Rene' Descartes (1596-1650)
di Angelo Papi
1. ITER
BIOGRAFICO E INTELLETTUALE
1.1. La
formazione giovanile e la prima fase di ricerca
Descartes
ha delineato le tappe della sua formazione intellettuale
nel Discours de la méthode (1637), lungo
un periodo di circa ventanni, attraverso il
quale è divenuto "cartesiano". Una visione
retrospettiva non esente certo dal condizionamento
della riflessione matura in un tempo in cui, in possesso
di risultati ormai raggiunti, si cerca di definire
una linea giustificativa di sviluppo e di approdo.
Dal
confronto tra lexcursus autobiografico
del Discours de la méthode (1637) e
le altre fonti documentarie, risulta che lattendibilità
storica del primo soffre più di omissione e reticenza,
che di ricostruzione ideale.
Le
tappe rilevabili dalla ricostruzione autobiografica
possono ridursi alle seguenti:
1)
formazione al collegio di La Fléche;
2)
periodo dei viaggi;
3)
soggiorno definitivo in Olanda.
René
Descartes (Cartesius) nasce a La Haye in Turenna da
un consigliere al parlamento di Bretagna.
1.2. Formazione
al collegio dei gesuiti di La Fleche(1606/7-1614/15).
Secondo
la testimonianza di Descartes i suoi studi al collegio
dei gesuiti si svolsero nellarco di "quasi"
nove anni, e nove anni in effetti duravano complessivamente
i corsi: sei di umanità (grammatica e retorica) e
tre di filosofia.
Il
collegio di La Fléche era "una delle più celebri
scuole dEuropa", come dice Cartesio stesso.
I
corsi di filosofia (che comprendevano anche linsegnamento
della matematica e della fisica) seguivano in linea
di massima Aristotele nella interpretazione tomistica.
Cartesio non studiò mai la scolastica sui testi dei
grandi autori, ma sempre sui manuali e i commenti.
Descartes
include nel resoconto critico della sua formazione
giovanile anche gli studi di diritto allUniversità
di Poitiers.
La
rievocazione cartesiana ha unimpostazione critica
e si svolge in due tempi, secondo lo schema premesso
al brano autobiografico.
Prima
passando in rassegna le singole discipline, Cartesio
ne rileva gli aspetti positivi che potevano giustificare
il desiderio di apprenderle e linteresse di
applicarvisi. Poi riesaminandole nello stesso ordine,
adduce le ragioni per cui il loro studio ingenerò
invece insoddisfazione e delusione.
Le
considerazioni critiche sono di ordine generale ed
alludono ad un tipo di impostazione didattica che
mira più a procurare una cultura nozionale (eruditio)
che a formare un atteggiamento critico e soprattutto
a promuovere liniziativa personale nella ricerca.
Queste
sono le istanze che che Cartesio sottolinea anche
nel suo diario:
+
non solo sapere, ma trovare (invenire);
+
linvenzione si oppone a erudizione;
+
esercitandosi a trovare da sé ci si accorge che certe
regole dirigono lo spirito,, per cui
la ricerca non introduce affatto casualità nella vita
del pensiero.
Dalla
formazione collegiale Cartesio deriva soprattutto
una buona formazione matematica, che deve presumersi
anteriore alle iniziali ricerche fisico-matematiche
nel primo soggiorno in Olanda (1618-19).
1616
Consegue i titoli accademici in diritto canonico e
diritto civile allUniversità di Poitiers.
1.3. Periodo
dei viaggi (1618-28)
+
primo soggiorno in Olanda (1618-19): si arruola nellesercito
di Maurizio di Nassau nella guerra contro la Spagna
e stringe amicizia con lolandese Isaac Beeckman
che avrà un ruolo di grande rilievo sia nella formazione
del pensiero scientifico di Cartesio sia più in generale
nello sviluppo della ricerca nella prima metà del
XVII sec..
Da
questa amicizia nacque una intensa collaborazione
nella discussione e nella ricerca, che per la sua
impostazione si può ricondurre ad un orientamento
di massima, ossia il ricorso alla matematica, che
ha caratterizzato queste ricerche come "fisico-matematiche".
Cartesio volgerà di preferenza la sua attenzione alla
matematica e alla sua utilizzazione, sia nella soluzione
dei problemi fisici che in generale nellesame
delle questioni metodologiche ed epistemologiche.
Inverno
1619-20
Nellexcursus
autobiografico Descartes ci riporta allinverno
1619-20, che segnerebbe secondo la sua ricostruzione
un momento decisivo nello sviluppo della ricerca e
della riflessione filosofica.
È
a questo periodo che Cartesio fa risalire la decisione
di mettere in atto la revisione critica radicale delle
sue opinioni. Tuttavia, prima volle dedicarsi "a
fare il progetto dellopera che intraprendeva
e a cercare il vero metodo per pervenire alla conoscenza
di tutte le cose di cui sarebbe stata capace la sua
mente". Questo progetto doveva superare i limiti
della matematica e della meccanica, di cui si era
fin allora maggiormente, se non esclusivamente, interessato,
per estendersi allintero campo della filosofia.
Allinverno
1619-20 nellexcursus autobiografico
si riporta anche la formulazione delle massime della
morale provvisoria, formulazione che
sembra modellarsi quanto alla ricostruzione storica
cartesiana su quella dei precetti del metodo.
Dal
1620 al 1628 Cartesio dimorò quasi sempre in Francia,
spesso a Parigi, salvo il viaggio in Italia del 1623-24.
In questi anni conobbe il P. Marino Mersenne, che
diventerà suo amico fidatissimo e suo intermediario
con i dotti francesi quando Cartesio si sarà ritirato
in Olanda. Sotto le sue sollecitazioni, Cartesio,
in questo periodo parigino si dedicò particolarmente
allottica, ambito di ricerca al centro di interesse
nei circoli culturali dellepoca.
Nellinverno
1627-8, ritiratosi in Bretagna, attese alla stesura
delle Regulae ad directionem ingenii,
che furono pubblicate postume nel 1701 e che rappresentano
lo scritto più notevole tra quelli anteriori alla
prima pubblicazione di Cartesio con il Discours
de la méthode e i tre Essais
nel 1637.
Questo
trattato si compone di 21 enunciati o regole, di cui
solo le prime 18 sono commentate. Queste ultime vertono
senzaltro e in prevalenza su argomenti metodologici,
ma non esclusivamente: non sono di minor conto le
numerose considerazioni che attengono più direttamente
alla gnoseologia e alla epistemologia e certe impostazioni
tematiche che implicano un orientamento filosofico
più in generale.
1.4. Soggiorno
definitivo in Olanda (marzo 1629).
Nel
periodo che va dal 1630 al 1633 Cartesio si dedicherà
alla stesura della prima esposizione sistematica di
filosofia naturalistica su basi meccanicistiche, dal
titolo Il mondo o Trattato della luce
e LUomo. La parte sulluomo
doveva entrare nel grande trattato sul mondo: il che
vuol dire che Cartesio si proponeva di scrivere un
intero sistema del sapere. Cartesio rinuncerà a proseguire
e pubblicare questopera, nonostante lattesa
in particolare dellambiente culturale parigino,
in seguito della notizia della condanna romana del
22 giugno 1633 del Dialogo sui due massimi sistemi
di Galilei.
Infatti,
nel Mondo anche Cartesio sosteneva apertamente
la teoria copernicana di un movimento della terra
attorno al sole (sia Le Monde che LHomme
saranno pubblicati postumi).
Molto
del materiale di quei trattati, tuttavia, con in più
altre dottrine scientifiche che Cartesio aveva elaborato
in quegli anni, fu pubblicato nei Saggi del 1637:
La Diottrica, Le Meteore
e La Geometria, preceduti dal Discorso
sul metodo per ben guidare la propria ragione e cercare
la verità nelle scienze. Più la Diottrica, le Meteore
e la Geometria che sono saggi di questo Metodo,
che doveva servire come introduzione filosofica-metodologica.
Questopera, che dona allautore immediatamente
unenorme fama, suscita anche violente polemiche.
Lopera
non reca sul frontespizio il nome dellautore.
Doveva originariamente portare questo titolo: Il
progetto di una scienza universale che possa elevare
la nostra natura al suo massimo grado di perfezione.
Più la Diottrica, le Meteore e la Geometria, dove
le materie più curiose che lautore abbia potuto
scegliere, per dar prova della scienza universale
che egli propone, sono spiegate in modo tale che anche
quelli che non hanno studiato possano intenderle.
Era,
come si vede, un manifesto indirizzato non ai dotti,
ma a chi si serve soltanto della propria ragione.
E appunto per questo la lingua usata era il francese,
non il latino.
La
parola Discorso nel titolo, come lo
stesso Cartesio ebbe a spiegare, aveva lo steso valore
di "Prefazione" o "Avviso", in
quanto in questo scritto egli non aveva intenzione
di insegnare tutto il Metodo, ma solo di parlarne.
"Perché, come si può vedere da ciò che ne dico,
esso consiste più in una pratica che in una teoria".
Come
risulta dal titolo (che, in seguito diverrà il seguente:
Discorso sul metodo, per ben guidare la propria
ragione e cercare la verità nelle scienze),
lopera è una specie di preparazione a tre "saggi".
Infatti Cartesio dice al riguardo: "chiamo i
trattati che seguono Saggi di questo metodo,
perché credo che le cose che essi contengono non avrebbero
potuto essere trovate senza di questo: si può conoscere
per mezzo loro ciò che esso vale".
Il
Discorso si divide in sei parti:
1)
nella prima Cartesio passa in rassegna le scienze
e le arti che si insegnano al suo tempo, basate sulla
filosofia scolastica. Esse non sono tali da poter
assolvere al loro vero compito, quello di "distinguere
il vero dal falso";
2)
nella seconda parte si elencano le quattro regole
fondamentali di un metodo che potrà permettere di
superare i dubbi e le incertezze:
a)
dubbio metodico
b)
analisi
c)
sintesi
d)
enumerazione e controllo
3)
nella terza parte Cartesio affronta i problemi della
morale, che egli definisce "provvisoria"
perché deve immediatamente servire a dirigere le nostre
azioni dallistante stesso in cui, secondo la
prima regola del metodo, porremo tutto in dubbio e
andremo all ricerca della verità;
4)
nella quarta parte , lo scrittore affronta finalmente
la realtà con le leggi del suo metodo. A questo punto
si concretizza limpegno programmatico della
ricerca di una prima certezza e delle altre che da
essa logicamente conseguono, che possano rendere "vero"
luomo e la realtà che lo circonda.
a)
"Io penso, dunque sono"
b)
Dio esiste
c)
Il mondo esterno esiste.
La
quarta parte del Discorso, dunque, dedicata
all metafisica (e che tratta anche dellimmortalità
dellanima), ha unimportanza fondamentale
nellopera e in tutto lo sviluppo della filosofia
cartesiana (Cartesio ritornerà ampiamente sulla materia
nelle sue successive Meditazioni);
5)
nella quinta parte D affronta alcuni problemi di applicazione
del proprio metodo a questioni di fisica, in particolare
al funzionamento del cuore e alla circolazione del
sangue. Tutto il mondo materiale è retto da pure leggi
meccaniche, che si svolgono parallelamente a quelle
del pensiero, ma che sono completamente indipendenti
da esso. Il corpo umano è, in questo senso, per Cartesio,
una macchina;
6)
nella sesta parte, infine, Cartesio spiega di non
aver pubblicato una sua opera precedente (Il
Mondo o Trattato sulla luce) per timore di
provocare scandalo, mostrandosi favorevole alle teorie
copernicane (come Galileo) e di avere esitato, per
le medesime ragioni, nel pubblicare il Discorso.
Dopo
la pubblicazione del Discorso, che già
conteneva nella quarta parte una breve esposizione
della metafisica, Cartesio ne scrisse una più ampia
esposizione nelle Meditazioni, da lui
redatte tra il 1639 e il 1640, ma pubblicate solo
nel 1641.
Questopera
ha due parti ben distinte. La prima comprende il corpo
vero e proprio dello scritto cartesiano e si intitola:
Meditazioni riguardanti la Filosofia prima in
cui si prova chiaramente lesistenza di Dio e
la distinzione reale fra lanima e il corpo.
La seconda parte comprende alcune "obiezioni",
espressamente richieste dallautore, raccolte
dallamico Marsenne e scritte da filosofi illustri
e da scienziati dellepoca, come lArnauld,
il Gassendi, Hobbes ed altri (con le "risposte"
che Cartesio fornisce, quale approfondimento e arricchimento
del proprio pensiero filosofico). Essa si intitola:
Obiezioni fatte da persone dottissime contro
le precedenti meditazioni, con le risposte dellautore.
