DAVID HUME: lepilogo dellEmpirismo
Con David Hume l'Empirismo giunge
alle proprie Colonne d'Ercole, vale a dire a quei
limiti al di là dei quali non è più possibile spingersi.
Spogliatosi dei presupposti ontologico-corporeistici
presenti in Hobbes, della componente razionalistico-cartesiana
presente in Locke, degli interessi apologetici e religiosi
presenti in Berkeley e di quasi tutti i residui di
pensiero provenienti dalla tradizione metafisica,
l'Empirismo humiano finisce con lo svuotare la filosofia
stessa dei suoi contenuti specifici e col dar partita
vinta alla ragione scettica. Sulla ragione ha la meglio
la natura, dice espressamente Hume; l'uomo-filosofo
deve cedere all'uomo-natura: "Sii filosofo; ma,
al di là della filosofia, sii sempre un uomo".
Ciò significa che, se si porta alle estreme conseguenze
e se si radicalizza, l'Empirismo finisce con l'essere,
in ultima analisi, una rinuncia alla filosofia.
David Hume nacque ad Edimburgo da
una famiglia appartenente alla piccola nobiltà terriera
nel 1711. Si appassionò fin da giovane allo studio
dei classici e della filosofia, al punto da opporsi
fermamente al desiderio dei parenti che lo avrebbero
voluto avvocato come il padre, e da non tollerare
altre attività che non fossero i suoi studi prediletti.
Già nel 1729, ossia a diciotto anni,
ebbe una potente intuizione che, come egli dice, gli
rivelò una "nuova scena di pensiero" (a
new scene of thought), che gli fece balenare
alla mente la nuova "scienza della natura umana",
ossia la sua nuova visione filosofica. Con la "nuova
scena di pensiero" nacque l'idea base del Trattato
sulla natura umana, il capolavoro di Hume, cui
il nostro filosofo lavorò in Inghilterra fino al 1734,
e poi ancora fra il 1734 e il 1736 in Francia, a La
Flèche (che era diventato un rinomato centro di studi
cartesiani), dove egli si era recato per ampliare
i propri orizzonti culturali.
Nel 1739 vennero finalmente pubblicati
a Londra i primi due volumi del Trattato sulla
natura umana e nel 1740 il terzo, ma non suscitarono
alcun interesse particolare.
Il successo letterario venne però
ben presto con i Saggi morali e politici del
1741 e anche con i rifacimenti snelliti e presentati
con taglio nuovo del Trattato, nonché con la
monumentale Storia d'Inghilterra. Ma i posteri
hanno indicato proprio in quel Trattato, non
apprezzato dai contemporanei, il capolavoro del filosofo,
vale a dire l'opera più profonda e più meditata.
Nell'ambiente accademico, a motivo
delle sue idee scettiche e ateeggianti, Hume non riuscì
ad entrare. Nel 1744-45 non riuscì a vincere la cattedra
bandita presso l'Università di Edimburgo, e nel 1751
non fu accolta la sua candidatura alla cattedra di
logica nell'Università di Glasgow.
Hume ebbe invece successo in altri
ambienti. Nel 1746, divenuto segretario del generale
Saint Clair, partecipò ad una spedizione in Francia,
e, nel 1748, fece parte di una ambasceria a Vienna
e a Torino . Dal 1763 al 1766 Hume fu segretario dell'ambasciatore
inglese a Parigi e strinse amichevoli rapporti con
gli Illuministi francesi.
Nel 1766 Hume tornò in Inghilterra,
portando con sé Rousseau e offrendogli la sua protezione.
Ma la grave forma di mania di persecuzione da cui
Rousseau era affetto, spinse questi ad accusare assurdamente
Hume di capeggiare un complotto, che avrebbe avuto
come scopo quello di rovinarlo. Fu questo un "caso"
che fece molto parlare e che costrinse Hume a rendere
pubbliche le proprie ragioni. Ricordiamo ancora che,
nel 1767, Hume ebbe la carica di sottosegretario di
Stato per gli affari del Nord, e che, poco dopo, ottenuta
una grossa pensione, si dedicò quasi esclusivamente
ai suoi studi prediletti, in serenità. Morì nel 1776.
