di Angelo Papi
QUADRO STORICO
L'Inghilterra da Giacomo I alla
rivoluzione
+ Da Enrico VII ad Elisabetta, la
dinastia dei Tudor (1485-1603) s'era impegnata in
un'organica politica mercantilistica che, unificata
la vita economica nazionale, aveva consentito alle
forze produttive e mercantili del paese d'inserirsi
vigorosamente nel sistema del commersio internazionale.
+ Moltiplicando i suoi interventi
nell'ordine economico, la Corona aveva esteso e consolidato
di pari passo il potere regio anche nell'ordine politico.
+ Progressivamente però, il mercantilismo
economico e l'assolutismo politico vennero svelandosi
strumenti sempre meno adeguati ad imprimere ulteriore
slancio alla vita civile inglese.
I controlli e i monopoli regi apparivano
ormai, infatti, come altrettanti impacci e freni agli
occhi di molti operatori economici desiderosi d'investire
liberamente nell'industria, nell'agricoltura o nei
traffici l'eccedenza di capitali che pur s'erano procurati
all'ombra del sistema mercantilistico.
+ E con maggiore insistenza si rivendicava
libertà d'iniziativa privata, nell'ordine economico,
da parte di quanti si trovavano esclusi dai ristretti
gruppi di mercanti e industriali che monopolizzavano,
col favore della Corte, i profitti delle Compagnie
privilegiate.
Il programma politico dei ceti
borghesi
+ L'esigenza di sottrarre alla Corona
la direzione della vita economica metteva in discussione
anche l'accentramento incondizionato dei poteri statali
nelle mani del sovrano: l'opposizione alla politica
mercantilistica assunse, perciò, il significato di
contestazione dell'assolutismo regio.
+ La lotta politica che ne seguì
ebbe come protagonisti, sul piano istituzionale, il
Parlamento e la Corona: alla Camera dei Comuni i rappresentanti
delle borghseia cittadina e rurale si batterono per
trasformare il Parlamento, da organo di difesa di
tradizionali privilegi e immunità, in un istituto
idoneo a condizionare radicalmente il potere esecutivo
e a garantire i diritti personali di libertà.
+ Ma in Inghilterra l'accesso della
borghesia alla direzione politica del paese passava
necessariamente attraverso una riforma in senso democratico
della Chiesa di Stato che, fondata com'era sull'autorità
dei vescovi di nomina regia, risultava di fatto piegata
a strumento del potere monarchico.
+ Si spiega in tal modo come il programma
politico dei ceti borghesi facesse proprie, sul piano
etico- religioso, le motivazioni del vasto movimento
promossso nel paese dai cosidetti puritani, e cioè
dai calvinisti che miravano ad epurare la Chiesa Anglicana
dalle strutture gerarchiche e dai contenuti dommatici
di tradizione romana, per farne una Chiesa ad ordinamento
democratico, sull'esempio ginevrino e scozzese.
Il tentativo assolutistico di
Giacomo I
Le prime avvisaglie della crisi cominciarono
a manifestarsi durante il regno di Giacomo I (1603-25).
Figlio di Maria Stuart e già sovrano di Scozia, egli
succedette a Elisabetta sul trono di Inghilterra come
discendente più prossimo della dinastia dei Tudor,
unendo in tal modo le corone dei due regni.
Poco popolare in Inghilterra a motivo
delle sue originei scozzesi, egli aggravò ulteriormente
questa frattura, manifestando il proposito di regnare
come re assoluto per diritto divino in una società
in cui forti spinte innovatrici tendevano ormai a
condizionare l'esercizio del potere monarchico. Appoggiandosi
alla nobiltà delle contee e all'alto clero anglicano,
circondato di cortigiani e ministri assai spesso corrotti
e screditati, Giacomo I instaurò un governo personale
che non tenne conto delle prerogative del Parlamento
e intraprese una drastica azione repressiva contro
i dissidenti religiosi, sia cattolici che puritani.
Durante questo periodo d'isolamento
e di relativa oscurità, gli inglesi lottarono per
risolvere due grandi problemi tra loro connessi: religioso
il primo, costituzionale e politico il secondo.
Benché Giacomo I fosse stato educato
nel calvinismo si accordò bene con la Chiesa anglicana.
In Scozia aveva sofferto della democratica libertà
dei presbiteriani, non gli dispiaceva quindi di trovare
in Inghilterra una chiesa che riconosceva una gerarchia,
al sommo del quale stava il re. Elisabetta aveva imposto
ai propri sudditi un conformismo rigoroso quanto quello
della Chiesa romana. La dottrina anglicana, che era
la dottrina dello Stato, veniva attaccata, sulle due
ali, dai cattolici romani e dai puritani.
La Chiesa di stato di Elisabetta
era quindi ben lungi dal soddisfare i progrediti spiriti
religiosi che traevano la loro ispirazione dalle avanzate
chiese protestanti della Svizzera.
Elisabetta, durante il suo regno
era riuscita ad incanalare il puritanesimo nell'alveo
della costruzione unitaria del regno. Il protestantesimo
radicale, che riteneva insufficienti le riforme fino
allora svolte, rischiava di assumere una posizione
eversiva rispetto alla chiesa di Inghilterra, soprattutto
rispetto alla struttura episcopale, che era stata
fermamente mantenuta.
A tale corrente dell'opinione pubblica
Giacomo I e suo figlio Carlo erano decisamente avversi.
Non che questi due sovrani intendessero rientrar nel
gregge romano. Il titolo di capo supremo della Chiesa
d'Inghilterra appagava in pieno la loro coscienza
e il loro orgoglio. Ma erano episcopali e in grado
diverso - ché Carlo era più deciso di suo padre -
sacerdotalisti.
Questa dottrina dell'unione del sacerdozio
con la monarchia, divenuta pietra angolare del sistema
degli Stuart, fu in un certo senso convalidata da
una nuova dottrina vigorosamente predicata dai prelati
cortigiani, secondo la quale la corona spettava al
re per diritto divino. Giacomo I, i cui diritti alla
successione erano alquanto discutibili, fu felice
di sentir dire che la monarchia degli Stuart regnava
per volontà divina.
Il problema costituzionale consisteva
nel risolvere se la vera autorità sovrana appartenesse
alla corona o al parlamento.
La vecchia tradizione dell'Inghilterra
era parlamentare. Il dispotismo dei Tudor era cosa
nuova, accettabile come alternativa alla guerra civile
e all'invasione straniera, e sostenuta dal prestigio
dal prestigio, la capacità e l'abilità parlamentare
dei sovrani Tudor. Finché non fu superato il pericolo
rappresentato dall'Armada spagnola, nessuno mai sognò
di opporsi, nel parlamento, agli atti della corona.
Ma già alla fine del regno di Elisabetta si levarono
mormorii, forieri dell'uragano imminente, infatti,
Giacomo I s'attirò ben presto una grave opposizione
parlamentare.
Il disegno autocratico degli Stuart
implica una crescita degli oneri amministrativi e
tuttavia, per un lungo tempo, gli introiti fiscali
non arrivano a coprire nemmeno la quinta parte dei
costi dell'amministrazione civile e militare. Mentre
Elisabetta aveva in qualche modo potuto compensare
il disavanzo con la confisca e la vendita dei beni
ecclesiastici, agli inizi del secolo questi sono ormai
stati completamente alienati. Ha quindi inizio un
lungo braccio di ferro tra la corona, impossibilitata
ad aumentare il gettito fiscale senza l'approvazione
parlamentare, e un parlamento deciso ad anteporre
a qualsiasi ratifica legislativa la questione di principio
di una netta distinzione delle competenze politiche.
Il risultato è che gli Stuart, tanto Giacomo quanto
Carlo I (nel 1625), per non creare l'opportunità di
rivendicazioni finiscono col governare per lunghi
periodi senza il parlamento e sono costretti a subordinare
la loro politica estera ed interna ad una situazione
finanziaria endemicamente deficitaria.
Carlo I e l'opposizione parlamentare
Nel 1628 il figlio e successore di
Giacomo I, Carlo Stuart (1625-49), non poté ulteriormente
differire la convocazione del Parlamento che suo padre
aveva sciolto nel 1614.
L'urto diretto fra la Corona e il
Parlamento divenne inevitabile allorché l'assemblea
dei deputati, con una solenne Petizione dei diritti,
rivendicò, di contro alla politica assolutistica degli
Stuart, il rispetto delle prerogative costituzionali
delle Camere e delle libertà personali dei cittadini.