Ma,
mentre scriveva le Meditazioni e le
risposte, Cartesio continuava ad occuparsi di questioni
scientifiche, come attestano le lettere, e nel 1644
pubblicò i Principi di filosofia che
nella prima parte trattano di filosofia, ma nelle
altre parti contengono la sua "fisica" e
la sua biologia e fisiologia, ampliata poi nel Trattato
delle Passioni, del 1649.
Accusato
di ateismo dai teologi protestanti olandesi, viene
allontanato dallUniversità di Utrecht e condannato
allespulsione dal Consiglio municipale di quella
città, che si proponeva anche di far bruciare tutti
i suoi scritti. Viene salvato, unitamente alla sua
opera, per lintervento del principe dOrange
e dellambasciatore francese. Anche a Leyda,
dove si trasferisce, viene duramente e pubblicamente
attaccato.
Nel
1649, stanco di queste persecuzioni, decide di accettare
linvito della regina Cristina di Svezia e si
reca a Stoccolma, per assumere a corte la carica di
insegnante privato di filosofia. Ma nellinverno
del 1650 si ammala di una grave congestione polmonare
e muore a soli 54 anni.
Occorre
distinguere listanza di una morale provvisoria
dalla formulazione di determinate norme, quali quelle
che vengono presentate nella III parte del Discours.
Cartesio
quindi avanza ragionevoli norme di comportamento da
proporsi "per non restare irrisoluto nelle azioni
durante il tempo in cui la ragione lavrebbe
obbligato a esserlo nei suoi giudizi".
Essa
è una "morale par provision"
(una morale "di attesa") resa necessaria
dalle esigenze della vita pratica, indilazionabili,
in attesa dei risultati di una ricerca filosofica
alla cui luce queste massime possono risultare fondatamente
valide.
1)
"La prima massima era di obbedire alle leggi
e ai costumi del mio paese, continuando ad aderire
saldamente alla religione nella quale Dio mi ha fatto
la grazia di essere educato sin dalla mia infanzia,
e orientandomi in ogni altra cosa secondo le opinioni
più moderate e più lontane dalleccesso, che
fossero seguite in pratica dalle persone più sensibili
fra quelle con cui avrei dovuto vivere";
2)
La seconda massima prescrive di "essere il più
fermo e il più risoluto possibile nelle azioni di
seguire le azioni più dubbie, una volta determinatisi
per esse, con non minore risolutezza che se fossero
certe".
3)
La terza massima, che risente chiaramente dellinfluenza
stoica, così recita: "cercare sempre di vincere
me piuttosto che la fortuna e di mutare i miei desideri
piuttosto che lordine del mondo, e in generale
di abituarmi a credere che non vi è nulla che sia
interamente in nostro potere oltre ai nostri pensieri,
di modo che dopo aver fatto del nostro meglio riguardo
alle cose a noi esterne, quanto non riusciamo a fare
esorbita del tutto dalle nostre possibilità".
2. ASPETTO
ANALITICO E SISTEMATICO
2.1. Il
metodo cartesiano
Che
cosa si intende con metodo cartesiano?
La
tradizione critica ha stilizzato questa espressione
modellandola sul criterio dell"idea
chiara e distinta" e sul normale procedimento
deduttivo a partire dai primi principi di
per sé evidenti in una connessione ininterrotta di
ragioni o motivazioni.
Daltra
parte non disponiamo di alcun testo in cui Cartesio
abbia dato una esposizione sistematica e organica
di un metodo che possa definirsi in base a connotazioni
complete e inequivocabili come cartesiano.
Quanto
poi al Discours de la méthode i quattro
precetti sono piuttosto una decantazione di norme
metodologiche e lo stesso Cartesio dichiarava apertamente
i limiti di questo scritto.
Tuttavia,
al di là di queste riserve, le Regulae ad directionem
ingenii e la seconda parte del Discorso
sono i testi più significativi per tracciare le linee
portanti del pensiero metodologico cartesiano.
La
prima delle Regulae dice che il fine
degli studi deve essere quello di orientare lintelligenza
a pronunciare giudizi solidi e veri. Ma i "veri
e solidi giudizi" si ottengono non rivolgendosi
alle diverse cose conoscibili, ma rafforzando lo strumento
del conoscere, il lume della ragione. La metodologia
deve precedere la conoscenza delloggetto. Quindi
lo spirito (mens) deve rivolgersi innanzitutto
verso se stesso: il metodo è la prima condizione per
conoscere la verità.
Nelle
Regulae ricorrono due definizioni di
metodo, luna impostata sul concetto
di regola e norma, laltra sul concetto di ordine.
1)
"per metodo intendo delle regole
certe e facili, osservando le quali fedelmente non
si supporrà mai come vero ciò che è falso, e senza
inutili sforzi da parte della mente, ma con graduale
e continuo progresso della scienza si perverrà alla
vera conoscenza di tutte le cose di cui si è capaci";
2)
"tutto il metodo consiste nellordine
e nella disposizione di quelle cose cui deve rivolgersi
lattenzione della mente per trovare qualche
verità".
Le
due definizioni si completano a vicenda: lordine
prescritto nella seconda esplicita la natura del graduale
procedere secondo regole della prima.
Questa
insistenza sulla necessità di instaurare un nuovo
metodo nasce, come in Bacone e Galileo, dalla constatazione
della cattiva riuscita della filosofia. Nella Lettera
al traduttore francese dei Principi di filosofia
Cartesio chiarisce le ragioni del fallimento della
filosofia: la verità di una scienza dipende dal valore
dei principi sui quali essa si fonda; ora quelli che
si chiamano filosofi si sono sforzati di trovare i
veri principi, ma hanno in realtà assunto solo principi
non evidenti e "tutte le conclusioni che si deducono
da un principio non evidente non possono essere evidenti,
ancorché dedotte correttamente".
I
presupposti della metodologia cartesiana:
lindagine
sulla natura della conoscenza umana parte dai due
poli in essa implicati: il soggetto conoscente e loggetto
conosciuto.
Per
quanto riguarda il primo, "solo lintelletto
è capace di scienza"; e per il corrispettivo:
le cose conosciute, esse "devono essere considerate
solo in quanto vengono attinte dallintelletto".
Il
vero ed unico soggetto della conoscenza umana è quindi
la mente nettamente distinta dai sensi. Da questa
distinzione reale tra mens e corpus
si svilupperà la distinzione reale tra res cogitans
e res extensa.
La
mente umana è per natura predisposta ad avviare il
processo di conoscenza - "ha qualcosa di divino,
in cui i primi semi di pensieri utili sono stati immessi
in modo tale che spesso, per quanto trascurati e soffocati
da applicazioni disordinate, producono messi spontanee".
Questo
coincide con le osservazioni iniziali del Discorso
sulla uguaglianza naturale del "bon sens
ou raison" negli uomini e sulla esigenza
del metodo per applicarlo rettamente; "non basta
infatti essere dotati di ragioni; la cosa principale
è applicarla bene".
Come
abbiamo già detto in precedenza, due sono le fonti
principali per un apprezzamento del pensiero metodologico
cartesiano: le Regulae e lexcursus
autobiografico della seconda parte del Discorso.
Levidenza
Secondo
lexcursus i risultati dellindagine
metodologica si riducevano alla formulazione dei seguenti
quattro precetti.
1)
"Il primo era quello di non accogliere mai alcuna
cosa per vera, senza conoscerla con evidenza come
tale, vale a dire di evitare accuratamente la precipitazione
e la prevenzione; e di non includere nei miei giudizi
se non ciò che si presentasse alla mia mente con tale
chiarezza e distinzione, da non avere motivo alcuno
di metterlo in dubbio.
2)
Il secondo, di dividere ogni problema da esaminare
in tante parti possibili per meglio risolverlo.
3)
Il terzo, di condurre con ordine i miei pensieri cominciando
dagli oggetti più semplici e più facili a conoscere,
per salire poco a poco, come per gradi, fino alla
conoscenza dei più complessi e supponendo un ordine
anche tra quegli oggetti che non hanno alcun rapporto
di dipendenza naturale.
4)
E lultimo, di fare ovunque enumerazioni così
complete e rassegne così generali, da essere sicuro
di non aver omesso nulla".
La
formulazione di questi precetti deve ritenersi senzaltro
posteriore e la loro introduzione storica nel Discours
è lopera del filosofo di quarantanni,
tuttavia essa rispecchia piuttosto in sintesi le indicazioni
metodologiche esperite nei primi anni di ricerca e
sviluppate negli anni succesivi. Cartesio tenterà
di raccoglierle organicamente, utilizzando annotazioni
ed abbozzi redazionali, nelle incompiute Regulae
ad directionem ingenii.
Il
primo precetto converge con la II Regola nella limitazione
dellambito della conoscenza scientifica a quegli
oggetti di cui possiamo avere una conoscenza "certa
e indubitata". "Ogni scienza è conoscenza
certa ed evidente".
Il
primo criterio è quindi il criterio dellevidenza,
raggiunta attraverso il dubbio. Lo si potrebbe quindi
anche definire come il criterio della resistenza
al dubbio.
Levidenza
contrassegna la presenza intenzionale delloggetto
nellatto conoscitivo, la certezza, invece la
consapevolezza soggettiva di tale presenza.
Sul
criterio della resistenza al dubbio
si baserà tutta limpostazione del procedimento
deduttivo della I meditazione, sotto la denominazione
di dubbio metodico, ossia di procedimento
intenzionalmente programmato e disposto ad arte alla
ricerca dellevidenza autentica.
Connotazione
fondamentale del conoscere scientifico non è lapprendimento
mnemonico di un ordine di conoscenza già costituito,
ma il disimpegno consapevole del proprio potere conoscitivo
a conseguire la verità come conquista personale.
Tra
le discipline tradizionali considerate scienze, solo
due verificano effettivamente la definizione data
di scienza come conoscenza certa ed evidente: laritmetica
e la geometria, perché solo queste scienze hanno a
che fare con un oggetto così "puro e semplice"
che non possono essere rese incerte dallesperienza
(commento alla II Regola). Quindi esse si pongono
come paradigma, dalla cui analisi si può risalire
agli elementi costitutivi e alle condizioni della
scienza come tale.
Le
suddette scienze, inoltre si svolgono con i soli due
atti dellintelletto "per mezzo dei quali
possiamo pervenire alla conoscenza delle cose senza
timore alcuno di sbagliare": lintuizione
(intuitus e la deduzione.
La
chiarezza e levidenza, dice la II Regola, si
ha nelle proposizioni che sono oggetto di intuizione
o di deduzione. Le attività che ci portano
alla conoscenza sicura sono dunque solo due: intuitus
e deductio.
Lintuizione
è latto istantaneo e semplice con cui lintelletto
preso a sé nella sua natura di facoltà conoscitiva
distinta dai sensi coglie qualcosa che è di per sé
evidente.
In
opposizione all gnoseologia aristotelico tomistica
viene negata la continuità o derivazione della conoscenza
intellettiva da quella sensitiva attraverso lilluminazione
dellintelletto agente e dellastrazione
della forma intellegibile dai fantasmi o rappresentazioni
dellimmaginazione.
La
deduzione invece è latto con cui si conosce
con certezza qualcosa, di per sé non immediatamente
evidente, a partire da altre conoscenze.
Nella
deduzione si intuisce non solo ciascuna delle conoscenze
o proposizioni che si succedono nel processo, ma anche
il nesso che lega luna allaltra. Si direbbe
che la deduzione è intuizione in movimento. Ciò spiega
il duplice orientamento dellanalisi cartesiana:
per un verso diretta a caratterizzare e distinguere
la deduzione dallintuizione, per laltro
a rilevare lo stretto rapporto e a suggerire espedienti
metodologici atti a ridurre la deduzione allintuizione.
In fondo la differenza tra le due è solo di grado:
si tratta sempre di un vedere, ma quando
i passaggi sono molti, non si riesce ad averli tutti
presenti e bisogna fidarsi della memoria. La deduzione
dunque differisce dallintuizione, perché implica
un passaggio (motus) e una successione,
mentre nellintuito loggetto è tutto presente.
Per Cartesio, in sostanza il sapere si riduce al vedere.
Analisi
e sintesi
Se
veniamo al secondo a terzo precetto del Discorso,
vediamo che qui Cartesio ci illustra che cosa egli
intenda per analisi e sintesi.