Fra le opere successive al Trattato
ricordiamo: i Saggi sull'intelletto umano del
1748, che riespongono in maniera semplificata il primo
libro del Trattato (opera che fu ribattezzata
nel 1758 col titolo Ricerche sull'intelletto umano,
che poi restò definitivo); le Ricerche sui
princtpi della morale del 1751, che riespongono
in maniera nuova il terzo libro del Trattato e
che l'autore considerò la sua opera migliore; i Discorsi
politici del 1752; le Quattro dissertazioni
del 1757 (una di queste dissertazioni è la celebre
Storia naturale della religione); postumi uscirono
i Dialoghi sulla religione naturale (redatti
nel 1751).
Ricordiamo, da ultimo, la Storia
d'Inghilterra, iniziata nel 1752 e terminata nel
1762, che suscitò notevoli polemiche, ma che diede
gran lustro a Hume. Essa parte dall'invasione di Giulio
Cesare e termina con la rivoluzione del 1688, ed è
costituita da ben otto volumi. Un noto storico della
letteratura inglese (A.C. Baugh) giudica l'opera nel
modo seguente: "Con essa Hume compì quella che
risultò essere la prima Storia d 'Inghilterra veramente
soddisfacente. I suoi difetti appaiono ora ovvi: non
si basa su solidi studi e su attente ricerche; il
Medioevo è diffamato per ignoranza e nella trattazione
dei periodi successivi compaiono pregiudizi. Il fine
della composizione - il desiderio di Hume di illustrare
i pericoli per lo Stato delle fazioni violente - poteva
essere significativo per il suo tempo più che per
i periodi successivi. Ma lopera riempiva un
grande vuoto ed era leggibile. La sua fama durò più
a lungo di quella dei contemporanei rivali di Hume
[...] e per oltre un secolo essa rimase la Storia
d'Inghilterra più letta". Uno statista della
statura di Winston Churchill ebbe ancora a dire che
questa Storia d'Inghilterra di David Hume era
stata "il manuale della sua adolescenza".
Malgrado il fatto che i contemporanei
abbiano praticamente ignorato il Trattato, come
si è già sopra accennato, è proprio esso che ci rivela
appieno la "new scene of thought": ad
esso pertanto ci rifaremo, di preferenza, nell'esposizione,
pur non trascurando le Ricerche.
Necessità di fondare la scienza su
basi sperimentali
Il titolo Trattato sulla natura
umana e la spiegazione del sottotitolo: "Un
tentativo di introdurre il metodo sperimentale di
ragionamento negli argomenti morali" ridanno
già di per sé i tratti essenziali della "nuova
scena di pensiero".
Hume constata che, sulla sicura base
della osservazione e del metodo del ragionamento sperimentale
preconizzato da Bacone, Newton ha costruito una solida
visione della natura fisica; ora, ciò che occorre
ancora fare è appunto l'applicare quel metodo anche
alla natura umana, ossia al soggetto e
non solo all'oggetto.
Talete fondò la "filosofia"
della natura e solo successivamente Socrate fondò
la "filosofia" dell'uomo. In tempi moderni,
Bacone, come s'è detto, ha introdotto il metodo sperimentale
atto a fondare la "scienza" della natura;
mentre i "recenti filosofi inglesi", ossia
i moralisti - fra i quali Hume cita (oltre
a Locke) Shaftesbury, Mandeville, Hutcheson, Butler
- in uno spazio di tempo all'incirca uguale a quello
intercorso fra Talete e Socrate, hanno incominciato
"a portare la scienza dell'uomo sopra
un terreno nuovo". Si tratta, allora, di andare
fino in fondo per questa strada e di fondare definitivamente
la scienza dell'uomo su basi sperimentali.
Hume, in breve, ritiene ormai di poter essere il Galilei,
o meglio il Newton della "natura umana".
