Francis Bacon (1561-1626)
di Angelo Papi
QUADRO
STORICO
L'Inghilterra
di Elisabetta I
L'Inghilterra,
dopo aver subito un grossolano tentativo di ricattolicizzazione
per opera di Maria Tudor e del cardinale Pole, ed
un tentativo di unione politica con la Spagna attraverso
Filippo II, negli anni "60 si distacca nuovamente
dal mondo cattolico e dalla politica filoasburgica.
Con l'ascesa al trono di Elisabetta I (1558) in concomitanza
con una fase estremamente favorevole del commercio
inglese, e con l'apertura di nuove vie transeuropeee
ed atlantiche, l'Inghilterra riprendeva la propria
vicenda autonoma, di sviluppo interno e di politica
internazionale, parte dell'Europa ma un po'discosta,
influenzata dal continente ma capace di produrre un'identità
propria.
La
nuova regina Elisabetta (1558-1603) si fece interprete
della decisa opposizione nazionale antispagnola e
antiromana, che s'era manifestata nel paese, e si
affrettò a restaurare la confessione riformata come
unica religione di stato, sicché ancora una volta
la Chiesa anglicana risultò sottratta al controllo
del Papato. La lotta politico-religiosa in Inghilterra
s'inasprì a seguito dell'atteggiamento intransigente
assunto dal pontefice Pio V, il quale nel 1570 lanciò
una bolla di scomunica e di deposizione contro la
regina Elisabetta, i cui diritti di successione non
erano mai stati legittimati dalla Chiesa romana, essendo
ella nata dal matrimonio di Enrico VIII con Anna Bolena,
ritenuto canonicamente invalido.
L'opposizione
cattolica: Maria Stuart
L'opposizione
cattolica interna contrappose ad Elisabetta la candidatura
al trono della cattolica Maria Stuart, regina di Scozia
e pronipote di Enrico VII, educata alla corte francese.
Nel
1568, per la crescita del calvinismo in Scozia, la
regina Maria Stuart è costretta ad abdicare e si rifugia
nel nord dell'Inghilterra. Qui ottiene il sostegno
degli aristocratici cattolici, che promuovono la ribellione
nell'intento di difenderne la persona e di ottenne
il riconoscimento come erede.La rivolta viene repressa
e Maria Stuart imprigionata, che solo dopo la scoperta
di due complotti contro la regina Elisabetta, verrà
condannata e decapitata (1568).
La
guerra anglo-spagnola
L'esecuzione
di Maria Stuart offrì al sovrano spagnolo l'occasione
per venire allo scontro armato diretto e decisivo.
Filippo II, infatti, si decise di dare esecuzione
al progetto da tempo maturato di tentare l'invasione
dell'Inghilterra, che tuttavia si concluse con una
clamorosa sconfitta della sua Invincibile Armata (1588).
L'ascesa
della "gentry"
Le
grandi riforme di Enrico VIII avevano portato alla
ribalta della vita politica inglese una nuova classe
sociale di proprietari terrieri (la "gentry")
che si era affermata a detrimento del clero e di quell'aristocrazia
feudale che si era suicidata nella Guerra delle due
rose. Costoro rappresentarono la base sociale più
consapevole del consenso monarchico durante il regno
di Elisabetta, dato che vedevano nel consolidamento
del potere centrale una salvaguardia tanto alle rivendicazioni
dell'aristocrazia feudale quanto alle pressioni del
basso.
Il
padre di Bacone apparteneva a questa generazione di
uomini nuovi. Erano i primi statisti di professione
che producesse l'Inghilterra; cresciuti in mezzo alle
sottili controversie teologiche erano, in quanto protestanti,
all'avanguardia della vita intellettuale, ma lontani
da ogni forma di zelo e fanatismo religioso. Riformarono
la chiesa inglese non con impeto da teologi, ma con
tranquilla sicurezza di statisti; si appoggiarono
all'opinione pubblica, decisamente anticattolica,
e giocarono le loro fortune sul trionfo del protestantesimo
in Europa; la loro politica abile e prudente gettò
le basi della potenza inglese.
Elisabetta
I andò a prendere i suoi consiglieri fra gli uomini
nuovi, figli di yeomen (proprietari terrieri) o di
mercanti, notevoli non per la loro nascita, ma per
la loro intelligenza.