Infatti,
se confrontiamo il secondo e terzo precetto del metodo
con quello che Cartesio dice nelle Risposte alle Seconde
Obiezioni mosse alle sue Meditazioni
sullanalisi e sulla sintesi, vediamo che Cartesio
chiama sintesi il metodo dei "geometri
antichi", cioè quello che parte dal semplice
(definizioni, assiomi, postulati) per arrivare al
complesso e analisi quello che risale
dal complesso al semplice.
Il
vero metodo per Cartesio, tuttavia, non è quello che
parte dallassioma per arrivare al teorema, che
parte dal più semplice per arrivare al complesso (vedi
gli Elementi di Euclide e i Secondi
Analitici di Aristotele): è invece quello
che, nella ricerca della soluzione di un problema
complesso, scopre il principio più universale, la
verità più semplice che permette di risolvere il problema.
Quando
poi il principio maxime simplex è scoperto
mediante lanalisi, allora, come dice il terzo
precetto del Discorso, si può e si deve
cercare quali ne siano tutte le possibili applicazioni.
La
sintesi è lordine con cui ricostruiamo
il processo, dopo che abbiamo scoperto una verità,
ma non è lordine in cui si scopre effettivamente
la verità.
Lanalisi
invece è quella che mostra la via per la quale la
verità è stata effettivamente scoperta.
3. LA FILOSOFIA
NATURALE. IL MECCANICISMO CARTESIANO
La
concezione cartesiana della natura è una concezione
meccanicistica, definibile essenzialmente nella duplice
riduzione della materia ad estensione e dei fenomeni
naturali a movimenti locali.
Essa
si inquadra in un vasto orientamento di pensiero che
si delinea e si sviluppa nella prima metà del XVII
sec., nellambito di un diffuso atteggiamento
critico-negativo nei riguardi della filosofia naturale
della scolastica di ispirazione aristotelica. Ma la
concezione meccanicistica cartesiana assume una sua
fisionomia particolare, partendo non da motivi empirici
ma da una rigida impostazione razionalistico-deduttiva
e sulla base di tesi metafisiche, riassumibili nella
"dottrina della creazione delle verità eterne".
Inoltre si estende a tutti gli esseri e fenomeni che
nella filosofia scolastica costituivano o caratterizzavano
il mondo organico vegetale e animale, omologandoli
nellindistinta categoria di sostanza corporea
estesa.
A
una prima esposizione sistematica della sua filosofia
naturale Cartesio attese tra il 1630 e il 1633 componendo
il trattato Il Mondo o trattato della luce,
trattato che lasciò incompleto.
Daltra
parte anche i primi due Saggi allegati al Discorso
trattavano argomenti che rientravano nel campo della
filosofia naturale. Pure incompleta rimase lesposizione
più ampia e sistematica che rese pubblica nel 1644
con i Principia philosophiae.
Già
nelle Regulae (1627-8) la dottrina della
conoscenza è orientata in senso meccanicistico. Tutti
i sensi sono "parti del corpo" e le sensazioni
modificazioni della loro forma esterna o "figura".
In
un contesto ugualmente gnoseologico prende avvio il
trattato Il Mondo, redatto qualche anno
dopo la stesura definitiva delle Regulae.
Cartesio non pone in dubbio lesistenza di una
realtà esterna al soggetto senziente, ma solo la corrispondenza
"oggettiva" tra sensazione e realtà esterna:
se la luce nella sua realtà è quale la vediamo. E
dallidea della luce passa senzaltro ad
un ordine di considerazioni più generale: il problema
della corrispondenza oggettiva si generalizza ed investe
tutte le rappresentazioni sensoriali.
Cartesio
si inserisce tra i primi, con Galilei e Hobbes, nella
complessa questione della distinzione delle qualità
sensoriali, che impegnerà filosofi e scienziati dalla
prima metà del XVII sec.. In linea di massima si distingueranno
le qualità che rispecchiano le proprietà oggettive
della realtà corporea da quelle che sono semplici
risultanze oggettive in seguito alla stimolazione
degli organi sensoriali da parte degli oggetti esterni,
secondo la terminologia adottata poi da Boyle e Locke
le qualità primarie dalle qualità
secondarie, salvo poi a identificare in concreto
quali delle qualità sensoriali sono da riportare al
primo e quali al secondo gruppo.
Per
Cartesio le sensazioni sono il linguaggio della natura,
il mezzo con cui si comunica a noi agendo sugli organi
sensoriali, ma, come le parole del linguaggio umano
rispetto alle cose che significano, non sono in un
rapporto di somiglianza con la natura e pertanto non
ce la rappresentano quale è in se stessa; la natura
quale è in sé non ci è manifestata dalle sensazioni
- modificazioni soggettive a stimoli esterni -, ma
dallintuizione dellintelletto, e nellintelletto
ci appare come pura estensione divisibile allinfinito
e suscettibile di movimento locale nelle parti che
ne risultano.
Per
comprendere come Cartesio giunga a livello concettuale
allidentificazione della materia con lestensione,
è necessario far riferimento alla discussione che
fa dei concetti di sostanza, attributo e modo
nei Principi di filosofia.
A
proposito del rapporto tra sostanza
e attributo Cartesio al §53 sostiene
che vi è una proprietà fondamentale - alla quale riserva
il nome di attributo - che costituisce
la natura e lessenza di una sostanza, e questo
è per i corpi lestensione, per le sostanze spirituali
il pensiero. Avendo detto che lattributo costituisce
lessenza di una sostanza, egli lo ha già identificato
con la sostanza stessa, ma ribadisce questa identificazione
affermando che fra sostanza e attributo cè solo
una distinzione di ragione e che il pensiero è la
sostanza pensante e lestensione è la sostanza
estesa. Galileo aveva detto "Il tentar lessenza
lho per impresa ... impossibile..." e aveva
affermato che ci si doveva limitare a cogliere "alcune
affezioni"; Cartesio invece afferma che una di
quelle che Galileo chiamava affezioni -lestensione-
costituisce lessenza dei corpi, e di qui tenta
di dedurre tutte le loro proprietà. Cartesio fa non
solo una fisica come scienza, ma una filosofia della
natura, poiché si propone di stabilire qual è il costitutivo
fondamentale della corporeità, e, facendo questo,
si oppone non solo a determinate teorie della fisica
aristotelica, ma anche alla teoria che caratterizza
la concezione aristotelica del mondo corporeo: la
teoria ilemorfica (della materia e della forma).
Secondo
la teoria ilemorfica non cè una eterogeneità
radicale fra mondo corporeo e mondo spirituale, poiché
in ogni ente cè un principio di unità, di determinazione,
di intellegibilità, che è la forma sostanziale. Lanima
umana non è che una forma sostanziale più perfetta
delle altre. Per Cartesio invece il corpo è soltanto
estensione, ed ogni principio di determinazione, di
unità, di attività è spirituale e comincia solo là
dove cè spirito, dove cè res cogitans.
[Lestensione
come essenza dei corpi]
Poiché
il mondo corporeo si riduce ad estensione, le qualità
non gli appartengono, e quindi non possono neppure
appartenere al "corpo sensitivo", come diceva
Galileo, non possono neppure essere realtà fisiologiche:
sono realtà psichiche, modi della res cogitans.
Il motivo per cui Cartesio nega realtà extramentale
alle qualità è che noi non sappiamo che cosa siano,
se "considerate come cose esistenti fuori della
nostra mente". Non ne abbiamo una "notizia
intrinseca", diceva Galileo, quindi eliminiamole
dalla fisica. Cartesio aggiunge: eliminiamole dal
mondo corporeo, e siccome colori, suoni, ecc:, ci
sono tuttavia presenti e non li possiamo eliminare
del tutto, trasferiamoli nel mondo dello spirito.
La
materia, quindi, non può essere se non lo stesso oggetto
formale della geometria, ossia lestensione a
tre dimensioni, le cui parti sono tra loro impenetrabili.
La materia intesa come pura e semplice estensione
ha le stesse proprietà dellestensione: di essere
divisibile allinfinito e di conseguenza di assumere
tutte le figure che si possono immaginare. Le parti
che ne risultano, di per sé inerti, sono suscettibili
di movimenti locali, ossia di disporsi diversamente
tra loro nello spazio. Dalla divisione e dalla ricomposizione
in atto delle parti estese solide si originano in
natura i singoli corpi, i cui rapporti vengono a definirsi
in base allo spazio e al luogo (interno ed esterno).
Tra estensione, spazio e luogo non vi è distinzione
reale, ma solo distinzione di ragione (vedi la II
parte dei Principia philosophiae). Lo
spazio infatti non è altro che lidea
generica dellestensione e il luogo non è altro
che lo spazio occupato dal corpo.
Altra
caratteristica fondamentale della concezione meccanicistica
cartesiana è la negazione del vuoto, identificato
con il nulla, il non-essere. Con questa assunzione
critica Cartesio si pone in contrasto non più con
la filosofia tradizionale di ispirazione aristotelica,
ma con le nuove correnti di ispirazione democritea.
Infatti
anche Aristotele negava il vuoto perché incompatibile
con la sua concezione del cosmo e in particolare con
la dinamica del movimento locale: nel vuoto non vi
sono "luoghi naturali" e quindi "moti
naturali" - i moti naturali si effettuerebbero
con velocità infinita, sarebbero istantanei e quindi
si annullerebbero (il vuoto viene quindi inteso come
assenza di resistenza) - i "moti violenti"
non potrebbero aver luogo, venendo meno lambiente
circostante propulsore al cessare della causa motrice
iniziale.
Lidentificazione
reale di sostanza corporea ed estensione , la cui
proprietà principale è la divisibilità allinfinito,
comportava il rifiuto dellatomismo, altro aspetto
fondamentale a differenziare il meccanicismo cartesiano.
Per Cartesio, tuttavia, la divisibilità allinfinito
della materia esclude gli atomi, ma non il darsi in
atto di particelle corporee estremamente piccole,
ulteriormente riducibili in seguito allurto
reciproco, prospettando così in definitiva una concezione
"corpuscolare" (non atomistica) della natura
materiale. Per questo aspetto corpuscolare il meccanicismo
cartesiano non mancò di essere frainteso e confuso
con latomismo democriteo.
[Il moto]
Esclusa
dalla natura ogni determinazione qualitativa, si capisce
che lunico tipo di mutamento sia il moto locale,
e questo si riduce ad una pura variazione di distanza,
quindi a qualcosa di relativo.
Le
parti della materia, quali che ne siano la forma e
le dimensioni, sono suscettibili di movimento locale,
e il movimento locale è lunico cambiamento reale
che si verifica in natura, oltre alle modificazioni
di figura e dimensioni, derivanti dallurto reciproco
delle parti e dalla conseguente loro frantumazione.
La materia è estensione e lestensione è sempre
omogenea a se stessa, anche se si frantuma in parti
più minute. Non più quindi mutamenti sostanziali,
quali la generatio e la corruptio,
e modificazioni accidentali, quali le alterazioni
qualitative della cosmologia scolastica.
Il
movimento locale, "trasporto o traslazione di
una parte della materia, o di un corpo, dalla vicinanza
di quelli che lo toccano immediatamente, e che noi
consideriamo in quiete, nella vicinanza di altri"
e la quiete (assenza o cessazione di movimento) non
sono che due diversi modi dessere o stati della
materia estesa. Ora, dato che non vi è spazio vuoto
in natura, il movimento di una parte della materia
comporta il movimento di altre parti, di quelle di
cui viene ad occupare il luogo esterno o sito e di
quelle che succedono nel posto che lascia. Quindi
"in ogni movimento deve verificarsi un circolo,
o anello, di corpi che si muovono insieme". Lo
sviluppo di questa tesi darà origine alla teoria dei
"vortici" o movimento in circolo di particelle
della materia, che diverrà una caratteristica fondamentale
della filosofia naturale cartesiana al punto di figurare
nella stessa denominazione come "filosofia dei
vortici".
La
materia in quanto estensione è inerte: il movimento
delle sue parti allorigine è dovuto allatto
creativo di Dio, che inoltre conserva nelluniverso
luguale quantità di moto che aveva allistante
della creazione. Questo sarebbe dovuto, per Cartesio,
allimmutabilità della volontà divina.
