica
gli istinti, è vita senza senso e quindi morte. Ma
che cosè la vita? E che cosè la morte?
Non potrebbe forse essere "morte" questa
che chiamiamo "vita", ed essere, invece,
"vera vita" quella che incomincia con la
"morte"? "... E io non mi meravigliereiscrive
espressamente Platonese Euripide affermasse
il vero là dove dice "Chi può sapere se il
vivere non sia morire e il morire non sia vivere?",
e che noi, in realtà, forse siamo morti? Io ho
già sentito dire, infatti, anche da uomini sapienti,
che noi, ora, siamo morti e che il corpo è per noi
una tomba...". Ecco, dunque, guadagnata quella
visione che rovescia il senso comune della vita: luomo
non è solo corpo, ma corpo e anima; il
"vero uomo" è non il corpo bensì lanima;
per conseguenza, la "vera vita" è la vita
che si vive non nella dimensione del corpo, bensì
nella dimensione dellanima: quando viviamo col
corpo lanima rimane come mortificata, quando
muore il corpo lanima rivive purificata.
Vivere per il corpo significa vivere
per ciò che è destinato a morire, vivere per lanima
significa invece vivere per ciò che è destinato ad
essere sempre. Se il giusto soffre in questa vita,
vittima delle soperchierie degli ingiusti, fino ad
essere impunemente preso a schiaffi, soffre nel corpo
e può, al limite, perdere il corpo; ma salva lanima
e la salva per leternità. E ai
Callicli di allora e di tutti i tempi, Platone, alla
fine del Gorgia, dà questa risposta, che segna
come il programma cui resterà fedele tutta la vita,
e cui vuole resti fedele chi intende essere suo seguace:
"E tra tanti ragionamenti che si sono fatti...
questo solo resta saldo: che bisogna guardarsi dal
commettere ingiustizia più che dal riceverla, che
luomo deve preoccuparsi non di apparire buono
ma di esserlo veramente, e in privato e in pubblico.
E se qualcuno commette qualche ingiustizia, deve essere
punito, e questo è il bene che viene secondo, dopo
lessere giusto: il diventare giusto scontando
la pena e subendo il castigo. E ogni tipo di lusinga,
rivolta a sé o rivolta agli altri, rivolta a pochi
o rivolta a molti, va tenuta ben lontana... Ascolta
dunque e seguimi là dove, una volta giunto, sarai
felice, e mentre vivi e quando sarai morto, come il
ragionamento dimostra. E lascia pure che gli altri
ti disprezzino, considerandoti un folle, e che ti
offendano, se vogliono. E, sì, per Zeus, lascia
pure, restando impavido, che ti colpiscano con quello
schiaffo ignominioso, perché, se sarai veramente onesto
e buono ed eserciterai virtù, non potrai patire nulla
di male". Lo schiaffo ignominioso dellingiusto
colpisce il volto del giusto, non la sua anima. È
quasi un oscuro anticipo dellevangelico precetto:
se ti colpiscono con uno schiaffo in volto, porgi
laltra guancia.
Il messaggio platonico fu sentito
come sconvolgente già nellantichità, e ci è
riferito che, dopo aver letto il Gorgia, un
possidente di Corinto lasciò i suoi campi, per correre
da Platone: è un esempio, forse solo simbolico, ma,
appunto per questo, quanto mai significativo.
Le prove dellimmortalità dellanima
La visione del Gorgia non
è una semplice ripresa e una rielaborazione quantitativa,
diciamo così, di temi orfico-pitagorici: essa acquista
tutto un nuovo significato dopo la "seconda navigazione",
cioè dopo la scoperta del mondo intelligibile. Lesistenza
di unanima immortale, che sola può dar
senso alla visione della vita che abbiamo descritto,
non resta più una mera "credenza", non resta
più soltanto una "fede" e una "speranza",
ma diventa altresì razionalmente dimostrabile. NellOrfismo
essa era semplice dottrina misteriosofica; in quei
Presocratici che avevano accettato la visione orfica
restava presupposto in contrasto con i loro principi
"fisici"; in Platone si fonda e si impianta
perfettamente sulla metafisica, cioè sulla dottrina
del soprasensibile, di cui diventa quasi corollario:
lanima è la dimensione intelligibile e immateriale
delluomo, ed è eterna come eterno è lintelligibile
e limmateriale.
Il Fedone fornisce a favore
dellimmortalità dellanima tre prove.
Lasciando la prima, cui è dato da Platone stesso scarso
valore e che alla fine fa leva sulla reminiscenza
(analogamente a quanto abbiamo già visto a proposito
del Menone), vogliamo esaminare le altre due,
di cui almeno una è fra le più convincenti fra le
tante prove che la successiva metafisica ha tentato
di fornire in merito.
 |
Lanima
umana dice dunque Platone è capace
(secondo che si è sopra veduto) di conoscere
le cose immutabili ed eterne; ma, per poter
cogliere queste cose, essa deve avere, come conditio
sine qua non, una natura a loro affine:
altrimenti quelle rimarrebbero al di fuori
della capacità di questa; e dunque, come quelle
sono immutabili ed eterne, così anche lanima
deve essere immutabile ed eterna. Questa
è in sintesi la prova; ma, poiché a nostro avviso
è quella più pregnante, vogliamo più analiticamente
determinarla.
|
Come sappiamo, esistono due piani
di realtà: a) le realtà visibili, cioè percepibili
e sensibili e b) le realtà invisibili e intelligibili.
Le primesappiamosono quelle che non permangono
mai nelle medesime condizioni, le seconde sono invece
quelle che permangono immutabili. Domandiamoci ora
a quale tipo di realtà vadano assimilate le due parti
o le due componenti che costituiscono luomo,
vale a dire il corpo e lanima. Non
cè dubbio che il corpo è affine alla realtà
visibile, lanima allinvisibile e
allintelligibile; e, poiché il visibile
è mutabile e lintelligibile è immutabile, lanima
dovrà essere immutabile. E infatti, quando lanima
si appoggia alle percezioni sensibili, queste la fanno
errare e confondere, perché sono mutevoli come gli
oggetti cui esse si riferiscono; invece, quando si
eleva al di sopra dei sensi e si raccoglie in sé sola,
allora non erra più, e trova nelle pure Idee e negli
intelligibili il suo oggetto adeguato e scopre, appunto
conoscendoli, di essere loro affine, e rimane immutabile
pensando le cose immutabili. (E una ulteriore riconferma
di ciò sta anche in questo: quando anima e corpo stanno
insieme, è lanima che domina e governa, mentre
il corpo ubbidisce ed è dominato dallanima;
ma è caratteristica del divino il comandare e del
mortale lessere comandato; dunque lanima
anche da questo punto di vistaè affine al divino,
mentre il corpo è affine al mortale). Concludendo,
diremo che lanalisi delle caratteristiche dellanima
e del corpo, mentre ci conduce ad assegnare questultimo
al genere delle cose composte, corruttibili, mutevoli
e sensibili, ci porta per contro a concludere che
lanima è in sommo grado "simile a ciò che
è divino, immortale, intelligibile, uniforme, indissolubile,
sempre identico a se medesimo"; e lanima
scopre di essere cosìffatta soprattutto riconoscendosi
affine alloggetto di conoscenza che le è proprio,
il quale ha appunto quelle caratteristiche.
 |
Lultima
prova che fornisce il Fedone è derivata
da alcune caratteristiche strutturali delle Idee.
Le Idee contrarie non possono combinarsi fra loro
e stare insieme, perché, appunto in quanto contrarie,
si escludono a vicenda. Ma non possono (per conseguenza)
nemmeno combinarsi e stare insieme le cose sensibili
che partecipano essenzialmente di queste Idee.
