JOHN LOCKE E LA FONDAZIONE DELL'EMPIRISMO CRITICO
1. La vita e le opere di Locke
L'Empirismo, che in Bacone e in Hobbes
costituisce una componente essenziale, ma intrecciata
con altre e da queste delimitata (in Bacone è circoscritto
prevalentemente alla tematica dell'esperimento scientifico,
in Hobbes è pesantemente condizionato dalla teoria
materialistico-corporeistica), assume la sua prima
paradigmatica formulazione metodologicamente e criticamente
consapevole in Locke.
John Locke nacque a Wrington (nei
pressi di Bristol) nel 1632 (nello stesso anno in
cui nacque anche Spinoza). Studiò all'Università di
Oxford, dove nel 1658 conseguì il titolo di Master
of Arts e dove successivamente insegnò (in qualità
di tutor) greco e retorica, e fu censore di
filosofia morale.
Dell'insegnamento filosofico ricevuto
a Oxford, che egli giudicò "un peripatetismo
impacciato di parole oscure e di inutili ricerche",
fu assai scontento. Questo peripatetismo scolastico
altro non faceva che baloccarsi con sottili distinzioni
e moltiplicarle all'inverosimile. Perciò ben si comprende
come egli abbia cercato di dar soddisfazione alle
concrete esigenze del suo spirito in altri ambiti,
studiando medicina, anatomia, fisiologia e fisica
(subì notevoli influssi da parte del fisico R. Boyle),
nonché teologia. Non conseguì titoli accademici in
medicina, ma fu chiamato "dottor Locke",
per le precise competenze acquisite in materia.
Nel 1668 fu nominato membro della
prestigiosa Royal Society di Londra, nella quale Hobbes
non era stato accolto, a motivo delle polemiche e
dei forti dissensi suscitati dalle sue tesi di fondo.
Il 1672 segna una svolta assai importante
nella vita di Locke. Egli divenne, infatti, segretario
di Lord Ashley Cooper, cancelliere d'Inghilterra e
conte di Shaftesbury, e si occupò attivamente di affari
politici.
Fra il 1674 e il 1689 la vita di
Locke, in conseguenza delle sue scelte politiche,
fu trascinata in una serie vorticosa di eventi, destinati
a lasciare in lui impronte indelebili. Nel 1675, in
seguito alla caduta di Lord Shaftesbury, Locke si
recò in Francia, dove ebbe modo di conoscere il Cartesianesimo.
Dal 1679 al 1682 fu ancora al fianco di Lord Shaftesbury,
che era riuscito a riguadagnare le posizioni politiche
perdute. Ma, nel 1682, Lord Shaftesbury fu coinvolto
nella congiura del duca di Monmouth contro Carlo II,
e dovette riparare in Olanda, dove morì. L'anno successivo
anche Locke dovette lasciare l'Inghilterra e rifugiarsi
in Olanda, dove lavorò attivamente ai preparativi
della spedizione di Guglielmo d'Orange.
Nel 1689 Guglielmo d'Orange e la
moglie Maria Stuart vennero chiamati al trono dal
Parlamento. Avevano così avuto piena vittoria i fautori
del regime della monarchia parlamentare, per i quali
Locke si era sempre battuto; e così egli, tornato
a Londra, poté raccogliere meritati successi. Gli
furono offerte cariche e onori e la sua fama si diffuse
per tutta l'Europa. Tuttavia egli rifiutò le offerte
più impegnative, per concentrarsi prevalentemente
sulla sua attività letteraria.
Nel 1691 si trasferì nel castello
di Oates (nell'Essex), ospite di Sir Francis Masham
e della moglie Damaris Cudworth (figlia del filosofo
Ralph), dove morì nel 1704.
II capolavoro di Locke è costituito
dall'imponente Saggio sull'intelletto umano, pubblicato
nel 1690, dopo una gestazione di circa un ventennio.
Nell'anno precedente aveva visto la luce l'Epistola
sulla tolleranza. Nello stesso anno del Saggio
furono pubblicati i Due trattati sul governo.
Nel 1693 uscirono i Pensieri sull'educazione
e nel 1695 La ragionevolezza del Cristianesimo.
Postumi uscirono alcuni scritti, fra i quali di
particolare importanza sono le Parafrasi e note
delle Epistole di San Paolo ai Galati, ai Corinti,
ai Romani, agli Efesini, e il Saggio per la
comprensione delle Epistole di San Paolo.
Tre sono stati gli interessi di Locke:
a) quello gnoseologico, da cui è scaturito
il Saggio, b) quello etico-politico, che trovò
espressione (oltre che nell'impegno politico, pratico)
negli scritti dedicati a questo tema e c) quello
religioso, su cui l'attenzione del nostro filosofo
si concentrò soprattutto negli ultimi anni della sua
vita (a questi ne potremmo aggiungere un quarto, ma
di minor portata, di carattere pedagogico, che trovò
espressione nei Pensieri sull'educazione).
Sono, questi, punti che dobbiamo
ora partitamente esaminare, cominciando dal primo,
che è di gran lunga il più importante.
2. II problema e il programma del
"Saggio sull'intelletto umano"
Bacone aveva scritto che costituisce
una necessità imprescindibile "introdurre un
uso migliore e più perfetto dell'intelletto"
ed aveva parzialmente cercato di soddisfare a tale
necessità nel modo che si è sopra veduto. Locke fa
suo questo programma, sviluppandolo e portandolo a
perfetta maturazione. Non si tratta, però, per il
nostro filosofo, di esaminare l'impiego dell'intelletto
umano relativamente ad alcuni settori o ambiti
della conoscenza, ma si tratta di esaminare l'intelletto
stesso, le sue capacità, le sue funzioni ed i suoi
limiti: insomma, Locke vuole esaminare non gli
oggetti, ma il soggetto medesimo.
