MARTIN HEIDEGGER e lesistenzialismo laico (1889-1976)
di Enrico Galavotti
Premessa
H. si pone sulla scia di Husserl
perché esamina l'esistenza dell'uomo, osservando ciò
che si rivela immediatamente alla sua coscienza, alla
sua vita concreta (i fenomeni), ma si allontana da
Husserl perché colloca l'esistenza (temporale e contingente)
nel mondo, evitando di ricercare il significato dell'essere
nelle essenze universali e necessarie (nelle forme
eidetiche). L'ultimo Husserl s'era posto il problema
di concretizzare il soggetto trascendentale, ma era
finito su posizioni idealistiche. Alla fenomenologia
dell'essenza, H. oppone una fenomenologia dell'esistenza
o dell'esistente (ontologia fondamentale), la quale
però non vuole essere una filosofia esistenziale,
in quanto -a suo giudizio- il problema centrale è
quello ontologico dell'essere (che coincide col senso
dell'uomo o esserci, Dasein).
In questo tentativo di superare la
fenomenologia, H. in realtà mira a superare tutta
la metafisica razionalistica occidentale, che secondo
lui s'è persa nell'oggettività, degradandosi a conoscenza
scientifica e tecnica, identificandosi con la logica,
offrendo un essere come "semplice presenza"
(evidenza), mentre l'esigenza più vera è quella di
fondare la filosofia sulla condizione drammatica dell'esistenza,
sul modello di Kierkegaard, Nietzsche e Dilthey, le
cui opere si erano molto diffuse nella Germania degli
anni precedenti la I guerra mondiale.
Non dobbiamo però dimenticare che
H. cercò anche di elaborare una risposta filosofica,
in chiave borghese-reazionaria, alla crisi del movimento
operaio tedesco (vedi la repubblica di Weimar) e alla
riuscita della rivoluzione russa.
Biografia
Nasce nel 1889, nel Baden. Nel 1909
s'iscrive all'università di Friburgo, diventando un
allievo di Rickert. Nel 1913 si laurea con una tesi
sullo Psicologismo (pubblicata a Lipsia nel
1914), che viene contestato dal punto di vista della
fenomenologia di Husserl. Lo psicologismo, che si
riallaccia a Mill, dominava nella cultura filosofica
tedesca post-hegeliana. H. rivendica la validità della
logica, contro la pretesa di ridurre le leggi logiche
a leggi empiriche sul funzionamento della mente umana:
preferisce la logica perché gli offre garanzie di
stabilità e immutabilità.
Nel 1915 diventa libero docente all'università
di Friburgo con una dissertazione su Duns Scoto.
La prolusione invece è sul concetto di Tempo
nella storiografia. Nella dissertazione pone il problema
della fondazione della validità obiettiva delle categorie
nella vita della coscienza, caratterizzata da temporalità
e storicità. H. cioè rivendica la necessità di un
passaggio oltre la logica, rifiutando di considerare
le categorie solo come funzioni del pensiero (nasce
la polemica anti-neokantiana).
H. non era ancora avverso a Husserl,
perché mentre il neokantismo privilegiava la scienza,
nel suo carattere costruttivo e matematizzante (come
unica forma di conoscenza valida), per Husserl invece
l'atto conoscitivo si risolveva nell'intuizione delle
essenze, che non si riduce alla conoscenza scientifica,
ma è un incontrare le cose. La fenomenologia appare
quindi a H. come un modo per allargare il discorso
neokantiano in direzione della storicità, della concretezza.
Nel 1916 Husserl viene chiamato all'università
di Friburgo. H. ne diviene assistente. Dal '17 al
'23 lavora intensamente col maestro su Kant, Aristotele,
Fichte, Mistica medievale, Fenomenologia della religione,
Agostino e Neoplatonismo... Dal '23 al '27 è professore
a Marburgo: tiene corsi e seminari su Platone, Aristotele,
Kant, Hegel, Cartesio, Droysen, sull'ontologia medievale,
sul concetto di Tempo... Nel '27 pubblica la prima
e unica parte di Essere e tempo. Rompe con
la filosofia di Husserl, ma contrasti ve n'erano stati
anche prima, poiché Husserl mal sopportava l'antisemitismo
di H. Nel '28 gli succede a Friburgo. Nel '29 pronuncia
la prolusione Che cos'è la metafisica? Pubblica
anche Kant e il problema della metafisica e
L'essenza del fondamento.
Nel '33 è nominato rettore dell'università
di Friburgo; aderisce al partito nazista, pronunciando
il discorso Autoaffermazione dell'università tedesca
(vedi anche lAppello agli studenti tedeschi),
ma l'anno dopo, per dissensi col governo, si dimette
a cessa di occuparsi di politica. Pur tenendo regolarmente
i corsi accademici, non pubblica quasi nulla fino
al 1942. Oggi nessuno sostiene che l'esplicita adesione
al nazismo sia stata una casuale sbandata di un impolitico.