Carlo I reagì sciogliendo l'Assemblea (1629) ed imponendo
nuovi tributi d'autorità, scatenando inoltre una drastica
repressione contro gli oppositori.
Fu la Scozia presbiterana a dare
il segnale di un'aperta rivolta armata contro il sovrano
(1637), reagendo vigorosamente alla politica ecclesiastica
della Corona.
La rivoluzione borghese-puritana
Carlo I fu costretto in questa situazione
a riconvocare il Parlamento, che però sciolse di nuovo,
per riunirsi poi nel 1640 in aperta ribellione al
re, a cui fu imposto l'arresto dei suoi consiglieri.
Inoltre, per iniziativa dei deputati puritani, il
Parlamento si arrogò il compito di prendere radicali
riforme costituzionali, che intendevano sottrarre
alla monarchia l'effettivo governo dell nazione.
Approfittando dei dissensi nati nel
Parlamento tra l'ala moderata e quella radicale-puritana,
Carlo I tentò di trarre in arresto questi ultimi,
ma l'iniziativa fallì e fu costretto ad abbandonare
Londra. Da questo momento, le due parti contendenti
si diedero ad approntare i rispettivi eserciti, che
entrarono in conflitto con alterni, ma non decisivi
successi dell'uno sull'altro, finché la causa del
Parlamento non trovò in Olivier Cromwell una guida
di singolare levatura politica e militare.
Cromwell
Gentiluomo di campagna animato da
intransigente fede puritana, deputato al Parlamento
dal 1628, Cromwell riorganizzò le forze armate del
partito parlamentare, chiamando a farne parte soprattutto
esponenti sia della piccola borghesia agraria che
della piccola nobiltà imborghesita, e dei ceti inferiori
delle città e delle campagne, accomunati dalla fede
religiosa puritana e da antichi risentimenti contro
l'oppressione dei notabili e della Corte.
La guerra civile ebbe immediatamente
un nuovo corso: Carlo I, ripetutamente battuto, si
rifugiò in Scozia, ma fu poi consegnato al Parlamento
di Londra.
Ruolo dei ceti popolari nella
rivoluzione
Frattanto nel paese si era diffusa
una vasta opposizione popolare contro l'oligarchia
mercantile che dominava la camera dei Comuni. Essa
era rappresentata, sul piano politico, dal movimento
dei cosidetti "Livellatori". Tale movimento
avanzava un programma di radicale democrazia, fondato
sulla sovranità politica del popolo e sulla giustizia
sociale. Su posizioni ancora più radicali si ponevano
gli "Zappatori" che chiedevano l'abolizione
della proprietà privata della terra e l'instaurazione
del collettivismo.
Di frote alle fratture sopravvenute
in seno al Parlamento e alla pressione popolare, l'armata
puritana assunse di fatto la guida politica del paese.
Guidato dal Cromwell, l'esercito rivoluzionario nel
1648 occupò Londra ed estromise dal Parlamento coloro
che erano favorevoli ad un regime di monarchia costituzionale.
Così epurato, il Parlamento giudicò Carlo I, condannandolo
alla pena capitale (1649).
La Repubblica puritana
Costretto a far fronte alla duplice
pressione proveniente dalle forze popolari guidate
dai Livellatori e da quelle monarchico-anglicane che
si riorganizzavano attorno a Carlo Stuart, figlio
del sovrano giustiziato, Cromwell venne progressivamente
accentuando il carattere autoritario e personale del
suo governo finché, sciolto con la forza il Parlamento
(1653), assunse poteri dittatoriali, ispirando la
sua opera ai motivi etico-religiosi della tradizione
calvinista.
La restaurazione monarchica
La morte di Cromwell mise in crisi
tutto il sistema politico da lui creato: la debolezza
dello schieramento repubblicano - rimasto privo del
sostegno popolare dopo che la rivoluzione ebbe svelato
il suo carattere antidemocratico - ridiede vigore
alle forze monarchiche. Carlo II (1660-85) poté, in
tali condizioni, far ritorno a Londra dall'Olanda
e cingere la corona regia.
Non venne meno, tuttavia, nelle forze
borghesi, il proposito di difendere i poteri del Parlamento
contro le pretese assolutistiche del sovrano. Più
volte Carlo II dovette piegarsi alla volontà del Parlamento.
ITER BIOGRAFICO E INTELLETTUALE
+ 1588 Nasce a Malmesbury.
+ 1608 Conseguito a Oxford il bacellierato
delle arti, è accolto in casa del barone Cavendish,
in qualità di precettore del figlio, in compagnia
del quale, nel 1610, intraprenderà un viaggio in Francia
e in Italia durato circa tre anni.
+ 1628 Pubblica la traduzione della
Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide.
+ 1629 E' di nuovo sul continente,
sempre in veste di precettore, in Francia e a Ginevra,
dove soggiornerà per più di un anno.
+ 1634-37 Hobbes affronta il suo
terzo viaggio sul continente, sempre in qualità di
accompagnatore di un giovane Cavendish. Il viaggio
ha per Hobbes il significato di un'esperienza fondamentale.
Va a trovare Galilei, nel suo confino di Arcetri,
entra in contatto, a Parigi, col padre Mersenne e
con gli intellettuali di quel circolo; con Gassendi
soprattutto, al quale lo lega una certa affinità spirituale,
che si compendia nella spiccata propensione per l'empirismo,
mescolata a una vena di scetticismo pirroniano, Hobbes
inaugura un rapporto di amicizia che sarà tra i suoi
più tenaci. E' nel corso di quel viaggio, comunque,
che si fa strada in lui il progetto di scrivere un'opera
complessiva, gli Elementa philosophiae, che si articola
nelle tre successive trattazioni, De corpore, De homine
e De cive, tra loro legate da un nesso deduttivo rigorosamente
unitario, sulla base di una fondamentale intuizione:
che cioè tutti gli aspetti della realtà si riducessero
a movimento di corpi, e che in base ad esso andassero
speigati, in una prospettiva meccanicistico-materialistica
unitaria, che comprendesse non solo la scienza naturale,
ma anche la morale e la politica.
+ 1640 Mentre lavorava ai primi abbozzi
dell'opera fondamentale da lui progettata, Hobbes
dovette sentire il bisogno di fissare le proprie idee
e di saggiare la consistenza di tutto il sistema,
o almeno di gran parte di essa, attraverso una sintesi
più agile, che riportasse contemporaneamente in primo
piano le sue prospettive politiche. Redige quindi
gli Elementi di legge naturale e politica, di cui
fa circolare tra gli amici alcune copie manoscritte.
+ 1640-51 Si rifugia, timoroso dei
torbidi della lotta tra re e parlamento, a Parigi
dove rimarrà in esilio volontario per undici anni.
Durante il soggiorno parigino compose, su richiesta
di Mersenne, le Obiezioni alle Meditazioni di Cartesio
(1641).
+ 1642 pubblica il De cive. Quando
uscì questo libro Hobbes aveva lasciato l'Inghilterrada
più di un anno. Aveva infatti raggiunto Parigi sentendosi
poco sicuro in patria, dopo che il nuovo parlamento
aveva incominciato a perseguitare i partigiani del
re: le poche copie manoscritte degli Elementi (1640),
a quanto pare, erano circolate fin troppo, tanto da
suscitare contro Hobbes le ire dei parlamentari, a
causa della propensione hobbesiana, in quell'opera
chiaramente espressa, per la monarchia assoluta e
per la decisa repressione di ogni forma di insubordinazione
al potere regio. La pubblicazione del De cive risponde
appunto alla necessità di combattere in forma sistematica
le teorie che sostenevano l'azione eversiva delle
forze parlamentari nel loro conflitto, sempre più
aperto e violento, con Carlo I.
+ 1647 Viene incaricato di tenere
lezioni di matematica al principe ereditario Carlo
Stuart, esiliato a Parigi.
+ 1651 Fa pubblicare in Inghilterra
la traduzione inglese del De cive e il Leviathan.
In seguito a una amnistia, rientra in Inghilterra
e si riconcilia con Cromwell.
+ 1654 Lascia pubblicare il trattatello
Sulla libertà e la necessità, che suscita le ire del
vescovo Bramhall.