Guidata
da questa nuova classe sociale di uomini di legge
e gentiluomini di campagna l'Inghilterra vide accrescere
straordinariamente, sotto il regno di Elisabetta,
la sua prosperità: operai, industriali e commercianti,
provenienti soprattutto dalla Francia e dai Paesi
Bassi sconvolti dalle guerre di religione, si rifugiarono
in Inghilterra portando nella nuova patria capitali,
capacità tecniche, spirito di iniziativa.
Nascevano
nuove industrie e l'Inghilterra andava trasformandosi
da nazione agricola e pastorale in uno stato industriale
e mercantile.
Nei
cento anni che seguirono la chiusura dei monasteri
decretata da Thomas Cromwell, consigliere di Enrico
VIII, l'Inghilterra attuò la sua prima rivoluzione
industriale.
Fra
il 1575 e il 1642 essa divenne il primo paese di Europa
per quanto riguardava le miniere e l'industria pesante.
La manifattura della lana, che prima veniva spedita
nelle Fiandre per la lavorazione, si diffuse rapidamente
nelle città e nelle campagne. Il sorgere di compagnie
commerciali che armavano nuove flotte per il traffico,
per i viaggi di scoperta, per la pirateria, dava all'Inghilterra
nuova ricchezza e potenza.
L'artigiano,
il mercante, il banchiere sono i tre tipi umani dominanti
nell'ambiente di allora, pieno di fermenti, proteso
verso il futuro e verso la ricerca di nuove tecniche
capaci di consentire all'uomo un sempre più ampio
dominio sul mondo. Per vie del tutto differenti si
accostava a questo mondo dell'azione anche la religiosità
puritana; essa era ben lontana dal risolversi in contemplazione:
solo attraverso un duro, continuo assoggettamento
della realtà l'uomo può muovere alla conquista di
Dio. Di qui nasceva l'idealizzazione religiosa del
lavoro e la concezione di una conoscenza concepita
come strumento della volontà.
QUADRO
CULTURALE
F.
Bacon visse, fra il 1561 e il 1626, in un ambiente
politico e culturale ricco di contrasti, in un'età
cruciale per la storia inglese. Di molte delle idee
che furono espresse in quella cultura è certo possibile
andar rintracciando le origini e le fonti nella cultura
inglese ed europea delle età precedenti. E' ormai
un risultato acquisito che le prime origini della
nuova problematica culturale che si afferma nel secolo
XVII vanno ricercate nell'empirismo della scuola di
Occam, nell'identificazione occamista della conoscenza
con l'esperienza, nel nominalismo.
D'altra
parte la rinascita delle letterature classiche, la
rivolta antiecclesiastica e il sorgere di una nuova
filosofia della natura contribuiranno in seguito ad
accentuare questo distacco della cultura inglese dalla
teologia sistematica e dalla disciplina peripatetica.
La critica degli umanisti inglesi alle forme "barbariche"
dell'erudizione teologica e il loro interesse per
un rinnovamento religioso che accentuasse i valori
"pratici" del messaggio evangelico, in opposizione
alle pretese definitorie della teologia, implicavano
un radicale mutamento di attitudini verso il corpus
delle dottrine metafisiche.
Resta
tuttavia il fatto, innegabile, che l'intellettuale
inglese degli inizi del secolo XVII era "medievale"
più che a metà e, intorno al 1660, era più che a metà
un uomo "moderno.
Il
mondo culturale inglese che sta a cavallo fra il Rinascimento
e l'età moderna si presenta complesso e denso di contraddizioni,
ancora pieno degli echi della cultura e della mentalità
medievale.
La
posizione storica di Bacone
Nonostante
la sua febbrile attività, la sua quasi affannosa partecipazione
alla vita politica e culturale del tempo, Bacone rimase,
almeno come "filosofo", una figura relativamente
isolata perché ciò che più di ogni altra cosa lo aveva
interessato - la lotta in favore di un ideale cooperativo
della scienza e il progetto di una serie di grandi
istituti scientifici - si risolse, durante gli anni
della sua vita, in un pieno insuccesso. Il successo
venne più tardi, durante la seconda metà del secolo
XVII.
Infatti,
la consapevolezza dell'importanza sociale della ricerca
scientifica, la coscienza che i fini della scienza
sono il progresso e il rinnovamento delle condizioni
di vita dell'umanità, la collaborazione organizzata
e pianificata fra ricercatori sono fenomeni della
vita culturale posteriori a Bacone e che si richiamano
esplicitamente al suo nome e al suo insegnamento.