Anzi, il nostro filosofo è addirittura
convinto che la "scienza della natura umana"
sia ancora più importante della fisica e delle
altre scienze, per il motivo che tutte queste
scienze "dipendono in qualche modo dalla natura
dell'uomo". Infatti, se noi potessimo spiegare
a fondo "la portata e la forza dell'intelletto
umano", nonché "la natura delle idee di
cui ci serviamo e delle operazioni che compiamo nei
nostri ragionamenti" potremmo fare dei progressi
di portata incalcolabile anche in tutti gli altri
ambiti del sapere.
Ma vediamo come Hume, con il nuovo
metodo sperimentale, proceda alla ricostruzione della
"natura umana".
La differenza fra le impressioni
e le idee
Tutti i contenuti della mente umana
non sono altro se non "percezioni", e si
dividono in due grandi classi, che Hume chiama "impressioni"
e "idee". Fra le prime e le seconde
egli pone due sole differenze:
a) la prima riguarda la forza
o vivacità con cui si presentano alla nostra
mente;
b) la seconda riguarda, invece,
l'ordine e la successione temporale con
cui esse si presentano.
a) Per quanto concerne il
primo punto, scrive Hume: "La differenza fra
impressioni e idee consiste nel grado diverso di
forza e vivacità con cui colpiscono la
nostra mente e penetrano nel pensiero ovvero nella
coscienza. Le percezioni, che si presentano con maggior
forza e violenza, possiamo chiamarle impressioni:
e sotto questa denominazione io comprendo tutte
le sensazioni, passioni ed emozioni, quando fanno
la loro prima apparizione nella nostra anima. Per
idee, invece, intendo le immagini illanguidite delle
impressioni".
Una conseguenza di questa distinzione
è la drastica contrazione della differenza fra sentire
e pensare, che viene ridotta semplicemente
al grado di intensità: sentire consiste nell'avere
percezioni più vivaci (sensazioni), mentre
il pensare consiste nell'avere percezioni più deboli
(idee). Ogni percezione è dunque doppia: è
sentita (in modo vivace) come impressione ed
è pensata (in modo più debole) come idea.
b) Per quanto concerne il
secondo punto, Hume rileva come esso costituisca una
questione della massima importanza, perché legata
al problema della "priorità" di uno dei
due tipi di percezione: l'idea dipende dall'impressione,
o viceversa?
La risposta di Hume è inequivoca:
originaria è l'impressione, dipendente è l'idea.
Di qui, dunque, deriva il "primo
principio" della scienza della "natura umana",
che, sinteticamente formulato, così suona: "tutte
le idee semplici provengono, mediatamente o immediatamente,
dalle loro corrispondenti impressioni". Questo
principio, dice Hume, tronca la questione delle
idee innate, che ha fatto, in passato, tanto rumore:
noi non abbiamo idee se non dopo aver
avuto impressioni; queste ultime, invece, e solo queste,
sono originarie.
Idee semplici e idee complesse
Ma c'è ancora una importante distinzione
da ricordare: vi sono impressioni semplici (per
esempio: rosso, caldo, ecc.) e impressioni complesse
(per esempio: l'impressione di una mela).
Le impressioni complesse ci sono
date immediatamente come tali; le idee complesse,
invece, possono essere copie delle impressioni complesse,
ma possono anche essere frutto di combinazioni molteplici
che hanno luogo in vario modo nel nostro intelletto.
Infatti, oltre alla facoltà della memoria, che
riproduce le idee, noi abbiamo altresì la facoltà
dell'immaginazione, capace di trasporre e comporre
in varia maniera le idee tra di loro. Questa- dice
Hume - "è un'evidente conseguenza della divisione
delle idee in semplici e complesse: ovunque l'immaginazione
percepisca una differenza fra le idee, può facilmente
operare tra loro una separazione", e poi operare
una serie di combinazioni ulteriori.
Ma le idee semplici tendono ad aggregarsi
tra loro nella nostra mente non solamente secondo
il libero gioco della fantasia, bensì anche secondo
un gioco più complesso, basato su alcuni princìpi
che risultano conformi in tutti i tempi e in tutti
i luoghi.