Se così è, allorché una Idea entri in una cosa,
necessariamente lIdea contraria che era
nella cosa scompare e cede il posto (non solo
lIdea di grande e quella di piccolo non
si possono combinare fra loro e si escludono nettamente
a vicenda quando siano in sé e per sé considerate,
ma si escludono a vicenda altresì il grande e
il piccolo che sono nelle cose: sopraggiungendo
luno, laltro scompare e cede il posto).
E la medesima cosa si verifica non solo per i
contrari in sé, ma anche per tutte quelle Idee
e cose che, pur non essendo fra loro contrarie,
hanno in sé i contrari quali loro attributi essenziali:
non solo caldo e freddo si escludono nel modo
che si è sopra detto, ma anche fuoco e
freddo, neve e caldo. Il fuoco non
ammetterà mai in sé lidea del freddo e la
neve non ammetterà mai in sé lidea del caldo;
al sopravvenire del caldo la neve deve dileguarsi
e cedere il posto, e al sopravvenire del freddo
il fuoco deve dileguarsi e cedere il posto. Ora
veniamo allanima ed applichiamo ad essa
quanto si è ora stabilito. Lanima ha come
carattere essenziale la vita e lIdea
di vita: è essa, infatti, che porta la vita
nel corpo e la mantiene (e questoè bene
tenerlo presenteper il Greco è ancor più
ovvio che per noi, perché, anche dal punto di
vista strettamente linguistico, psyché richiama
la nozione di vita e significa anche, in molti
contesti, semplicemente vita) E, poiché la morte
è il contrario della vita, in base al principio
stabilito, lanima, avendo come carattere
essenziale la vita, non potrà strutturalmente
accogliere in sé la morte, e dunque sarà immortale.
Pertanto, al sopraggiungere della morte, si corromperà
il corpo e lanima se ne andrà altrove. In
conclusione: lanima, che implica per sua
essenza la vita, non può accogliere, appunto per
questa ragione di carattere strutturale, la morte,
perché Idea di vita e Idea di morte si escludono
totalmente: lespressione "anima morta"
è una pura assurdità, è una contraddizione in
termini, come "neve-calda", "fuoco-freddo".
Pertanto anima = Idea di vita = ciò che per sua
natura è e dà vita = incorruttibile = immortale
= eterna.
|
 |
Unulteriore
prova a favore dellimmortalità dellanima
Platone ha fornito anche nella Repubblica.
Il male è ciò che corrompe e distrugge (mentre
il bene è ciò che giova e avvantaggia). E ogni
cosa ha un male peculiare (così come ha un bene
peculiare), ed è e può essere distrutta solamente
da questo male che le è proprio e non dal male
delle altre cose. Orbene, se noi potessimo trovare
qualcosa che abbia, sì, il suo male che la rende
cattiva, ma che, ciononostante, non la possa dissolvere
né distruggere, noi dovremmo concludere che tale
realtà è strutturalmente indistruttibile, giacché,
se non la può distruggere il suo proprio male,
a fortiori non la potrà distruggere il
male delle altre cose. Ebbene, tale è appunto
il caso dellanima. Essa ha il suo male,
che è il vizio (ingiustizia, dissennatezza,
empietà etc.); ma il vizio, per quanto grande
sia, non distrugge lanima, la quale continua
a vivere anche se malvagissima, proprio allopposto
di quanto avviene per il corpo, che, quando è
guastato dal suo male, si corrompe e muore. Dunque,
se lanima non può essere distrutta dal male
del corpo, perché il male del corpo (stante il
principio stabilito) è alieno allanima e
come tale non la può intaccare; e se non può nemmeno
essere distrutta dal suo proprio male, per quanto
forte esso sia, allora essa è indistruttibile:
"Quando pertantoconclude Platoneuna
cosa non perisce di alcun male né proprio né estraneo,
è evidente essere necessario che quella cosa sia
sempre; e se è sempre, è immortale".
|
Al di là della formulazione tecnica
delle varie prove, che possono suscitare perplessità
e discussioni numerose e di vario genere, un punto
resta acquisito, per chiunque creda nella possibilità
della metafisica: lesistenza e limmortalità
dellanima hanno senso unicamente se si ammette
un essere soprasensibile, metempirico, che Platone
chiamava mondo delle Idee, ma che non significa, in
ultima analisi, altro che questo: lanima è la
dimensione intelligibile, metempirica, spirituale
delluomo. Con Platone luomo ha scoperto
di essere a due dimensioni. E lacquisizione
sarà irreversibile, perché, anche coloro che negheranno
una delle due dimensioni, daranno allunica dimensione
che crederanno di dover mantenere, un significato
tutto diverso da quello che essa aveva quando laltra
era ignorata.
Lanima, in cui Socrate (superando
la visione omerica e presocratica e gli aspetti irrazionali
della visione orfica) additava il "vero uomo",
identificandola con lio consapevole, intelligente
e morale, riceve con Platone la sua adeguata fondazione
ontologica e metafisica e una precisa collocazione
nella visione generale della realtà .
I destini dellanima: loltretomba
Ma alle "dimostrazioni"
dellimmortalità dellanima, che pur si
fondano su una essenziale scoperta metafisica (la
"seconda navigazione"), e in modo ben saldo,
nel contesto platonico non viene mai affidata lultima
parola e ad esse non è mai dato un valore del tutto
esaustivo. Il procedimento platonico resta sostanzialmente
diverso da quello cui molta filosofia (specie molta
filosofia moderna e contemporanea) ci ha abituati.
Chi cercasse nei dialoghi platonici non diciamo levidenza
dimostrativa che potrebbe esigere un empirista, il
positivista, o un moderno scienziato, ma anche levidenza
dimostrativa di tipo intellettualistico, cui ci hanno
abituato i razionalisti e gli illuministi di vario
genere: ebbene, costui fatalmente fraintenderebbe
gravemente Platone. Il nostro filosofo, infatti, costruisce
la sua visione della realtà e delluomo su due
forzequelle forze che dalla fine del Medio Evo
in poi si è proceduto, in vario modo, a distinguere,
separare e antiteticamente contrapporre, ma che egli
giudica non solo essere conciliabili, ma luna
linfa vitale e quasi forza propulsiva dellaltra
cioè la "fede" che trova formulazione nel
mito e la "ragione" che si esplica nel logos,
sicchè, assai spesso, il discorso filosofico platonico
è una forma di "fede ragionata", è mito
che cerca il logos e logos che cerca il mito. E alla
"fede" Platone affida, talora, il compito
di trasportare e di elevare lo spirito umano immediatamente
in ambiti e sfere di superiori visioni, alle quali
la ragione difficilmente, da sola, avrebbe possibilità
di accedere, ma delle quali essa può tuttavia prendere
mediatamente possesso e quindi può fare proprie; talaltra,
invece, egli affida il compito, quando la ragione
sia giunta alle sue colonne dErcole, ossia ai
suoi limiti estremi (o ritenuti tali), di superare
intuitivamente questi limiti e così di completare
e coronare lo sforzo della ragione, elevando lo spirito
ad una visione o almeno ad una tensione trascendente.
E, così, dal Gorgia, al Menone, al Fedone,
alla Repubblica al Politico, al
Timeo (e negli stessi dialoghi dellamore
Convito e Fedro), il gioco di integrazione
delle due forze si articola e si sviluppa, in modo
da realizzare una delle più alte costruzioni spirituali
che il pensiero occidentale conosca.
Pertanto non deve stupire se tutte
le prove razionali della immortalità dellanima
fornite nel Fedone sono precedute e poi seguite
da precise affermazioni di fede e da grandiosi
miti, e se la stessa prova della Repubblica non
fa eccezione, ed è coronata dal più grandioso dei
miti escatologici usciti dalla penna degli antichi.