Cartesio
ha formulato tre leggi della natura,
sia nel trattato Il Mondo che nei Principi
di filosofia; le prime due contengono il principio
di inerzia e la terza il principio di conservazione
del moto:
1)
"La prima è che ogni cosa in particolare continua
ad essere, per quanto può, nello stesso stato e non
lo cambia mai se non per lincontro delle altre";
sia che si tratti di quiete che di moto: i due stati
sono equivalenti da questo punto di vista. Il movimento
di un corpo diminuisce e in definitiva cessa non per
natura, come se tendesse alla quiete - "la quiete
è infatti contraria al movimento, e nulla si porta
per istinto della sua natura al suo contrario, o alla
distruzione di se stesso" -, ma per lattrito
con gli altri corpi, anche se noi non ce ne avvediamo.
2)
"La seconda legge che osservo nella natura è
che ogni parte della materia presa singolarmente non
tende mai a muoversi secondo linee curve, ma secondo
linee rette, per quanto molte di queste parti siano
spesso costrette a deviare, poiché ne incontrano altre
nel loro cammino e poiché, quando un corpo si muove,
si determina sempre un circolo o anello di tutta la
materia che viene mossa insieme" (vedi la pietra
liberata dal movimento forzato di una fionda, che
tende a muoversi lungo la tangente).
3)
"La terza legge che osservo nella natura è che
un corpo che si muove e ne incontra un altro, se ha
meno forza per continuare a muoversi in linea retta
di quanta ne ha questaltro per resistergli,
perde la sua determinazione senza nulla perdere del
suo movimento; se invece ha più forza, muove con sé
questaltro corpo e perde del suo movimento tanto
quanto gliene dà". In questa terza legge rientrano
tutte le cause particolari di natura corporea che
determina mutamenti nei corpi.
Queste
tre leggi naturali sono state istituite da Dio stesso
come cause seconde dei movimenti particolari.
LA "MACCHINA
DEL CORPO UMANO" E LO STUDIO DELLA MEDICINA
Cartesio
mostrò interesse per la medicina sin dagli anni giovanili
della sua formazione. Un suo giudizio valutativo sulla
medicina già ricorre nel resoconto autobiografico
del Discours. Alle dissezioni anatomiche
attese, secondo la sua stessa testimonianza, sin dal
suo stabilirsi definitivamente in Olanda e la sua
corrispondenza è ricca delle osservazioni e dei risultati
raggiunti in questo campo di ricerche, che utilizzerà
non solo nelle opere maggiori, ma anche in scritti
specifici.
Alla
base delle sue considerazioni vi è la tesi tradizionale
- ma al di fuori dellimpostazione di forme sostanziali
e accidentali - della composizione unitaria di anima
e corpo, pur realmente distinti nella diversa natura.
Quanto al corpo luomo fa parte della realtà
materiale intesa come estensione. Il corpo umano è
una macchina come tutti i corpi organizzati delluniverso,
anche se macchina più complessa e più perfetta, e
coma tale ha funzioni proprie, distinte dalle operazioni
dellanima razionale, e le svolge indipendentemente
da questa e da ogni forma sostanziale, come lanima
vegetativa e lanima sensitiva della psicologia
scolastica. Le operazioni o funzioni del corpo umano,
di cui alcune possono essere determinate anche dallanima
razionale con un atto volontario, si svolgono in virtù
della conformazione e disposizione degli organi secondo
le leggi della natura, come ogni altro fenomeno naturale.
Come
in tutta la filosofia naturale cartesiana anche nella
spiegazione dei fenomeni della vita animale l"agitazione"
delle particelle svolge un ruolo di primaria importanza.
Ma la sua dinamica assume una configurazione particolare
per la rilevanza primaria del principio di ogni movimento:
il calore. Per dare vita al corpo umano Dio non ha
dovuto aggiungergli unanima vegetativa o sensitiva,
ma semplicemente provocare allinterno del cuore
questo calore che è allorigine di tutte le funzioni
del corpo umano.
Nella
concezione meccanicistica cartesiana la distinzione
tra vita vegetativa e sensitiva perde ogni carattere
di specificità che implichi una distinzione di valore
in correlazione a due principi formali, luno
subordinato allaltro: una sensazione o una passione,
a parte lesserne coscienti che comporta lunione
dellanima razionale, si spiega con gli stessi
principi meccanici che rendono ragione della fisiologia.
Se
luomo per la componente del corpo rientra nellambito
della natura materiale, ne è una parte e soggiace
alle stesse leggi meccaniche, tuttavia il suo comportamento
è irriducibile al comportamento degli animali, anche
di quelli più perfetti, mostrandosi non limitato e
condizionato come questo dalla conformazione degli
organi. Vie è in esso un aspetto innovatore che trascende
i quadri di ogni predeterminazione meccanica. Se si
costruisse un automa che riproducesse le stesse fattezze
e la stessa struttura di una scimmia e ne imitasse
le stesse operazioni, non avremmo alcun modo per distinguere
lanimale dalla macchina che lo imita. Non così
invece per un automa che fosse imitazione, per quanto
perfetta, di un essere umano. Avremmo sempre due criteri
per riconoscere che non siamo in presenza di un vero
essere umano.
Il
primo criterio è il linguaggio umano, non costretto
nei limiti di una rispondenza fissa fra segni articolati
e stimoli esterni o stati fisiologici, senza possibilità
di adattamento a situazioni nuove non previste, ma
volto a significare atteggiamenti che si adeguano
di volta in volta al mutare delle circostanze.
Il
secondo criterio è lagire umano in cui si riscontra
la stessa varietà e disponibilità del linguaggio al
variare delle situazioni. Il linguaggio e in generale
il comportamento umano suppongono un principio di
azione non meccanico, di cui gli animali mostrano
di essere privi, ossia la ragione.
Riducendo
lessere animale ad una macchina Cartesio venne
a trovarsi suo malgrado in una situazione paradossale.
Limmaterialità dellanima è una delle tesi
fondamentali del suo pensiero filosofico e come tale
costituì un argomento costante delle sue riflessioni
metafisiche, a partire dal "piccolo trattato"
del 1629. Questo interesse, unitamente a quello per
la dimostrazione dellesistenza di Dio, conferiva
per altro al suo sistema - tenuto anche conto dello
stretti legame delle due tesi: immaterialità e immortalità
- una valenza apologetica e in più di unoccasione
venne esplicitamente sollecitato il suo intervento,
quando non fu lui a prendere liniziativa, a
rispondere a libelli che screditavano o negavano punti
fondamentali della dottrina cristiana come questi.
Ma la sua concezione meccanicistica sembrava aprire
un varco alle posizioni divulgate dai "libertini":
Cartesio rischiava laccusa di favorire lateismo
o il sospetto di essere lui stesso ateo per il fatto
di mettere in evidenza argomentazioni contrarie alle
tesi in questione senza poi darne una valida confutazione.
Le
prime contestazioni si presenteranno in forma amichevole
a breve distanza dalla pubblicazione del Discours
de la méthode, ma le obiezioni assumeranno
un tono violento e astioso qualche anno dopo da parte
di alcuni teologi calvinisti delle università olandesi,
in difesa dei fondamenti della filosofia scolastica
che vedevano sovvertiti dalla "nuova filosofia".
4. LA METAFISICA
Cartesio
era persuaso che "tutta la filosofia [ossia tutto
il sapere] sia come un albero, le cui radici sono
la metafisica, il tronco è la fisica e i rami che
procedono dal tronco sono tutte le altre scienze ..."
e questo lo portò a costruire una metafisica che potesse
rispondere alle esigenze della sua fisica.
Cartesio
espose il suo pensiero metafisico in quattro opere
diverse nel giro di quindici anni circa:
+
nel "piccolo trattato di metafisica", redatto
in latino nel 1629 ma non portato a termine, e comunque
non pervenutoci,
+
nella IV parte del Discours de la méthode
(1637, vers. lat. 1644),
+
nelle Meditationes de prima philosophia
(1641-2, trad. fr. 1647),
+
nella I parte dei Principia philosophiae
(1644, trad. fr. 1647).
Stando
alle sue esplicite dichiarazioni, uno stretto rapporto
lega fra loro queste successive esposizioni, con una
posizione preminente delle Meditationes.
Negli
anni 1628-29, che segnano il passaggio dal soggiorno
parigino al definitivo stabilirsi in Olanda, matura
linteresse di Cartesio per i problemi fondamentali
della metafisica. Negli ultimi anni trascorsi a Parigi,
frequentando il circolo di Mersenne e mantenendosi
in rapporto con personalità religiose, come i padri
dellOratorio, dovette interessarsi al movimento
apologetico che cercava di contrastare il diffondersi
di quella cultura libertina, dalla complessa e non
sempre definibile caratterizzazione.
A
questo riguardo è importante il gruppo di lettere
che Cartesio scambiò con Mersenne nel 1630 sul tema
della "creazione delle verità eterne":
coinvolto dal religioso parigino nella confutazione
di certa libellistica libertina, chiarisce la sua
concezione della "Divinità" nei limiti dei
poteri della conoscenza umana e nel contempo definisce
i fondamenti della concezione meccanicistica della
natura, che veniva assumendo un rilievo preminente
nella sua riflessione filosofica.
Da
rilevare innanzi tutto lincerta determinazione
dellambito di queste verità eterne: da una accezione
lata, comprensive di ogni verità necessaria che non
si identifichi o faccia riferimento allessenza
divina (si tratti di principi razionali o di essenze
o proprietà di sostanze create), ad una accezione
restrittiva, in cui verità eterne e verità matematiche
diventano equivalenti. Nel definire lo statuto di
queste verità Cartesio deve conciliare lonnipotenza
di Dio con le proprietà che derivano dalla caratterizzazione
essenziale di queste verità, come la necessità, limmutabilità.
La soluzione cartesiana è rapportare tutte le verità
eterne allatto creativo di Dio. "È certo
che Dio è autore tanto dellessenza che dellesistenza
delle creature. Ora questessenza non è altro
che le verità eterne di cui discutiamo". "Le
verità matematiche, da voi chiamate eterne, sono state
stabilite da Dio e ne dipendono interamente, come
tutte le altre creature". Le verità eterne in
quanto create sono contingenti, ma se rapportate allimmutabilità
della volontà divina di Dio che le ha volute tali
possono dirsi eterne. Come conciliare la libertà della
volontà divina con la sua immutabilità e la conseguente
eternità di queste verità La mente umana è ora ai
limiti delle sue capacità, non le rimane che costatarli.
La
teoria della creazione delle verità eterne avrà un
suo sviluppo nella filosofia naturale. Ma ad essa
si richiamerà una delle interpretazioni circa lorigine
dellipotesi del genio maligno nelliter
del dubbio metodico delle Meditationes.
Nel
Discorso Cartesio riprendeva a trattare
le tesi fondamentali del "piccolo trattato di
metafisica", propriamente nella parte IV, nella
quale, come egli stesso dichiara nel preambolo dellopuscolo,
"si troveranno le ragioni con le quali si prova
lesistenza di Dio e dellanima umana, che
sono i fondamenti della mia metafisica". Se la
redazione del Discorso fu posteriore
a quella dei tre Saggi, questa IV parte,
che pur riteneva "la più importante", fu
"la meno elaborata di tutta lopera",
essendosi deciso ad aggiungerla solo allultimo,
dietro sollecitazione delleditore a finire lopera.
Ciò aveva contribuito a renderla "oscura",
oscurità che gli verrà contestata dalle prime conoscenze
del testo manoscritto.
Una
esposizione più analitica delliter
delle riflessioni metafisiche maturate nel corso di
un decennio fu la soluzione definitiva con la redazione
delle Meditationes de prima philosophia,
cui attese tra il 1639 e il 1640. I progetti editoriali
dellopera vennero a modificarsi nel tempo, soprattutto
in dipendenza dal fatto che Cartesio volle sottoporre
allesame di alcuni studiosi il testo manoscritto
e pubblicare unitamente alle sei meditazioni anche
le obiezioni avanzate e le sue risposte.
Cartesio
così esponeva lordine da lui seguito nelle sue
opere, e in particolare nelle Meditationes:
"Si deve notare, in tutto ciò che scrivo, che
io non seguo lordine delle materie, ma solo
quello delle ragioni: vale a dire, io non intraprendo
a dire in uno stesso luogo tutto ciò che attiene ad
una materia, per la ragione che mi sarebbe impossibile
provarlo a dovere, dato che alcune ragioni devono
essere dedotte molto più lontanamente di altre",
ossia dato che le motivazioni di quanto si afferma
di un determinato argomento si riportano a procedimenti
dimostrativi diversi, o le cui premesse nelle serie
deduttive sono tra loro dislocate a distanze diverse.