+ 1655 Pubblica il De corpore, l'opera
sua più complessa e tormentata, a circa diciott'anni
di distanza dalla stesura del primo abbozzo (nel suo
terzo viaggio a Parigi). Essa rappresenta il tentativo
di fondare sistematicamente una visione integralmente
meccanicistica della realtà naturale. Se il De corpore
non ebbe tra i contemporanei quel successo e quel
seguito che ci si sarebbe potuti aspettare, ciò fu
dovuto, da un lato, alla fama di ateismo e materialismo
che pesava sull'intera filosofia hobbesiana, e dall'altro
al fatto che l'opera doveva fare i conti con una situazione
culturale ben diversa da quella in cui era stata concepita,
nel senso che giungeva al compimento quando l'ideale
sistematico "cartesiano", almeno in Inghilterra,
incominciava a volgere al declino, per dare luogo
ai fasti e nefasti della "filosofia sperimentale".
In effetti, gli amici ai quali H. si richiama nella
deidcatoria come ai principali artefici di quella
nuova scienza che nel De corpore troverebbe la propria
fondazione sono quasi tutti scomparsi: Galilei, Marsenne,
Gassendi, Cartesio.
+ 1656 Pubblica Questioni concernenti
la libertà, la necessità e il caso, in risposta al
vescovo Bramhall.
+ 1658 Pubblica il De homine.
+ 1660 Salito nel 1658 sul trono
d'Inghilterra Carlo II, riceve dal sovrano, suo ex
discepolo, una pensione, ma è osteggiato dal clero
geloso dei propri privilegi, fatti oggetto di critica
da parte del filosofo. Si dovette inoltre difendere
dalle accuse di ateismo ed eresia, affrontando anche
impegnativi studi sull'argomento.
+ 1675 Traduce dal greco l'Iliade
e l'Odissea.
+ 1679 Muore all'età di 91 anni.
QUADRO CULTURALE
Con il filosofo inglese Thomas Hobbes,
la nuova cultura filosofica europea, culminante nel
razionalismo cartesiano, venne a contatto con la tradizionale
tendenza empiristica e logico-nominalistica inglese
(si ricordi, ad esempio, Roberto Grossatesta, Ruggero
Bacone, Occam, ecc.), che ultimamente aveva avuto
la sua espressione più tipica, per quanto riguarda
l'empirismo, in Francesco Bacone. Sul piano metodologico
ne risultò un originale tentativo di sintesi, non
sempre ben riuscito, fra metodo deduttivo matematico-geometrico,
proprio del razionalismo europeo, e metodo induttivo,
proprio dell'empirismo inglese, fra nominalismo logico
da un lato e realismo metafisico dall'altro.
Su tali basi, Hobbes lavorò alla
costruzione di un sistema materialistico-meccanicistico
onnicomprensivo, che partendo da elementi primi semplici,
e procedendo per successive composizioni, fossein
grado di spiegare ogni fenomeno, da quelli fisici
a quelli gnoseologici, da quelli etici a quelli politici.
Così la visione meccanicistica della natura, inaugurata
da Galileo per il mondo fisico ed estesa da Cartesio
anche al mondo animale, venne assunta da Hobbes quale
spiegazione scientifico-filosofica di tutto il reale.
ASPETTO ANALITICO E SISTEMATICO
La conoscenza
Nell'impostare la sua visione della
realtà, Hobbes, ispirandosi al modello meccanicistico
galileiano, ne individua gli elementi primi semplici
nel corpo e nel moto, sufficienti di per sé a spiegare
ogni fenomeno del mondo fisico ed umano. Sono questi
elementi a costituire le qualità oggettive (figura
e movimenti dei corpi), già da Galileo e Cartesio
distinte da quelle soggettive (le qualità sensibili
del colore, suono, sapore, ecc.). Più radicalmente
di loro, egli però usa il modulo meccanicistico, connesso
con tale distinzione, non solo per spiegare i fatti
del mondo esterno, ma anche quelli del mondo interno
o mentale dell'uomo: oltre la sensazione, anche l'immaginazione
e le idee, e poi il pensare, il ragionare, ecc.
Una volta ridotti tutta la realtà
a movimenti corporei, al moto locale, rimane tuttavia
un problema: la realtà materiale, come può apparire?
Come può risultare ad una coscienza? Non è facile
giustificare ciò come un semplice effetto del movimento.
E infatti - lo riconosce Hobbes - "Di tutti i
fenomeni che sono intorno a noi, il più mirabile è
lo stesso phainesthai [=apparire], cioè il fatto che
alcuni corpi naturali hanno in sé stessi i modelli
di quasi tutte le cose, mentre altri non ne hanno
alcuno: di modo che, se i fenomeni sono i principi
della conoscenza di tutte le altre cose, si deve dire
che la sensazione è il principio della conoscenza
di quegli stessi principi e che ogni scienza deriva
da essa e che, per la ricerca delle sue cause, non
si può cominciare da un altro fenomeno che non sia
essa stessa".
Negli Elementi (1640) e nel De corpore
(1655) Hobbes sviluppa una spiegazione espressa in
chiave rigorosamente meccanicistica, del prodursi
della sensazione, della formazione delle immagini,
del meccanismo del piacere e del dolore, che a sua
volta dà origine alle passioni. Si tratta di una riduzione
audacemente materialistica di tutte quelle funzioni
che tradizionalmente venivano attribuite all'anima,
e che qui vengono interpretate in termini di movimento
delle parti corporee, in un discorso che va ben oltre
la cartesiana meccanizzazione delle facoltà sottostanti
al senso comune, per investire spregiudicatamente
l'ambito stesso della volontà e del pensiero.
Hobbes, quindi, tenta di spiegare,
ricorrendo a semplici movimenti dei corpi, al loro
comporsi secondo determinate azioni e reazioni, tutta
la vita mentale dell'uomo, sia conoscitiva che affettiva
evolitiva.
Secondo Hobbes il nostro conoscere
è in divenire: le immagini
sorgono e scompaiono; ora ogni divenire
non è altro che il moto locale, quindi la sensazione
è un complesso di movimenti originati dalla pressione
dei corpi esterni sui nostri organi di senso (un'idea
che Hobbes riprende da Cartesio). Tale pressione produce
un movimento che attraverso i nervi si trasmette fino
al cervello e al cuore. Ivi si ha una reazione meccanica
che suscita un contro-movimento diretto dall'interno
verso l'esterno, e proprio durante tale reazione dell'organo
di senso al moto proveniente dall'oggetto si produce
il fantasma, l'immagine. Esso è dunque dentro il corpo
senziente, è un modo di essere del soggetto senziente.
Ma poiché nasce da una reazione ad un moto che viene
da fuori, poiché è un moto centrifugo, sembra che
l'immagine sia fuori, dov'è l'oggetto, ma è solo un'apparenza;
l'immagine-fantasma o concetto, idea non è altro che
il permanere in forma attenuata di una sensazione
passata.
Hobbes, quindi è costretto ad introdurre
una proprietà che possederebbero solo i movimenti
dei corpi senzienti, cioè quella di essere accompagnati
da fantasia, ovvero la facoltà di produrre immagini,
di tradurre la sensazione nell'immagine di qualcosa
esistente fuori di noi.
Per H. ogni conoscenza avviene sempre
a livello di concetti, e si svolge nell'ambito della
mente, avendo a che fare solo mediatamente con una
supposta "realtà" esterna. La mente, quindi,
è popolata di concetti, che a loro volta si distinguono
in sensazioni e immagini. Generalmente, da un punto
di vista soggettivo, cioè considerandole solo per
quel che riguarda la presenza di concetti nella mente,
le sensazioni non si differenziano dalle immagini
- o idee - se non per la loro maggiore forza o chiarezza.
Il ripetersi delle stesse sensazioni
dà luogo alla memoria, che è la capacità di confrontare
un'immagine attuale con le altre immagini passate.
Così Hobbes fa nascere dai moti dei corpi tutto il
complesso delle idee e delle funzioni mentali (ragione,
riflessione, associazione fra idee) secondo una successione
di azioni e reazioni meccaniche.
Il problema del rapporto tra esperienza
e scienza
Accogliendo la fondamentale lezione
galileiana, H. sostiene che tutto ciò che di qualitativo
troviamo nella sensazione è il prodotto di una agitazione
o alterazione meccanica operata dall'oggetto su di
noi pertanto non ha alcuna realtà fuori di noi. Ci
sembra che essa sia insita nell'oggetto, solo perché
quel movimento che ne è la causa, il cervello "lo
ripercuote ai nervi in direzione dei sensi".