Il principio dellassociazionismo
delle idee
C'è fra le idee una "forza"
(che ricorda in qualche modo la forza di gravitazione
newtoniana che unisce fra loro i corpi fisici, anche
se di carattere differente), espressa dal principio
dell'associazione, che Hume descrive nel passo
che ora riportiamo, il quale è divenuto giustamente
classico: "Questo principio d'unione fra le idee
non deve essere considerato come una connessione indissolubile:
infatti, questa già l'abbiamo esclusa dall'immaginazione;
né quindi dobbiamo concludere che senza questo principio
la mente non possa congiungere due idee: non c'è infatti
niente di più libero di quella facoltà. Noi dobbiamo
invece considerarlo semplicemente come una dolce
forza che comunemente s'impone, ed è la causa,
fra l'altro, per cui le lingue hanno tanta corrispondenza
tra loro: la natura sembra indicare a ognuno le idee
semplici più adatte ad esser riunite in idee complesse.
Le proprietà che danno origine a quest'associazione
e fan sì che la mente venga trasportata da un'idea
all'altra sono tre: RASSOMIGLIANZA, CONTIGUITÀ
nel tempo e nello spazio, CAUSA ED EFFETTO".
Noi passiamo facilmente da un'idea
ad un'altra che le assomiglia (per esempio,
una fotografia mi fa venire in mente il personaggio
che rappresenta), oppure da una idea ad un'altra che
abitualmente si è presentata a noi come connessa
alla prima nello spazio o nel tempo (per esempio,
l'idea dell'aula scolastica mi richiama quella delle
aule vicine, oppure quella del corridoio adiacente
o quella dell'edificio in cui è inserita; l'idea della
levata dell'ancora mi suscita quella della partenza
della nave, e così gli esempi si potrebbero moltiplicare);
l'idea di causa mi richiama quella di effetto
e viceversa (come, ad esempio, quando penso al
fuoco sono inevitabilmente portato a pensare al calore
oppure al fumo che si sprigiona, e viceversa).
Pertanto Hume conclude: "Questi
sono, dunque, i princìpi di unione o coesione fra
le nostre idee semplici, e nell'immaginazione tengono
il posto della connessione indissolubile con cui sono
unite nella memoria".
Perciò, di ogni idea di cui si discute
bisogna, per provarne la validità, additare la relativa
impressione. Per le idee semplici questo non pone
problema, dato che nessuna idea semplice (come si
è visto) può essere presente in noi, senza che ne
abbiamo avuto la corrispondente impressione. Invece
il problema nasce per le idee complesse, data la loro
genesi molteplice e varia. Ed è proprio su queste
che si appunterà l'interesse del nostro filosofo.
La generale distinzione lockiana
delle idee in idee di sostanza, di modi
e di relazioni, è fatta propria anche da
Hume, il quale, però, va molto oltre Locke nella analisi
critica delle medesime.
La negazione delle idee universali
e il nominalismo humiano
Per comprendere pienamente la posizione
di Hume resta, tuttavia, ancora da ricordare la sua
dottrina delle idee astratte o universali. Egli accetta
la tesi di Berkeley (che elogia come "grande
filosofo"), secondo cui "tutte le idee generali
non sono altro che idee particolari congiunte a una
certa parola che dà loro un significato più esteso
e, occorrendo, fa sì che ne richiamino altre individuali
simili a loro". Questa, rileva Hume, è "una
delle maggiori e più importanti scoperte che siano
state fatte in questi ultimi anni nella repubblica
delle lettere". Fra i vari argomenti che Hume
porta a rincalzo della tesi di Berkeley, ne ricordiamo
due particolarmente significativi.
a) L'intelletto umano, dicono
i sostenitori dell'esistenza di idee universali, è
capace di distinguere mentalmente anche ciò
che in realtà non è separato, mediante operazioni
mentali autonome. Hume contesta vivacemente questo:
per lui è distinguibile solamente ciò che è
separabile.
b) Inoltre, poiché ogni idea
è copia di un'impressione e l'impressione può essere
solo particolare e quindi solo determinata
sia qualitativamente sia quantitativamente, anche
le idee (che non possono se non essere copie delle
impressioni) dovranno essere determinate nello stesso
modo.
Il grande principio humiano secondo
cui l'idea differisce solo nel grado di intensità
e vivacità dall'impressione comporta di necessità
che ogni idea sia non altro che una "immagine",
e, come tale, individuale e particolare.