ITER
BIOGRAFICO E INTELLETTUALE
+
1561 Nasce a Londra da Sir Nichol Bacon, Lord Guardasigilli
della regina Elisabetta.
+
1575 Termina gli studi all'università di Cambridge.
Compie un viaggio in Francia.
+
1584 Viene eletto alla Camera dei Comuni, dove restò
per circa vent'anni. Finché visse la regina Elisabetta,
non poté ottenere nessuna carica importante.
+
1597 Pubblica la sua prima opera: i Saggi, sottili
ed erudite analisi di vita morale politica nelle quali
la sapienza degli antichi è ampiamente utilizzata.
+
1602 Scrive il Parto maschio del tempo: uno scritto
molto polemico contro i filosofi sia antichi sia medievali
sia rinascimentali. Tutti questi filosofi, ad avviso
di Bacone, sono moralmente colpevoli di non aver avuto
il debito ossequio per la natura e il necessario rispetto
per quell'opera del Creatore che va ascoltata con
umiltà ed interpretata con la necessaria cautela e
pazienza. La filosofia del passato è sterile e verbosa.
Una siffatta critica della cultura tradizionale tornerà
a più riprese nelle successive opere di Bacone.
+
Nel 1603 salì al trono Giacomo I, uomo amante della
cultura e protettore di intellettuali. E sotto Giacomo
I la carriera di Bacone divenne rapida e brillante,
fino ad essere nominato nel 1618 Lord Cancelliere.
+
1605 Scrive Della dignità e il progresso del sapere
umano e divino. Questo lavoro, che verrà ampliato
nel 1623, è una specie di difesa e di elogio del sapere;
si prospetta una enciclopedia del sapere distinto
in storia (fondata sulla facoltà della memoria), poesia
(basata sulla fantasia), e scienza (fondata sulla
ragione).
+
1608 Verosimilmente in quest'anno Bacone inizia il
Novum Organum, in cui riprende anche i concetti elaborati
nelle opere precedenti e non pubblicate e che è da
lui inteso in contrapposizione al vecchio Organum
aristotelico. A quest'opera, pubblicata nel 1620,
Bacone lavorò per quasi dieci anni e la presentò come
la seconda parte della Instauratio Magna (Grande rinnovazione),
un progetto non realizzato il cui piano era il seguente:
1)
partizione delle scienze: doveva dare la somma della
scienza e del sapere dell'umanità;
2)
Novum Organum, ossia Principi di interpretazione della
Natura: era destinato alla elaborazione di un nuovo
e migliore metodo per l'indagine della realtà, che
Bacone definiva interpretazione della natura (in contrapposizione
alle anticipazioni sulla natura, sommarie generalizzazioni
tipiche delle filosofie dogmatiche). Tale metodo doveva
concretarsi in una nuova logica;
3)
Fenomeni dell'universo, ossia storia naturale e sperimentale
per la fondazione della filosofia: doveva comprendere
"la raccolta delle esperienze di tutti i generi,
quella storia naturale che può servire a fondare la
vera filosofia";
4)
Scala dell'intelletto: doveva predisporre i modelli
della ricerca e della scoperta secondo il nuovo metodo,
anticipandone esempi evidenti e vari;
5)
Prodromi, o Anticipazioni della filosofia seconda:
doveva contenere quanto noi abbiamo scoperto verificato
o aggiunto;
6)
Nuova filosofia o scienza attiva: si apriva il campo
della filosofia preparata e diretta dal nuovo metodo.
Di
questa opera Bacone considerò il Novum Organum come
la seconda parte e il De dignitate et augmentis scientiarum
(1623) come la prima parte. Quest'ultimo scritto è
la traduzione e l'ampliamento di uno scritto del 1605.
La terza parte dell'Instauratio è rappresentata Storia
naturale e sperimentale per la fondazione della filosofia
ovvero i fenomeni dell'universo (1622-3).
+
1624 Rivede il testo della Nuova Atlantide (pubblicato
postumo ne 1627), in cui vuole dare l'immagine di
una città ideale, ricorrendo al pretesto, già adoperato
da Tommaso Moro nell'Utopia, della descrizione di
un'isola sconosciuta. Bacone la immagina come un paradiso
della tecnica in cui siano portati a compimento le
invenzioni e i ritrovati di tutto il mondo. L'isola
della Nuova Atlantide è descritta come un enorme laboratorio
sperimentale, nel quale gli abitanti cercano di conoscere
tutte le forze nascoste della natura "per estendere
i confini dell'impero umano ad ogni cosa possibile".