Fin dagli anni '20 H. aveva manifestato aperte simpatie
verso i cd. "resistenti" tedeschi al trattato
di Versailles del 1919; non solo, ma egli intendeva
anche che il suo pensiero avesse un'espressività pubblica
di carattere politico.
H., proprio come il nazismo, criticherà
sia il liberalismo che la democrazia, espressioni
per lui del moderno soggettivismo, cioè dell'integrale
nichilismo: il liberalismo, perché finge la democrazia,
tenendo il popolo in una situazione di chiacchiera,
curiosità ed equivoco; la democrazia, perché rappresenta
il dominio della massa sul pensiero (qui H. ripete
Kierkergaard e Nietzsche). Tuttavia egli si distaccò
dal nazismo perché non ne condivideva il biologismo
razzista (vedi la lettera a Jaspers del 1950).
Naturalmente nella critica della
democrazia H. includeva anche quella del socialismo.
Come tutti i tedeschi di destra degli anni '20 e '30,
chiamava "socialismo" solo la socialdemocrazia
della SPD (di Kautsky e Hilferding), mentre chiamava
"bolscevichi" tutti i comunisti, compresi
quelli tedeschi. In realtà i conflitti interni al
comunismo non gli sono mai interessati. Il marxismo,
per lui, non era che una forma di soggettivismo esasperato
(il collettivismo forzato come sublimazione dell'umanesimo
astratto). Sarà nel '47 che tenterà una cauta rivalutazione
del marxismo definendolo una teoria dell'alienazione
come allontanamento dall'origine (le origini tradite
o rovesciate nel loro contrario). Tesi per cui l'ultimo
H. affermerà: "Solo un Dio può ancora salvarci!".
Durante il suo rettorato nel '33-'34
chiese alle autorità naziste di revocare, con "destituzione",
dall'insegnamento il collega H. Staudinger, chimico
di fama internazionale (poi premio Nobel nel 1953),
adducendo il suo atteggiamento "pacifista"
e "antinazionalista" durante la I guerra
mondiale e quindi la sua inaffidabilità per il nazismo.
H. si oppose anche a mantenere nell'insegnamento E.
Baumgarten, da lui denunciato per i suoi rapporti
con alcuni ebrei. Rompe anche con K. Jaspers, i cui
rapporti erano stati mantenuti dal '20 al '33.
Il secondo H. inizia con un corso
di Introduzione alla metafisica, del '35, pubblicato
nel '53. La svolta non è politica, perché sia qui
che nel Discorso del '33, H. assegna alla Germania
nazista il compito di salvare i valori della tradizione
europea dalla barbarie tecnocratica degli USA e dall'ideologia
comunista dell'URSS. Ma è di tipo filosofico, in quanto
il tema fondamentale diventa quello del nulla,
per il quale l'esserci prova solo angoscia. H. cioè
mira a trovare un fondamento dell'essere nel nulla.
H. comincia a dare della metafisica occidentale un
giudizio assolutamente negativo, mentre in Essere
e Tempo aveva avuto la pretesa di riformarla.
Non dobbiamo però dimenticare che Essere e Tempo
-a detta dello stesso H.- era rimasto incompiuto perché
la metafisica tradizionale non aveva il linguaggio
adatto per concluderlo. Nell'analisi dei concetti
di nulla e di angoscia H. dipende in toto da Kierkegaard
(già in Essere e tempo s'era capita questa
dipendenza). Il pensiero del secondo H. diventa meno
organico, appunto perché si presenta come tentativo
di superare la metafisica (questa esigenza verrà ripresa
da tutta la Scuola di Francoforte). H. si rifiuterà
di trovare una definizione esaustiva dell'essere;
l'essere anzi risulta indefinibile, in quanto coincide
col nulla; per cui il pensiero deve adeguarsi in modo
diverso all'essere, non in maniera concettuale, per
definizioni, ma in maniera contemplativa, apofatica,
mettendosi in ascolto, poiché l'essere si nasconde.
La svolta prosegue nel biennio '35-'36,
allorché gli interessi di H. si spostano sul terreno
dell'arte , dell'estetica, della poetica e del linguaggio.
Tiene una conferenza a Roma su Hölderlin e l'essenza
della poesia e due conferenze a Friburgo e Zurigo
sull'Origine dell'opera d'arte (che costituisce
il nucleo del più ampio saggio pubblicato in Sentieri
interrotti).
Dal '36 al '42 tiene una serie di
corsi e seminari su Nietzsche, pubblicati nel
'61. Nel '42 esce anche La dottrina platonica della
verità.
Dal '44 al '51 un divieto delle potenze
occupanti in Germania gli impedisce qualunque attività
accademica. Nel '52 scrive una lettera al suo fedele
amico W. Petzet affermando, appena dopo essere stato
reintegrato nell'insegnamento, che era pronto a rinunciarvi
se avessero affidato al filosofo K. Löwith (già suo
allievo) una cattedra nella Germania occidentale.