Negli Elementi (1640) e nel De corpore
(1655) si prospetta quindi il tentativo di costruire
una teoria della mente, attraverso una indagine sulle
idee, a prescindere da una spiegazione circa la loro
origine extramentale, che è pure presente nelle due
opere.
Se ciò che nell'uomo è immagine o
concetto è frutto di un puro rapporto meccanico tra
i movimenti dei corpi esterni e gli organi di senso,
tutto quanto è fuori da questo rapporto non avrà alcuna
realtà fuori di noi. Il dato puramente empirico non
offre cioè mai nulla che rinvii a qualcosa che stia
al di là di esso: al più sarà possibile, prudentemente
prevedere che, dato un antecedente è lecita l'aspettattiva
di un conseguente e viceversa. Infatti, H. sottolinea
che "la mente può correre quasi da ogni cosa
ad ogni altra", a significare l'assoluta assenza
di qualsiasi vincolo di carattere metafisico-ontologico
al libero combinarsi delle idee in nessi che si organizzano
in funzione di esigenze esclusivamente pratiche.
Per quel che riguarda il legame di
causa ed effetto, esso non trae la propria legittimazione
dal fatto che l'effetto sia in qualche modo implicito
nella causa, e che ne sia quasi deducibile, bensì,
humianamente, dal fatto che la sensazione di ciò che
chiamiamo causa preceda regolarmente la sensazione
di ciò che chiamiamo effetto, in modo tale che, al
presentarsi dell'idea della prima, le si colleghi
nella nostra mente l'idea del secondo e viceversa.
Ma si tratta pur sempre di un legame
che viene garantito dalla più o meno numerosa ripetizione
delle esperienze, in un progressivo accrescersi delle
probabilità, che non esce tuttavia dall'ambito congetturale.
H. aveva dato del nostro conoscere
una spiegazione puramente meccanicistica (corpi in
movimento): tutte le nostre conoscenze reali si riducono
a esperienze di fatto, senza poter mai giungere ad
alcuna universalità, se non quella puramente arbitraria
imposta da noi stessi alle nostre conoscenze. Siamo
noi infatti a costruire un sistema di conoscenze universali
(cioè puramente arbitrarie) che, proprio in quanto
nostra costruzione, resterebbero valide anche se tutto
il mondo fisico fuori di noi si annientasse (ipotesi
annichilatoria).
Nominalismo e logica meccanicistica
Nel campo della logica, il modulo
meccanicistico, usato per spiegare ogni fatto del
mondo dei corpi e in particolare quello della conoscenza,
si sintetizza in Hobbes con le tendenze nominalistiche
della tradizione inglese.
Nella nostra mente, ritiene Hobbes,
le varie immagini (idee, pensieri, concetti) si uniscono
fra loro in modo vario, talora a caso, talora secondo
un determinato ordine, in virtù di qualche idea direttrice
che le indirizza ad un determinato fine e le tiene
stabilmente unite. Elemento indispensabile, per organizzare
i nostri pensieri, è il linguaggio. Esso permette
di trasformare il discorso mentale (connessione o
successione di immagini) in discorso verbale (connessione
o successione di parole), più atto ad ordinare in
modo stabile i pensieri e a comunicarli ad altri.
In base al linguaggio l'uomo si distingue dall'animale
ed è capace di scienza.
L'imposizione di un nome ad un correlato
mentale è per Hobbes l'atto fondamentale dell'intelletto,
la cui funzione consiste unicamente nel collegare
i concetti ai nomi. Dato che tale collegamento è compiuto
dall'intelletto in modo del tutto arbitrario, ne segue
sia la completa convenzionalità del linguaggio sia
anche un rigido nominalismo sulla questione degli
universali. L'universale è il nome di nomi, in quanto
la parola universale riassume i nomi delle cose particolari
a cui esso si riferisce.
Dalla connessione dei nomi nasce
la proposizione, normalmente costituita da un nome
concreto avente funzione di soggetto e da un astratto
avente funzione di predicato, uniti insieme dalla
copula. Come i nomi, così anche le proposizione prime
e gli assiomi (che sono le proposizioni fondamentali)
sono frutto dell'arbitrio di coloro che per primi
stabilirono i nomi o che li accolsero.
La definizione per Hobbes è nominale,
cioè non esprime (come volevano Aristotele e tutta
la logica classica e medievale) l'"essenza"
della cosa, ma semplicemente "il significato
dei vocaboli". Le definizioni sono arbitrarie,
come i vocaboli.
La succesione dei concetti nella
mente può essere casuale o incorente, ma può anche
"avvenire ordinatamente, come quando il primo
pensiero dà adito al secondo", e questo è il
caso del "discorso mentale" o "ragionamento".
Il ragionare, per Hobbes, è un connettere
(o disgiungere) nomi, definizioni e proposizioni conformemente
alle regole, fissate per convenzione. Il ragionamento
è essenzialmente calcolo, e le sue operazioni fondamentali
sono la somma e la sottrazione.
La critica a Cartesio
Per quanto riguarda le regole del
calcolo, si ricordi, ad esempio, che per Hobbes si
può avere un vero e proprio calcolo logico solo se
si uniscono nomi di corpi con nomi di corpi, nomi
di qualità con nomi di qualità, ecc. Ed è in base
a tali regole che egli criticò la famosa espressione
di Cartesio: "io penso, dunque io sono pensiero".
Ciò che è qualità (= il pensare) di un soggetto corporeo
(= l'uomo che pensa) non può essere predicato del
soggetto come sua sostanza senza venir meno alle regole
della logica. Sarebbe come dire: "io cammino,
dunque io sono una passeggiata". C'è da dire
però, che il tentativo cartesiano di fondare sul cogito
la distinzione di una sostanza pensante dalla corporea,
e quindi la deduzione dell'esistenza di una sostanza
pensante, è inaccettabile agli occhi di Hobbes soprattutto
per l'identificazione radicale, da lui operata, tra
il concetto di sostanza e quello di corpo. Secondo
il filosofo inglese, Cartesio non è in grado di confutare
questa identificazione, dimostrando positivamente
che "la cosa che pensa", in quanto soggetto,
non sia "qualcosa di corporeo".
Un'altro obbiettivo principale di
Hobbes, nelle Obiezioni alle Meditazioni (1641) è
la negazione della possibilità di dimostrare con argomenti
filosofici l'esistenza di Dio, che si fonda sulla
divergenza fondamentale tra i due
pensatori sul significato da attribuire al termine
idea. Per Cartesio, idea è "tutto ciò che viene
immediatamente percepito dalla mente", cioè qualsiasi
oggetto del pensiero, mentre per Hobbes è un'immagine,
che deve quindi derivare dall'esperienza: d'altra
parte, solo il possesso di un'idea - in questa sua
accezione "empiristica" - certifica secondo
H. dell'esistenza di una cosa, per cui non è possibile
andare al di là della probabilità, se si vuol dimostrare
con argomentazioni filosofiche, cioè razionali e naturali,
l'esistenza di ciò che è trasmesso dai nostri sensi.
Non è difficile rendersi conto che queste premesse
hobbesiane colpiscono alla radice la prova "ideologica"
cioè il tentativo cartesiano di dimostrare l'esistenza
di Dio partendo dall'idea che ne abbiamo.
In questa obiezione risalta la distinzione
hobbesiana tra ciò che viene rappresentato da un'immagine
o idea, e ciò cui si perviene attraverso un'elaborazione
razionale, e a cui viene dato un nome, benché non
se ne abbia alcun concetto. A quest'ultima categoria
appartiene Dio, la sostanza e l'anima.
In sostanza la posizione hobbesiana,
che si collega a quanto già amerso negli Elementi
(1640), è la seguente: il punto di partenza di ogni
conoscenza è costituito dai concetti, i quali possono
essere, o sensazioni, o immagini da esse derivate;
queste ultime si dicono anche "idee". Quanto
ai nomi, vengono attribuiti, sia ai concetti, sia
a ciò che non viene dai sensi, ma è dedotto dalla
ragione, come appunto nel caso dei nomi di Dio, dell'anima,
o della sostanza.