Come può, allora, un'idea "particolare"
essere usata come idea "generale", e come
può la semplice congiunzione con una "parola"
rendere possibile questo?
La risposta di Hume è la seguente.
Fra le idee di cose che via via ci appaiono noi notiamo
una certa somiglianza (per esempio, fra uomini
di varie razze e di vari tipi), che è tale da permetterci
di dare ad esse lo stesso nome, a prescindere dalle
differenze di grado, di qualità e di quantità che
esse possono presentare. In questo modo noi acquistiamo
una "abitudine", per cui, all'udire quel
dato nome o quella data parola, si risveglia nella
nostra memoria una di quelle idee particolari che
abbiamo designato con quel nome o con quella parola
(per esempio, sentendo la parola uomo mi viene alla
mente l'idea di un particolare uomo), ma, siccome
la stessa parola è stata usata per designare analoghe
idee (per esempio, per designare i molti uomini da
me visti, differenti fra loro per molti aspetti particolari),
allora avviene che "la parola, non essendo capace
di far rivivere l'idea di tutti questi individui,
si limita a toccar l'anima, se così posso esprimermi,
e fa rivivere l'abitudine che abbiamo contratta
nellesaminarli".
Che cosa c'è di nuovo in questa concezione
nominalistica dell'universale, rispetto a quella tradizionale,
e in particolar modo rispetto a quella di Berkeley?
C'è - come gli studiosi hanno ben rilevato - la chiamata
in causa del principio dell'abitudine, già
invocato da Hume a proposito del principio dell'associazione
delle idee.
"Relazioni fra idee" e
"dati di fatto"
Un'altra dottrina essenziale di Hume
consiste nella distinzione degli oggetti presenti
alla mente umana (impressioni e idee) in due generi,
che il nostro filosofo chiama: a) "relazioni
fra idee" e b) "dati di fatto".
a) Sono semplici relazioni
fra idee tutte quelle proposizioni che si limitano
a operare su contenuti ideali, senza far riferimento
a ciò che è o può essere esistente. Si tratta di quelle
proposizioni che, come vedremo, Kant chiamerà giudizi
analitici. Di mere "relazioni fra idee"
sono costituite l'aritmetica, l'algebra e la geometria.
Stabiliti i significati dei numeri, ad esempio, noi
ricaviamo per mera analisi razionale (e quindi in
base a mere relazioni di idee) che tre volte cinque
è la metà di trenta, e tutte le altre proposizioni
di questo genere. Si tratta di una proposizione che
noi ricaviamo sostanzialmente basandoci sul principio
di non-contraddizione .
b) I "dati di fatto"
non si ricavano, invece, in questa maniera, giacché
"il contrario di un qualsiasi dato di fatto è
sempre possibile, poiché esso non può mai implicare
una contraddizione ed è concepito dalla mente con
la stessa facilità e con la medesima distinzione,
che se fosse estremamente conforme alla realtà".
Il problema che sorge è quindi quello di ricercare
la natura dell'evidenza propria dei ragionamenti
che concernono i "dati di fatto", quando
essi non siano immediatamente presenti ai sensi (come
quando prevedo che il sole sorgerà domani). La risposta
di Hume è la seguente: "Tutti i ragionamenti
che concernono la realtà dei fatti sembrano fondati
sulla relazione di causa ed effetto. È solo
grazie a questa relazione che noi possiamo oltrepassare
l'evidenza della nostra memoria e dei sensi".
Proprio sulla relazione fra causa ed effetto si concentra,
di conseguenza, l'esame critico di Hume.
Il nesso causa ed effetto
Causa ed effetto sono
due idee fra loro ben distinte, nel senso che nessuna
analisi dell'idea di causa, per quanto accurata essa
sia, può farci scoprire a priori l'effetto
che ne deriva.
Se io colpisco con una palla da biliardo
un'altra palla, dico che la prima ha causato il movimento
della seconda; ma il movimento della seconda palla
da biliardo è un fatto completamente distinto dal
movimento della prima e non incluso in essa a priori.