(Löwith, al tempo del nazismo, era emigrato prima
in Giappone, poi negli USA). Jaspers si pronunciò
contro la reintegrazione di H.
Pubblica L'essenza della verità
nel '43, un libro di saggi su Hölderlin nel
'44, la famosa Lettera sull'umanismo nel '47,
in cui dichiara di non aver nulla a che fare con l'esistenzialismo
francese, e Senteri interrotti nel '50. Sempre
nel '50 tiene una conferenza sul Linguaggio.
Dal '51 al '58 riprende, dapprima in forma privata,
corsi e seminari all'università, su Parmenide, Hegel,
Aristotele, Leibniz e sul Linguaggio. Muore nel 1976.
Analisi di ESSERE E TEMPO
Il problema ontologico
In Essere e tempo vi è la
critica della metafisica occidentale, da Platone in
poi. H. mette in dubbio che tale metafisica abbia
mai saputo possedere l'essere. Le risposte ch'essa
ha dato alla domanda "che cos'è l'essere?",
sono state tre: 1) l'essere è il concetto più generale,
trascendente le categorie (Hegel disse "immediato
indeterminato"); 2) il concetto di essere è indefinibile,
incapace di dualizzarsi per lasciarsi comprendere;
3) l'essere è un concetto evidente.
In realtà, dice H., non si può parlare
dell'essere senza parlare immediatamente dell'uomo
(esserci) che si pone degli interrogativi sull'essere.
L'esserci, nella metafisica classica, si chiede cosa
sia l'essere dandone per scontata la presenza. Ciò
significa che la realtà dell'essere è a un tempo oscura
e desiderata. Chiedersi cos'è l'essere significa,
in verità, chiedersi qual è il senso dell'esserci.
Il rapporto dell'esserci all'essere è determinato
dall'esistenza e l'esistenza è caratterizzata dalla
temporalità. Questo rapporto è ontologico: è un rapporto
antecedente alla relazione conoscitiva dell'esserci
coll'essere, è un rapporto che la metafisica tradizionale
ha sempre nascosto. L'ontologia, a differenza della
metafisica, è quella scienza che descrive le strutture
e i caratteri dell'essere a partire dall'esserci,
cioè impedisce di dare una qualunque definizione di
essere che non tenga conto dell'esserci. Essa quindi
non è che una analitica esistenziale. La metafisica
che identifica l'essere con la semplice-presenza non
ha senso, poiché l'esserci, che dovrebbe identificarsi
con l'essere, non ha le caratteristiche dell'oggettività.
Per compiere tale critica H. s'è
servito di Dilthey (con la sua riduzione delle filosofie
ad espressività temporali), di Nietzsche (che ha mostrato
che il fondamento dell'essere dipende dalla volontà
del soggetto), di Kierkegaard (che ha sottratto il
soggetto a definizioni astratte).
L'esserci come essere nel mondo
Secondo H. le caratteristiche fondamentali
dell'esserci sono le seguenti:
1) l'uomo come progetto. La
riproposizione del problema dell'essere si avvale
dell'analisi delle maniere (media statistica) in cui
i singoli uomini si determinano quotidianamente nel
mondo. Si scopre così che l'uomo si determina sempre
come poter-essere, in quanto egli fa continuamente
delle scelte. Il problema dell'essere è legato all'esistenza
e alla categoria della possibilità. L'esistenza non
è che un trascendere la realtà per realizzare una
nuova possibilità,- cioè noi esistiamo come un continuo
tendere verso una diversa sistemazione della realtà.
Essere significa progettare. La conseguenza di ciò
è che le cose non possono essere considerate come
puri oggetti, nel loro essere in sé, indipendentemente
da noi e dai nostri interessi. Le cose non sono mai
in sé, ma sempre come strumento per l'uomo, che le
modifica continuamente, senza astrarle dal contesto
cui appartengono. Infatti la totalità degli strumenti
è il mondo. La manipolazione delle cose è relativa
al modo in cui l'esserci si rapporta al mondo. Le
cose dunque esistono non per se stesse ma per l'uomo
che le trasforma e le inserisce, come strumenti, in
un progetto. Esse dunque vengono all'essere solo in
virtù dell'uomo. Il mondo rimane la condizione perché
le cose siano, non è la somma delle cose. L'oggettività
delle cose dipende dall'esserci, non è in sé. Prima
del mondo c'è l'esserci. La strumentalità delle cose
è manifesta attraverso il linguaggio e in generale
attraverso i segni. Il segno non ha altro uso che
quello di rimandare a qualcos'altro. Il rimando del
segno è comprensibile attraverso il linguaggio.
Fin qui H. ripercorre strade già
battute dall'idealismo tradizionale e dalla fenomenologia.