Una distinzione di questo genere,
tuttavia, anche agli effetti immediati della polemica
anticartesiana, si ridurrebbe a una semplice disputa
terminologica, se per Hobbes "ciò che si deduce
per via razionale" avesse il medesimo rilievo
di ciò che viene rappresentato da un concetto: in
realtà, H. è ben lontano dal conferire alla ragione
il carattere "realizzante" che le attribuisce
Cartsio; per lui l'evidenza razionale, che l'autore
delle Meditazioni esalta come "magna lux in intellectu",
si riduce alla pretesa dogmatica di chi vuol fare
prevalere la propria opinione, anche se a torto, e
la ragione non è altro che un procedimento puramente
formale di connessione di nomi, secondo princìpi che
non da essa hanno tratto origine, essendo in ultima
analisi il risultato di un atto di volontà, di un
arbitrio.
Quanto detto ci pare sufficiente
per comprendere la differenza profonda che si ha fra
la ragione matematico-deduttiva di Cartesio (e in
genere del razionalismo moderno), cui Hobbes indubbiamente
si ispira, e la ragione che sta alla base del calcolo
logico-meccanicistico di Hobbes. Mentre per Cartesio
l'evidenza razionale è criterio del reale (diversamente
dall'esperienza sensibile che è completamente svalutata),
per Hobbes l'evidenza razionale ha valore unicamente
sul piano formale della connessione logica dei nostri
concetti. Essa è certamente molto utile quale strumento
logico al servizio dell'esperienza, ma in nessun modo
la può sostituire: "L'origine di tutti [i pensieri]
è ciò che chiamiamo senso (poiché non c'è alcuna concezione
della mente umana che non sia stata dapprima, in tutto
o per parti, generata negli organi del senso). Il
resto è derivato da quella origine". Per passare
dal piano dei concetti e dei nomi al piano dell realtà
è quindi necessario l'abbandono del metodo deduttivo
e il passaggio a quello induttivo.
Metodo deduttivo e induttivo
Si è visto che la scienza, per Hobbes,
una struttura puramente formale. Il suo rigore logico
non implica per nulla che vi sia una corrispondenza
fra ordine dei nomi e ordine dei corpi esterni. "Dobbiamo
guardarci dal pensare - egli dice - che anche i corpi
fuori dalla mente si compongano allo stesso modo".
E ciò è facilmente comprensibile all'interno del suo
sistema, data la convenzionalità con cui l'intelletto
impone i nomi alle immagini della mente e la non corrispondenza
fra queste immagini e i corpi esterni. Nonostante
queste affermazioni, Hobbes non conclude ad una inutilità
del calcolo logico-razionale, quasi pura costruzione
fantastica senza corrispondenza nella realtà, bensì
solo all'impossibilità di far corrispondere immediatamente
e semplicemente la perfetta razionalità di un sistema
logico deduttivo di tipo matematico con le connessioni
reali che si danno fra i corpi, costruendo a priori
una filosofia della natura. A tal fine è necessario
ricorrere all'esperienza, e quindi al metodo induttivo.
Solo l'esperienza ci può infatti dire se le costruzioni
logiche della ragione hanno riscontro nella realtà.
Il passaggio dal campo delle connessioni logico-razionali
al campo dell'esperienza induttiva implica però l'uscita
dal rigore assoluto del sapere per entrare nell'ambito
della conoscenza soltanto probabile delle ipotesi
scientifiche. Un esempio di questa duplicità di piani
e di rigore conoscitivi si ha in Hobbes a proposito
della disputa fra il sistema astronomico tolemaico
e quello copernicano. Per Hobbes entrambi i sistemi
sono ugualmente rigorosi sul piano della pura e semplice
costruzione logico-matematica. Sul piano della realtà
fisica, Hobbes parteggia invece per il sistema copernicano,
ritenendolo più probabile perché meglio spiega i fenomeni
celesti che si offrono all'esperienza.
Risulta quindi evidente che in fisica
la speigazione non può che essere ipotetica, anche
se si possono dare spiegazioni più o meno verosimili.
Al fisico si richiede solo di elaborare ipotesi che
non siano prive di senso, e che diano ragione dei
fenomeni mediante dimostrazioni rigorose, che non
implichino d'altra parte contraddizioni o incongruenze
rispetto ad altri fenomeni o ad altre dimostrazioni
cui siano legate.
Il linguaggio e la scienza
Per H. la possibilità di concludere
dall'esperienza una qualsiasi proposizione universale
è legata alla provenienza di tale coclusione dal "ricordo
dell'uso di nomi imposti arbitrariamente dagli uomini".
Arbitrario quindi anzitutto il linguaggio e con esso
la scienza. Il linguaggio, infatti, è un uso convenzionale
di contrassegni con cui l'uomo fissa i correlati mentali
(immagini-concetti) degli oggetti esperiti, dando
ad essi dei nomi.
E' caratteristico l'immediato collegamento
istituito da H. tra una conoscenza certa ed universale
- cioè la scienza - e il linguaggio: l'universalità
delle conclusioni scientifiche sembra infatti derivare
loro solo dal fatto di essere espresse mediante dei
nomi. "E' grazie al vantaggio dei nomi che siamo
capaci di scienza, mentre le bestie, mancando di essi
non lo sono": se l'esperienza accomuna, nella
sua incertezza, l'uomo agli altri animali, è pur vero
che le congetture e le reminescenze umane sono meno
confuse di quelle dei bruti; questo avviene perché
i bruti non hanno a disposizione dei contrassegni
con cui distinguere le proprie idee, e soprattutto
ricordarle, mentre l'uomo fissa i propri concetti
mediante i nomi.
Come si vede, il nome non limita
la sua funzione al raffinamento dell'esperienza umana,
ma pone l'uomo in condizione di trascendere il piano
puramente sperimentale, rendendolo "capace di
scienza": ciò si deve al fatto che è possibile
contrasseganre un gran numero di idee simili con un
solo nome, l'universale, fermo restando che "non
vi è nulla di universale, tranne i nomi", dato
che i nostri concetti sono tutti particolari, sicché
a una serie di connessioni tra singoli concetti, ripetute
quante volte l'esperienza possa permettere, si sostituisce
un'unica connessione tra due termini universali, cioè
si formula una proposizione universale.
L'imposizione di un nome a una classe
di concetti è dunque un atto di arbitrio, in virtù
del quale gli uomini decidono di denotare con uno
stesso segno o nome la stessa cosa. Il nome non suppone
dunque alcuna realtà dietro di sé, ma è solo il contrassegno
per una serie di rappresentazioni simili e solo in
questo è dotato di universalità.
A questo punto entra in gioco la
questione del vero e del falso, che acquista un senso
solo a livello proposizionale. Anche questo problema
è risolto da Hobbes in rapporto a questa sua concezione
del carattere arbitrario del linguaggio e del suo
rigido nominalismo.
Per Hobbes "la proposizione
è un discorso costituito dalla connessione di due
nomi, mediante il quale chi parla intende significare
che egli pensa che il nome seguente è nome della medesima
cosa cui si riferisce il nome che precede; ovvero
(che è lo stesso) che il nome che precede è contenuto
nel nome che segue". Quando il nome seguente,
ossia il predicato è nome della medesima cosa di cui
è nome il soggetto, la proposizione è vera.
Vero e falso riguardano allora il
modo di connessione dei nomi fra loro, e verità o
falsità di una proposizione dipenderà appunto dal
fatto che le connessioni tra nomi vengano operate
in modo corretto, nel senso che il secondo termine
comprenda o meno il primo (o non lo comprenda, nel
caso della negazione), come nel caso: "la carità
è una virtù", "l'uomo è un animale".
In questo modo, la connessione tra due termini è detta
vera quando rispetta, anzi riproduce un certo tipo
di connessione, alla quale si deve fare riferimento:
ma come si opera la verifica di queste connessioni
archetipe, qual'è la fonte alla quale attingiamo il
criterio per stabilire ad es. se "la carità è
una virtù"? Secondo Hobbes, questa verificazione
avverrebbe semplicemente attraverso il controllo della
rispondenza della connessione proposta da una proposizione,
con la connessione archetipa, stabilita all'atto della
denominazione originaria:
" [...] le verità assolutamente
prime sono nate dall'arbitrio di coloro che per primi
imposero nomi alle cose o che adattarono nomi già
posti da altri. Infatti, ad esempio, è vero che l'uomo
è un animale, per il fatto che è parso opportuno imporre
quei due nomi alla medesima cosa".
La scienza Per Hobbes garantisce
la verità dei propri assunti solo in quanto elabora
corrette connessioni nominali, per la cui verifica
rimanda ad altre connessioni nominali, finché si perviene
alle connessioni fondamentali, che sono implicite
nel primitivo atto della denominazione: se a tutte
le cose cui è stato imposto il nome uomo è stato imposto
anche il nome animale, sarà sempre e incontestabilmente
vero che l'uomo è un animale.