Chi fin qui ci ha seguiti potrà chiedersi,
a questo punto, come mai la filosofia, che è nata
come forza demitizzatrice e come superamento del mito
nel logos, ora ritorni a sussumere il mito;
forse, questa, una involuzione? È forse una parziale
abdicazione della filosofia alle proprie prerogative,
una rinuncia e un sintomo di sfiducia in sé? La risposta
è chiaramente negativa. Il mito di cui fa uso Platone
è differente essenzialmente dal mito pre-filosofico
che non conosceva ancora il logos: è un mito che non
asserve il logos, ma è un mito che fa da stimolo al
logos e lo feconda nel senso che abbiamo spiegato,
e che perciò in qualche modo arricchisce il logos:
è un mito che mentre viene creato viene insieme demitizzato,
cioè spogliato dei suoi elementi puramente fantastici
per mantenerne solo i poteri allusivi e intuitivi.
Chiariamo con lesempio forse più significativo.
Nel Fedone (15) Platone conclude con un mito
che descrive lal di là nei vari particolari
e le sorti delle anime; e il mito è tutta una fantasmagorica
e smagliante descrizione, piena di immagini superbe,
di figurazioni policrome, di scene e di luoghi della
più alta suggestione. E perché cè questo mito?
Perché se per provare che esiste un al di là è
bastato e basta il ragionamento, non appena si cerchi
di dire come sia questo al di là, il ragionamento
si rivela insufficiente, e non restano che limmaginazione,
la poesia e il mito. Ma, una volta costruito il suo
mito, scrive Platone: "Certamente, sostenere
che le cose siano veramente così come io le ho esposte,
non si conviene ad un uomo che abbia buon senso;
ma sostenere che o questo o qualcosa simile a questo
debba accadere delle nostre anime e delle loro dimore,
dal momento che è risultato che lanima è immortale:
ebbene, questo mi pare che si convenga e che metta
conto di arrischiarsi a crederlo, perché il rischio
è bello! E bisogna che, con queste credenze, noi facciamo
lincantesimo a noi medesimi: ed è per questo
che io da un pezzo protraggo il mio mito".
Non staremo dunque a descrivere i
vari miti escatologici platonici, per quanto belli
essi siano, che si leggono nel Gorgia, nel
Fedone e nella Repubblica, ma ne ridaremo
il senso ultimo cui Platone voleva pervenire. Luomo
è sulla terra come di passaggio e la vita terrena
è come una prova. La vera vita è nellal di là,
nellAde (linvisibile). E nellAde
lanima vien "giudicata" in base al
solo criterio della giustizia e dellingiustizia,
della temperanza e della dissolutezza, della virtù
e del vizio. Di altro i giudici dellal di là
non si curano: e non conta assolutamente nulla se
lanima sia stata anima del gran re o del più
umile dei suoi sudditi: contano solo i segni di giustizia
e di ingiustizia che essa reca in sé. E la sorte che
tocca alle anime può essere triplice:
a) se avrà vissuto in piena giustizia
riceverà un premio (andrà in luoghi meravigliosi nelle
isole dei beati, o in luoghi ancora superiori e indescrivibili)
b) se avrà vissuto in piena ingiustizia
al punto da essere diventata inguaribile, riceverà
un eterno castigo (sarà precipitata nel Tartaro per
sempre)
c) se avrà contratto solamente ingiustizie
sanabili, cioè avrà vissuto in parte giustamente e
in parte ingiustamente, pentendosi altresì delle proprie
ingiustizie, allora sarà solo temporaneamente punita
(poi, espiate le sue colpe, riceverà quel premio
che merita). E questa una sorprendente intuizione
di quello che la dottrina cristiana chiamerà, rispettivamente,
paradiso, inferno e purgatorio.
Dunque, se anche il giusto sarà calpestato
in questa vita, avrà la sua vittoria nellaltra
vita, che è quella che davvero conta; mentre lingiusto,
se anche crederà di accaparrarsi tutti i vantaggi
e crederà di aver ingannato tutti impunemente, e se
riuscirà perfino ad ammantarsi del rispetto degli
uomini con ogni sorta di finzioni, non saprà in nessun
modo sottrarsi alla resa finale dei conti: a lui,
nellal di là, toccherà lignominioso schiaffo
con cui sulla terra ha percosso il debole; ma sarà
uno schiaffo che durerà in eterno.
Come già sappiamo, Platone non ha
creduto che le anime restassero per sempre nellal
di là. Il ciclo delle reincarnazioni riprende tutte
le anime, sia pure dopo un lunghissimo volgere di
tempo: e così luomo ritorna ad una vita terrena
"scegliendola" egli stesso fra molti paradigmi
di vite possibili: ma chi una volta si sarà salvato
con lesercizio della filosofia, si salverà poi
sempre, perché saprà sempre scegliere la vita che
salva. I "paradigmi di vita" sono limitati,
vincolato è lordine con cui siamo chiamati a
scegliere: ma senza limite e a disposizione di tutti
e sempre è la sola cosa che veramente conta: la virtù.
E il discorso della Moira Lachesi, figlia di Necessità,
così apostrofa le anime (nello stupendo mito di Er
della Repubblica): "Anime effimere,
è questo il principio dun altro periodo di quella
vita che è un correre alla morte. Non sarà
il demone a scegliere voi, ma sceglierete voi il vostro
demone. E il primo tratto a sorte scelga primo
la vita alla quale poi dovrà di necessità essere legato.
La virtù non ha padrone: secondo che ciascuno
la onora o la disprezza, avrà più o meno di lei. La
colpa è di chi sceglie: Dio non ne ha colpa".
Sono le più alte parole che il Greco
abbia pronunciato sulla libertà delluomo di
scegliere il suo vero destino.
La rivoluzione dei valori tradizionali
e la nuova morale ascetica
Quanto abbiamo detto ci mette in
grado di comprendere appieno per quale ragione Platone
poté operare la rivoluzione di quei valori che la
grecità tenne sempre in massimo conto e su quali basi,
portando alle estreme conseguenze, da un lato, lintuizione
di Socrate e, dallaltro, le istanze della vita
orfico-pitagorica, poté fondare e organicamente sviluppare
una nuova etica, che ora vogliamo sinteticamente presentare.
Un antico scolio, cantato da tutti
i Greci nei loro banchetti, diceva:
"Essere sano è il ben che è
dato a noi sommo: indi vien del corpo aver bellezza;
senza frode essere ricco è il terzo, e poi con gli
amici goder la giovinezza".
Lo scolio riassume in maniera perfetta
i "valori" classici della grecità: 1) la
salute fisica, 2) la bellezza del corpo, 3) la ricchezza
onesta, 4) la giovinezza goduta con gli amici. Ebbene,
Platone non mantiene più nemmeno uno di questi valori
e li elimina in tronco: per lui sono tutti quanti
illusori e irreali. Come ha potuto operare una negazione
così radicale?
a) Ancora una volta, è ai
risultati della "seconda navigazione" che
occorre richiamarsi. La linea di demarcazione che
distingue i valori falsi e illusori dai valori veri
ed autentici sta nellacquisizione della distinzione
fra piano sensibile e piano soprasensibile,
alla quale corrisponde la distinzione fra corpo
e anima, fra componente sensibile e
componente soprasensibile delluomo. Orbene,
salute fisica, bellezza, ricchezza e giovinezza sono
valori legati al corpo e al sensibile e perciò sono
illusori, così come illusorie sono tutte le cose che
traggono alimento dalle aspirazioni del corpo e allignano
nella dimensione del corporeo: il corporeo è infatti
transeunte, instabile, labile e fenomenico, e così
tutto ciò che si connette ad esso. Valori veri sono
invece la giustizia, la temperanza, la fortezza, la
santità e la conoscenza. Anzi, per Platone fondamentalmente
come per Socrate, tutti i veri valori si riassumono
nella conoscenza, perché la virtù è conoscenza.
b) Una volta scoperto che
luomo ha in sé due dimensioni, quella sensibile
e quella soprasensibile, e una volta acquisito che
il vero io è quello soprasensibile, ossia lanima,
resta eo ipso determinato il vero e autentico
fine della vita morale.