L'unica differenza di rilievo sta nel fatto che mentre
per la metafisica tradizionale il soggetto ha anzitutto
con la realtà un rapporto conoscitivo (per poterla
meglio trasformare), l'esserci di H. invece è un soggetto
che apprende anzitutto emotivamente (precomprensione
emotiva), nel senso che il rapporto affettivo col
mondo è il primo modo d'essere dell'esserci. L'esserci
fa già parte del mondo prima ancora di distinguersi
da esso attraverso la conoscenza. H. fa qui una distinzione
precisa tra comprendere il significato delle
cose (che ci è possibile in quanto il significato
è in noi) e interpretare il mondo (che è in
fondo un'autointerpretazione. L'uomo ha in sé una
pre-comprensione originaria che attraverso l'interpretazione
gli fa scoprire le cose che sono già in lui. E' il
circolo ermeneutico, di derivazione platonica). La
situazione affettiva è una specie di pre-comprensione
più originaria della comprensione stessa. Le cose,
per H., hanno un significato teorico e una valenza
emotiva: noia, gioia, paura, disperazione... che non
dipendono sempre dal soggetto, ma anche dall'esterno
che lo condiziona. Questo condizionamento viene chiamato
deiezione o essere-gettato.
2) L'esistenza come progetto gettato.
L'esserci che progetta il mondo progetta se stesso.
L'esserci è anche un progetto "gettato"
(consegnato) sul mondo (cioè progettato in modo da
aderire ad una certa strumentazione del mondo già
esistente). Questo mondo orientato strumentalmente
e linguisticamente assume l'esserci e si sottopone
a trasformazione. Proprio perché l'esserci è gettato
nel mondo, il suo progetto ha dei limiti invalicabili:
l'uomo si trova ad essere senza averlo deciso, è in
un mondo che condiziona radicalmente le sue scelte,
ha di fronte la prospettiva della morte. Il problema
per H. è quello di vedere come tale finitezza può
condizionare positivamente l'uomo (cosa che la metafisica
tradizionale s'era sempre rifiutata di fare). H. vuole
dimostrare che solo perché l'uomo è "finito",
chiuso tra la nascita e la morte, può fare la storia.
3) Autenticità e inautenticità
dell'esserci. Con la nozione di essere-gettato
si apre la tematica esistenzialistica vera e propria.
Nel progettare il mondo e se stesso, l'esserci si
trova di fronte a delle possibilità equivalenti. Una
sola è obbligata: quella della morte. La differenza
tra la morte e le altre opzioni di vita è che la morte
resta permanentemente una possibilità (quando diventa
realtà, l'esserci non c'è più). La morte così rende
impossibili per l'esserci le altre possibilità. La
possibilità più autentica quindi è quella della morte.
Tutte le altre sono inautentiche.
Generalmente però l'esserci rifiuta
di mettersi costantemente in rapporto con la morte,
e preferisce assolutizzare delle possibilità particolari,
cadendo nell'inautenticità (l'esperienza dell'anonimo
"SI"). Nel mondo del "SI" (MAN)
l'esserci si disperde nella CURA delle cose, per cui
si lascia dominare dalla CHIACCHIERA (banalità), dalla
CURIOSITA' (oziosa e gratuita), dall'EQUIVOCO (fra
ciò che è autentico e non). Le opinioni comuni si
condividono appunto perché comuni. L'esserci insomma
è deietto.
Viceversa, esistere autenticamente
significa assumere come possibilità-base la morte,
la quale ha il compito di relativizzare le scelte
particolari, di trascenderle continuamente, tanto
nessuna di esse potrà realizzarsi secondo il nostro
progetto, poiché esso resta condizionato dal passato
e dal presente.
In sostanza il nulla di tutte le
realizzazioni particolari viene smascherato dall'angoscia
che l'esserci prova di fronte alla morte. Chi non
prova questa angoscia teme la morte e la fugge, ma
così ha un atteggiamento illusorio, poiché la morte
non può essere fuggita. L'esserci insomma deve trascendere
il particolare, non per rifugiarsi in un ideale astratto,
ma per non lasciarsi trascinare dal particolare in
un'esistenza inautentica. La metafisica quindi sta
proprio ad indicare l'essere-per-la-morte dell'esserci.
La realtà dell'uomo sta nel saper scegliere la morte
prima che la morte scelga l'uomo. La scelta è per
l'autenticità, in quanto se l'uomo non scegliesse,
la morte lo coglierebbe di sorpresa. L'uomo non può
rinunciare allo stato di colpa (angoscia) che è in
lui, può soltanto assumerselo consapevolmente. Il
contenuto dell'essere è quindi il nulla (la morte
è il nulla); il tempo stesso lo indica, poiché nel
tempo tutte le cose, anche quelle progettate, muoiono.