Ciò equivale a ridurre la scienza
a nomenclatura.
Così se la mente opera sui segni
e se i segni non hanno più alcun legame ontologico
con il mondo esterno, il contenuto delle conclusioni
dei discorsi scientifici non potrà mai venire riferito
a un ambito diverso da quello dei segni stessi, non
potrà mai pretendere di corrispondere ad una realtà
extramentale.
Tuttavia, nella concezione che Hobbes
ha della scienza, emergono due istanze conflittuali:
da un lato sta l'ideale convenzionale di una scienza,
la cui verità è garantita dal fatto, che si deducono
semplicemente le conclusioni, già implicite nelle
primitive imposizioni di nomi alle cose; dall'altro
vi è la necessità di spiegare in chiave meccanicistica
- cioè di generazione meccanica - l'intera realtà
naturale.
Nel De corpore (1655) queste due
esigenze vengono mediate da Hobbes ponendo come principio
autoevidente della scienza, in quanto primo nell'ordine
delle cause, il moto. La causa più generale di tutte
è il moto, che è anche il nome più universale, in
quanto tutti gli altri nomi si risolvono in esso.
Nel De corpore (1655) Hobbes dà la
seguente definizione della filosofia - o scienza:
"La filosofia è la conoscenza, mediante ragionamento
rigoroso, degli effetti o fenomeni in base alla concezione
delle loro cause o generazioni, e per converso, delle
possibili generazioni, in base alla conoscenza degli
effetti".
La filosofia, per H., ha il compito
di ricercare le cause degli "universali e semplici",
ossia le cause degli aspetti comuni a tutte le cose;
queste cause sono le proprietà geometriche e, sopra
tutto, il moto, poiché anche la varietà delle figure
nasce dalla varietà dei movimenti coi quali si costruiscono,
e il moto non ha altra causa che il moto. Le qualità
sensibili non hanno altra causa che il moto. H. mutua
questa persuasione di fondo da Galileo: "Galileo
per primo ci ha aperto la porta principale di tutta
la fisica: la natura del moto" (Epistola dedicatoria
del De corpore) E Galileo ha aperto questa porta,
ossia ha fondato la fisica come scienza, perché ha
applicato alla fisica la geometria. Ora la geometria
è una scienza rigorosamente dimostrata perché siamo
noi che costruiamo le figure geometriche. "Poiché
le cause delle proprietà delle singole figure dipendono
da quelle linee che noi stessi abbiamo tirato, e le
generazioni delle figure dipendono dal nostro arbitrio,
per conoscere le proprietà di qualsiasi figura si
richiede solo la considerazione di ciò che consegue
dalla costruzione che noi stessi facciamo nel delineare
la figura. E' dunque perché noi stessi creiamo le
figure che la geometria c'è, ed è dimostrabile [è
scienza rigorosa]".
Quindi, Hobbes ritiene che la scienza
richieda la conoscenza delle cause e che "i nomi
delle cose di cui si comprende che possano avere una
causa debbono avere nella propria definizione quella
stessa causa o modo di generazione", come nel
caso del circolo, che viene definito come una "figura
generata dalla rotazione di una linea retta su un
piano".
Se si risolve una cosa nelle sue
cause, cioè se si va alle sue componenti più universali,
ovvero le proprietà geometriche, e quindi si definisce
quella cosa stessa, la definizione deve far riferimento
alla causa di questi universali stessi, cioè il moto.
Ma questo procedimento è possibile solo perché in
questo caso siamo noi ad aver prodotto quel movimento
stesso, ad esempio, nel caso del circolo, siamo noi
ad aver prodotto le sue proprietà geometriche attraverso
un movimento di rotazione.
In conclusione, per Hobbes, la scienza
è conoscenza delle cause, ma si ha vera scienza solo
di ciò di cui si è causa. Le scienze soggette al metodo
sintetico-deduttivo (come la geometria e la meccanica)
sono in nostro potere in quanto costruite dal nostro
volontario arbitrio e perciò perfettamente trasparenti
alla nostra comprensione. Il principio che ciò che
è fatto da noi è vero per noi, è l'unico criterio
di verità valido per le scienze deduttive.
Diverso è il caso della scienza naturale
(induttiva) in quanto non siamo noi a produrre gli
esseri di natura; essi sono prodotti da Dio e perciò
gli uomini non ne conoscono le cause, cioè il modo
in cui essi sono generati o prodotti. Per essi, quindi,
una dimostrazione necessaria, che vada dalla causa
all'effetto, non è possibile. Si può risalire soltanto
dagli effetti, cioè dai fenomeni che vediamo in natura,
alle loro cause supposte, ma poiché uno stesso effetto
può essere prodotto da cause diverse si raggiungono
così conclusioni probabili ma non necessariamente
vere.
E' questo un punto di vista che,
già accettato da Cusano, sarà accettato da Vico e
posto a fondamento della sua filosofia. Vico lo espresse
dicendo che il vero e il fatto significano la stessa
cosa, che si può conoscere con verità solo ciò che
si fa e che perciò mentre la scienza delle cose naturali
è riservata a Dio che le ha create, e di esse l'uomo
può avere solo una scienza approssimativa o probabile,
la scienza delle cose fatte dall'uomo, cioè degli
enti matematici e degli eventi storici è il patrimonio
proprio dell'uomo stesso.
L'autentica conoscenza scientifica,
quella dimostrativa, va dalla causa all'effetto e
può ottenersi solo di quegli oggetti che sono creati
dall'uomo. E Hobbes ritiene che solo le scienze matematiche
e le scienze morali, cioè la politica e l'etica, hanno
oggetti di questa natura. Difatti come l'uomo stesso
costruisce le figure geometriche tracciandone a suo
arbitrio le linee, l'uomo stesso crea le cause della
giustizia e dell'ingiustizia, stabilendo le leggi
e le convenzioni che sono alla base dell'etica e della
politica: perciò nella matematica, nell'etica e nella
politica si possono avere dimostrazioni necessarie
che costituiscono vere e proprie scienze.
Il materialismo
Se la ragione e la scienza possono
rivolgersi con successo solo ad oggetti di cui si
può conoscere la causa produttrice, quindi ad oggetti
generabili, quando si tratta di oggetti non generabili
come Dio, gli angeli e in generale tutte le cose incorporee,
la ragione non ha modo di esercitarsi e la scienza
non è possibile. Poiché i soli oggetti generabili
che in quanto tali hanno una causa conoscibile della
loro genesi, sono i corpi, gli oggetti estesi o materiali
sono, secondo Hobbes, i soli oggetti possibili della
ragione.
In questa tesi consiste il materialismo
di Hobbes. Egli riproduce su questo punto la dottrina
degli Stoici, i quali affermavano che solo il corpo
esiste, perché solo il corpo può agire o subire una
azione. La parola "incorporeo", afferma
Hobbes, è per l'uomo priva di significato; anche quando
è riferita a Dio, esprime non un suo attributo autentico,
ma solo la pia intenzione di onorarlo con un attributo
che lo distingue da ciò che c'è di più grossolano
nella natura. Nella polemica con il vescovo Bramhall,
Hobbes afferma che dire che Dio è incorporeo equivale
a dire che non esiste affatto.
Da questo punto di vista, è ovvio
che neppure lo spirito umano è incorporeo. La sensazione
non è che l'immagine apparente dell'oggetto corporeo
che la produce nei nostri organi di senso. Ma sia
l'oggetto sia la sensazione non sono altro che movimenti:
movimenti sono, difatti, le qualità sensibili che
sono nell'oggetto; e movimenti sono le sensazioni
che tali qualità producono nell'uomo. Movimento è
anche l'immaginazione che conserva le immagini dei
sensi ed è quindi una specie di inerzia dei movimenti
che si originano dall'esterno con la sensazione. La
stessa anima pensante è materiale; e non potrebbe
non esserlo, dato che i suoi atti (idee, sentimenti,
ecc.) sono movimenti, prodotti dai movimenti dei corpi
esterni.
Il corpo è l'unica realtà, cioè l'unica
sostanza che esista realmente in sé stessa; e il movimento
è l'unico principio di spiegazione di tutti i fenomeni
naturali, giacché ad esso si riducono anche i concetti
di causa, di forza e di azione.