Luomo dovrà lasciare il corpo
e i "valori" del corpo, e invece dovrà "curare
lanima" e i valori dellanima. La
socratica "cura dellanima" acquista
così il suo più alto significato.
c) E come si "cura" lanima?
Si cura cercando di "purificarla", ossia
cercando di portarla ad essere sola con se stessa
e per se stessa, ossia cercando di scioglierla dai
lacci del corpo e del corporeo. E questa purificazione
e liberazione si realizza quando lanima, lasciati
i sensi, si impossessa del puro mondo dellintelligibile
e dello spirituale, ad esso congiungendosi, come a
ciò che le è congenere e connaturale. Qui la purificazione,
ben lungi dalle cerimonie iniziatrici e purificatrici
degli Orfici, coincide con il processo di elevazione
alla suprema conoscenza dellintelligibile. Ed
è proprio su questo valore di purificazione riconosciuto
alla scienza e alla conoscenza (valore
che in parte già gli antichi Pitagorici, come vedemmo,
avevano scoperto) che bisogna riflettere per comprendere
la novità del "misticismo" platonico: esso
non è estatica e alogica contemplazione, ma catartico
sforzo di ricerca e di progressiva ascesa alla "conoscenza".
E si capisce così perfettamente come, per Platone,
il processo della conoscenza (e la stessa dialettica)
sia ad un tempo processo di con-versione morale: nella
misura in cui il processo della conoscenza ci porta
dal sensibile al soprasensibile, ci con-verte dalluno
allaltro mondo, ci porta dalla falsa alla vera
dimensione dellessere. Dunque, lanima
si cura, si purifica, si converte e si eleva conoscendo.
d) Alla luce di queste chiarificazioni
si comprendono appieno e in tutta la loro necessaria
consequenzialità quelle affermazioni platoniche, che
sono state così spesso sentite come paradossi urtanti:
laffermazione che lautentica filosofia
è esercizio di morte e la connessa affermazione
che conviene adoperarci il più possibile a fuggire
da questo mondo.
La prima affermazione si spiega come
segue. Se il corpo è "tomba" e ostacolo
permanente per lanima e se la morte è scioglimento
e liberazione dellanima dal corpo, o meglio
è coronamento di quella liberazione che già vivendo
il filosofo persegue con la conoscenza, allora la
morte completa quello che la filosofia inizia e cerca
faticosamente di perseguire. In altri termini: la
morte è un episodio che ontologicamente riguarda solamente
il corpo; essa non solo non danneggia lanima,
ma le arreca beneficio, permettendole di vivere una
vita più vera e più autentica, vale a dire una vita
tutta raccolta in se medesima, senza ostacoli di sorta
e senza veli, tutta congiunta allintelligibile.
La morte del corpo dischiude così la vera vita
dellanima. Con la morte luomo non
muore, ma entra in un momento più vero della vita.
Pertanto, il senso del paradosso che il filosofo è
colui che "desidera la morte" e che la filosofia
è "esercizio di morte", al limite, può anche
correttamente rovesciarsi così: il filosofo è colui
che desidera la "vera vita" (= morte del
corpo) e la filosofia è esercizio di vera vita, vale
a dire della vita nella dimensione dello spirito.
E il significato dellaltro paradosso, quello
della "fuga dal mondo", Platone stesso ce
lo svela nel modo più esplicito, come segue: "...
il male non può perire, ché ha pur da esserci sempre
qualche cosa di opposto e contrario al bene; né può
aver sede fra gli Dei, ma deve di necessità aggirarsi
su questa terra e intorno alla nostra natura mortale.
Ecco perché anche ci conviene adoperarci di fuggire
di qui al più presto per andare lassù. E questo fuggire
è un assomigliarsi a Dio per quel che a uomo è possibile;
e assomigliarsi a Dio è acquistar giustizia, santità
e insieme sapienza".
Come si vede, i due paradossi hanno
lidentico significato: morire al corpo vuol
dire morire al male mediante virtù e conoscenza; fuggire
il mondo vuol dire fuggire il male seguendo virtù
e conoscenza, e seguire virtù e conoscenza vuol dire
farsi simile a Dio, che è misura di tutte le cose.
L "amore platonico":
la forza elevatrice di Eros
Abbiamo già visto come la tematica
della bellezza non sia collegata da Platone con la
tematica dellarte (la quale è imitazione di
metafisica parvenza, e non rivelatrice della intelligibile
bellezza), bensì con la tematica delleros e
dellamore, che viene inteso come forza mediatrice
fra sensibile e soprasensibile, forza che dà ali ed
eleva, attraverso i vari gradi della bellezza, alla
metempirica Bellezza in sé. E poiché il Bello, per
il Greco, coincide col Bene, o è comunque un aspetto
del Bene, così Eros è forza che eleva al Bene: lerotica
platonica, lungi dallessere in contrasto con
il misticisrno e lascetismo platonico, è un
aspetto fondamentale di esso, un aspetto squisitamente
ellenico di esso.
Lanalisi di Amore è fra le
più splendide che Platone ci abbia dato. Amore non
è né bello né buono, ma è sete di bellezza
e di bontà. Amore non è quindi un dio (Dio è solo
e sempre bello e buono), ma nemmeno un uomo. Non è
mortale e neppure immortale: egli e uno di quegli
esseri demoniaci "intermedi" fra uomo e
Dio. E questi esseri demoniaci "Interpretano
e trasmettono agli Dei gli umani desideri; così pure
agli uomini i divini voleri. E di quelli, le preghiere
e i sacrifici; di questi, i comandamenti e il richiamo
dei sacrifici. In mezzo tra luno e laltro
mondo, colmano intero limmenso vuoto che separa
i due mondi; e luniverso per tal modo risulta
ununità complessa e coerente. Per opera di questi
esseri superiori, si svolge tutta larte che
predice lavvenire; tutto il complesso delle
funzioni e delle pratiche sacerdotali: sacrifici iniziazioni
incantamenti; larte profetica nella sua totalità,
e la magia. La divinità... non ha mai diretto rapporto
col genere umano; soltanto per mezzo di demoni ha
relazione con noi; ogni suo colloquio con gli uomini,
così nella veglia come nel sonno, avviene per il loro
tramite. E si dice appunto che chi ha conoscenza sicura
di questo è un uomo in rapporto con potenze superiori,
un uomo demoniaco... E questi demoni sono molti e
dogni genere. Uno è anche Amore".
E il "démone" Amore è stato
generato da Penia (che vuol dire povertà) e
da Poros (che vuol dire espediente, risorsa,
ricchezza) nel giorno natale di Afrodite. Ed è per
questo che Amore ha doppia natura: "Siccome
dunque Amore è figlio di Penia e di Porosdice
Platoneecco qual è la sua condizione. Intanto,
è povero sempre; e non è affatto delicato e bello,
come per lo più si crede; bensì, duro, ispido, scalzo,
senza tetto; giace per terra sempre, e nulla possiede
per coprirsi; riposa dormendo sotto laperto
cielo nelle vie e presso le porte. Insomma riferisce
chiara la natura di sua madre, dimorando sempre insieme
con povertà. Da parte di padre invece, Amore insidia
con accorti espedienti i belli nel corpo e nellanima;
è valoroso, audace. È veemente. Cacciatore possente
è Amore, intreccia sempre astuzie e intrighi; ansioso
di possedere perspicace visione e ricco despedienti
per procurarsela. Amante per tutta la vita di sapienza,
filosofo cioè. Potente incantatore, esperto di filtri,
sofista. E la sua natura non è né mortale né immortale;
ma, un momento, nel medesimo giorno quandogni
espediente bene gli procede, è tutto in fiore e tutta
vita, un momento successivo Amore muore, e torna poi
in vita grazie alla paterna natura; ma, quanto è riuscito
a procurarsi, a poco a poco via sempre gli sfugge.