"Ragionando invece per ordine dalle cose più
facili alle più difficili, deduco ciò che posso ora
per una materia ora per unaltra; è questo secondo
me il vero cammino per trovare ed esporre debitamente
la verità".
Lordine
irreversibile delle ragioni è lordine del nostro
conoscere razionale, è lordine che si stabilisce
nella ricerca umana della verità, nelle conoscenze
che si succedono razionalmente dal più semplice al
più difficile (ordo cognoscendi), non
lordine che rispecchia la realtà delle cose
quali sono in se stesse, indipendentemente dalla conoscenza
che ne possiamo avere (ordo essendi).
Tuttavia lordine del nostro conoscere non è
svincolato dal reale stesso, per cui rappresenta anche
un iter metafisico, è un disvelamento
graduale e parziale dellessere le cui tappe
sono segnate dalle esigenze consequenziali della natura
razionale del soggetto.
"Meditationes
de prima philosophia" (Ia ed.:1641 e 2a ed.:1642)
I
meditazione: Atteggiamento critico e dubbio metodico
Il
riassunto (Synopsis) premesso da Cartesio
stesso alle Meditazioni dice che nella
I meditazione sono esposte "le ragioni che abbiamo
di dubitare generalmente di ogni cosa e particolarmente
delle cose materiali, almeno finché non avremo altri
fondamenti del sapere, diversi da quelli che abbiamo
avuto finora". E aggiunge che il dubbio è utile
per allontanare o distaccare lo spirito dai sensi.
Si badi a quell e particolarmente delle
cose materiali e alla necessità del distacco
dai sensi. Sappiamo infatti che lesperienza
sensibile è apparsa a Cartesio - fin dalle Regulae
- la fonte più infida del sapere.
Il
dubbio nasce dallesperienza dellerrore.
Più volte Cartesio si è soffermato ad analizzare i
riflessi negativi della humana conditio
nella formazione del conoscere, e in generale del
comportamento, a partire dalla prima infanzia.
Tutta
una serie di opinioni si è venuta formando senza il
controllo della ragione; lassuefazione e labitudine
non solo hanno loro assicurato una parvenza di evidenza
ma hanno ingenerato una persuasione difficile da rimuovere,
al punto che la conclusione certa ed evidente di una
dimostrazione razionale in contrasto con unopinione
radicata può indurre assenso ma non convincere ipso
facto, ossia modificare latteggiamento
complessivo del soggetto nelladesione alla nuova
idea.
Il
superamento delle idee dubbie o solo probabili, si
effettua gradualmente al confronto delle idee evidenti
che emergono nel maturarsi della riflessione critica
e segnano le tappe di uno sviluppo non sempre databili.
Da questa evoluzione distesa nel tempo viene a distinguersi
un momento cruciale, episodio emblematico nelliter
metafisico, insieme riassuntivo rispetto allatteggiamento
critico del passato e di svolta radicale rispetto
al sapere tradizionale: linstaurazione del dubbio
metodico, che adombrato allinizio dellesposizione
delle tesi metafisiche nella IV parte del Discorso,
viene sviluppato nelle Meditationes
(I Meditazione e inizio della seconda), in un contesto
programmato che richiama quello delle riflessioni,
nella solitudine della "stanza riscaldata"
di Neuburg, sulle norme del metodo da seguire nella
ricerca della verità e della morale provvisoria.
Il
rovesciamento delle opinioni acquisite si effettua
con un procedimento disposto ad arte, o dubbio metodico,
che si basa sulla resistenza al dubbio nella ricerca
dellevidenza autentica, secondo la prima regola
del metodo: "non includere nei miei giudizi se
non ciò che si presenti nella mia mente con tale chiarezza
e distinzione, da non avere motivo alcuno di metterlo
in dubbio". Il dubbio metodico è radicale in
quanto risale alle radici o fonti del conoscere, ed
universale per la sua estensione. Unaltra nota
lo contrassegna sin dallinizio, anche se verrà
accentuandosi: lessere iperbolico, ossia leccedere
nella valutazione delle ragioni del dubitare, nel
ritenere che un errore sia sufficiente a screditare
tutto un ordine di conoscenza, ma soprattutto nellassimilare
nel secondo tempo del procedimento dubitativo il dubbio
al falso.
Questa
impostazione del dubbio metodico, che nella IV parte
del Discorso è drasticamente iperbolica
sin dallinizio, verrà contestata particolarmente
da Gassendi e Leibniz.
Da
rilevare inoltre un duplice cambiamento lungo il decorso
del dubbio metodico. Il problema della verità subisce
una modifica dimpostazione: nella fase relativa
alle rappresentazioni sensoriali è in questione la
loro corrispondenza alla realtà esterna, in quella
riguardante le conoscenze di ordine intellettivo,
come quelle matematiche, è in gioco la loro validità
oggettiva, a prescindere da alcun riscontro in natura.
Inoltre si passa dalle ragioni di dubbio di ordine
naturale, in cui si considerano direttamente le capacità
conoscitive quali si rivelano nella loro attività,
a quelle di ordine metafisico, sullorigine della
natura umana e sul suo autore; questo passaggio consente
di distinguere due momenti nel procedimento dubitativo
considerato nel suo insieme.
1)
Le ragioni di dubbio che Cartesio adduce nel primo
tempo sono desunte dai testi classici dello scetticismo,
ma con diversa impostazione e con diversa finalità:
"non che con questo imitassi gli scettici che
non dubitano che per dubitare ed ostentano di essere
sempre irresoluti; al contrario, tutto il mio disegno
non tendeva che ad essere certo". Cartesio non
intende affidarsi ad una certezza, senza esigerne
i titoli di credito.
Cartesio
non prende ad esaminare singolarmente ciascuna opinione,
ma inizia con lindagare "i principi sui
quali si fondano tutte le opinioni ricevute",
ossia le fonti del conoscere: "tutto ciò che
finora ho ammesso per estremamente vero lho
ricevuto dai sensi; ma ho costatato che talora i sensi
mi ingannano, e la prudenza insegna a non fidarsi
mai interamente di coloro che ci hanno ingannati sia
pure una volta". Il dubbio esteso a tutte le
rappresentazioni di ordine sensoriale, sia dei sensi
esterni che dellimmaginazione che ne dipende,
viene confermato dalla mancanza di "indizi sicuri
per distinguere la veglia dal sonno", le rappresentazioni
che riteniamo provocate dallesterno dalle rappresentazioni
oniriche o in generale dalle allucinazioni, e coinvolge
in conseguenza tutte le scienze che si basano sulle
rappresentazioni sensoriali che si presumono reali,
come la fisica, lastronomia, la medicina. E
non si arresta neppure dinanzi alle rappresentazioni
semplici, non soggette a indebita composizione dellimmaginazione,
né alle proposizioni generali, come quelle dellaritmetica
e della geometria, non legate allesistenza o
meno di oggetti che le verifichino, per il porsi di
una estrema ragione di dubbio, il dubbio sulla stessa
origine sullautore della natura umana, che lavrebbe
conformata in modo tale da ingannarsi anche rispetto
a ciò che appare certo ed evidente. Questultima
istanza dubitativa, che riassume per la sua radicale
impostazione tutti i dubbi precedenti, comporta una
riformulazione del dubbio metodico con accentuazione
del carattere iperbolico (si rigetta "tutto ciò
che comporta il minimo dubbio come se [...] fosse
risultato completamente falso") a partire dallesistenza
del mondo esterno e del proprio corpo fino allevidenza
intrinseca delle proposizioni matematiche.
2)
In questo secondo momento del procedimento dubitativo
che prende in considerazione lautore della natura
umana, Cartesio si richiama per prima a una vetus
opinio: "ho impressa nella mente unantica
opinione, secondo la quale esiste un Dio che può tutto
e dal quale sono stato creato così come sono".
Nellesposizione di questa opinione si sottolinea
lattributo della potenza illimitata, che comporterebbe
anche il potere di ingannare. Alla vetus opinio
Cartesio sostituisce lipotesi del "genio
maligno": "supporrò [...] che non lottimo
Dio, fonte di verità, ma un genio maligno, e per giunta
estremamente potente e astuto, abbia posto in atto
tutta la sua abilità nellingannarmi". Nel
corso del dubbio iperbolico si deve quindi tener conto
di tre figure: la vetus opinio di un
Dio onnipotente, lidea dellottimo Dio
e lipotesi del genio maligno.
Il
dubbio metodico trova il suo limite proprio nellaccentuazione
massima del suo carattere iperbolico con il conseguimento
della prima verità incontrovertibile, ossia di una
verità che gli resiste incondizionatamente: "[...]
vi è un impostore estremamente potente, estremamente
astuto, che si adopera ad ingannarmi sempre. Dunque
non vi è dubbio che anchio esisto, se egli mi
inganna; e mi inganni quanto può, tuttavia non sarà
mai in grado di far sì che io non sia nulla, finché
penserò di essere qualcosa. Di modo che, esaminata
attentamente ogni cosa più del dovuto, in definitiva
si deve ritenere saldamente che questa proposizione
io penso, io esisto è necessariamente
vera ogniqualvolta viene da me espressa o concepita
con la mente".
II
meditazione: "Cogito" e "regola generale"
dellevidenza.
Spazzato
così il terreno da ogni residuo di sapere tradizionale,
Cartesio, nella II meditazione, comincia a costruire
il nuovo edificio del sapere. Anche nellipotesi
che vi sia "non so quale ingannatore, sommamente
potente e astuto", non posso dubitare della mia
esistenza.
Lo
statuto dellaffermazione: io penso, io
esisto, che emerge dal dubbio metodico come
prima verità assoluta irrefutabile, è quello di pura
intuizione e non di conclusione di un ragionamento.
In altre parole: nella coscienza del pensare è implicita
la coscienza dessere. "Quando qualcuno
- osserva Cartesio agli autori delle II Objectiones
- dice: "io penso, dunque sono o esisto",
non conclude la sua esistenza dal suo pensiero come
in virtù di un sillogismo, ma lapprende come
una cosa di per sé nota con la semplice intuizione
della mente". Se così non fosse, se si trattasse
invece di sillogismo, allora presupporrebbe, contrariamente
allimpostazione del dubbio universale, delle
premesse valide.
Pertanto
le locuzioni donc, ergo
che ricorrono in alcune formulazioni del cogito
non possono avere valore illativo, ma essere segni
di una presa di coscienza del nesso necessario tra
il mio pensare e il mio esistere attuale, non in una
considerazione astratta, ma nella mia esperienza diretta.
Lincidenza
nel cogito della dimensione ontologica,
per lo stretto connubio tra pensiero ed essere, comporta
non una sua semplice analisi formale, ma il suo configurarsi
in una realtà sostanziale. "Ora io non ammetto
altro se non ciò che è necessariamente vero; sono
quindi precisamente soltanto una cosa pensante, cioè
una mente o animo o intelletto o ragione [...] E che
cosè una cosa pensante? È una cosa che dubita,
che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che
immagina anche e che sente".
[Che
cosa sono io]
A
questo punto si tratta di vedere che cosa sono,
o meglio, che cosa sono certo di essere.
È necessario vedere innanzitutto di che cosa io possa
o meno dubitare in me stesso.
Il
secondo tema prende lavvio dal persistere della
persuasione che le cose corporee, ossia ciò che cade
sotto i sensi si conosca più distintamente della parte
di me stesso che non cade sotto limmaginazione.
Cartesio svolge una serie di considerazioni in cui
mette in evidenza la possibilità di dubitare di tutto
il dominio del sensibile, giungendo però a distinguere
tra il carattere dubbio del sentito
dallevidenza in atto del sentire:
anche se ciò che sento non esiste, è pur vero che
mi par di vedere, udire, sentir caldo.
Ma in questo senso il sentire si riduce al pensare.
Cartesio quindi ritorna a ribadire loriginaria
affermazione del cogito. Il percepire
qualsiasi corpo conferma lesistenza del soggetto
che la percepisce, ma comporta anche e soprattutto
unaffermazione di principio: se "i corpi
vengono percepiti non per la ragione che si tocchino
o si vedano ma soltanto perché vengono colti dallintelletto
(intelligantur) [...] nulla può essere
percepito da me più facilmente o più evidentemente
della mia mente". "Sono certo di essere
una cosa pensante". Questa conoscenza che si
sottrae ad ogni possibilità di dubbio mi consente
a sua volta di conoscere cosa si richieda perché io
sia altrettanto certo di altre conoscenze. "In
questa prima conoscenza non si riscontra altro che
una percezione chiara e distinta di ciò che affermo;
ora, questa percezione non sarebbe sufficiente a rendermi
certo della verità della cosa, se si potesse dare
che fosse falso ciò che venissi a percepire così chiaramente
e distintamente. Pertanto mi sembra di poter stabilire
come regola generale che è vero tutto
ciò che percepisco molto chiaramente e distintamente".