Supponiamo, infatti, di essere venuti al mondo
all'improvviso: in tal caso, noi non potremmo affatto,
vedendo una palla da biliardo, sapere a priori
che essa, spinta contro un'altra, produrrà
come effetto il movimento di quest'altra.
Lo stesso si deve dire di tutti gli
altri casi di questo tipo. Adamo stesso, esemplifica
Hume, non avrebbe potuto, vedendo per la prima volta
l'acqua, inferire a priori che essa ha potere di far
annegare per soffocamento.
Se così è, allora, si deve dire che
il fondamento di tutte le nostre conclusioni concernenti
la causa e l'effetto è l'esperienza.
Ma questa risposta solleva un'altra
questione, ben più difficile, e cioè: qual è il fondamento
delle conclusioni medesime che io traggo dall'esperienza.
Io ho sperimentato che il pane che ho mangiato
mi ha sempre nutrito; ma su quale fondamento io traggo
la conclusione che esso dorrà nutrirmi anche in
futuro? Dal fatto che io ho sperimentato che una
certa cosa è sempre stata accompagnata da una certa
altra a guisa di "effetto", io inferisco
che anche altre cose come quella dovranno essere accompagnate
da effetti analoghi.
Perché traggo queste conclusioni,
e per giunta le ritengo necessarie?
Per rispondere al problema, rivediamone
meglio i termini. Nel nesso causa-effetto sono presenti
due elementi essenziali:
a) la contiguità e la successione;
b) la connessione necessaria.
a) La contiguità e successione
sono sperimentate;
invece
b) la "connessione necessaria"
non viene sperimentata (nel senso che non
è una impressione), ma viene appunto inferita.
Ma come la inferiamo?
"Abitudine" e "credenza"
come fondamento dei nessi di cause ed effetti
Noi la inferiamo, dice Hume,
per il motivo che abbiamo sperimentato una connessione
costante, e per il motivo che abbiamo contratto, di
conseguenza, un"'abitudine" nel constatare
la regolarità della contiguità e della successione,
al punto che ci risulta naturale, data la "causa",
aspettarci l"'effetto".
Il principio in base al quale, dalla
semplice successione hoc post hoc, noi inferiamo
il nesso necessario hoc propter hoc è,
dunque, la consuetudine o abitudine.
In conclusione, dice Hume, è la consuetudine
che ci permette di uscire da ciò che è immediatamente
presente all'esperienza. Ma ogni nostra proposizione
concernente il futuro non ha altro fondamento.
Ma c'è ancora un punto importantissimo
da comprendere. La "consuetudine" di cui
si è parlato, per quanto basilare, di per se stessa
non sarebbe sufficiente a spiegare interamente il
fenomeno di cui stiamo discutendo. Una volta formatasi,
essa genera in noi una "credenza" (belief).
Ora, è appunto questa credenza che ci dà
l'impressione di avere a che fare con una "connessione
necessaria", e che ci infonde la convinzione
per cui, data quella che noi chiamiamo "causa",
debba seguire quello che noi chiamiamo "effetto"
(e viceversa).
Dunque, secondo Hume, la chiave per
la soluzione del problema sta nella "credenza",
che è un sentimento. Il fondamento della causalità,
pertanto, da ontologico-razionale diventa emotivo-arazionale,
ossia dalla sfera delloggettivo viene trasferito
a quella del soggettivo.
Proprio questo "istinto naturale",
come vedremo, si rivelerà essere l'ultima spiaggia
dell'Empirismo humiano.
Gli oggetti corporei non sono sostanze
ma fasci di impressioni e di idee
Ad analoghe critiche Hume sottopone
il concetto classico di sostanza:
1) sia riferito agli oggetti corporei;
2) sia riferito al soggetto spirituale.
Ciò che noi cogliamo in realtà, secondo
Hume, altro non è se non una serie di fasci di
impressioni e di idee.
A motivo della costanza con cui questi
fasci di percezione ci si presentano, noi immaginiamo
l'esistenza di un principio che costituisca il fondamento
della coesione fra quelle percezioni.