Il centro dell'interesse della filosofia
moderna, in tal modo, va sempre meglio stagliandosi
e la via che porterà come meta finale al criticismo
kantiano va sempre più nettamente delineandosi: lobiettivo
è quello di giungere a stabilire la genesi, la
natura e il valore della conoscenza
umana, e in modo particolare quello di definire i
limiti entro i quali l'intelletto umano può e deve
muoversi e quali sono i confini che non deve valicare,
ossia quali sono gli ambiti che gli restano strutturalmente
preclusi.
Ed ecco come, con piena consapevolezza
critica, l'intento generale del Saggio e della
nuova filosofia lockiana viene espresso nell'Introduzione,
che è la pagina chiave di tutta l'opera: "Conoscendo
la nostra forza, sapremo meglio che cosa intraprendere
con qualche speranza di successo; e quando avremo
ben bene esaminato i poteri del nostro spirito
e fatto una valutazione di che cosa possiamo attenderci
da essi, non saremo propensi né a star quieti,
senza mettere il nostro pensiero all'opera, disperando
di conoscere qualsiasi cosa né, dall'altro lato, a
mettere in dubbio tutto e disconoscere ogni conoscenza
perché alcune cose non possono essere comprese. È
di somma utilità al marinaio di conoscere la lunghezza
della sua fune, anche se con essa egli non può scandagliare
tutte le profondità dell'oceano. È bene che egli
sappia che essa è abbastanza lunga per raggiungere
il fondo in quei luoghi che sono necessari per dirigere
il suo viaggio e per avvisarlo delle secche che potrebbero
rovinarlo. Il nostro compito qui non è di conoscere
tutte le cose, ma solo quelle che concernono la
nostra condotta. Se possiamo scoprire quelle misure
mediante le quali una creatura razionale, posta nello
stato in cui l'uomo si trova in questo mondo, può
e deve governare le sue opinioni e le azioni che ne
dipendono, non dobbiamo turbarci se altre cose sfuggono
alla nostra conoscenza. È questo che fin dal principio
ha dato luogo a questo Saggio sull'intelletto.
Infatti pensavo che il primo passo per soddisfare
varie indagini che lo spirito dell'uomo è solito intraprendere
era di fare un'ispezione del nostro intelletto,
di esaminare i nostri poteri e di vedere a quali cose
essi fossero adatti. Finché non avessimo fatto
ciò sospettavo che stavamo cominciando dal lato sbagliato
e che invano cercavamo la soddisfazione di un tranquillo
e sicuro possesso delle verità che ci stavano maggiormente
a cuore, mentre lasciavamo in libertà i nostri
pensieri nel vasto oceano dell'Essere; come se
tutta quell'estensione illimitata fosse il possesso
naturale e indubitabile del nostro intelletto, ove
nulla sfuggisse alle sue decisioni e alla sua comprensione.
Non fa dunque meraviglia che gli uomini, estendendo
le loro indagini al di là delle loro capacità e lasciando
errare i loro pensieri in quelle profondità in cui
non hanno più piede, sollevino questioni e moltiplichino
dispute che, poiché non raggiungono mai una chiara
soluzione, sono adatte solamente a far durare e aumentare
i loro dubbi e a confermare in loro un perfetto scetticismo.
Una volta che si è ben considerata la capacità
del nostro intelletto, che si è scoperta l'estensione
della nostra conoscenza e che si è individuato
l'orizzonte che stabilisce il confine fra le parti
illuminate e quelle scure delle cose, fra ciò che
è e ciò che non è comprensibile per noi, gli uomini
acconsentirebbero forse con minor scrupolo all 'ignoranza
dichiarata dell'uno, e adopererebbero i loro pensieri
e i loro discorsi con maggiore vantaggio e soddisfazione
nell 'altro".
Vediamo, dunque, come Locke realizzi
questo suo impegnativo programma.
3. L'empirismo lockiano nei suoi
tratti essenziali
3.1. L'"idea" come contenuto
del pensiero umano
Tradizione empiristica inglese
e "idea" cartesiana sono le componenti
dalla cui sintesi nasce il nuovo empirismo lockiano.
Ma, prima di venire al nocciolo del
problema, è opportuno fare qualche osservazione sul
termine "idea", che ha una gloriosa storia.
Noi oggi usiamo comunemente "idea"
nell'accezione che Cartesio e Locke hanno consacrato,
e cadiamo facilmente nell'errore di credere che essa
sia l'unica e più ovvia accezione di questo termine.
Invece essa costituisce il punto di arrivo di un dibattito
metafisico e gnoseologico iniziato da Platone (e per
certi aspetti ancor prima), proseguito con Aristotele
e poi con i Medioplatonici e con i Neoplatonici, con
i Padri della Chiesa, con gli Scolastici e con alcuni
pensatori rinascimentali.
"Idea" è la traslitterazione
di una parola greca, che significa "forma"
(sinonimo di eidos), e in particolare (da Platone
in poi) forma ontologica, e che quindi significa
una "essenza sostanziale" e un "essere",
e non un "pensiero". Nella fase finale
della storia del Platonismo antico, le Idee diventano
"pensieri del supremo Intelletto", quindi
paradigmi supremi, nei quali essere e pensiero coincidono,
vale a dire paradigmi metafisici. I dibattiti sul
problema degli universali e le diverse soluzioni proposte
hanno scosso fortemente l'antica concezione platonica
e aperto la strada a impostazioni radicalmente nuove.