III
meditazione: Dimostrazione dellesistenza di
Dio "ab effectibus".
[Il
criterio di verità]
Nella
terza meditazione, prima di procedere ad indagare
se esistano altre realtà, oltre a me come soggetto
pensante, Cartesio si domanda perché
è certo di essere una cosa pensante. E risponde: perché
percepisco chiaramente e distintamente quello che
affermo.
Dunque
posso assumere come regola generale che tutto ciò
che percepisco chiaramente e distintamente è vero.
Ma
anche le verità matematiche sono chiare e distinte,
eppure Cartesio le ha sottoposte al dubbio. Perché?
Per quellipotesi del Dio onnipotente e ingannatore.
Certo, un tale Dio o genio, non potrebbe mai "fare
in modo che io non sia mentre penso", ma sulla
possibilità di estendere la regola generale o principio
dellevidenza oltre la certezza dellio
pensante grava tuttavia lipotesi, non ancora
dissolta, di un dio ingannatore. Per quanto possa
essere tenue la ragione di dubbio che poggia su questa
ipotesi, non si potrà essere certi di alcunaltra
conoscenza se non si avrà risposto a questi interrogativi
fondamentali: esiste Dio? ammesso che esista, può
ingannare e ingannarmi?.
Due
sono in definitiva le prove con cui Cartesio dimostra
lesistenza di Dio:
1)
la prima viene da lui denominata ab effectibus
ed esposta nella III meditazione,
2)
la seconda, abitualmente detta ontologica, nella V
meditazione. Entrambe partono dalla considerazione
dellidea di Dio presente insieme ad altre idee
nella res cogitans. Ma mentre la prima
si basa sul raffronto dellidea di Dio con quella
della res cogitans e sul ricorso al
principio di causalità, nella seconda si considera
lidea di Dio in se stessa e si tien conto delle
due categorie: essenza ed esistenza.
[Lesistenza
di Dio - Primo argomento]
Il
punto di partenza non potrà essere che lio
con le sue cogitationes, poiché il resto
non si sa ancora se esista.
Lindagine
su Dio, sulla sua esistenza e la sua natura, si inquadra
quindi in un contesto più generale di ricerca: "esistono
fuori di me" - cosa pensante che ha delle idee
- "alcune delle cose di cui ho in me le idee?",
e costituisce la tappa ulteriore delliter
metafisico cartesiano, in cui si tende al superamento
della barriera del solipsismo e ad affermare una realtà
transubiettiva, che trascenda lio pensante,
partendo dallesame delle idee stesse, non in
quanto sono puri e semplici "modi di pensare",
ma quanto al loro contenuto o alla loro apparente
origine.
Delle
idee che sono in me alcune si presentano come immagini
o rappresentazioni di cose e sono esse a doversi chiamare
propriamente idee. Altre invece esprimono un modo
dessere od operare dellio, quali sono
le idee di passioni, volizioni, giudizi.
Delle
idee propriamente dette alcune sembrano essere innate,
ossia provenire dalla mia stessa natura, come lidea
di verità, quella di pensiero; altre sembrano derivate
dal di fuori; altre sembrano essere fatte o formate
da me stesso. Queste tre categorie di idee vengono
chiamate rispettivamente idee innate, idee avventizie,
idee fattizie. Cartesio individua nellesame
delle idee, se si prescinde da quelle che sono palesemente
formate o inventate dallio, le idee fattizie,
la "via per indagare se esistono altre cose fuori
di me". E le esamina dal punto di vista del loro
contenuto, ricorrendo - con un procedimento innovativo
- a due categorie scolastiche ma con accezione diversa:
realitas objectiva e realitas
formalis, e al principio di causalità, che
estende ed applica in contrasto con il pensiero tradizionale.
Tutte
le idee possono essere considerate o in quanto sono
"modi di pensiero" o in quanto mi rappresentano
qualche cosa. Cartesio, seguendo la terminologia scolastica,
chiama realtà formale quella delle idee
come modi cogitandi e realtà oggettiva
quella delle idee in quanto rappresentano un oggetto.
In altri termini: se la "realtà formale"
di unidea è quella di essere un modus
cogitandi, la sua "realtà oggettiva"
è quella di essere un cogitatum. Ora,
in quanto modi cogitandi, le idee sono
tutte della medesima stoffa; nella loro realtà oggettiva,
invece, sono molto diverse fra loro: quelle che mi
rappresentano sostanze hanno più "realtà oggettiva"
di quelle che mi rappresentano modificazioni; lidea
di Dio ha più realtà oggettiva dellidea di una
sostanza finita.
Ora
Cartesio applica alle idee un principio che ritiene
evidente, e cioè che la causa deve contenere in sé
almeno tanta realtà quanta ne contiene leffetto,
e argomenta così: la causa di una idea deve contenere
in sé almeno tanta realtà formale quanta è la realtà
oggettiva dellidea. Ora io, che sono una sostanza
pensante, contengo in me tanta realtà quanta è quella
contenuta in tutte le cose delle quali ho idee - allinfuori
di una: lidea di Dio.
Lestensione
del principio di causalità alla realtà oggettiva delle
idee postula cause che siano ad essa adeguate. - Potrei
quindi essere io stesso la causa delle idee dei corpi,
degli altri uomini, degli angeli; ma non posso essere
io la causa dellidea di Dio che è lidea
di una sostanza infinita, mentre io sono finito. Dunque
deve esistere una sostanza infinita sommamente intelligente
e potente, come causa dellidea che ne ho.
Lidea
di Dio che sottende alla dimostrazione dellesistenza
di Dio non è da confondersi con quell"antica
opinione, secondo la quale esiste un Dio che può tutto
e dal quale sono stato creato così come sono".
Questa opinione sarebbe, nella terminologia cartesiana,
unidea avventizia, acquisita "solo per
il fatto che abbiamo udito enunciare su Di alcuni
attributi", ma essa rimanda inevitabilmente ad
una idea innata che mi si rivela nellesperienza
della mia imperfezione e finitezza, quale è attestata
dal mio dubitare. Per Cartesio la consapevolezza della
propria finitezza e imperfezione è riflesso della
stessa idea innata di Dio. Lidea di Dio, non
avventizia, né fatta da me, è nata con me, è innata,
come lidea di me stesso, non nel senso che sia
una rappresentazione chiaramente formulata sin dallinizio
del mio essere come pensiero e sempre presente come
tale alla mente, ma nel senso che "abbiamo in
noi stessi la facoltà di produrla". Non si tratta
certo del produrre arbitrario, e quindi intenzionale,
che caratterizza la formazione dellidea fattizia
avvalendosi di elementi precostituiti, ma dellattività,
direi spontanea, della res cogitans
conforme alla sua natura come creata da Dio a sua
somiglianza.
[Rilievi
critici]
A
questa prova cartesiana dellesistenza di Dio,
muove obiezioni il teologo olandese Johan de Kater
(Caterus), lautore delle Prime obiezioni. Catero
domanda: che cosè la realtà oggettiva di una
idea? cosa vuol dire essere oggettivamente
nellintelletto? Per Catero non è altro che lessere
pensato di una cosa, lessere termine, a modo
di oggetto, di un atto di intellezione. - Ora lessere
pensato non aggiunge nulla alla cosa pensata, non
è un ente reale, q quindi non ha causa. Cartesio risponde:
se si presuppone già lesistenza di cose distinte
da me che le penso, si potrà dire che la loro presenza
nel pensiero non aggiunge loro nulla, che è una denominatio
estrinseca alle cose stesse; ma se si parte
dalle idee, si deve ammettere che il loro "essere
oggettivamente" è qualche cosa; è un "modo
di essere molto più imperfetto di quello per cui le
cose esistono al di fuori dellintelletto, ma
tuttavia non è un nulla". Dice inoltre Cartesio:
se uno pensa questo piuttosto che questaltro,
se uno pensa, ad es., una macchina molto ingegnosa,
debbo chiedermi perché la pensa, e non
sarei soddisfatto se uno mi rispondesse: siccome lesser
pensato non è un essere reale, non cè una causa,
un perché di esso. Dovrei invece dare una di queste
risposte: o perché ha visto la macchina reale, o perché
ne ha vista una simile, o perché lha inventata
con le sue conoscenze di meccanica; ossia perché lha
prodotta o è capace di produrla. Ora io pensante,
imperfetto, non posso produrre Dio.
IV
meditazione: Del vero e del falso.
Riflettendo
sulla certezza della propria esistenza come res
cogitans, Cartesio ha ricavato il criterio
di verità (chiarezza e distinzione); adoperando
questo criterio ha formulato un principio (leffetto
non può contenere più realtà di quanta ne contenga
la causa), e, applicando tale principio allidea
che abbiamo dellessere infinito, ha dimostrato
lesistenza di un tale Essere, cioè di Dio. Ora
dallesistenza di Dio cercherà di inferire altre
verità.
Ma
prima ancora di inferire altre verità indaga nella
IV meditazione, sulla conoscenza della verità in generale
e sul motivo dellerrore.
Il
dubbio metodico con le acquisizioni delle prime verità
fondamentali sullio pensante e su Dio ha perduto
gradualmente il suo carattere di universalità, di
estendersi a tutte le opinioni. Il dubbio comunque
persiste, anche se non più radicale ed iperbolico
nella formulazione imposta dallipotesi del genio
maligno, almeno finché non si risolve il problema
della natura e dellorigine dellerrore
nella conoscenza con il quale il dubbio è strettamente
connesso. La soluzione va cercata nellanalisi
delle conoscenze certe già conseguite nelliter
che riguardano lio e il suo creatore.
Dio,
infinitamente perfetto, non può ingannarci; dunque
quando adoperiamo la facoltà di giudicare - che ci
è data da Dio come tutto il nostro essere - non possiamo
ingannarci, se la adoperiamo bene.
E
allora come mai qualche volta sbagliamo?
Un
primo tentativo di risposta è che noi siamo realtà
finite, ed essere finiti vuol dir essere,
in certo modo, fra Dio e il nulla; ora in quanto abbiamo
lessere, abbiamo solo qualità positive, ma in
quanto partecipiamo del nulla possiamo cadere in errore.
Ma questa risposta non soddisfa, perché lerrore
non è una semplice negazione, ma una privazione; ossia:
il mio essere limitato può spiegare la mia ignoranza,
ma non spiega lerrore, che è lassenso
dato a ciò che non è "chiaro" (non è dato,
non è presente).
Allora,
dice Cartesio, riflettendo meglio su me stesso mi
accorgo che lerrore dipende da due cause:
dalla facoltà di conoscere e dal libero arbitrio:
dallintelletto e dalla volontà.
Lintelletto
presenta soltanto idee, quindi non può sbagliare.
Con il solo intelletto percepisco le idee con cui
posso formare un giudizio, le idee che posso affermare
e negare. In esso in quanto tale non può riscontrarsi
in quanto tale alcun errore. Lintelletto percepisce
o no, ha delle idee o non ne ha. Che la realtà sia
immensamente più ampia delle mie idee, che io ne abbia
quindi pochissime rispetto alla realtà, non è un errore,
ma solo un limite della mia conoscenza. La mia libertà,
invece, in certo senso, non ha limiti: la libertà
non è maggiore in Dio che in me, "poiché consiste
solo in questo: nel poter fare o non fare una cosa
(cioè nel poter affermare o negare, perseguire o fuggire
un oggetto) ... sì da non sentirci determinati da
nessuna forza esterna". Quello che è essenziale
alla libertà è il non essere determinati da una forza
esterna; una propensione che venga da
me, dallinterno, non toglie la libertà: anzi,
una conoscenza evidente che mi determini allassenso
o una grazia divina che mi disponga a voler non tolgono
la libertà, ma la rafforzano. Quanto più la libertà
è decisa, tanto più è libera; lindifferenza
(cioè lesitazione) è linfimo grado di
libertà.
Ora,
proprio perché la volontà ha una sfera più ampia dellintelletto,
essa può assentire anche a ciò che lintelletto
non vede: posso voler affermare più di quello che
vedo. Lerrore è dovuto, dunque, da una trasgressione
della volontà: è un fatto ateoretico.