La temporalità può essere considerata il senso dell'essere
dell'esserci. La storicità dev'essere sostituita con
la destinalità. (Che il nulla sia il contenuto dell'essere,
verrà detto esplicitamente in Che cos'è la metafisica).
Essere e tempo si conclude
con la IIa sez. della Ia parte; la IIIa sez. era intitolata
"Tempo ed essere" e doveva essere quella
più concreta e propositiva, ma non è mai stata scritta.
La IIa parte doveva riguardare l'analisi di Kant,
Cartesio e Aristotele. H. disse che l'opera rimase
incompiuta per il venire meno del linguaggio, condizionato
dalla metafisica tradizionale. La conclusione insomma
di Essere e Tempo è che proprio la metafisica
impedisce una vera comprensione dell'essere.
Il problema linguistico
Il fallimento di Essere e tempo
induce H. ad approfondire il problema del linguaggio:
il linguaggio infatti condiziona la possibilità dell'esserci
di fare esperienza del mondo e di elaborare i problemi.
Nella conferenza sull'Essenza della verità (1930)
H. dirà che se è vero che è l'uomo a parlare il linguaggio,
è anche vero che il patrimonio di parole di cui disponiamo
(incluse le regole grammaticali, sintattiche, logiche)
pongono dei limiti invalicabili a ciò che possiamo
pensare e dire. Il linguaggio non possiamo modificarlo
nella sostanza, ma solo nella forma.
In questo senso l'essere non è né
l'esserci, né il mondo, ma una "luce" (avvento
illuminante-proteggente) in cui uomini e cose possono
incontrarsi e capirsi. L'essere quindi fa apparire
le cose, gli enti, la storia, ma senza rivelarsi,
anzi nascondendosi. L'ontologia deve avere un atteggiamento
apofatico nei confronti dell'essere, altrimenti lo
fa coincidere, banalizzandolo, con le cose (essere
come semplice-presenza). La dialettica tra ente ed
essere va sostituita con la differenza ontologica.
La tradizionale metafisica ha obliato
l'essere livellando tutto sul piano dell'oggettività
misurabile e organizzabile (di qui il trionfo della
tecnica). L'esponente più coerente di questa metafisica
-secondo H.- è Nietzsche, che ha fatto dell'essere
un valore posto dal soggetto per la propria espansione
vitale. L'uomo ha prodotto un essere a sua immagine
(in virtù soprattutto della tecnica).
L'ontologia deve invece restare in
ascolto dell'essere decodificando il linguaggio con
cui esso si esprime (soprattutto nella poesia e nell'arte).
Al limite l'esserci deve rimanere in silenzio lasciando
che sia solo l'essere a parlare. La verità è rivelazione
del nascondimento dell'essere. L'essere che noi conosciamo
è solo quello che permette d'essere conosciuto.
Riassunto
1. Dopo aver pubblicato, nel 1927,
Essere e tempo (la sua opera principale), H.
si distacca da Husserl, di cui era assistente universitario,
e fonda l'ontologismo esistenziale, cioè il tentativo
di trovare un senso all'essere (metafisico) a partire
dall'esistenza dell'esserci (umano). (Husserl era
un fenomenologo, ma i contrasti con H. vertevano anche
sull'antisemitismo di quest'ultimo).
2. Il tentativo, in Essere e tempo,
fallirà, poiché H. riuscirà a scrivere solo la prima
parte, ove critica quasi tutta la metafisica occidentale,
da Platone in poi, sostenendo ch'essa ha sempre parlato
dell'essere senza tener conto dell'esserci. Di conseguenza
l'essere è diventato un concetto astratto o indefinibile
oppure così evidente da risultare ovvio, scontato,
mentre in realtà esso è molto problematico.
3. H. sostiene che non si può rispondere
al senso dell'essere se prima non si risponde al senso
dell'esserci, la cui esistenza è caratterizzata dalla
temporalità, cioè da qualcosa che impedisce di stabilire
una qualunque oggettività. Tuttavia, H., al momento
di spiegare qual è il senso dell'esserci interrompe
il libro, dicendo che il linguaggio era "venuto
meno".
4. Nel '28 H. diventa docente universitario.
Nel '33 rettore dell'Università di Friburgo. Aderisce
al partito nazista, pretendendo che il suo pensiero
abbia una rilevanza pubblica. H. farà espellere dall'Università
due docenti pacifisti e antinazionalisti. Egli d'altra
parte era convinto che solo la Germania nazista potesse
salvare i valori della tradizione europea dalla "barbarie"
tecnocratica degli USA e dal bolscevismo dell'URSS.
Senonché l'anno dopo, per dissensi col governo (sul
suo progetto di riforma universitaria e anche sul
biologismo razzista), si dimette e non si occupa più
di politica. Tiene regolarmente i corsi accademici,
ma non pubblica nulla fino al 1942. Sempre netto il
suo dissenso da liberalismo, democrazia e socialismo.