La scelta cartesiana del termine
"idea" per indicare un semplice contenuto
della mente e del pensiero umano segna la totale
dimenticanza dell'antica problematica metafisica dell'Idea
e l'avvento di una mentalità completamente nuova,
che Locke contribuisce a imporre definitivamente.
Ma, l'accordo con Cartesio è rotto,
nel momento in cui si tratta di stabilire "in
che modo queste idee vengono nello spirito".
Cartesio si era schierato a favore delle idee innate.
Locke, per contro, nega ogni forma di innatismo
e cerca di dimostrare, in maniera sistematica e con
puntigliosa ricchezza di analisi, che le idee derivano
sempre e solo dall'esperienza.
Per conseguenza, la tesi di Locke
risulta essere articolata nel modo seguente:
- non ci sono idee né principi innati;
- nessun intelletto umano, per quanto
forte e vigoroso sia, è capace di foggiare o inventare
(ossia creare) idee, così come non è capace di distruggere
quelle che ci sono;
- l'esperienza risulta, di conseguenza,
la fonte e, nello stesso tempo, il limite, ossia
l'orizzonte in cui l'intelletto resta vincolato.
3.2. L'intelletto umano non possiede
idee innate (critica radicale dellinnatismo)
La critica dell'"innatismo",
pertanto, è considerata da Locke come un punto fondamentale.
Per questo, egli le dedica l'intero primo libro del
Saggio.
La posizione degli innatisti che
Locke critica non è solo quella dei Cartesiani, ma
altresì quella di Herbert di Cherbury (1583-1648),
dei Platonici inglesi della Scuola di Cambridge (Benjamin
Wichcote, 1609-1683, John Smith, 1616-1652; Henry
More, 1614-1687, Ralph Cudworth, 1617-1688), e, in
genere, di tutti coloro che, sotto qualunque forma,
sostengono la presenza alla mente di contenuti
anteriori all'esperienza, impressi in essa fin
dal primo momento della sua esistenza.
Locke ricorda che il caposaldo cui
si richiamano i sostenitori dell'innatismo delle idee
e dei principi (teoretici o pratici) è il "consenso
universale" di cui le une e gli altri godono
presso tutti gli uomini.
Gli argomenti di fondo cui Locke
si appella per confutare tale prova sono i seguenti.
a) Il "consenso universale"
degli uomini su certe idee e certi principi (dato,
ma non concesso che ci sia), potrebbe spiegarsi anche
senza l'ipotesi dell'innatismo, semplicemente mostrando
che esiste un'altra maniera di giungere ad esso.
b) Ma il preteso consenso universale,
in realtà, non esiste, come risulta evidente dal fatto
che i bambini e i deficienti non sono affatto consapevoli
del principio di identità e di non contraddizione,
né dei principi etici fondamentali.
c) Per sfuggire a tale obiezione,
sarebbe assurdo sostenere che i bambini e i deficienti
hanno innati questi principi, ma che non ne sono
consapevoli; infatti, dire che ci sono verità
impresse nell'anima e dire che non sono percepite
è assurdo, in quanto la presenza nell'anima
di un contenuto e la consapevolezza della presenza
medesima coincidono.
d) L'affermazione che ci sono
principi morali innati è smentita dal fatto
che alcuni popoli si comportano esattamente all'opposto
di quello che tali principi postulerebbero, ossia
commettendo azioni per noi scellerate senza provare
rimorso alcuno, il che significa che essi considerano
il loro comportamento niente affatto scellerato e
come perfettamente lecito.
e) La stessa idea di Dio non
può dirsi posseduta da tutti, perché ci sono popoli
che "non hanno neppure un nome per designare
Dio, non hanno religione né culto".
3.3. L'intelletto umano non può creare
né inventare idee
Si potrebbe ipotizzare che l'intelletto,
anche se non le contiene innate, tuttavia potrebbe
"creare" le idee, o, se si preferisce, potrebbe
"inventarle". Ma l'ipotesi è esclusa da
Locke. II nostro intelletto può combinare in vario
modo le idee che riceve, ma non può darsi da sé
le idee semplici, e nemmeno, una volta che le
abbia, le può distruggere, annichilire e nullificare,
come si è già detto. Scrive Locke: "[...] neppure
l'ingegno più esaltato o l'intelletto più vasto hanno
il potere, per vivace e vario che sia il loro pensiero,
di inventare o foggiare una sola idea semplice
nuova nello spirito, che non sia appresa nei modi
già menzionati; e neppure può la forza dell'intelletto
distruggere quelle che ci sono. II dominio
dell'uomo su questo piccolo mondo del suo intelletto
è pressoché lo stesso di quello che ha nel gran mondo
delle cose visibili, dove il suo potere, anche se
esercitato con arte e abilità, non riesce a fare altro
che a comporre e dividere i materiali che sono a disposizione,
ma non può far nulla per fabbricare la minima particella
di materia nuova o per distruggere un atomo di quella
che già esiste. Chiunque vorrà accingersi a foggiare
nel suo intelletto un'idea semplice non ricevuta mediante
i sensi da oggetti esterni o dalla riflessione sulle
operazioni del suo spirito, riscontrerà in sé la medesima
incapacità. Vorrei che qualcuno cercasse d'immaginare
un gusto che non abbia mai colpito il suo palato,
o di farsi l'idea di un profumo che non abbia mai
odorato; quando lo potrà fare, sarò pronto a concludere
che un cieco può avere le idee dei colori e un sordo
nozioni distinte dei suoni".