Insomma Amore non è mai del tutto povero; né, daltra
parte, del tutto ricco. Si trova in mezzo fra ignoranza
e sapienza".
Amore è dunque filo-sofo nel senso
più proprio del termine. La sofia, cioè la sapienza,
è posseduta solo da Dio; lignoranza è propria
di colui che è totalmente alieno da sapienza; la filo-sofia
è propria, invece, di chi non è né ignorante né sapiente,
non possiede il sapere ma vi aspira, è sempre
in cerca, e ciò che trova gli sfugge e lo deve
cercare oltre, appunto come fa lamante.
Quello che gli uomini comunemente
chiamano amore non è che una piccola parte del vero
amore: amore è desiderio del bello, del bene,
della sapienza, della felicità, della
immortalità, dellAssoluto. LAmore
ha molte vie che portano a vari gradi di bene (ogni
forma di amore è desiderio di possedere il bene sempre):
ma vero "amante" è colui che le sa percorrere
tutte, fino a giungere alla suprema visione, fino
a giungere alla visione di ciò che è assolutamente
bello.
Il più basso grado nella scala dellamore
è lamore fisico, che è desiderio di possedere
il corpo bello al fine di generare nel bello un altro
corpo: e già questo amore fisico è desiderio di immortalità
e di eterno, "... perché la generazione, pur
in mortale creatura, è perennità e immortalità".
Poi vè il grado degli amanti
che sono fecondi non nei corpi ma nelle anime, che
portano germi che nascono e crescono nella dimensione
dello spirito. E fra gli amanti nella dimensione dello
spirito si trovano, via via sempre più in alto, gli
amanti delle anime, gli amanti delle arti, gli amanti
della giustizia e delle leggi, gli amanti delle pure
scienze.
E, infine, al sommo della scala damore,
cè la folgorante visione dellIdea del
Bello, del Bello in sé, dellAssoluto.
La componente politica del platonismo
La componente "politica"
del platonismo è stata compresa, in tutta la sua rilevanza
e in tutta la sua portata, solamente nel nostro secolo.
In primo luogo, fu rivendicata la autenticità della
Lettera VII, in cui Platone dice espressamente,
tracciando la propria autobiografia, che la politica
fu la passione dominante della sua vita. Il
Wilamowitz-Moellendorff, poi, nella sua biografia
platonica ormai classica, mettendo a frutto il contenuto
della Lettera VII, verificò che effettivamente,
in tutto larco della sua vita, Platone alimentò
questa passione politica. Infine, lo Jaeger compì
il passo decisivo: egli cercò di dimostrare (sia pure
cadendo in eccessi, ma in gran parte con successo)
che il problema politico costituisce non solo linteresse
centrale delluomo Platone, ma la sostanza
e lessenza della stessa filosofia platonica.
Socrate non aveva mai partecipato
attivamente alla vita politica: e non solo non sentiva
il bisogno di occuparsi di essa, ma la sentiva come
qualcosa di estraneo e perfino di avverso. Per contro
Platone, sia per nobiltà di nascita, sia per tradizione
familiare, sia per spirituale ed intima vocazione
si sentì fin da giovane fortemente attratto dalla
vita politica. Ecco le affermazioni esplicite della
Lettera VII: "Da giovane... provai unesperienza
comune a molti, fermamente deciso a una cosa: appena
in grado di disporre della mia volontà, dedicarmi
subito alla vita politica".
Ma dal partecipare alla vita politica
lo trattenne, ben presto, la profonda corruzione
degli uomini di governo e del loro costume e delle
stesse leggi che egli scoprì essere ingiuste in Atene,
ma anche fuori di Atene. Ed ecco allora le sue conclusioni:
"Io osservavo tutti questi fatti [si riferisce
ad una serie di fatti di corruzione politica che culminarono
nella condanna a morte di Socrate], osservavo pure
gli uomini che agiscono sulla scena politica, così
anche le leggi e le costumanze. E quanto più procedevo
con la mia osservazione, e nello stesso tempo quanto
più maturavano gli anni della mia vita, tanto mappariva
più manifesta unimmensa difficoltà per chi volesse
governar come si deve uno stato. Lazione politica
era impossibile, a prescindere da persone amiche e
da collaboratori sicuri. E non era cosa agevole trovarne
di questi collaboratori, tanto tra quelli che già
erano nostri amici (la mia patria non essendo più
governata secondo le costumanze degli antenati e secondo
le prime istituzioni); così pure difficile, anzi impossibile,
acquistarne di nuovi. Si aggiunga ancora che legislazione,
costumanze, tutto, con incredibile rapidità, si dissolveva;
e il processo era rapidissimo. In conseguenza, nonostante
il mio trasporto iniziale verso la vita politica;
proprio io, osservando quanto avveniva e vedendo bene
come tutto in ogni luogo, in ogni modo, tutto era
portato in un suo processo inevitabile dinvoluzione:
ebbene allora, di fronte a questa situazione, fui
colto da un senso di vertigine e non pensai certo
a distogliere il mio sguardo dagli eventi, in attesa
che un giorno il corso ne diventasse migliore (e non
solo questi singoli eventi, ma soprattutto migliore
lo spirito delle singole costituzioni); ma differivo
sempre il momento opportuno per agire. E così finii
per comprendere in unico sguardo ogni città affermando
che senza eccezione tutte soffrono per governi non
convenienti. La legislazione infatti presenta da per
tutto condizioni che si possono dire disperate; sarebbero
necessari sistemi di riforme eccezionali, con laiuto
anche di un concorso favorevole di fortuna. Insomma
fui ineluttabilmente addotto ad apprezzar la buona
filosofia e a concludere che solo dallopera
di lei è possibile sperar di vedere un giorno giusta
la politica degli stati e giusta la vita dei cittadini.
Oh! certo le sciagure e le sventure non avranno termine
per il genere umano se non nel giorno in cui i veri
e puri filosofi potranno pervenire a reggere il potere;
nel giorno in cui le classi dirigenti nei vari stati
verranno infiammate, per qualche grazia che Dio conceda,
da amor verace di sapienza, costituite insomma da
filosofi".
Ecco, dunque, la convinzione che
Platone ha maturato, come subito dopo ci dice, negli
anni in cui venne per la prima volta in Italia, cioè,
allincirca, verso i quarantanni, al momento
della composizione del Gorgia, in cui viene
sostenuta lidentica concezione. Questo dialogo,
che è una esplosione di misticismo, è, nello stesso
tempo, una esplosione di passione politica e un
proclama di una nuova concezione della politica.
Arte politica e concetto di Stato vanno ridimensionati
in funzione delle istanze del socratismo. Mentre la
vecchia politica e il vecchio Stato avevano il loro
strumento più potente nella "retorica" (nel
senso classico del termine che ben conosciamo), la
nuova, vera politica e il nuovo Stato dovranno avere
invece il loro strumento nella filosofia, perché
questa rappresenta lunica sicura via di accesso
ai ualori di giustizia e di bene, che sono la vera
base di ogni autentica politica e dunque del vero
Stato E perciò Platone non esita a mettere in
bocca a Socrate (con cui egli ormai si identifica)
questa frase di sfida: "Io credo di essere tra
quei pochi Ateniesi, per non dire il solo, che tenti
la vera arte politica, e il solo tra i contemporanei
che la eserciti".