5. Nel '35, con Introduzione alla
metafisica (pubblicata nel '53), si ha una svolta
nel suo pensiero. La metafisica non va "riformata",
come in Essere e tempo, ma "superata". L'essere
non può essere definito, poiché ogni definizione lo
limita. L'essere in un certo senso coincide col nulla,
poiché non c'è nulla che possa comprenderlo. Di fronte
al nulla l'esserci non può che angosciarsi e attendere
in maniera contemplativa che l'essere si sveli spontaneamente.
La metafisica non ha davvero alcun senso. Gli interessi
filosofici e culturali di H. si spostano verso l'arte,
l'estetica, la poetica e il linguaggio. Autori preferiti:
Parmenide, Holderlin e Nietzsche.
6. Dal '44 al '51 un divieto delle
potenze occupanti in Germania gli impedisce qualunque
attività accademica. Ma nel '52 viene reintegrato.
7. In Essere e tempo le caratteristiche
fondamentali dell'esserci sono le seguenti:
A. L'uomo come progetto, come
poter-essere, in quanto fa continuamente delle scelte.
Primato della categoria della possibilità. La realtà
non è mai oggettiva, perché soggetta a continue modifiche.
Le cose esistono solo per l'esserci che le usa (inserendole
in un progetto). Prima del mondo c'è l'esserci, che
dà significato alle cose.
B. L'esistenza come progetto gettato.
L'esserci è costretto a scegliere, perché viene "gettato"
(consegnato) sul mondo senza volerlo. Il mondo condiziona
radicalmente le sue scelte. Questo limite però garantisce
la storicità all'esserci, che è chiuso tra la vita
e la morte.
C. L'autenticità dell'esserci.
Se l'esserci dovesse pensare solo alla vita, ogni
possibilità scelta sarebbe equivalente a un'altra,
perché non esiste nella vita un criterio oggettivo
che ci dice quando una scelta è migliore di un'altra.
L'unica scelta che rende autentico l'esserci, perché
esclude tutte le altre, è quella per la morte. Scegliendo
per la morte, la possibilità resta possibilità, perché
la morte, quando diventa realtà, fa sparire l'esserci.
La morte relativizza le scelte particolari, destinate
all'insuccesso, poiché il nostro progetto resta sempre
condizionato dal passato e dal presente.
D. L'essere per la morte.
Di fronte alla morte l'esserci non deve fuggire, altrimenti
la morte lo coglierà di sorpresa, ma deve provare
angoscia, nella convinzione che il senso della vita
sta nella morte che vanifica ogni progetto particolare.
Chi fugge cade nel mondo generico del "Sì"
e si disperde nella cura delle cose, per cui si lascia
dominare dalla chiacchiera (banalità), dalla curiosità
(oziosa) e dall'equivoco (circa l'autenticità delle
cose).
E. Conclusione: la metafisica, pur
avendo sempre avuto come oggetto l'essere, ne impedisce
letteralmente la comprensione, perché lo considera
al di fuori dell'esserci. Non avendo accettato il
presupposto che la temporalità dell'esserci è l'unica
dimensione della sua vita, essa non è mai arrivata
a capire che l'essere coincide col nulla (Che cos'è
la metafisica?).
8. Il fallimento di Essere e tempo
porterà H. ad approfondire il tema del linguaggio
(Essenza della verità), nella speranza di poter chiarire
meglio il significato (positivo) dell'essere. Tuttavia,
H. arriverà solo ad affermare che l'essere è "luce"
(avvento illuminante-proteggente). L'ontologia deve
restare in ascolto (apofatismo) dell'essere, che si
rivela nascondendosi. L'essere che conosciamo è solo
quello che permette d'essere conosciuto. Poco prima
di morire dirà che solo un "dio" avrebbe
potuto salvarci dall'autodistruzione, in quanto né
la filosofia né alcun'altra scienza potranno mai modificare
il mondo.
Storia della critica
La vera storia della critica heideggeriana
comincia solo negli anni '50, quando Essere e tempo
non è più l'unica opera cui potersi riferire,
com'era successo negli anni '30, allorché di quest'opera,
soprattutto in Francia, con Sartre, Marcel, Lavelle,
Le Senne, Wahl, Berdjaev..., si evidenziarono i temi
esistenzialistici, mettendo in secondo piano quelli
ontologici.
Nella Francia degli anni '30 lo studio
dell'esistenzialismo di H. rientrava nell'interesse
che si era maturato per quello di Kierkegaard e di
Jaspers. Essere e tempo veniva valorizzato
in termini antropologici e persino religiosi. Quest'interpretazione
riduttiva venne messa in crisi dallo stesso H., con
la pubblicazione nel '47 della Lettera sull'umanismo,
che è un manifesto antiesistenzialistico.