I numi tutelari dell'isola sono i grandi inventori
di tutti i paesi; e le sacre reliquie sono gli esemplari
di tutte le più rare e grandi invenzioni.
ASPETTO
ANALITICO E SISTEMATICO
Il
significato culturale delle arti meccaniche
L'attenzione
per i procedimenti della tecnica e delle arti meccaniche,
il riconoscimento della loro utilità per il progresso
del sapere, l'insistenza sul loro valore "educativo"
caratterizzano in larghissima parte la cultura dei
secoli XVI e XVII. I procedimenti quotidiani degli
artigiani, degli ingegneri, dei tecnici, dei navigatori,
degli inventori vengono elevati a dignità di fatto
culturale e uomini come Bacone, Harvey, Galileo riconoscono
esplicitamente il loro "debito" verso gli
artigiani.
Da
questo nuovo contatto fra sapere scientifico e tecnico
deriverà in primo luogo un notevolissimo arricchimento
delle quantità di "verità empiriche" che
fu decisivo per l'affermarsi di molte scienze.
In
secondo luogo da questo riconoscimento della dignità
del lavoro artigianale e tecnico e dalla presa di
consapevolezza degli atteggiamenti e dei presupposti
metodologici che ne erano alla base uscirà enormemente
rafforzato il concetto che una teoria debba essere
"applicata ai fatti" per poter essere qualificata
giusta o verificata. Seguire più da vicino di quanto
non si fosse mai fatto per il passato i procedimenti
delle arti meccaniche volle dire per molti rendersi
conto del distacco esistente, nella tradizione culturale,
fra la struttura concettuale delle scienze e la loro
capacità di servire concretamente ad usi umani, di
render conto di "nuovi fatti".
L'interesse
di Bacone per le "arti meccaniche" nasce
dal fatto che esse gli appaiono in grado di rivelare
i processi effettivi della natura ed egli vede in
esse quella capacità di produrre invenzioni ed opere
di cui è privo il sapere tradizionale.
Infatti,
la sua protesta contro la "sterilità" del
spere tradizionale appare fondata, in Bacone, su un
ripetuto appello al carattere di progressività delle
arti meccaniche che, a differenza della filosofia
e delle scienze intellettuali, non vengono adorate
come perfettissime statue, ma appaiono continuamente
vitali così da trasformarsi da informi in sempre più
perfette in relazione ai mutati bisogni della specie
umana.
Il
fatto che gli ingegni di molti abbiano collaborato
a un unico fine gli appare la causa principale di
questi progressi. Nelle arti meccaniche non c'è posto
per il potere "dittatoriale" del singolo,
ma solo per un potere "senatoriale" che
non esige affatto che i seguaci rinuncino alla loro
piena libertà facendosi perpetuamente schiavi di una
sola persona. Così il tempo lavora a favore delle
arti e contribuisce invece alla distruzione degli
edifici, inizialmente perfetti, costruiti dai filosofi.
Solo
sull'analisi umile e accurata dei procedimenti delle
varie tecniche può invece fondarsi per Bacone la nuova
filosofia ed essa avrà il compito non solo di lavorare
per il trasferimento del metodo di un'arte nel campo
di altre arti e per far sì che il progredire delle
tecniche non sia affidato al caso, ma anche per condurre
al livello e al metodo della tecnica quelle "scienze
liberali" che non hanno ancora raggiunto tale
livello.
Il
carattere di collaborazione e di progressività delle
arti meccaniche fornisce dunque a Bacone un modello
di cui egli si serve da un lato per intendere le caratteristiche
della ricerca tecnico-scientifica e per differenziarla
dalla magia e dall'altro lato per fornire una serie
di valutazioni dell'intero campo del sapere umano
in tutti i suoi settori.
La
valutazione baconiana delle arti meccaniche e la concezione
baconiana della scienza sono strettamente legate alla
posizione assunta da Bacone nei confronti della tradizione
magico-ermetica del pensiero rinascimentale, tenuto
conto della continua mescolanza di tecnica e magia,
di alchimia e filosofia naturale che è l'elemento
tipico di molta filosofia inglese ed europea del Cinque
e Seicento.