La
causa dellerrore non può risiedere nelle facoltà
per sé considerate che hanno Dio per autore: ciascuna
esplica una attività specifica, nella quale non può
errare, se debitamente svolta, ossia in conformità
alla sua natura. Atteso che "come sappiamo per
luce naturale la percezione dellintelletto deve
sempre precedere la determinazione della volontà",
la causa dellerrore è nel modo indebito da parte
mia di usare le due facoltà nel giudizio, nel non
contenere la volontà che è più ampia dellintelletto
nei limiti delle percezioni chiare e distinte presentate
dallintelletto, nellestenderla anche alle
cose che non intendo o che percepisco confusamente
e rispetto alle quali non dovrei non essere che indifferente.
Da questa analisi dellorigine e della causa
dellerrore segue una indicazione metodologica
fondamentale. Quando non percepisco chiaramente e
distintamente qualcosa, se mi astengo dal giudicare
agisco rettamente e non corro alcun rischio di sbagliare.
V
meditazione: Dellessenza delle cose materiali
e della dimostrazione dellesistenza di Dio "a
priori".
Dopo
aver indicato la causa dellerrore, Cartesio
si domanda nella V meditazione cosa possiamo sapere
con certezza delle cose materiali.
Chiara
e distinta è lidea dellestensione, delle
sue parti, figure, posizioni; del moto locale, della
durata. Su queste idee posso formulare proposizioni
evidenti, posso dedurre da queste altre proposizioni
particolari e conoscere quindi moltissime verità che
sono indipendenti dallesistenza di oggetti fuori
di me: anche se, infatti, non esistesse nulla fuori
di me, sarebbero sempre validi i teoremi della geometria.
Queste verità dipendono dalla natura di certe idee,
le quali non sono foggiate da me, ma hanno "vere
ed immutabili nature".
In
questa meditazione appare riformulata schematicamente
la concezione meccanicistica della natura corporea,
ma questa volta sulle basi ontologiche dellevidenza
- "ho già dimostrato ampiamente che tutte le
cose che conosco chiaramente [e distintamente]
sono vere" -. Qui occorre tener presente la dimensione
ontologica che Cartesio attribuisce allidea
chiara e distinta e che ribadisce nella conclusione
della IV meditazione: "ogni percezione chiara
e distinta è senza dubbio qualcosa [di reale e di
positivo] e perciò non può essere dal nulla, ma necessariamente
ha Dio come autore - quel Dio, dico, sommamente perfetto,
che ripugna che possa ingannare -, e perciò è senza
dubbio vera".
Questo
sviluppo di considerazioni sulla natura o essenza
delle "cose materiali" sulla base dellevidenza
delle loro idee, occasiona unaltra possibilità
di dimostrare lesistenza di Dio. "Ora,
se per il solo fatto che io posso tirar fuori dal
mio pensiero lidea di una cosa, ne segue che
tutto ciò che percepisco chiaramente e distintamente
appartenere a quella cosa le appartiene in realtà,
potrò desumere di qui un altro argomento per dimostrare
lesistenza di Dio. Ho infatti lidea di
Dio, cioè dellessere perfettissimo, non meno
di quanto abbia lidea di una qualsiasi figura
o numero, e vedo non meno chiaramente e distintamente
che alla sua natura compete lesistere sempre";
dunque lesistenza di Dio è evidente come sono
evidenti le verità geometriche.
A
prima vista questo argomento sembra un sofisma, dice
Cartesio, perché in tutte le altre cose lessenza
si distingue dallesistenza; ma in Dio no; lessenza
di Dio implica lesistenza come lessenza
del triangolo implica un certo rapporto tra gli angoli.
Lesistenza è una perfezione; ora Dio ha tutte
le perfezioni, dunque Dio esiste. E questa comprensione
di tutte le perfezioni nellidea di Dio non è
unidea fattizia, ma è unidea
innata.
Largomento,
che si basa in generale sulla considerazione dellessenza
di Dio, viene denominato, da Kant in poi, ontologico.
Ebbe una sua prima formulazione nel II cap. del Proslogion
di S. Anselmo, partendo dallidea: "lEssere
del quale non si può pensare nulla di più grande",
argomentazione già contestata dai suoi contemporanei,
in particolare dal monaco Gaunilone nel Liber
pro insipiente. Nello scritto precritico Lunico
fondamento possibile di una dimostrazione dellesistenza
di Dio (1763) Kant nel confutare il tipo di
argomentazione "in cui si conclude dal possibile
come principio allesistenza di Dio come conseguenza"
si richiama "a una celebre prova che è costituita
su questo principio, cioè la cosiddetta prova cartesiana",
ma nella Critica della ragion pura (II. Dialettica
trascendentale), nella ripresa della confutazione
del procedimento dimostrativo che denomina ontologico,
cade ogni riferimento esplicito a Cartesio.
Nella
V meditazione Cartesio non si è limitato a proporre
una nuova dimostrazione dellesistenza di Dio,
ma si è soffermato a rilevare lincidenza fondamentale
che la certezza della sua conoscenza ha in tutto lambito
della scienza, ossia della conoscenza chiara e distinta
con cui attingiamo ala realtà: "non solo sono
certo di essa come di ogni altra cosa che mi sembra
certissima, ma rilevo inoltre che proprio da essa
dipende la certezza delle altre cose così, che senza
questa non si può saper nulla perfettamente [...]
Vedo chiaramente che la certezza e la verità di ogni
scienza dipende unicamente dalla conoscenza del vero
Dio, di modo che prima di conoscere Dio, non avrei
potuto sapere nulla perfettamente di alcuna cosa".
In
questo sviluppo di considerazioni si è ravvisato un
circolo vizioso: la "regola generale" dellevidenza
preordina e legittima le successive illazioni delliter
metafisico e quindi della dimostrazione dellesistenza
di Dio, ora nella conoscenza certa dellesistenza
di Dio si riconosce il fondamento di ogni altra certezza,
circolo vizioso contestatogli dai sui critici.
Per
Cartesio il circolo vizioso non sussiste se si tiene
conto dellordine analitico da lui seguito nelliter
metafisico. Il ricorso a Dio, una volta dimostrata
la sua esistenza nella III meditazione attraverso
il principio dellevidenza, interviene in un
secondo momento per garantire le deduzioni o conclusioni
la cui evidenza non è più in atto, perché passate
nel dominio della memoria. A tale ricorso si sottrae
il principio dellevidenza e ancora prima il
cogito, non solo perché raggiunto prima
che risultasse lesistenza di Dio, ma perché
non è conclusione di una dimostrazione, ma una intuizione.
Dio allora si rende garante non del retto funzionamento
del conoscere, in quanto legato alla responsabilità
ed accortezza dellio nelluso delle norme
metodologiche, ma dellevidenza che anche se
memorizzata conserva la sua connotazione ontologica:
Dio che ha creato e conformato la mente umana non
può deluderla o ingannarla e quindi "anche se
non penso più alle ragioni per cui ho giudicato che
ciò è vero, purché mi ricordi di averne avuto una
percezione chiara e distinta non si può addurre alcuna
ragione contraria che mi induca a dubitarne, ma ne
ho una scienza vera e certa".
Quando
ho presente una verità evidente non posso non dare
lassenso ed essere convinto che in realtà è
così - dice Cartesio -; ma poiché non posso
sempre aver presenti tutte le verità che ho conosciute
con evidenza; siccome per la maggior parte di esse
debbo affidarmi alla memoria, potrei essere fuorviato
da obiezioni contro tali verità, quando non ho attualmente
presente la verità conosciuta, se non sapessi che
esiste Dio, dal quale dipende ogni cosa e che egli
non mi può ingannare, perché è infinitamente perfetto.
VI
meditazione: Della esistenza delle cose materiali
e della distinzione reale della mente dal corpo.
"Resta
da esaminare se le cose materiali esistano",
così comincia la VI meditazione.
La
dimostrazione cartesiana dellesistenza dei corpi
è assai laboriosa.
Le
tappe di questa ricerca sono le seguenti:
1)
Le cose materiali, nei limiti e sotto gli aspetti
in cui sono oggetto della matematica pura, sono possibili,
perché le loro idee sono chiare e distinte. Tali aspetti
sono: numero, estensione, figura, moto locale (tutto
ciò che Cartesio ha ritenuto oggetto di autentico
sapere fin dalle Regulae)
2)
Limmaginazione dimostra che lesistenza
di cose materiali è probabile. È probabile
almeno lesistenza di una cosa materiale: il
mio corpo. E questo a) perché limmaginazione
è diversa dal pensiero, b) e perché le caratteristiche
dellimmaginazione rimandano, almeno con probabilità,
allesistenza, in me, di qualcosa che non sono
io, ma appartiene a me, cioè il mio corpo.
a)
Altro è pensare, altro immaginare. Pensare un triangolo
vuol dire definirlo esattamente, immaginarlo vuol
dire aver presente una figura che non è mai esattamente
triangolare. La differenza fra pensare e immaginare
si coglie bene a proposito di realtà che non riusciamo
a immaginare: p. es. il chiliogono, che pure posso
definire esattamente e del quale posso dimostrare
tanti teoremi.
b)
Ora si tratta di interpretare questa differenza fra
immaginazione e pensiero. Io sono pensante, sono res
cogitans, ma non sono necessariamente dotato
di immaginazione: potrei essere io anche se non sapessi
immaginare; dunque limmaginazione non appartiene
alla mia essenza. Ora se limmaginazione è in
me, ma non appartiene alla mia essenza, non le è costitutiva,
vuol dire che è leffetto in me di qualche
cosa che è diverso da me. Ora può darsi
che questo qualche cosa sia il corpo. Posso dunque
congetturare che esista il mio corpo.
3)
Poiché siamo arrivati ad una conclusione soltanto
probabile, proviamo a rivolgerci altrove: alle qualità
sensibili, che percepisco non così distintamente come
percepisco loggetto della matematica, ma li
percepisco con quel modus cogitandi
che chiamo senso.
Prima
di mettermi a filosofare ritenevo vero
(ossia esistente indipendentemente da me) quello che
percepivo sensibilmente.
Ora,
per vero so solo di essere pensante
- e poiché so che Dio può fare tutto ciò che percepisco
chiaramente e distintamente così come
io lo percepisco, ed io mi percepisco pensante senza
percepire in me altri attributi, concludo che la mia
essenza consiste soltanto nellessere una cosa
pensante. Anche se sono unito a un corpo, questo corpo
è distinto da me, è qualcosa senza cui posso esistere,
perché lidea della sostanza corporea, che è
pura estensione, è distinta dallidea di sostanza
pensante, che è puro pensiero.
Trovo
in me le facoltà di immaginare e di sentire che implicano
il pensare, che sono un certo modo di avere coscienza.
E poiché il modo fondamentale di aver coscienza, quello
che mi definisce, quello che è il mio "attributo",
è il pensare, dirò che immaginare e sentire sono i
miei "modi", come la facoltà di mutar luogo,
di assumere figure diverse ecc., sono "modi"
della sostanza estesa.
Ora
questi "modi" dellattributo pensiero,
che sono limmaginare e il sentire, implicano
una certa passività. Non sono io, dunque, la causa
di ciò che è sentito. La causa deve essere distinta
dallio e non potrebbe contenere in sé in modo
soltanto virtuale la realtà dei corpi (ossia non può
essere Dio stesso, o uno spirito creato) perché, se
così fosse, Dio mi ingannerebbe. Non mi ha dato infatti
nessuna facoltà per conoscere che la causa delle mie
idee dei corpi sia una causa di natura spirituale;
anzi mi ha dato una grande inclinazione a credere
che le idee delle cose corporee siano prodotte in
me da corpi realmente esistenti. "E perciò, le
cose corporee esistono".
Ma
non esistono così come le sentiamo, perché la percezione
sensibile è in molti casi oscura e confusa; esistono
con quelle proprietà che conosco chiaramente e distintamente,
cioè con quelle che sono oggetto della matematica.
La percezione sensibile non ha, secondo Cartesio,
una funzione conoscitiva, ma una funzione pratica:
quella di dirigerci verso la conservazione e il benessere
del nostro corpo: ci fa conoscere gli aspetti per
cui i corpi ci possono essere utili o nocivi. Le idee
delle qualità sensibili non hanno dunque un corrispondente
nella realtà corporea, ma sono soltanto modi
cogitandi.
5. LA MORALE.
LE PASSIONI DELLANIMA.