3.4. L'intelletto umano è come una
"tabula rasa" e riceve tutti i suoi contenuti
dall'esperienza
L'intelletto, dunque, riceve il materiale
della conoscenza unicamente dall'esperienza. L'anima
pensa solo dopo aver ricevuto tali materiali:
"Non vedo dunque alcuna ragione dice Locke
per credere che l'anima pensi prima che i sensi le
abbiano fornito idee a cui pensare; e a misura che
queste aumentano di numero e sono ritenute nello spirito,
essa, con l'esercizio, migliora la sua facoltà di
pensare in tutte le sue varie parti. In seguito, componendo
queste idee e riflettendo sulle proprie operazioni,
accresce il suo patrimonio come anche la sua facilità
di ricordare, immaginare, ragionare e utilizzare altri
modi di pensare".
Ed ecco ancora un testo divenuto
molto famoso, in cui Locke riprende l'antica tesi
dell'anima come "tabula rasa", in cui solo
l'esperienza inscrive i contenuti: "Supponiamo
-dunque che lo spirito sia per così dire un foglio
bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna idea.
In che modo verrà ad esserne fornito? Da dove proviene
quel vasto deposito che la fantasia industriosa e
illimitata dell'uomo vi ha tracciato con una varietà
quasi infinita? Da dove si procura tutto il materiale
della ragione e della conoscenza? Rispondo con
una sola parola: dallESPERIENZA. Su di essa
tutta la nostra conoscenza si fonda e da essa in ultimo
deriva".
Sono, questi, i capisaldi dell'empirismo
di Locke. Su di essi il nostro filosofo costruisce
l'intero suo edificio nel modo che ora vedremo.
4. L'IMPIANTO GENERALE DELLA DOTTRINA
LOCKIANA DELLE IDEE
4.1. Le idee di sensazione e di riflessione
L'esperienza di cui sopra si è detto
è di due tipi. Noi a) sperimentiamo oggetti
sensibili esterni, oppure b) sperimentiamo
le operazioni interne del nostro spirito e
i moti del nostro animo. Da questa duplice fonte dell'esperienza
derivano due differenti tipi di idee semplici.
a) Dalla prima, derivano le
idee di sensazione, siano esse date da un unico
senso (come le idee di colori, suoni e sapori), siano
esse date da più sensi (come le idee di estensione,
figura, movimento e immobilità).
b) Dalla seconda, derivano
idee semplici di riflessione (come l'idea di
percezione e di volizione, o idee semplici che scaturiscono
dalla riflessione congiuntamente alla percezione,
come l'idea di piacere, dolore, forza, ecc.).
Le idee sono nella mente dell'uomo,
ma fuori c'è qualcosa che ha il potere di produrle
nella mente. Locke denomina tale potere che hanno
le cose di produrre in noi delle idee con il poco
felice termine (che desume soprattutto dalla fisica
del tempo) di "qualità": "Chiamo idea
tutto ciò che lo spirito percepisce in se stesso,
o che è l'oggetto immediato della percezione,
del pensiero o dell'intelletto; invece chiamo il potere
di produrre un'idea nel nostro spirito qualità
del soggetto in cui sta quel potere. Così, per
esempio, una palla di neve ha il potere di produrre
in noi le idee di bianco, di freddo e di rotondo,
e chiamo qualità i poteri di produrre quelle idee
in noi, così come sono nella palla di neve; in
quanto sono invece sensazioni o percezioni del nostro
intelletto, le chiamo idee".
4.2. Le qualità primarie e secondarie
Locke introduce tale distinzione
al fine di potere recepire la dottrina ormai comune
delle qualita primarie e di quelle secondarie.
Le prime sono "le qualità primarie e
reali dei corpi, che si trovano sempre in essi (cioè
la solidità, l'estensione, la figura, il numero, il
movimento o il riposo...)". Le altre, le secondarie,
"non sono altro che i poteri di varie combinazioni
di quelle primarie", quali, ad esempio, colori,
sapori, odori ecc.
Le qualita primarie sono oggettive,
nel senso che le idee corrispettive che si producono
in noi sono copie esatte di esse. Le qualità secondarie
sono invece soggettive (almeno in parte), nel
senso che esse non somigliano esattamente alle qualità
che sono nei corpi, ma sono tuttavia da esse prodotte:
"[ ... ] ci sono qualità che in verità sono negli
oggetti solo poteri di produrre in noi sensazioni
varie per mezzo delle loro qualità primarie, cioè
la mole, la figura e la consistenza, insieme al movimento
delle loro parti impercettibili, quali colori, suoni,
gusti, ecc.". (Le qualità primarie sono qualità
dei corpi stessi, quelle secondarie scaturiscono dall'incontro
degli oggetti con il soggetto, ma hanno pur sempre
la loro radice nell'oggetto).
È, questa, una dottrina di antichissima
origine. Democrito, per primo, l'aveva anticipata
nella celebre sua sentenza: "opinione il
dolore, opinione l'amaro, opinione il
caldo, opinione il freddo, opinione
il colore; verità gli atomi e il vuoto".
Galileo e Cartesio l'avevano riproposta su basi nuove.
Locke l'ha desunta, probabilmente, da Boyle.
4.3. Le idee complesse e il modo
in cui si formano
Il nostro spirito è passivo nel ricevere
le idee semplici; ma, una volta ricevute tali idee,
ha potere di operare su di loro in vario modo,
in particolare ha il potere di combinare le idee
fra di loro e di formare, così, idee complesse,
e anche quello di separare alcune idee da altre
cui sono connesse (e quindi di astrarre) e di formare
idee generali.