Quel fascio di percezioni che
chiamiamo ad esempio mela, noi lo consideriamo sorretto
da un principio di coesione che garantisca la compattezza
delle impressioni medesime e il loro costante stare
insieme. Ma questo principio non è una impressione,
ma solamente un nostro modo di immaginare le cose,
che crediamo esistere fuori di noi. E ciò che non
è riconducibile ad un'impressione, come sappiamo,
è destituito di validità oggettiva.
Analoghe critiche Hume rivolge anche
contro l'esistenza di una sostanza spirituale, in
particolare contro l'esistenza dell'io inteso come
realtà dotata di sussistenza continua e autocosciente,
identica a se medesima e semplice. Infatti ogni idea
non può derivare se non da una corrispettiva impressione;
ma dell'io non c'è nessuna precisa impressione: "per
conseguenza, non esiste tale idea".
Le crude conclusioni di Hume sono,
allora, quelle stesse che egli trae per gli oggetti.
Come gli oggetti non sono altro che collezioni di
impressioni, così, analogamente, noi non siamo
altro che collezioni o fasci di impressioni e di idee,
siamo una specie di teatro, dove le impressioni
e le idee continuamente passano e ripassano: ma si
tratta- si noti bene - di un teatro che va concepito
non come uno stabile edificio, ma semplicemente come
il passare e ripassare delle impressioni medesime.
Che cosa dovremo concludere, allora?
Se l'oggetto è un fascio di impressioni, e se anche
l'io è un fascio di impressioni, come si distingueranno
fra di loro? Come si potrà parlare di "oggetti"
e di "soggetti"?
La tesi di Hume è evidente:
1) l'esistenza delle cose fuori di
noi non è oggetto di conoscenza, ma di "credenza";
e così, analogamente, 2) l'identità dell'io non è
oggetto di conoscenza, ma è, essa pure, oggetto di
"credenza".
1) La filosofia ci insegna che qualunque
impressione è una percezione, e che, dunque, è soggettiva.
Infatti, dall'impressione non si può inferire l'esistenza
di un oggetto come causa dell'impressione medesima,
perché il principio di causa non ha una validità teoretica,
come si è sopra visto. La nostra "credenza"
nell'esistenza indipendente e continua degli oggetti
è frutto dell"'immaginazione".
In particolare, poiché si riscontra
una certa uniformità e coerenza nelle nostre impressioni,
l'immaginazione tende a considerare tale uniformità
e coerenza come totale e completa, supponendo
appunto l'esistenza di corpi che ne sarebbero la "causa".
Facciamo un esempio: io esco dalla
mia stanza, e, con questo, cesso di avere tutte le
impressioni che costituiscono questa mia stanza; in
seguito ritorno, ed ho le stesse impressioni di prima,
o, comunque, ho percezioni in parte uguali a quelle
di prima, in parte diverse, ma con esse coerenti (per
esempio, trovo la luce diminuita perché si è fatto
tardi). Ebbene, l'immaginazione colma il vuoto
della mia assenza, supponendo che a queste percezioni
corrispondenti e coerenti rispetto a quelle di prima
faccia riscontro una esistenza effettiva e separata
degli oggetti costituenti la mia camera. Non solo,
ma, al lavoro compiuto dall'immaginazione, s'aggiunge
anche quello della memoria, che dà vivacità
alle impressioni spezzate e intermittenti (a motivo
della mia uscita e del successivo rientro nella stanza),
e questa "vivacità" genera la "credenza"
nell'esistenza degli oggetti esterni corrispondenti.
Dunque, dal dubbio scettico ci salva
questa istintiva credenza, che è di genesi alogica
e arazionale e quasi biologica.
2) Anche l'io è ricostruito in modo
analogo dall'immaginazione e dalla memoria nella sua
unità e sostanzialità. Di conseguenza, anche l'esistenza
dell'io, inteso come sostanza cui vengono riferite
tutte le percezioni, non risulta essere altro che
oggetto di"credenza".
È però da rilevare che, per Hume,
l'io diventa oggetto di coscienza immediata tramite
le passioni, e quindi, ancora una volta, in ambito
ateoretico e per via arazionale.
*Testo tratto da G. Reale-D. Antiseri