Parmenide
Parmenide di Elea (520-440
circa a.C.) è il primo tra i presocratici del quale
possediamo un po' di piú delle scheletriche notizie
che avevamo invece dei pensatori precedenti. Non sappiamo
molto di lui: partecipò attivamente alla vita politica
della sua città (insieme al discepolo Zenone), alla
quale dette probabilmente anche una legislazione.
Nei suoi ultimi anni, secondo una testimonianza platonica,
compí insieme a Zenone un viaggio ad Atene, dove incontrò
Socrate allora giovanissimo. Di Parmenide ci sono
stati trasmessi circa 160 versi di un poema intitolato
Sulla Natura, e questo ci permette di verificare
ed in parte di correggere limmagine della sua
filosofia che la tradizione - molte volte polemica
nei suoi confronti - ci ha tramandato, a partire da
Platone. Questi, infatti, ha interpretato la filosofia
di Parmenide come una conoscenza esclusivamente razionale,
contrapponendo quindi un'astratta "verità"
alle "opinioni" dei molti. Quest'interpretazione,
chiaramente funzionale alla filosofia dello stesso
Platone, ha tuttavia pesato per moltissimo tempo sulla
tradizione parmenidea; essa oggi non è piú sostenibile,
in base ad un esame senza preconcetti dei frammenti
di Parmenide.
Parmenide non si discosta infatti
da quella intuizione fondamentale, propria già dei
pensatori ionici, della realtà intesa come un tutto
omogeneo, uno, eterno e continuo, all'interno della
quale soltanto hanno un senso e una spiegazione i
molteplici fenomeni col loro divenire e col loro cambiare.
Questa intuizione viene però da Parmenide arricchita
da una serie di considerazioni sul metodo della ricerca
che ne fanno il padre del metodo e della ricerca scientifici
ed insieme liniziatore delle indagini sulla
logica. Da un lato, quindi, c'è la realtà intesa nella
sua totalità, che Parmenide chiama tò eòn (=ciò che
è):
"Ciò che è, è ingenerato e indistruttibile.
E infatti compatto nelle sue parti, é immutabile e
senza un fine a cui tendere: non era né sarà, poiché
è ora un tutto omogeneo, uno, continuo. E infatti
quale origine gli cercheresti? Come e da dove potrebbe
essere accresciuto? Da ciò che non è non ti permetterò
né di dirlo né di pensarlo: poiché esso non è né esprimibile
né pensabile dal momento che non esiste... Come potrebbe,
ciò che è, esistere nel futuro? Come potrebbe nascere?
Se infatti era, non è; cosí pure, se ancora deve essere,
non è. Cosí si eliminano i concetti incomprensibili
di nascita e morte".
(DK 28 B 8, w. 3-9, 19-21)
"Ciò che è", quindi, non
può né nascere né perire, non ha passato né futuro,
perché è, esiste, nel senso piú pieno della parola,
e al di fuori di esso non c'è né è possibile null'altro;
"ciò che è" è la realtà intesa nella sua
totalità. Con un rigore logico di cui non avevamo
testimonianze prima di lui, Parmenide deduce e dimostra
tutta la serie di sémata (=segni), cioè delle caratteristiche
di ciò che è: esso è ingenerato e indistruttibile,
esente da mutamento e fuori del tempo, omogeneo, uno,
continuo, indivisibile. Questo tutto è anche qualcosa
di finito e di omogeneo, simile ad una sfera.
Poiché inoltre esiste un limite estremo,
è definito da ogni parte simile alla massa di una
sfera ben rotonda, in eguale tensione dal centro in
ogni sua parte: infatti è necessario che non sia piú
denso o piú rado in una direzione o in un'altra.
(DK 28 B 8, w. 4245)
Dallaltro, all'interno di questo
tutto, c'è la serie dei fenomeni particolari, con
sémata tutti diversi, la serie delle cose che sono
oggetto dell'esperienza delluomo, la serie di
tutto ciò che nasce, si sviluppa e muore.
E tu conoscerai la natura dell'etere
e tutte le stelle che sono nell'etere e della pura
e chiara lampada del sole l'opera distruttrice, e
donde siano nate, e conoscerai il vagare errabondo
della luna dall'occhio rotondo e la sua natura, e
saprai del cielo che tutto avvolge e donde nacque...
(DK 28 B 10)
... come la terra e il sole e la
luna... e la celeste galassia e l'olimpo estremo e
ardente forza degli astri furono spinti a nascere...
(DK 28 B ll)
Cosí dunque, secondo le esperienze
degli uomini, queste cose nacquero e ora sono e poi
cresceranno ed avranno una fine: ad esse gli uomini
posero un nome che distingue ciascuna da tutte le
altre.