Occupiamoci dapprima delle "idee
complesse", che Locke distingue in tre grandi
gruppi: a) idee di modi, b) idee
di sostanze, e c) idee di relazioni.
a) Le idee di modi sono quelle
idee complesse che, in qualuque modo risultino composte,
"non contengono la supposizione di sussistere
per sé, ma sono considerate come dipendenze o affezioni
delle sostanze". I modi si distinguono in "semplici"
e misti". I modi "semplici" sono quelli
che risultano dalla combinazione o dalla ripetizione
della stessa idea semplice, per esempio le idee di
numeri ottenute dalla ripetizione dellidea semplice
di unità; oppure le idee di spazio e di tempo, risultanti
dalla ripetizione dellidea semplice di distanza
e di quella di durata. I modi "misti" sono
quelli ottenuti dalla ripetizione o dalla combinazione
di idee semplici diverse: per esempio le idee di bellezza,
di gratitudine, tutte le idee morali ed estetiche.
b) L'idea di sostanza nasce
dal fatto che noi costatiamo che alcune idee semplici
vanno sempre unite insieme, e, di conseguenza, ci
abituiamo a supporre che esista un "sostrato"
in cui sussistono e da cui risultano come sorrette,
sebbene non sappiamo che cosa sia.
c) Le idee di relazioni nascono dal
confronto delle idee fra loro e dalla comparazione
che lintelletto istituisce fra di esse. Ciascuna
idea può essere messa in relazione con altre cose
in infiniti modi - (un uomo, per esempio, può essere
rispetto ad altri uomini, padre, fratello, figlio,
nonno, nipote, suocero, ecc.).
E analoghe considerazioni si possono
ripetere per tutte le idee. Ma vi sono idee di relazioni
di particolare importanza, come, ad esempio, quella
di causa ed effetto, o quella di identità,
oppure le idee di relazioni morali, che
stanno a fondamento dell'etica.
5. LA CRITICA DELLE IDEE GENERALI
5.1. Critica dell'idea di sostanza
(sub-stantia = sub-stratum)
Abbiamo già accennato alla concezione
lockiana della sostanza e alla critica che egli muove
a questo riguardo. Converrà riprendere la questione
perché essa risulta essenziale nella storia del
successivo Empirismo, oltre che per la corretta
comprensione del nostro filosofo.
Locke, si noti, non nega l'esistenza
di sostanze, ma nega solo che di esse noi abbiamo
idee chiare e distinte e ritiene che una precisa
conoscenza di esse esuli dalla comprensione di un
intelletto finito.
Tuttavia su questo punto il nostro
filosofo risulta molto oscillante. Dalla polemica
che egli ingaggiò con il vescovo Stillingfleet risulta
che egli, oltre che di "idee complesse"
di sostanze, parlò espressamente di un'idea generale
di sostanza, che otterremmo per astrazione. Ma
il concetto di astrazione professato da Locke, come
è stato rilevato da alcuni studiosi, non permetterebbe
affatto di giungere a una siffatta idea, sia pure
oscura.
Negato ogni valore metafisico-ontologico,
Locke elimina alla radice il dualismo cartesiano tra
res cogitans e res extensa. La sostanza
si riduce, per quel che ci è dato conoscere, a una
semplice collezione fenomenica, più o meno
stabile, di idee semplici.
Insomma, Locke, malgrado le sue critiche,
non si è spinto a negare l'esistenza extramentale
delle sostanze, anche se questo ha comportato notevoli
oscillazioni nella sua dottrina. (Ricordiamo che anche
al principio di causalità Locke riserba lo stesso
privilegio, tanto è vero che di esso si serve per
dimostrare l'esistenza di Dio, come vedremo). Ben
più radicale, sarà, invece, la posizione dei successivi
Empiristi inglesi e in particolar modo quella di Hume.
5.2. Critica dell'idea di essenza
Strettamente congiunto al problema
della sostanza è quello dell'essenza.
Per la filosofia antica essa coincideva
con la sostanza. E, in effetti, anche Locke scrive
che l'"essenza reale" sarebbe l'essere stesso
di una cosa, ossia quel "ciò per cui essa è quello
che è", ossia la struttura o costituzione delle
cose, da cui dipendono le qualità sensibili delle
medesime. Ma tale "essenza reale", secondo
Locke, ci resta sconosciuta.
Quella che noi conosciamo è, invece,
l'"essenza nominale", che consiste in quell'insieme
di qualità che noi abbiamo stabilito che una cosa
deve avere per essere chiamata con un determinato
nome: per esempio, l'aver un certo colore, peso, fusibilità,
ecc. dà diritto ad un certo metallo di essere chiamato
con nome di oro: dunque, lessenza nominale di
oro è l'insieme di quelle qualità che si richiedono
perché noi diamo il nome di oro a una certa cosa.
Ma quale sia l'"essenza reale" dell'oro
noi non lo sappiamo.
Vi sono certi casi in cui l'essenza
reale e l'essenza nominale coincidono, come ad esempio
nelle figure della geometria; ma queste sono nostre
costruzioni e appunto per questo motivo l'essenza
nominale coincide con la stessa essenza reale. Ma,
nelle restanti cose, la divisione resta netta.
Di qui deriva una forte dose di nominalismo
alla concezione lockiana della scienza, particolarmente
importante per ciò che concerne la fisica.
5.3. Il nominalismo lockiano
È chiaro, per conseguenza, come Locke
trovi difficoltà a spiegare l'astrazione.