Differenza fra la concezione platonica
e la moderna concezione della politica
È chiaro, dunque, da quello che abbiamo
rilevato, che tutta lopera di Platone "filosofo"
vuol essere, insieme, opera di "politico"
nel senso veduto. Daltra parte, i titoli stessi
delle opere che seguiranno il Gorgia lo dicono
chiaro: il capolavoro centrale del pensiero pIatonico
è la Repubblica, a mezzo dei dialoghi dialettici
si colloca il Politico, lultima vasta
opera cui Platone lavorò negli anni della vecchiaia
sono Le Leggi. E, del resto, sono noti i reiterati
tentativi che Platone fece presso i tiranni di Siracusa
Dionigi I e Dionigi II per realizzare gli ideali politici
che era venuto maturando; contemplare il vero e dirigere
lAccademia non gli bastava: era profondamente
convinto che il Vero e il Bene contemplati dovessero
calarsi nella realtà al fine di migliorarla, dovessero
diventare politicamente fattivi.
Ma prima di esaminare quale sia la
ricostruzione della Città maturata da Platone è indispensabile
premettere un chiarimento circa la differenza radicale
che corre tra la concezione platonica della politica
e la moderna concezione della politica, il che gioverà
ad evitare tutta una serie di equivoci.
Platone è profondamente convinto
che ogni forma di politica, se vuole essere autenticamente
tale, deve mirare al bene delluomo; ma
dal momento che luomo è fondamentalmente la
sua anima, mentre il suo corpo non è che la sua
transeunte e fenomenica larva, è chiaro che il vero
bene delluomo è il suo bene spirituale.
Così è segnato lo spartiacque che
divide la vera e la falsa politica: la vera politica
deve avere di mira la "cura dellanima"
(cura delluomo vero), mentre la falsa politica
mira al corpo, al piacere del corpo e a tutto ciò
che è relativo alla dimensione inautentica delluomo.
E, poiché non esiste altro modo di "curare lanima"
se non con la filosofia, ecco lidentificazione
di politica e filosofia, ecco lidentificazioneritenuta
tanto paradossale, ma nel contesto platonico tanto
ovviadi politico e filosofo.
Daltra parte, non erano solamente
i presupposti del sistema platonico che portavano
a queste conclusioni: il Greco fu sempre convinto
(almeno fino alletà di Platone e di Aristotele)
che lo Stato e la legge dello Stato costituissero
il paradigma di ogni forma di vita, come già ben sappiamo;
lindividuo era sostanzialmente cittadino, e
il valore e le virtù delluomo erano il valore
e le virtù del cittadino: la polis era non lorizzonte
relativo, ma assoluto della vita delluomo. Perciò,
se agli elementi sopra esaminati si aggiungerà anche
questo, si comprenderà come le conclusioni platoniche
fossero addirittura inevitabili.
La nostra concezione "politica"
sta, invece, agli antipodi di quella platonica. Lo
Stato ha da tempo rinunciato ad essere fonte di tutte
le norme che regolano la vita dellindividuo,
perché da tempo "individuo" e "cittadino"
hanno cessato di identificarsi. Lo Stato ha, inoltre,
da tempo rinunciato ad appropriarsi di quelle sfere
di vita interiore dei cittadini che maggiormente interessavano
a Platone, lasciando alle norme della coscienza degli
individui le libere decisioni, in quegli ambiti. Oggi,
poi, leconomia e la comune aspirazione al benessere
condizionano così radicalmente e prassi e teoria politica,
che queste, spesso, si limitano a voler essere proprio
quel sistema di incremento di beni e di benessere
materiale, in cui Platone vedeva la fonte di ogni
male. Noi siamo, insomma, i figli di Machiavelli e
per certi aspetti ancor più al di là di Machiavelli:
il nostro è un "realismo politico" che segna
il capovolgimento più radicale di quell "idealismo
politico" che Platone ha teorizzato.
Queste osservazioni, che abbiamo
fatto a livello di analisi di struttura, e senza emettere
quindi giudizi di valutazione, mentre intendono contribuire
alla comprensione storica della concezione platonica,
vogliono altresì sollevare un dubbio critico. Certo,
Platone era condizionato in due sensi: dai presupposti
del suo sistema e da una determinata visione storico-sociale-culturale
dello Stato, gli uni e laltra irripetibili.
Tuttavia, al di sopra di questi condizionamenti, egli
ha additato una verità che più che mai oggi suona
come un monito: una politica che abdichi, nel regolare
la vita associata degli uomini, alle istanze delle
dimensioni dello spirito e si strutturi pressoché
esclusivamente secondo le leggi della dimensione materiale
delluomo non può reggere: le esigenze dello
spirito, negate o compresse, prima o poi inesorabilmente
si vendicano. (E quanto di questa verità non si cela
in molti atteggiamenti di contestazione, di contestazione
autentica, della società contemporanea contro "sistemi"
e "strutture", pur senza che essa sia stata
portata a livello di consapevolezza?).
Lo Stato ideale
Nella Repubblica Platone spiega
come dovrebbe essere quello Stato ideale, conformato
a quella verità di fondo (identità di filosofia e
politica) che nei precedenti dialoghi egli aveva proclamato.
E nella Repubblica si intrecciano
tre aspetti, che sono difficilmente distinguibili
allocchio inesperto. Vi è un aspetto di mitizzazione
dello Stato, un aspetto di utopizzazione dello Stato
e un aspetto di idealizzazione dello Stato. Per il
primo aspetto Platone è portato spesso a divinizzarequasi
lo Stato, fino a giungere, qualche volta, a sacrificare
ad esso i cittadini come a un Dio crudele: giunge
a proclamare la necessità della "selezione della
razza", giunge a sacrificare alcune delle esigenze
più squisitamente umane come gli affetti familiari,
la gioia della maternità e della paternità (come vedremo).
Per il secondo aspetto egli è portato a descrizioni
fantasiose, che restano sostanzialmente inattuate
e inattuabili, perché contrarie alla natura umana
(così il modo di concepire la divisione delle classi,
la Ioro educazione, le loro funzioni). Per il terzo
aspetto, invece, Platone è portato a indicare il dover
essere dello Stato, ossia come lo Stato deve essere
concepito per essere veramente allaltezza del
proprio compito (lo Stato deve realizzare fondamentalmente
il Bene e la giustizia).
La manualistica si è quasi sempre
soffermata sui primi due aspetti (così come si è prevalentemente
fissata sullaspetto mitico della teoria delle
Idee), che sono quelli che più impressionano alla
prima lettura, ma che sono, al limite, i più estrinsecamente
e superficialmente platonici (nel senso che sono i
meno platonicamente veri), mentre essenzialmente determinante
resta il terzo aspetto: pertanto su questo aspetto
noi ci soffermeremo più che non sui primi due, anche
perché è quello di gran lunga più importante, dal
punto di vista propriamente filosofico.
Abbiamo visto che lidea base
da cui è sorta la politica platonica è che luomo
è la sua anima (il corpo ne è la parvenza),
e che dunque lo Stato deve realizzare il bene dellanima.
Ma come può lo Stato adeguatamente realizzare
il bene dellanima? Evidentemente riproducendo,
in un certo senso, la struttura stessa dellanima.
E poiché, dopo il Fedone, Platone, approfondendo
la dottrina dellanima come ente spirituale,
si era convinto che essa portasse in sé tutte le tendenze
tipiche delluomo ed aveva sostenuto che essa
fosse come distinta in tre specie, o che racchiudesse
in sé tre funzioni o forze, la concupiscenza, lirascibilità
o volitività e la razionalità; così dallo stesso schema
della struttura dellanima egli dedusse lo schema
della struttura dello Stato ideale. Le tre forze dellanima
non sono ugualmente vigorose in tutti gli uomini:
nella maggior parte degli uomini predomina lanima
concupiscibile, in molti lanima irascibile,
in pochi lanima razionale. Ecco, allora, il
criterio per dividere le classi sociali: addetti ai
lavori più bassi saranno gli uomini in cui predomina
lanima concupiscibile; addetti alla difesa e
custodia nello Stato (i guerrieri) saranno quelli
in cui predomina lanima irascibile, addetti
al governo dello Stato saranno coloro in cui predomina
lanima razionale.