Di H. i francesi avevano colto soprattutto
i temi dell'angoscia, della morte, del nulla, della
cura e dell'appartenenza al mondo come totalità. Forse
l'unico francese che ne recuperò anche l'ontologismo
fu Lévinas. Il rifiuto di considerare l'ontologismo
non dipese dalla scarsa propensione della filosofia
francese per le astrazioni metafisiche, quanto dalla
convinzione che negli aspetti esistenziali Essere
e tempo offriva più materiale di riflessione,
in quanto maggiore era il realismo che non nell'ontologia,
che pareva destinata a fondarsi sul nulla e sull'impotenza.
Non solo, ma fu proprio l'interpretazione
esistenzialistica di H. ch'ebbe il pregio di mettere
in crisi il neokantismo tedesco e il neoidealismo
italiano. In Germania l'influsso più positivo dell'esistenzialismo
di H. è riscontrabile nella teologia demitizzante
di Bultmann.
In Italia H. viene recepito negli
anni '50 e '60 sull'onda delle traduzioni di P. Chiodi
e della lettura esistenzialistica di N. Abbagnano.
Il successo di H. esistenzialista è avvenuto proprio
dopo il 1947, anno in cui H. si distaccava dall'esistenzialismo.
In Italia l'analitica esistenziale del finito è stata
utilizzata contro l'idealismo crociano e gentiliano,
e per fondare un'autocoscienza filosofica di tipo
laico (più moderata e conformista in Abbagnano, più
radicale e antifascista in Chiodi). Il tentativo era
quello di creare una sorta di "terza via"
tra il neotomismo (e spiritualismo) del cattolicesimo
di Pio XII da un lato e il marxismo gramsciano (e
storicistico) di Togliatti dall'altro. Quando le traduzioni
del IIo H., quello della svolta, fatte da Chiodi,
resero insostenibile questa interpretazione, il pensiero
esistenziale dell'autosufficienza dell'individuo laico
gettato nel mondo, prese atto che H. non serviva più,
e lo trasformò in un irrazionalista tardoromantico,
nemico della scienza e della tecnica. L'esistenzialismo
italiano rimproverà sempre ad H. di aver ceduto troppo
alla metafisica e di aver tenuto in scarsa considerazione
l'assiologia e lo stesso esistenzialismo. L'ontologia
addirittura appariva come una sorta di idealismo hegeliano
rovesciato. Cioè, in quanto esistenzialista H. appariva
progressivo, poiché rivendicava la finitezza (temporalità)
dell'esserci (la sua concretezza storica, solo in
virtù della quale ha senso porsi il problema dell'essere),
ma in quanto ontologista H. appariva regressivo, perché
l'impianto costruttivo che avrebbe dovuto dare fondamento
all'essere, restava metafisico, idealistico. Anche
Löwith condividerà questa analisi. Per alcuni critici
italiani, il carattere negativo e apofatico dell'ontologismo,
approdando a una via senza sbocchi (irrazionalismo,
nazismo, oppure mistica, mitologia), farà desiderare
un ritorno a Husserl.
Una rinascita di Heidegger è avvenuta
in Italia nella seconda metà degli anni '70 ad opera
di alcuni intellettuali vicini o interni al Pci: Cacciari,
Vattimo, Boffa... Costoro hanno letto il IIo H. in
chiave nichilistica, post-moderna, antidialettica,
differenzialistica, paragonandolo a Nietzsche. Il
che rovesciava la lettura laico-razional-esistenziale
di Chiodi e Abbagnano. In comune però c'era l'avversione
a Hegel e al Marx economista. In verità, nei confronti
di H. il giudizio del marxismo, (così come quello
della Scuola di Francoforte) è sempre stato pesantemente
negativo: Lukács lo definiva un sintomo della crisi
del soggettivismo borghese, Adorno invece una sorta
di adeguamento alla società massificata, giudicata
immodificabile. Non a caso l'uso più produttivo dell'ontologismo
è avvenuto in campo teologico-ermeneutico (Gadamer
è il principale continuatore di H.), oppure in campo
estetico-ermeneutico.
La problematica del Linguaggio è
stata ripresa da Wittgenstein che prevede però il
silenzio solo sulle questioni metafisiche, come unico
atteggiamento ragionevole, mentre l'unico linguaggio
valido resta quello scientifico. Anche Derrida affermerà
che nella metafisica razionalistica il significante,
nell'ambito del segno, è tutto subordinato all'idealità
astratta del significato.
Rilievi critici
H. era partito bene quando intuì
che il problema dell'essere è in fondo il problema
dell'esserci: in questo senso egli eredita la critica
dell'idealismo condotta da parte della sinistra hegeliana
e soprattutto di Kierkegaard. Si può dire anzi che
H. non abbia fatto altro che laicizzare l'esistenzialismo
religioso di Kierkegaard, sostituendo al rapporto
del singolo con dio il rapporto dell'esserci col mondo.