Nel contesto delle metafisiche classiche
l'astrazione consiste in quel processo per cui si
giunge a cogliere l'essenza, ricavandola tramite una
progressiva smaterializzazione mentale dell'oggetto.
Ma, una volta negata l'essenza reale, o, meglio, la
sua conoscibilità, a Locke non resta altro che considerare
l'astrazione come un tralasciare alcune parti di
idee complesse dalle altre parti. Per esempio,
ho l'idea di Pietro e di Giovanni; elimino da quel
complesso di idee quelle non comuni ai due individui
(grasso, biondo, alto, vecchio, ecc.) e mantengo quel
complesso di idee comuni ai due individui, che indico
col nome uomo, e lo uso per rappresentarmi
anche altri uomini.
L'astrazione, dunque, per Locke,
è una parzializzazione di altre idee più complesse.
Con questo, Locke riprende e rinvigorisce
il nominalismo della tradizione inglese, di
cui Hobbes aveva fornito il più recente esempio. Ben
si comprendono, pertanto, le conclusioni che il nostro
filosofo trae nel Saggio: "... è chiaro
che il generale e l'universale non appartengono
all'esistenza reale delle cose, ma sono invenzioni
e creature dell'intelletto, fatte da esso per il suo
uso, e riguardano solamente i segni, siano parole
o idee". E le parole sono "generali quando
sono adoperate come segni di idee generali e così
possono essere applicate indifferentemente a molte
cose particolari; le idee sono generali quando sono
poste a rappresentare molte cose particolari. Ma l'universalità
non appartiene alle cose stesse, le quali sono tutte
particolari nella loro esistenza, comprese le parole
e le idee che sono generali nel loro significato.
Perciò, quando ci allontaniamo dai particolari ciò
che rimane di generale è solo una creatura di nostra
fabbricazione; infatti la sua natura generale
non è che la capacità conferita dall'intelletto, di
significare o rappresentare molti particolari. Il
significato che ha è soltanto una relazione che lo
spirito dell'uomo aggiunge a questi particolari".
6. LA CONOSCENZA, IL SUO VALORE E
LA SUA ESTENSIONE
6.1. Il vero e il falso come accordo
e disaccordo delle idee
Le idee, in tutte le varietà sopra
descritte, sono il materiale della conoscenza,
ma non ancora la conoscenza vera e propria, nel senso
che, di per sé, esse sono al di qua del vero e del
falso.
Non c'è conoscenza senza la percezione
di un accordo (oppure di un disaccordo)
fra idee o gruppi di idee, e solo a questo punto
si ha il vero e il falso: "Mi sembra quindiscrive
Lockeche la conoscenza non sia che la percezione
della connessione e dell'accordo, o del disaccordo
e del contrasto, fra le nostre idee. In questo solo
essa consiste".
Questo tipo di accordo o di disaccordo
è di quattro specie:
a) identità e diversità; b)
relazione; c) coesistenza e connessione necessaria;
d) esistenza reale. Ora, in generale, l'accordo fra
idee può essere percepito in due modi differenti:
1) per intuizione e 2) per dimostrazione.
6.2. L'intuizione e la dimostrazione
L'accordo fra le idee che si percepisce
per intuizione è quello che si ha per evidenza
immediata.
La dimostrazione si ha quando lo
spirito percepisce l'accordo o il disaccordo fra le
idee non immediatamente. La dimostrazione procede
mediante passaggi intermedi, ossia mediante l'intervento
di altre idee (una o più, a seconda dei casi),
ed è appunto questo "procedimento" o questo
"procedere" che si chiama ragione e
ragionare. Il procedimento dimostrativo non
fa altro che introdurre una serie di nessi di per
sé evidenti, cioè intuitivi, per dimostrare nessi
di idee di per sé non intuitivi. Pertanto, la validità
della dimostrazione, in ultima analisi, si fonda sulla
validità dell'intuizione. Si pensi, ad esempio, alla
dimostrazione dei teoremi geometrici, i quali connettono
alcune idee il cui legame non è immediatamente evidente,
con una serie di "passaggi", ciascuno dei
quali è immediatamente evidente. Quindi la dimostrazione
procede e si dispiega attraverso una serie di intuizioni
opportunamente concatenate.
Tutto ciò non pone problemi particolari
quando siano in causa i primi tre tipi di accordo
o di disaccordo fra le idee, di cui s'è detto prima
a) identità-diversità, b) relazione,
c) coesistenza e connessione necessaria, dato
che in questi casi non si esce fuori dal giro
delle pure idee. Invece i problemi sorgono nel caso
d) dell'esistenza reale, in cui non è in questione
il semplice accordo fra le idee, ma l'accordo fra
le idee e la realtà esterna.
Torna qui a emergere il vecchio concetto
di verità come adequatio intellectus ad rem, come
accordo fra le idee e le cose, al di sopra del semplice
accordo fra le idee.
Locke cerca di risolvere la difficoltà
ammettendo quanto segue. Noi abbiamo conoscenza:
1) della nostra esistenza mediante
"intuizione"
2) dellesistenza di Dio
per "dimostrazione"
3) dell'esistenza delle altre
cose per "sensazione".
6.3. La conoscenza della nostra esistenza
Per giustificare l'asserto che noi
abbiamo conoscenza della nostra esistenza per "intuizione",
Locke si rifà a moduli tipicamente cartesiani, anche
se in una maniera più stemperata. Infatti anche per
lui nulla può essere per noi più evidente della nostra
propria esistenza.