Il meccanicismo
La fondazione di questa visione materialistico-meccanicistica
che investe tutti campi della realtà, dalla natura
all'uomo, ha luogo nella Filosofia prima, la seconda
parte del De corpore, in cui Hobbes isola ed analizza
i concetti e le nozioni generali di cui fa uso la
scienza (compresi i principi della geometria), cioè
i concetti di spazio e tempo, e le nozioni di corpo
e moto, cercando di mostrare come essi siano i più
semplici e universali, in quanto stanno alla base
di ogni altro concetto analizzabile. Ciò è reso possibile
dal ricorso a quell'ipotesi annichilatoria già presente
negli Elementi e che pure in quel libro serviva a
mostrare come la scienza abbia a che fare esclusivamente
con i concetti della nostra mente, e non con una realtà
esterna, alla quale i concetti stessi ci rimandano,
ma che permane oggetto di supposizione, seppure verisimile.
Il concetto più semplice e indeterminato
che si possa presentare a una mente che abbia subito
la riduzione illustrata dall'ipotesi annichilatoria,
è quello della pura esteriorità, cioè dello spazio,
che Hobbes chiama immaginario, in quanto è il "concetto
di spazio", quasi a sottolineare l'esclusivo
"mentalismo" dell'analisi. E' tuttavia innegabile
che nel concetto di spazio sia implicita la nozione
di corpo, tant'è vero che Hobbes definisce lo spazio
come "il fantasma di una cosa esistente, in quanto
esistente". Il medesimo discorso vale per il
concetto di tempo: il tempo implica il moto, e viene
infatti definito come "il fantasma del moto,
in quanto nel moto immaginiamo un prima e un poi,
cioè una succesione".
Il corpo e il moto sono quindi i
veri principi di spiegazione di tutto ciò che si presentalla
mente, ma compaiono successivamente nella deduzione
hobbesiana, in quanto sono meno semplici delle pure
immagini di spazio e tempo, e soprattutto non sono
immagini o concetti, bensì nozioni ricavate per via
razionale.
Secondo Hobbes, la nozione di corpo
prende forma nella mente quando si pensi a qualcosa
che si collochi nello spazio precedentemente immaginato;
ma l'elemento veramente nuovo che lo distingue dallo
spazio immaginario è la sua indipendenza dall'immaginazione.
Operando quindi dall'interno della mente, Hobbes isola
una nozione il cui carattere essenziale consiste nell'essere
indipendente da quella stessa mente dalla quale è
ricavata, con un meccanismo di pensiero che richiama
per qualche aspetto la prova ontologica di S.Anselmo.
Dedotte in questo modo, le nozioni
di corpo e di moto, con i loro correlati concettuali,
lo spazio e il tempo, Hobbes è in grado di fondare
quell'interpretazione rigorosamente meccanicistica
della reltà, in tutte le sue manifestazioni. Al rigoroso
meccanicismo si accompagna un altrettamto rigoroso
determinismo, nel senso che ogni fatto trova la sua
causa necessaria in un altro fatto e tale causa universale
e necessaria di tutti gli aspetti della realtà è il
moto.
La realtà, nella visione hobbesiana,
appare quindi come una successione concatenata e necessaria
di fatti, prodotti dal movimento dei corpi, e dalla
trasmissione del movimento da un corpo alla'altro.
Resta tuttavia il problema della oggettiva esistenza
di una struttura meccanicistica così intesa, visto
che i principi suesposti sono stati ricavati esclusivamente
attraverso un'analisi dei contenuti mentali, che costituiscono
una sorta di diaframma tra il soggetto e l'esteriorità.
Il problema cartesiano della garanzia
circa la reale struttura del mondo esterno, risolto
dal pensatore francese con il ricorso alla credibilità
di Dio, trova in Hobbes una soluzione ancora "mentale":
in seguito all'ipotetica annichilazione, l'uomo avrebbe
a che fare con immagini che, "benché siano solo
idee e fantasmi, aventi riferimento allo stesso soggetto
immaginante, appariranno nondimeno come esterne, e
per nulla dipendenti dalla creatività dell'anima".
Certe immagini hanno quindi come connotazione carateristica
e peculiare di presentarsi come dotate di oggettività,
anche se ciò che ne possiamo affermare con certezza
è solo la loro appartenenza all'ambito della mente.
Due quindi sono i modi in cui è possibile
considerare tali immagini: o come modo d'essere del
soggetto senziente ("accidenti interni dell'animo")
o come realtà intermedie tra il soggetto conoscente
e la realtà conosciuta ("specie delle cose esterne"),
cioè non come qualcosa di realmente esistente, ma
che appare esistere, cioè "stare fuori".
In ogni atto del processo conoscitivo
quindi l'uomo non potrà mai oltrepassare i limiti
della soggettività, per prendere diretto contatto
con l'oggettivo, che gli è precluso nella sua immediatezza
dalla barriera mediatrice rappresentatata dai concetti:
come Hobbes dirà a proposito del corpo, il reale sta
al di là dell'immagine di spazio, ed è oggetto di
supposizione, in quanto "non coi sensi, ma solo
con la ragione si comprende che lì vi sia qualcosa".
L'esistenza di una realtà fuori di noi, e soprattutto
che sia strutturata meccanicisticamente, essendo il
risultatto di una deduzione razionale, non può quindi
che essere oggetto di una supposizione, indubbiamente
fondata, ma mai interamente verificabile.
L'antropologia e l'etica naturalistica
L'ambito in cui Hobbes cercò di applicare
con più impegno il suo ideale scientifico fu quello
dell'etica e della politica. Impressionato dalle lotte
che dilaniavano a quel tempo l'Inghilterra, egli volle
fondare una rigorosa scienza delle azioni umane, capace
di riportare lapace e l'ordine nei rapporti fra gli
uomini: "Se si conoscessero con egual certezza
le regole delle azioni umane come si conoscono quelle
delle grandezze in geometria, sarebbero debellate
l'ambizione e l'avidità, il cui potere si appoggia
sulle false opinioni del volgo intorno al giusto e
all'ingiusto" (De cive. Epistola dedicatoria).
Hobbes, quindi, contrapponeva il
sapere matematico al dogmatico, mai immune da controversie
e discussioni "perché confronta uomini e interferisce
nel loro diritto e profitto": solo applicando
il rigore logico della matematica alla considerazione
del comportamento umano, battendo in breccia le mistificazioni
della retorica, egli sperava di poter essere considerato
un giorno - come confiderà nella dedicatoria del De
corpore (1655) - il fondatore della scienza politica,
così come Copernico e Galileo avevano fondato la nuova
astronomia, Harvey la nuova fisiologia, Gassendi e
Marsenne la nuova fisica.
L'etica è per Hobbes lo studio dei
moti dell'animo, così come la fisica è lo studio del
moto dei corpi. I vari moti dell'animo, desiderio
o avversione, amore o odio, speranza o timore, ecc.,
non sono altro che il risultato della pressione esercitata
in noi dai corpi esterni. Se l'azione dei corpi esterni
favorisce il movimento vitale del corpo animato, che
per natura sua tende all'autoconservazione, questi
reagisce col desiderio; in caso contrario reagisce
con l'avversione. Amore e odio sono desiderio o avversione
nei confronti delle cose presenti; speranza e timore
sono desiderio o avversione di cose future. Quanto
alle nozioni di bene e di male, esse sono introdotte
unicamente per indicare l'oggetto del desiderio o
dell'avversione. Bene è ciò che piace, male ciò che
dispiace. Dato che bene e male vanno quindi individuati
nelle composizioni di movimenti centripeti che vanno
dalla periferia al cuore e "dato che ognuno differisce
da un altro nella costituzione fisica, così ci si
differenzia l'uno dall'altro anche riguardo alla comune
distinzione di bene e male". "Infatti queste
parole: bene, male e spregevole, sono sempre usate
in relazione alla persona che le usa, non essendoci
niente che sia tale in se stesso e in senso assoluto
e nemmeno una comune regola del bene e del male che
si possa ricavare dalla natura stessa delle cose".
Sarebbe difficile trovare, tra i
contemporanei di Hobbes, dei pensatori che relativizzassero
in modo più completo ed esplicito questi due concetti,
a partire da una coerente riduzione meccanicistica
della realtà.
L'impostazione meccanicistica conduce
inoltre Hobbes a negare l'esistenza di una volontà
razionale e soprattutto l'esistenza della libertà.