Alle tre classi saranno impartiti
tre diversi tipi di educazione: per la prima non occorrerà
elaborare uno specifico sistema educativo, giacché
larte per coltivar la terra o per esercitare
i vari mestieri si tramanda di padre in figlio, quasi
automaticamente; per la seconda classe Platone ritiene
adeguata la tradizionale paideia ginnico-musicale:
i guerrieri dovranno avere robusti corpi (e ciò otterranno
con rigidi e metodici esercizi ginnici e spartane
regole di vita) e anime giustamente temperate dalla
musica, acciocché non diventino eccessivamente rozzi;
ma è per la terza classe che occorrerà la più accurata
paideia. E siccome la terza classe, la classe dei
reggitori, è quella dei filosofi, è chiaro che leducazione
di questa classe sarà una educazione capace di elevare
e portare aI mondo delle Idee e alla suprema Idea
del Bene: sarà, pertanto, la via della filosofia,
che, dopo una generale propedeutica, affronterà matematica
e geometria e, quindi, lardua dialettica, che
innalzerà alla visione dellideale.
Ma, poiché i reggitori divenuti filosofi
e i filosofi divenuti reggitori governeranno lo Stato
secondo la visione del Bene e solo secondo essa, allora
tutto nello Stato eserciterà una funzione educativa,
tutto sarà incentivo a realizzare la virtù, e tutto
sarà stimolo ad attuare ciò che deve essere attuato.
Come è noto, Platone lascia al ceto
sociale più basso la proprietà privata e la famiglia;
nega e la proprietà e la famiglia alle altre classi,
specie ai guerrieri, poiché sia la materiale proprietà
privata dei beni, sia la spirituale proprietà privata
della famiglia e dei figli distoglierebbero, secondo
Platone, dallamore dello Stato e della cosa
pubblica. Le donne saranno e comune la prole: con
opportuni accorgimenti si farà in modo che madri e
padri non conoscano i loro figli, in modo che vedano
in tutti i giovani loro possibili figli, e i giovani
vedano negli anziani loro possibili genitori, e tutti
si amino come fratelli e parenti. È questo laspetto
utopico e mitizzante dello Stato.
La virtù caratterizzante la classe
sociale più bassa è la "temperanza", che
deve moderare la concupiscenza imponendole giusta
misura; la virtù qualificante la seconda classe sarà
invece la "fortezza" o il "coraggio",
che impone la giusta misura alla irascibilità; la
virtù qualificante il reggitore-filosofo sarà la "sapienza",
caratterizzata dal coglimento teoretico dellAssoluto
Bene e dalla fattiva e saggia applicazione di esso.
E la "giustizia"? si chiederà.
La giustizia non è virtù propria di nessuna delle
tre classi, perché è comune a tutte; la giustizia
nasce dal compiere ciascuno e tutti "ciò che
è proprio", ossia nasce dallarmonica attuazione
dei compiti che ciascuno e tutti, secondo la propria
natura, sono chiamati a svolgere. Lanima giusta
è lanima in cui le tre parti armonizzano; lo
Stato giusto è lo Stato in cui le tre classi armonizzano.
Così lo Stato perfetto presuppone luomo perfetto
e, viceversa, luomo si realizza perfettamente
solo nello Stato perfetto: ma la perfezione assoluta,
e nelluomo e nello Stato, ha una unica scaturigine:
lintelligibile, lideale, il divino conosciuto
e imitato. L "assimilazione al divino",
in cui culminano la metafisica e letica platoniche
è il termine cui è ordinata anche la politica platonica.
Scrive, a questo proposito, giustamente lo Jaeger:
"La massima opera platonica, quella in cui il
filosofo pone i fondamenti ideali della paideia, è
un Tractatus theologico-politicus, nel più
proprio senso del termine. Il mondo greco non ha mai
conosciuto... una signoria sacerdotale fondata su
dogmi. Ma con lo Stato platonico, lEllade si
è creata un ideale ardito e di lei degno, da contrapporre
alle teocrazie sacerdotali delloriente: lideale
di una signoria di filosofi, costituita sulla capacità
dellintelletto indagatore delluomo, di
giungere alla conoscenza del Bene divino".
E, poiché in questa storia per problemi
non è possibile diffonderci ulteriormente sulla costruzione
platonica di questo Stato ideale, veniamo alle conclusioni.
La Città platonica è la Città che
vuol vivere nel Bene, neI Giusto, nel Vero: che ci
sia o che non ci sia una realizzazione di essa su
questa terra, al limite, non importa, perché ciascun
uomo può subito iniziare, osunque e in qualunque momento,
a vivere secondo la "politica" di questa
ideale Polis.
II "mito della caverna"
come simbolo del pensiero platonico in tutte le sue
valenze fondamentali
A1 centro della Repubblica si
colloca un celeberrimo mito platonico, detto "della
caverna". Il mito è stato via via visto come
simboleggiante la metafisica platonica, la gnoseologia
e la dialettica platonica, e anche letica e
la mistica ascesa platonica; in realtà, esso simboleggia
tutto questo e anche la politica platonica: è
il mito che esprime tutto Platone, e con esso, quindi,
concludiamo lesposizione e linterpretazione
del suo pensiero.
Immaginiamo degli uomini che vivano
in una abitazione sotterranea, in una "caverna"
che abbia lingresso aperto verso la luce per
tutta la sua larghezza, con un lungo andito daccesso;
e immaginiamo che gli abitanti di questa caverna siano
legati alle gambe e al collo in modo che non possano
girarsi e che quindi possano guardare unicamente verso
il fondo della caverna. Immaginiamo, poi, che appena
fuori dalla caverna vi sia un muricciolo ad altezza
duomo e che dietro questo (e quindi interamente
coperti dal muricciolo), si muovano degli uomini che
portano sulle spalle statue lavorate in pietra e legno,
raffiguranti tutti i generi di cose. Immaginiamo,
ancora, che dietro questi uomini arda un grande fuoco,
e, in alto, il sole. Infine, immaginiamo che la caverna
abbia una eco e che gli uomini che passano al di là
del muro parlino di tanto in tanto, di guisa che dal
fondo della caverna le loro voci rimbalzino per effetto
delleco.
Ebbene, se cosl fosse, quei prigionieri
non potrebbero vedere altro che le ombre delle statuette
che si proiettano sul fondo della caverna e udrebbero
leco delle voci: ma essi crederebbero, non avendo
mai visto altro, che quelle ombre fossero lunica
e vera realtà e crederebbero anche che le voci delleco
fossero le voci prodotte da quelle ombre. Ora, supponiamo
che uno di questi prigionieri riesca a sciogliersi
con fatica dai ceppi; ebbene, costui con fatica riuscirebbe
ad abituarsi alla nuova visione che apparirebbe; e,
abituatosi, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra
del muro, e capirebbe che quelle sono ben più vere
di quelle cose che prima vedeva e che ora gli appaiono
come ombre. E supponiamo che qualcuno tragga il nostro
prigioniero fuori dalla caverna e al di là del muro;
ebbene, egli resterebbe prima abbagliato dalla gran
luce, e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse
e, da ultimo, prima riflessa e poi in sé, vedrebbe
la luce stessa del sole, e capirebbe che queste e
solo queste sono le realtà vere e che il sole è causa
di ogni altra cosa.
Che cosa simboleggia il mito?
Innanzitutto i vari gradi ontologici
della realtà, cioè i generi dellessere sensibile
e soprasensibile con le loro suddistinzioni: le ombre
della caverna sono le mere parvenze sensibili delle
cose, le statue le cose sensibili; il muro è lo spartiacque
che divide le cose sensibili e le soprasensibili;
al di là del muro le co se vere simboleggiano il vero
essere e le Idee, e il sole simboleggia lIdea
del Bene.