Ecco le sue precise parole: "Io
penso, io ragiono, io sento piacere e dolore: può
una di queste cose essere per me più evidente della
mia propria esistenza? Se dubito di tutte le altre
cose, questo stesso dubbio mi fa percepire la mia
propria esistenza e non mi permette di dubitarne.
Giacché, se so di sentire dolore, è evidente che ho
una percezione certa della mia propria esistenza come
dell'esistenza del dolore che sento; o se so di dubitare,
ho la percezione certa dell'esistenza della cosa di
cui dubito come del pensiero che io chiamo ''dubbio".
L'esperienza ci convince che abbiamo una conoscenza
intuitiva della nostra propria esistenza e una
percezione interna infallibile che noi esistiamo.
In ogni altro atto di sensazione, ragionamento o pensiero,
noi siamo consci di fronte a noi stessi del nostro
proprio essere e su questo punto non manchiamo
del più alto grado di certezza".
6.4. La conoscenza di Dio
La dimostrazione dell'esistenza di
Dio è ridata da Locke facendo appello all'antico principio
metafisico ex nihilo nihil e al principio di
causalità, nel modo seguente. Noi sappiamo con assoluta
certezza di essere qualcosa che esiste realmente.
Inoltre "luomo sa, per intuitiva certezza,
che il puro niente non produce un essere reale
più che non possa essere uguale a due angoli retti.
Se un uomo non sa che il non-ente o l'assenza
di ogni essere, non può essere uguale a due angoli
retti, è impossibile che conosca una qualsiasi dimostrazione
di Euclide. Se perciò noi sappiamo che c'è qualche
essere reale e che il non-ente non può produrre un
essere reale, questa è la dimostrazione evidente che
dall'eternità c'è stato qualcosa; perché ciò
che non esiste dall'eternità ha avuto un inizio; e
ciò che ha avuto un inizio dev'essere prodotto da
qualcosa d'altro".
Locke dimostra quindi che quest'altro
da cui deriva il nostro essere dev'essere onnipotente,
onnisciente, eterno.
È degno di nota il fatto che l'"empirista"
Locke ritenga che l'esistenza di Dio sia addirittura
più certa di ciò che i sensi ci manifestano!
Ecco le sue parole: "Da ciò
che è stato detto è chiaro per me che abbiamo una
conoscenza dell'esistenza di Dio più certa di ogni
altra cosa che i nostri sensi ci abbiano immediatamente
manifestato. Anzi, oso dire che conosciamo che
c'è un Dio con più certezza di quanto conosciamo che
c'è qualcos'altro fuori di noi. Quando dico che
conosciamo intendo che c'è in noi, a nostra
portata, una conoscenza che non possiamo mancare,
se applicheremo ad essa il nostro spirito come facciamo
a molte altre indagini".
6.5. La conoscenza degli oggetti
esterni
Della esistenza delle cose esterne,
secondo Locke, siamo meno certi di quanto non
siamo della nostra esistenza o di quella di Dio. Locke
afferma che "avere l'idea di qualcosa nel nostro
spirito non prova l'esistenza di questa cosa più che
il ritratto di un uomo non renda evidente la sua esistenza
nel mondo o che le visioni di un sogno costituiscano
come tali una storia vera".
È tuttavia chiaro che, poiché noi
non produciamo le nostre idee, esse devono essere
prodotte da oggetti esterni. Ma possiamo essere certi
dell'esistenza di un oggetto che produca in noi l'idea,
solo fino a che la sensazione è attuale. Siamo
sicuri dell'oggetto che vediamo (questo foglio di
carta, per esempio) mentre lo vediamo e finché
lo vediamo; allorché sia sottratto alla nostra
attuale sensazione, noi non possiamo più avere
certezza della sua esistenza (potrebbe essere stato
strappato o distrutto). In ogni caso, questo tipo
di certezza dell'esistenza delle cose fuori di noi
è sufficiente agli scopi della nostra vita.
Per quanto concerne, infine, il problema
della conformità delle idee ad esse (se e fino
a che punto le idee riproducano esattamente gli archetipi
delle cose), rimandiamo a quanto abbiamo detto circa
il problema della natura, dell'essenza, delle qualità
primarie e secondarie.
7. LA PROBABILITÀ E LA FEDE
Al di sotto dei tre gradi di certezza
sopra descritti vi è il giudizio di probabilità,
dove l'accordo fra le idee non è percepito
(immediatamente o mediatamente), ma è solo "supposto".
Pertanto, la probabilità è solo l'apparenza
dell'accordo o del disaccordo mediante l'intervento
di prove in cui la connessione delle idee non è costante
né immutabile, o, almeno, non è percepita come tale,
"ma è o appare per lo più tale, ed è sufficiente
a indurre lo spirito a giudicare la proposizione vera
o falsa, piuttosto che il contrario".
Naturalmente, vi sono diverse forme
di probabilità.
1) Una prima, che si fonda sulla
conformità di qualcosa con le nostre passate esperienze
(se abbiamo sperimentato che certe cose sono sempre
accadute in un certo modo possiamo ritenere cosa probabile
che continuino ad accadere nel medesimo modo o in
modo simile).
2) Una seconda, che si fonda sulla
testimonianza degli altri uomini; e, in questo caso,
la probabilità maggiore si ha quando vi sia accordo
fra tutti i testimoni.
Vi è, poi, una forma di probabilità
che non concerne dati di fatto suscettibili di osservazioni,
come quelli di cui si è parlato sopra, ma altre specie
di cose, come ad esempio l'esistenza di altre intelligenze
diverse dalle nostre (angeli) o il modo profondo di
operare della natura (le spiegazioni di certi fenomeni
fisici). In questi casi, la regola della probabilità
si basa sull'analogia.