(DK 28 B 19)
Altri brevissimi frammenti e diverse
testimonianze ci dicono che in questa seconda parte
del poema Parmenide ha trattato non solo dell'astronomia
e della fisica, ma anche di problemi di biologia e
di embriologia, indagando tra l'altro il problema
della nascita delle specie viventi e quello della
determinazione del sesso del nascituro.
Ma la novità piú importante di Parmenide
consiste, come abbiamo accennato, nell'aver stabilito
la differenza di metodo con il quale l'uomo deve costruire
il suo discorso, un metodo che è diverso a seconda
che si parli di tò eòn o di tà eònta,
cioè di "ciò che è" o delle "cose che
sono". I sémata della prima via, infatti, non
possono essere confusi con quelli della seconda: nascita
e morte, che sono "concetti incomprensibili"
se si parla di ciò che è, sono invece i soli concetti
pienamente adeguati a spiegare le cose che sono; il
tempo, che non può essere applicato a ciò che è, è
invece la sola misura possibile per le cose che sono;
il concetto di unità, che è il concetto fondamentale
di ciò che è, dev'essere sostituito da quello della
dualità degli elementi che compongono la struttura
di tutte le cose che sono. Da un lato quindi c'è
l'errore che consiste nel parlare di tò eòn col dargli
tutti quei nomi che gli uomini hanno stabilito credendoli
veri, e cioè nascere e monre, esistere e non esistere
dall'altro lato c'è la necessità di considerare
tà eònta come il risultato dell'incontro e del rapporto
equilibrato tra i due elementi fondamentali, che Parmenide
chiama luce e notte: ma poiché tutte le cose sono
state chiamate come luce e notte e ciò che è conforme
alle loro proprietà è attribuito a questa o a quella
cosa tutto è egualmente pieno di luce e di notte oscura
che si equilibrano entrambe, giacché ogni cosa risulta
dallinsieme delle due.
E Parmenide ha delle parole molto
dure nei confronti di coloro che non sanno operare
questa distinzione e confondono i due metodi, chiamandoli
"uomini sordi e ciechi, storditi, gente che non
sa giudicare", "uomini con due teste",
gente che usa vuote parole e non sa usare il proprio
logos, la propria ragione. Ma critica anche coloro
che non sanno trarre un senso dalle proprie esperienze,
che si disperdono nella varietà e molteplicità delle
esperienze senza riuscire a vedere il legame necessario
che le unisce, la legge che governa il loro esistere
e le connette logicamente le une alle altre:
Guarda come anche le cose lontane,
per mezzo della mente, divengano slcuramente vicine.
(DK 28 B 4)
In questo consiste appunto il valore
scientifico della posizione di Parmenide, nella convinzione
cioè che la legge con la quale il pensiero opera
nel costruire la sua organizzazione delle esperienze,
la legge con cui connette le cose, la legge che regola
la sua stessa struttura, è la stessa legge che opera
nella realtà, che connette realmente le cose, che
costituisce la struttura della stessa realtà:
infatti è la stessa cosa pensare
ed essere;
(DK 28 B 3)
bisogna dire e pensare che ciò che
è esiste
(DK 28 B 6)
ed è la stessa cosa il pensare e
ciò che è pensato. Giacché senza l'essere, nei limiti
del quale è espresso, non troverai il pensare.
Perché uomo è strettamente unito
alla natura; se luomo è lunico animale
che "comprende", come diceva Alcmeone, mentre
gli altri animali possono avere solo delle percezioni,
è anche vero che il corpo e la mente dell'uomo sono
strettamente collegati; lo stesso "pensare",
che è caratteristica specifica dell'uomo, è allo stesso
tempo l'espressione della costituzionalità organica
delluomo: la mente - I'attività conoscitiva
- è in rapporto a ciò che l'uomo è:
E infatti, a seconda del rapporto
che in ciascuno si instaura tra le mobili parti che
lo costituiscono, cosí negli uomini si determina la
mente; perché è sempre lo stesso ciò che negli uomini
pensa: la natura delle sue parti costituenti, in tutti
e in ciascuno. Il pensiero è infatti l'insieme di
tutti questi rapporti.
(DK 28 B 16)
Non solo non c'è frattura quindi
tra ragione e sensibilità, tra conoscenza razionale
ed esperienza sensibile, ma il pensiero costituisce
per Parmenide la coscienza del corpo, e cioè non solo
la possibilità di conoscere se stessi, ma anche la
possibilità - data la fondamentale omogeneità delluomo
con la natura - di conoscere il mondo tutto. Di fronte
ad una cultura sapienziale, che si trasmette in circoli
chiusi di privilegiati, che si tramanda e si accetta
senza discussione, il programma ambizioso ed orgoglioso
di Parmenide è il primo che rivendichi pienamente
all'uomo la possibilità di "apprendere"
ogni cosa, di indagare e conoscer "tutto in tutti
i sensi",