In secondo luogo, il mito simboleggia
i gradi della conoscenza nelle sue due specie e nei
due gradi di queste: la visione delle ombre simboleggia
leikasia o immaginazione, e la visione
delle statue simboleggia la pistis o credenza;
il passaggio dalla visione delle statue alla visione
degli oggetti veri e la visione del sole, prima media
ta e poi immediata, rappresenta la dialettica nei
vari gradi e la pura intellezione.
In terzo luogo, il mito della caverna
ben simboleggia anche laspetto ascetico,
mistico e teologico del platonismo la vita nella
dimensione dei sensi e del sensibile è vita nella
caverna, cosl come la vita nella dimensione dello
spirito è vita nella pura luce; il volgersi dal sensibile
allintelligibile è espressamente rappresentato
come "liberazione", come "guarigione
dai ceppi", come con-versione; e la visione suprema
del sole e della luce in sé è visione del Bene e contemplazione
del Divino.
Ma il mito della caverna esprime
anche la concezione "politica" squisitamente
platonica: Platone parla, infatti, anche di un
"ritorno" nella caverna di colui che
si era liberato dalle catene, di un ritorno che ha
come scopo la liberazione dalle catene di coloro in
compagnia dei quali egli prima era stato schiavo.
E questo "ritorno" è indubbiamente il
ritorno del filosofo-politico, il quale, se seguisse
il suo solo desiderio, resterebbe a contemplare il
vero, e invece, superando il suo desiderio, scende
per cercare di salvare anche gli altri (il vero politico,
secondo Platone, non ama il comando e il potere, ma
usa comando e potere come servizio, come tramite di
bene). Ma a chi ridiscende che cosa potrà mai capitare?
Egli, passando dalla luce allombra, non vedrà
più, se non dopo essersi riabituato al buio; faticherà
a riadattarsi ai vecchi usi dei contubernali, rischierà
di non essere da loro capito e, preso per folle, potrà
perfino rischiare di essere ucciso: "... ma rifletti
anche al seguente caso. Può avvenire che questuomo,
una seconda volta, debba discendere giù e debba assidersi
nel luogo di prima [appunto svolgendo la sua missione
politica]. Certo egli avrebbe gli occhi pieni di tenebre,
egli, venuto per subito trapasso dalla luce e dal
sole... E lui dovrebbe, una seconda volta, pronunciar
giudizi su quellombre, attento, in gara con
gli altri prigionieri, quelli che prigionieri furono
sempre. Indubbiamente, fino al momento in cui le sue
pupille si possono adattare, egli vede assai male.
Supponendo poi che, per abituarsi, non ci volesse
un tempo troppo breve, certo farebbe ridere questo
nostro liberato. I prigionieri esprimerebbero il loro
giudizio e direbbero che quelluomo è andato
in alto, ma che ora ritorna con le pupille annientate.
Direbbero i prigionieri che non vale nemmeno la pena
cercare di andare in alto. E lui farebbe continuo
sforzo per sciogliere le catene, per condurre in alto;
e loro, se potranno riuscire a prenderlo fra le mani
e ammazzarlo, non cè dubbio, lammazzeranno".
Lallusione è a Socrate, ma
il giudizio va indubbiamente al di là del caso di
Socrate: guai a squarciare le illusioni che fasciano
gli uomini: essi non tollerano le verità che rovesciano
i loro comodi sistemi di vita acriticamente acquisiti
e chi porta a loro un messaggio di verità esistenzialmente
rivoluzionarie può essere messo a morte, come fosse
un ciurmadore! Così avvenne di Socrate "lunico
vero politico" della Grecia, e così fu e sarà
o potrà essere per chiunque si presentò o si presenterà
"politico" in quella dimensione.
Guadagni e aporie del platonismo
Che la filosofia platonica abbia
segnato, per più di un aspetto, una radicale rivoluzione
nelle categorie del pensiero umano è ormai chiaro
per chi ci ha seguiti. La scoperta del soprasensibile
(la "seconda navigazione") segna un guadagno
irreversibile nella storia spirituale dellOccidente.
E, con la scoperta dellintelligibile,
Platone ha operato una serie di mutamenti strutturali,
che rivoluzionarono il pensiero antico: il sensibile,
visto in opposizione al soprasensibile, acquistò una
luce tutta diversa; la distinzione sensibile-soprasensibile
cambiò volto al problema della conoscenza, che per
la prima volta acquistò la sua precisa statura; e
sulla base della distinzione della dimensione spirituale
e della dimensione materiale venne rivoluzionata anche
la concezione delluomo e dei valori morali,
la visione del senso tradizionalmente dato alla vita
e alla morte.
Infine, il divino venne, per la prima
volta, pensato secondo la sua giusta categoria, ossia
come immateriale.
Naturalmente, queste acquisizioni
dovevano, necessariamente, portare con sé numerose
ulteriori aporie: e Platone stesso fu il primo ad
averne piena coscienza. Egli non cessò, specie nei
dialoghi dialettici, di ridiscutere le aporie scaturenti
dalla scoperta del mondo soprasensibile (o meglio
dalla particolare prospettiva in cui egli aveva visto
il soprasensibile), senza peraltro venirne a capo:
per risolvere quelle difficoltà egli avrebbe dovuto
rovesciare lordine della gerarchia dellintelligibile
da lui stabilita, e porre un "Dio" personale
al di sopra del "divino" impersonale e fare
del "mondo intelligibile" il mondo della
divina intelligenza.
Ma quel rovesciamento allinterno
della gerarchia dellintelligibile sarà operato,
in parte, solo da Aristotele, mentre lidentificazione
del mondo dellIntelligibile con lIntelligenza
divina sarà operata solamente dal Neoplatonismo.
Riguardo alluomo, le aporie
in cui si dibatte il platonismo dipendono dalla sua
concezione dualistica, che contrappone anima e corpo
(come non contrappone, invece, Idea a cosa:
lanima è la prigioniera del corpo mentre lIdea,
lungi dallessere prigioniera della cosa di cui
è idea, è causa, ragione e fondamento della cosa stessa)
e vede nel corpo un male e una pura larva delluomo;
concezione, questa, che porta ad eccessi di rigorismo,
che rasentano, a volte, il parossismo.
Di più, alla scoperta, pure proclamata
a livello intuitivo nel Fedone, che la vita
è sacra e non può essere per alcuna ragione soppressa,
poiché essa non è possesso nostro ma degli Dei, Platone
viene meno nella Repubblica nel modo che abbiamo
veduto, cioè proclamando la necessità di sopprimere
i malnati, i malati cronici e gli inguaribili. Ammissione,
questa, tanto più sconcertante per il fatto che Platone
non ha cessato di dirci che luomo è la sua anima
e che i mali del corpo non intaccano lanima.
Ma "lassolutezza" della vita umana
è adeguatamente fondabile solo se la si connette direttamente
allAssoluto e la si aggancia ad esso: cosa,
questa, che, come vedremo, non riusà a nessun Greco,
per le ragioni che avremo modo più oltre di illustrare.
Infine, le aporie riguardanti il
sensibile e i suoi rapporti col soprasensibile risultano
attenuate con la dottrina del Demiurgo, la quale,
tuttavia, cade in altre aporie che abbiamo illustrato
sopra in un apposito paragrafo, parlando della generale
concezione platonica di Dio e del divino.
Ma è chiaro che queste aporie sono
possenti nella stessa misura in cui sono possenti
le scoperte da cui esse scaturiscono: scoperte che
possono considerarsi, come poche altre, spirituale
"possesso per il sempre".
LOccidente, per la prima volta,
alla domanda "perché esiste lessere e non
piuttosto il nulla?", con Platone, ha saputo
rispondere: perché lessere è un bene; e, in
generale, le cose tutte esistono, perché sono un positivo,
perché sono come è bene che siano.
Il positivo, lordine e il bene
sono il fondo dellessere.
|
|