Infine, vi è la fede, alla
quale il Locke garantisce il massimo di dignità. Ecco
il testo principale su questo argomento: "Oltre
quelle che abbiamo fin qui menzionate, c'è un'altra
specie di proposizioni che esige il grado più alto
del nostro assenso sulla base di una semplice testimonianza,
sia che la cosa proposta concordi sia che non
concordi con l'esperienza comune e con il corso ordinario
delle cose. La ragione di questo è che la testimonianza
è quella di Uno che non può ingannare né essere ingannato,
cioè di Dio stesso. Essa include un'assicurazione
che è al di là del dubbio, una prova senza eccezioni.
Con un nome peculiare è chiamata rivelazione e
il nostro assenso ad essa fede; la quale determina
assolutamente i nostri spiriti ed esclude perfettamente
ogni tentennamento come fa la conoscenza; e come non
possiamo dubitare del nostro essere, così non possiamo
dubitare che sia vera la rivelazione che ci viene
da Dio. Sicché la fede è un principio stabilito e
sicuro di assenso e di sicurezza e non dà luogo a
dubbio o a esitazione. Dobbiamo solo esser sicuri
che si tratti di una rivelazione divina e che noi
la comprendiamo esattamente [...]".
Locke è convinto che la fede, in
ultima analisi, non sia altro che "un assenso
fondato sulla ragione più alta".
8. LE DOTTRINE MORALI E POLITICHE
8.1. Fondamenti razionali della moralità
Molto meno rigorose, anche se interessanti,
sono le idee morali e politiche di Locke, nelle quali
gli studiosi hanno rilevato la presenza di non poche
oscillazioni.
Le concezioni di base sono le seguenti.
Noi non abbiamo leggi e principi
pratici innati, come si è ampiamente veduto.
Ciò che spinge l'uomo ad agire e
che determina la sua volontà e le sue azioni è la
ricerca del benessere e della felicità, e, come dice
Locke, il senso di disagio in cui viene continuamente
a trovarsi.
La libertà non è più considerata
da Locke nel senso del "libero arbitrio",
che avrebbe implicato considerazioni metafisiche estranee
al suo empirismo. La libertà, di conseguenza, non
sta, per Locke, nel "volere", ma "nel
potere di agire e di astenersi dall'azione".
L'uomo, inoltre, ha il potere di "tenere in sospeso"
lesecuzione dei suoi desideri, per esaminarli
attentamente e ponderarli, e, quindi rafforzare quel
concreto potere.
L'etica lockiana, come ogni etica
a sfondo empiristico, non può essere se non utilitaristica
ed eudemonistica.
Le leggi cui gli uomini riferiscono
comunemente le loro azioni sono di tre tipi diversi:
l) quelle divine, 2) quelle civili e
3) quelle della pubblica opinione o reputazione.
1) Giudicate in base al parametro del primo tipo
di leggi, le azioni umane sono "peccati"
o "doveri"; 2) giudicate in base
al parametro del secondo tipo di leggi, le azioni
umane sono "delittuose" o "innocenti"
3) giudicate in base al parametro del terzo tipo di
leggi, le azioni umane si dicono "virtù"
o "vizi".
Alla base della moralità, dunque,
vi è la legge rivelata, che, peraltro, Locke
sembra far coincidere con quella "promulgata
tramite i lumi della natura", ossia con quella
legge che la stessa ragione umana può scoprire.
8.2. Il costituzionalismo liberale
di Locke
Nei suoi scritti politici Locke teorizzò
quella forma di costituzionalismo liberale per cui
si era battuto, e che si era imposto in Inghilterra
con la Rivoluzione del 1688.
La monarchia non si fonda sul diritto
divino. Questa è una tesidice Locke -- che,
per quanto in voga nei tempi moderni, non si trova
né nelle Scritture, né negli antichi Padri.
La società e lo Stato nascono dal
diritto di natura, che coincide con la ragione, la
quale dice che, essendo tutti gli uomini uguali e
indipendenti, "nessuno deve recar danno ad altri
nella vita, nella salute, nella libertà e nei possessi".
Sono quindi "diritti naturali" il diritto
alla vita, il diritto alla libertà, il diritto
alla proprietà, e il diritto alla difesa
di questi diritti.
II fondamento della genesi dello
Stato è quindi la ragione, e non, come in Hobbes,
listinto selvaggio.
Riunendosi in una società, i cittadini
rinunciano al solo diritto di difendersi ciascuno
per conto proprio, e con ciò non indeboliscono, ma
rafforzano gli altri diritti .
Lo Stato ha il potere di fare le.
leggi (potere legislativo), di imporle e di farle
eseguire (potere esecutivo). I limiti del potere dello
Stato sono stabiliti da quegli stessi diritti dei
cittadini per la difesa dei quali esso è nato. Pertanto,
i cittadini mantengono il diritto di ribellarsi al
potere statale, quando questo operi contrariamente
alle finalità per cui è nato. I governanti restano
sempre soggetti al giudizio del popolo.
Contrariamente a quanto sosteneva
Hobbes, per Locke lo Stato non deve intromettersi
nelle questioni di religione. E, poiché la fede non
è cosa che si possa imporre, bisognerà aver
rispetto e tolleranza per le varie fedi religiose:
"La tolleranza verso coloro che dissentono dagli
altri in fatto di religione è cosa talmente consona
al Vangelo e alla ragione, che è mostruoso
vi siano uomini ciechi a tanta luce".