Le reazioni umane ai moti dei corpi esterni sono pienamente
determinate dal concatenamento necessario dei moti
che vi hanno dato origine. Se si parla di libertà
è solo nel senso di "assenza di opposizione"
al moto naturale di un corpo (sia esso animato o meno,
animale o umano), da parte di un corpo esterno.
L'etica di Hobbes è di chiara impronta
naturalistica. Ove per etica naturalistica si intende
quell'etica che ritiene di dover spiegare la vita
morale dell'uomo unicamente in base ai processi istintivi
naturali propri dell'organismo umano, senza necessità
di ricorrere in alcun modo a principi o valori riconosciuti
con la ragione e liberamente attuati.
Giusnaturalismo e positivismo
giuridico nelle formulazioni sistematiche della teoria
politica
Pubblicando il De cive (1642), Hobbes
era cosciente del fatto che l'apparizione di quest'opera,
che doveva essere la terza nell'ordine logico degli
Elementa philosophiae, prima delle altre due sezioni,
poteva apparire una sorta di tradimento dell'ideale
deduttivo che egli, con quella disposizione delle
parti, intendeva invece proporre (il corpo-l'uomo-il
cittadino). Tant'è vero che egli si sentirà indotto
a fornire nella prefazione ai lettori aggiunta alla
seconda edizione, una sorta di giustificazione teorica
del fatto, invocando non solo i motivi politici contingenti
("la rivoluzione gloriosa"), ma anche il
possibile sganciamento metodico della scienza politica
dalle altre: "non miè parso che avesse bisogno
delle precedenti, fondata com'è su principi propri,
provati dall'esperienza".
Il richiamo all'esperienza (esperienza
storica e introspezione individuale) sembra creare
comunque una frattura nello svolgimento apodittico
della scienza generale da lui auspicata, anche se
il modello metodico della scienza politica rimane
la rigorosa deduzione delle concusioni da principi
certi e indubitabili, che trova il proprio riscontro
migliore nella geometria.
I presupposti che stanno alla bse
della costruzione di Hobbes della società e dello
Stao sono fondamentalmente due.
1) in primo luogo, il nostro filosofo
ammette che, pur essendo relativi tutti i beni, vi
sia fra di essi un primo e originario bene, che è
la vita e la conservazione della medesima (e quindi
un primo male che è la morte).
2) In secondo luogo, egli nega che
esistano una giustizia e una ingiustizia naturali,
dato che, come abbiamo visto, non ci sono "valori"
assoluti, e sostiene che questi siano frutto di "convenzioni"
stabilite da noi stessi, e che quindi siano conoscibili
in maniera perfetta e a priori, insieme a tutto ciò
che da esse scaturisce.
1) "Egoismo" e 2) "convenzionalismo"
sono, dunque, i cardini della nuova scienza politica,
che, secondo Hobbes, potrà dispiegarsi come sistema
deduttivo perfetto, così come quello della geometria
euclidea.
La nuova concezione politica di Hobbes
costituisce il rovesciamento più radicale della classica
posizione aristotelica. Lo Stagirita sosteneva, infatti,
che l'uomo è "animale politico", cioè fatto
per vivere con gli altri in una società politicamente
strutturata; egli inoltre assimilava questo essere
"animale politico" dell'uomo con lo stato
proprio altresì degli animali, quali le api e le formiche,
che desiderando e fuggendo le stesse cose e dirigendo
le loro azioni a fini comuni, si aggregano spontaneamente.
Hobbes contesta vivacemente la proposizione aristotelica
e il paragone. Ciascun uomo, per lui, è profondamente
diverso dagli altri uomini e quindi da esso staccato
(è un atomo di egoismo). Pertanto ciascun uomo non
è affatto legato agli altri uomini da un consenso
spontaneo come quello degli animali, che si basa su
un "appetito naturale". Il movente determinante
dell'azione umana è invece l'utilità.
Lo Stato dunque, non è un fatto naturale,
ma artificiale. Esso nasce nel modo seguente.
La condizione in cui gli uomini naturalmente
si trovano è quella di guerra di tutti contro tutti.
Ciascuno tende ad appropriarsi di tutto ciò che serve
alla propria sopravvivenza e conservazione. E poiché
ciascuno ha diritto su tutto, e non v'è limite posto
da natura, ne nasce l'inevitabile sopraffazione degli
uni sugli altri. E' in questo contesto che Hobbes
usa la frase di Plauto homo homini lupus, che non
denota tuttavia un'impronta di pessimismo morale,
ma un rilievo sulla condizione naturale dell'uomo,
derivante dalla necessità dell'autoconservazione.
In questa situazione, l'uomo rischia
di perdere il bene primario, che è la vita, essendo
in ogni istante esposto al pericolo di una morte violenta.
Tutto ciò deprime ogni iniziativa ed attività produttive.
Da questa condizione l'uomo esce
facendo leva su due elementi basilari:
a) su alcuni istinti e b) sulla ragione.
a) Gli istinti sono il desiderio
di evitare la guerra continua, per avere salva la
vita, e il bisogno di procacciarsi il necessario alla
sussistenza.
b) La ragione è qui intesa non tanto
come valore in sé, quanto come strumento atto a realizzare
quei desideri di fondo.
Nascono, in questo modo,le "leggi
di natura", che non sono se non la razionalizzazione
dell'egoismo, le norme che permettono di realizzare
l'istinto dell'autoconservazione.
Solitamente si ricordano le prime
tre, che sono le principali. Ma Hobbes, nel Leviatano
(1651), ne elenca diciannove. Il modo in cui egli
le pone e le deduce dà un'idea del come gli si servisse
del metodo geometrico applicato all'etica e del come
intendesse reintrodurre, sotto nuova veste, quei valori
morali che aveva escluso, e senza i quali non si costruisce
alcuna società.
1) La prima e fondamentale regola
comanda di sforzarsi di cercare la pace.
2) La seconda regola impone di rinunciare
al diritto su tutto, ossia a quel diritto che si ha
nello stato di natura, e che è quello che scatena
tutte le contese.
3) La terza legge impone, una volta
che sia sia rinunciato al diritto su tutto "che
si adempiano i patti fatti". Nasce di qui la
giustizia e l'ingiustizia (giustizia è stare ai patti,
ingiustizia trasgredirli).
Queste leggi, tuttavia, non bastano
ancora di per sé per costituire la società, giacché
occorr anche un potere che costringa a rispettarle:
i "patti senza la spada che ne imponga il rispetto"
non servono ad ottenere lo scopo che ci si prefigge.
Per conseguenza, secondo Hobbes, occorre che tutti
gli uomini deputino un unico uomo (o un'assemblea)
a rappresentarli.
Ma si noti bene: il "patto socilae"
non è stretto dai sudditi con il sovrano, bensiì dai
sudditi tra di loro. (totalmente diverso sarà il patto
sociale di cui parlerà Rousseau). Il sovrano resta
fuori del patto e resta il solo depositario delle
rinuncie dei diritti dei sudditi, e, dunque, unico
a mantenere tutti gli originari diritti. Se anche
il sovrano entrasse nel patto, non si eliminerebbero
le guerre civili, perché nascerebbero tosto contrasti
vari nekla gestine del potere. Il potere del sovrano
(o dell'assemblea) è indiviso e assoluto. E, questa,
la più radicale teorizzazione dello Stato assolutistico,
dedotta non dal "diritto divino", (come
era stata dedotta in passato), ma dal "patto
sociale" sopra descritto.
Poiché il sovrano non entra nel gioco
dei patti, una volta ricevuti nelle sue mani tutti
i diritti dei cittadini li detiene irrevocabilmente.
Egli è al di sopra della giustizia (perché la terza
regola vale, come le altre, per i cittadini, non per
il sovrano). Egli può intervenire anche in materia
i opinione, giudicare, approvare o proibire determinate
idee. Tutti i poteri debbono concentrarsi nelle sue
mani. La stessa Chiesa deve essergli soggetta. Lo
Stato interverrà quindi anche in materia di religione.
E poiché Hobbes crede nella Rivelazione e quindi nella
Bibbia, lo Stato che egli ipotizza, a suo avviso,
dovrà essere arbitro anche in materia di interpretazione
delle Scritture e di dogmatica religiosa, troncando
in tal modo ogni motivo di discordia. L'assolutismo
di questo stato è veramente totale.
http://www.homolaicus.com/teorici/hobbes/hobbes2.htm