Cartesio non compose alcuno scritto organico o trattato
di morale, per quanto gli argomenti afferenti a questo
campo di ricerca lo abbiano interessato sin dalle
prime fasi della sua ricerca filosofica e la stessa
impostazione di indagine sin dallinizio sia
stata caratterizzata da un atteggiamento pratico,
dallesigenza di definire criteri e norme di
orientamento nella vita. Non vi è dubbio che il progetto
di una esposizione sistematica di questa parte del
suo pensiero che doveva costituirne il coronamento
rientrava nelle intenzioni programmatiche di una visione
filosofica integrale. Più di un motivo comunque lo
rese incerto e perplesso a tradurlo in atto o lo indusse
a rinviarne la realizzazione, e la morte che lo colse
prematuramente nel periodo in cui più direttamente
era impegnato nella trattazione di argomenti morali
dovette troncare ogni eventuale progettazione in corso.
Nel
1647, in una lettera, adduceva i seguenti motivi,
per cui era venuto nella determinazione di non scrivere,
ossia di rendere pubblica ragione i suoi pensieri
sulla morale: il timore di calunnie e la convinzione
che fosse compito dei sovrani regolare i costumi.
Questo secondo motivo rifletteva una considerazione
già avanzata nel Discorso.
Nella
riflessione filosofica di Cartesio si delineano sostanzialmente
tre prospettive morali, luna come superamento
o soluzione succedanea dellaltra.
1)
Una prima "idea di morale" è concepita come
scienza deduttiva, ultimo sviluppo della fisica e
della medicina concepite meccanicisticamente. È la
morale delineata nella Lettera-prefazione
dei Principi della Filosofia (1647)
con cui si consegue il più alto grado di saggezza.
Essendo lultima nella catena delle scienze,
poiché la volontà non può astenersi dallagire,
per sottrarci da un atteggiamento di irresolutezza
che è il peggiore dei mali dellintelletto deve
proporsi una "morale par provision", destinata
ad essere accantonata non appena raggiunta la morale
definitiva. Ma questa morale esatta e perfetta Cartesio
non lha mai scritta. Invece della cosiddetta
"morale provvisoria" ci restano solo alcune
norme, come quelle che vengono presentate nella III
parte del Discours.
Negli
intenti di Cartesio esse rappresentano ragionevoli
norme di comportamento da proporsi "per non restare
irrisoluto nelle azioni durante il tempo in cui la
ragione lavrebbe obbligato a esserlo nei suoi
giudizi" e vanno a costituire il nucleo di quella
"morale par provision" (una
morale "di attesa") resa necessaria dalle
esigenze della vita pratica, indilazionabili, in attesa
dei risultati di una ricerca filosofica alla cui luce
queste massime possono risultare fondatamente valide.
a)
"La prima massima era di obbedire alle leggi
e ai costumi del mio paese, continuando ad aderire
saldamente alla religione nella quale Dio mi ha fatto
la grazia di essere educato sin dalla mia infanzia,
e orientandomi in ogni altra cosa secondo le opinioni
più moderate e più lontane dalleccesso, che
fossero seguite in pratica dalle persone più sensibili
fra quelle con cui avrei dovuto vivere";
b)
La seconda massima prescrive di "essere il più
fermo e il più risoluto possibile nelle azioni di
seguire le azioni più dubbie, una volta determinatisi
per esse, con non minore risolutezza che se fossero
certe".
c)
La terza massima, che risente chiaramente dellinfluenza
stoica, così recita: "cercare sempre di vincere
me piuttosto che la fortuna e di mutare i miei desideri
piuttosto che lordine del mondo, e in generale
di abituarmi a credere che non vi è nulla che sia
interamente in nostro potere oltre ai nostri pensieri,
di modo che dopo aver fatto del nostro meglio riguardo
alle cose a noi esterne, quanto non riusciamo a fare
esorbita del tutto dalle nostre possibilità".
2)
La seconda idea di morale rimanda al Trattato
delle passioni dellanima, dal quale
risulta una morale tratta dalla conoscenza di fatti
essenzialmente psicofisici: le passioni. Qui si rimane
ancora nellambito di una ricerca strettamente
razionale, perseguendo una conoscenza chiara e distinta,
la cui certezza è interamente assicurata, "dal
momento che si distingue accuratamente fra i tre elementi
della natura umana [la sostanza nella sua composizione
unitaria, lintelletto e lestensione ciascuno
dei due presi a sé] e ciò che proviene da ognuno di
essi"; tuttavia questa scienza delle passioni
"viene così a mettere insieme evidenze di ordine
diverso, le une puramente razionali relative sia alla
sola estensione (meccanismi fisiologici) sia alla
sola anima (diverse funzioni dellanima, emozioni
che derivano dalla sola anima, come la contentezza
di sé di origine puramente interna, etc.), le altre
soprattutto sensibili, che riguardano il sentimento
stesso della passione".
Il
trattato Le passioni dellanima,
la cui stesura iniziata nellinverno 1645-6 si
accompagna alla corrispondenza epistolare sulla morale
scambiata con la principessa Elisabetta, lamico
Chanut e Cristina di Svezia, affronta "questioni
particolari della morale", legate alla problematica
dellunione dellanima con il corpo, nel
contesto dello sviluppo della filosofia naturale dalla
pura e semplice concezione meccanicistica ad una più
attenta considerazione delle complesse interazioni
delle due parti del composto umano. Si deve alle istanze
delle principessa Elisabetta, perplessa sulla possibilità
dellunione di una sostanza immateriale con il
corpo, e soprattutto per il condizionamento che lanima
subisce nelle sue operazioni dalle disposizioni organiche,
se Cartesio, dopo aver risposto occasionalmente a
vari quesiti che gli venivano proposti, si risolse
a dare una esposizione sistematica delle passioni,
che sono espressione diretta dellunione sostanziale
e parte fondamentale del comportamento umano ("sono
principalmente le passioni a doversi conoscere per
conseguire il sommo bene".
Giova,
a questo punto, prima di intraprendere una analisi
del trattato, riepilogare i punti salienti del dibattito
epistolare tra Cartesio e la principessa Elisabetta,
figlia dellelettore palatino Federico V. Un
primo scambio epistolare diretto si ebbe nel maggio
1643, relativamente a un tema cruciale - per il nostro
trattato e per lintera metafisica cartesiana
- dellunione delle due sostanze, la res
cogitans e la res extensa, argomento
peraltro basilare nelle definizione delle natura del
soggetto della morale. Elisabetta non si limitava
a proporre il quesito seguente: "come lanima
delluomo può determinare gli spiriti del corpo
per compiere le azioni volontarie, non essendo che
una sostanza pensante", ma adduceva unargomentazione
contro la possibilità dellazione dellanima
sul corpo, tenendo conto delle proprietà essenziali
delle due sostanze, come erano state definite da Cartesio
Nella
sua risposta Cartesio riconosceva che, mentre si era
impegnato "a far bene intendere la distinzione
tra lanima e il corpo", non aveva detto
quasi nulla sulla loro unione. Cercando ora "di
esporre come concepiva tale unione e come lanima
ha la forza di muovere il corpo", ricorreva allesistenza
di "certe nozioni primitive, che sono come degli
originali, sul cui modello formiamo tutte le nostre
conoscenze". Sono ben poche: oltre le più generali
che convengono a tutto ciò che possiamo concepire,
come quelle dellessere, del numero, della durata,
per il corpo non si ha che la nozione di estensione,
da cui seguono quelle della figura e del movimento,
per lanima quella del pensiero, nella quale
sono comprese le percezioni dellintelletto e
le inclinazioni della volontà, in fine per lanima
e per il corpo insieme "non abbiamo che quella
della loro unione, dalla quale dipende la nozione
della forza che ha lanima di muovere il corpo
e il corpo di agire sullanima causando le sue
sensazioni e le sue passioni". Cartesio, replicando
ancora ad Elisabetta, non convinta delle argomentazioni
del filosofo, continua col rilevare con quali "operazioni
dellanima" si conseguono le tre nozioni
primitive e come vengono rese familiari ed accessibili.
Lanima la si conosce unicamente con lintelletto
puro; "il corpo, ossia lestensione, le
figure e i movimenti si possono anche conoscere con
il solo intelletto, ma molto meglio con lintelletto
aiutato dallimmaginazione; e in fine le cose
che appartengono allunione dellanima e
del corpo non si conoscono che oscuramente con il
solo intelletto, o con lintelletto aiutato dallimmaginazione,
ma si conoscono molto chiaramente con i sensi",
per cui chi non filosofa e non si serve se non dei
propri sensi non dubita minimamente dellazione
reciproca tra anima e corpo e della loro unione.
Il
trattato Le passioni dellanima
fu pubblicato nel 1649, mentre Cartesio si trovava
alla corte della regina di Svezia a Stoccolma. Si
compone di tre parti. Nella prima parte si tratta
delle passioni in generale e si riassumono le tesi
sullanatomia e la fisiologia umana; nella seconda
parte della classificazione delle passioni e dellesposizione
delle sei passioni primitive; nella terza delle passioni
particolari.
Cartesio
classifica le passioni fra le percezioni e le definisce
come percezioni che si riferiscono allanima
stessa. Le passioni sono "percezioni, o sentimenti
o emozioni dellanima che is riferiscono particolarmente
allanima stessa e che sono causate, mantenute
e rafforzate da qualche movimento degli spiriti".
Sono percezioni perché sono subite,
a differenza degli atti di volontà; ma non sono percezioni
chiare e distinte, sono sentimenti,
perché sono "ricevute nellanima nel medesimo
modo degli oggetti esterni"; sono emozioni
perché muovono, ossia turbano lanima. A differenza
delle idee, non rappresentano oggetti esterni; a differenza
di altri modi di sentire, come la fame e la sete,
non sono da noi riferite al corpo: ecco perché Cartesio
dice che "si riferiscono particolarmente allanima"
- ossia ne abbiamo coscienza come modi di essere dellio
-, e tuttavia non sono causate dallio, come
gli atti della volontà, e perciò Cartesio dice che
sono causate dagli "spiriti" ossia dal corpo.
Poiché
lorigine delle passioni è nel corpo, lanima
non ne è padrona; può tuttavia agire sulle passioni
mediante la rappresentazione delle cose che suscitano
le passioni. Le "armi dellanima",
o la forza danimo, sono i "giudizi fermi
e determinati" su ciò che è bene e male, giudizi
sui quali lanima può decidere di condurre le
azioni. Con questi si può reagire alla forza delle
passioni.
Alla
teoria generale delle passioni segue una descrizione
delle varie passioni. Respinta la distinzione scolastica
in concupiscibile e irascibile - in nome della semplicità
dellanima - Cartesio distingue sei passioni
originarie, dalle quali dipendono le altre: ammirazione,
amore, odio, desiderio, gioia e tristezza.
Tutte
le passioni sono reazioni dellanima a ciò che
giova o nuoce; ma, prima ancora di queste reazioni,
Cartesio mette lammirazione, suscitata da ciò
che è nuovo o inconsueto negli oggetti. È una passione
che ha per oggetto la conoscenza, quindi i suoi moti
restano nel cervello. Lammirazione suscita il
desiderio di conoscere, rinforza lattenzione,
è madre del sapere, ma anchessa va moderata,
perché potrebbe portarci a voler conoscere anche ciò
che non ne vale la pena.
Le
passioni sarebbero sufficienti a regolare la nostra
vita se fossimo puri animali (ossia puri corpi, per
Cartesio); ma in noi la parte migliore è lanima:
di qui la necessità di giudicare con la ragione in
base ad un determinato concetto di uomo, il valore
degli oggetti ai quali ci porta la passione.
3)
Nella riflessione di Cartesio si profila inoltre una
terza idea di morale, basata sul principio del meglio.
Questo principio non ci prescrive più di cercare di
conoscere il vero, in un modo o nellaltro, per
agir bene, ma di contentarci di ciò che sembra vi
si approssimi il meglio possibile. Per questa concezione
della morale Cartesio risente dellinflusso della
morale stoica diffusa dai primi decenni del XVI sec.
Lo stoicismo conosciuto in questepoca è quello
moralizzante dei primi due secoli d.Cartesio, di Seneca,
Epitteto e MarcAurelio. È principalmente attraverso
le numerose edizioni in latino e in volgare di Seneca
che si era andato delineando uno stoicismo cristiano,
differenziandosi in più orientamenti e versioni, nel
tentativo di superare lantinomia di fondo delle
due concezioni.
http://www.homolaicus.com/teorici/cartesio/cartesio2.htm
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