Tuttavia, l'identità di essere ed
esserci, se può essere usata contro la concezione
di essere che aveva l'idealismo (in cui l'esserci
finiva col perdere la propria identità umana, vinta
dalla conservazione dei rapporti esistenti, che erano
borghesi o caratterizzati, come in Germania, dal blocco
junkers-borghesia), non poteva però essere usata per
rifondare una nuova concezione dell'essere, poiché
né la sinistra hegeliana né Kierkegaard hanno mai
considerato equivalenti i due elementi, ma hanno preferito
concedere a uno dei due, l'esserci, il primato assoluto,
trasformando l'essere in una sua mera proiezione.
Anche H. riproduce il forte soggettivismo (piccolo)borghese
della opposizione all'idealismo hegeliano, ma, come
Kierkegaard, perde il senso oggettivo della realtà,
quel senso che gli avrebbe permesso di capire che
le contraddizioni del capitalismo non possono essere
superate in maniera individualistica e tanto meno
in maniera filosofica.
L'identità quindi di essere ed esserci
dal punto di vista dell'esserci può essere utilizzata
in un primo momento, per distaccarsi dall'essere astratto,
formalizzato e conservatore dell'idealismo hegeliano,
ma subito dopo va affermata una nuova identità, in
cui vi sia tra i due elementi un rapporto dialettico,
in grado di salvaguardare l'autonomia, la specificità
di entrambi. Non essendo riuscito a farlo, H. si trova
alla fine costretto ad ammettere che il suo esserci
è incapace di essere: non solo nel senso che non riesce
a conformarsi allo sviluppo del capitalismo monopolistico,
ma anche perché non riesce ad opporsi a questo sviluppo.
Egli affermò che Essere e tempo rimase incompiuto
per il venir meno del linguaggio; in realtà è venuto
meno l'esserci, il quale, non sentendosi determinato
da un essere alternativo a quello borghese (idealista,
hegeliano), non poteva avere un linguaggio adeguato
alla problematica dell'essere. Tutto lo sviluppo posteriore
a Essere e tempo non fa che girare attorno
a questo problema senza mai risolverlo: ecco perché
Essere e tempo resta l'opera più significativa.
Esso è la testimonianza (più o meno indiretta) che
nell'ambito della filosofia borghese una qualunque
pretesa di autenticità dell'esserci, che voglia restare
in tale ambito, non può che portare all'irrazionalismo
(teorico, come appunto in Heidegger, o pratico, come
in Kierkegaard e soprattutto in Nietzsche, verso i
quali H. ha sempre avvertito una forte attrattiva,
specie per il secondo, poiché più coerente e ateistico).
Da questo punto di vista Essere e Tempo è,
a un tempo, il tentativo e il fallimento del tentativo
di superare la crisi dell'identità borghese dal punto
di vista borghese. Esso quindi è anche la testimonianza
che dopo l'idealismo hegeliano, la filosofia borghese
può essere solo una filosofia della crisi e che la
crisi di questa filosofia è appunto data dalla crisi
della società borghese, che non è riuscita a realizzare
gli ideali di democrazia per i quali è nata.
L'esserci di H. non è in grado di
vivere per la vita (per la trasformazione della vita),
ma solo per la morte. La vita è troppo insignificante
per essere vissuta. Nella vita tutte le cose si contraddicono
a vicenda, sono soggette al fluire del tempo, si banalizzano.
Solo la morte (la possibilità della morte) resta veramente.
L'esistenza dell'esserci consiste nel rassegnarsi
a questa evidenza, per evitare possibili illusioni
su di sé e sulla realtà che vive. La rassegnazione
non deve essere superficiale, ma con angoscia, che
è l'atteggiamento filosofico di fronte al nulla della
vita (o dell'essere). Essere e nulla coincidono dal
punto di vista del nulla. Come si può vedere, il concetto
di morte viene usato da H. per impedire la vita, anche
se nelle sue intenzioni doveva servire solo per impedire
le illusioni sulla vita. In realtà, le conseguenze
del suo discorso sono disperate: "siccome c'è
la morte, nessuna esperienza liberante, se non quella
dell'angoscia per la morte, è possibile o merita d'essere
vissuta". Questa posizione è chiusa, intellettualistica,
aristocratica, pregiudizievole nei confronti di ogni
alternativa al sistema dominante. H. è qui un esistenzialista
con ambizioni metafisiche (tipicamente tedesche, e
quindi idealistiche). Il suo è il modo di vedere l'esistenzialismo
dal punto di vista di un tedesco idealista che non
può più credere nella metafisica tradizionale, in
quanto ne scorge le contraddizioni interne.
Il miglior H. è quello che sostiene
che la stessa metafisica impedisce di scorgere la
realtà dell'essere. Interessante anche il discorso
dell'essere come "luce" e il discorso del
silenzio come atteggiamento di ascolto nei confronti
dell'essere, ma questo discorso può anche portare
a una forma di irrazionalismo mistico.
http://www.homolaicus.com/teorici/heidegger/heidegger.htm