L'eredità
della magia
In
Bacone è rilevabile la presenza di una serie di temi
e motivi che derivano dalla tradizione magico-alchimistica.
A questa tradizione, così come essa venne configurandosi
nell'età del Rinascimento, sono infatti legati due
concetti centrali della filosofia di Bacone che stanno
alla base della sua concezione della natura, dell'uomo
e dei rapporti fra l'uomo e la natura. Questi concetti
sono:
1)
l'ideale della scienza come potenza e opera attiva
volta a modificare la situazione naturale ed umana;
2)
la definizione dell'uomo come "ministro e interprete
della natura" che Bacone sostituiva alla veneranda
definizione dell'uomo come "animale ragionevole".
Ciò
che accoglie quindi dalla tradizione magica è il concetto
di un sapere come potenza e di una scienza che si
fa ministra della natura per prolungarne l'opera e
portarla a compimento, che giunge infine a farsi padrona
della realtà e a piegarla, quasi per astuzia e attraverso
una continua tortura, a servizio dell'uomo.
La
condanna della magia e l'ideale della scienza
Un
concetto centrale dell'opera baconiana di riforma
del sapere è che nella scienza si possono raggiungere
solidi ed effettivi risultai solo mediante una successione
di ricercatori e un lavoro di collaborazione fra gli
scienziati. I metodi e i procedimenti delle arti meccaniche,
il loro carattere di intersoggettività forniscono
il modello per la nuova cultura.
La
scienza, così come Bacone la concepisce, deve abbandonare
il terreno dell'incontrollata genialità individuale,
del caso, dell'arbitrario, della sintesi affrettata
e procedere sulla base di uno sperimentalismo fondato
sulla consapevolezza della natura strumentale delle
facoltà conoscitive.
In
una cultura di questo tipo non c'è posto per una ragione
capace di cogliere, in solitaria comunione, la verità
razionale. La verità si configura come un ideale da
raggiungere e la logica baconiana vuol essere appunto
lo strumento di conquista di verità nuove invece che
il mezzo di trasmissione di verità già acquisite.
Ma
la conquista di verità nuove non può essere per Bacone
opera del singolo, ma solo di una collettività di
scienziati organizzata a questo scopo.
La
lotta in favore di una collettività organizzata di
scienziati finanziata dallo stato o da altri enti
di pubblica utilità e il tentativo di creare una specie
di internazionale della scienza furono perseguiti
da Bacone, con estrema coerenza durante tutto il corso
della sua vita. Egli, tuttavia, non riuscì a realizzare
nessuno di questi suoi progetti, anche se nel 1603,
alla salita al trono di Giacomo I, le sue speranze
si erano riaccese. Nell'Advancement of Learning (1605)
Bacone si volgeva nuovamente al potere sovrano. Egli
tendeva non solo alla creazione di nuove istituzioni
culturali, ma alla riforma delle principali organizzazioni
di questo genere esistenti: le università. Anche se
durante la sua vita questi progetti fallirono, questi
restarono per i fondatori della Royal Society e poi
per gli enciclopedisti l'atto di nascita di quell'umanesimo
scientifico al quale si ispirerà la parte più progressiva
del pensiero europeo.
Questa
riforma del concetto, della pratica e degli ideali
della scienza è senza dubbio il contributo più rilevante
che il pensiero di Bacone abbia offerto alla cultura
europea. Solo chi tenga presente il peso che ebbe
ad esercitare l'atteggiamento assunto da Bacone potrà
rendersi conto delle origini precise del "compito"
e della "funzione" che gli enciclopedisti
assegnarono all'uomo di cultura. Infatti, con la loro
estrema considerazione delle arti e delle tecniche
si ponevano, consapevolmente, come gli eredi e continuatori
della riforma avviata da Bacone.
La
valutazione baconiana delle arti meccaniche comportava,
in ultima analisi, il rifiuto di quel concetto di
scienza che, pur da mille parti incrinato, era rimasto
operante per secoli: una scienza che nasce solo quando
già sono state apprestate le cose necessarie alla
vita umana e che si volge quindi a una disinteressata
ricerca e contemplazione della verità. Questo concetto
di scienza, che ha in Aristotele la sua espressione
più coerente, appare fondato sulla struttura economica
di una società schiavista dove l'abbondanza di "macchine
viventi" rende inutile o superflua la costruzione
e la utilizzazione di macchine tendenti a sostituire
il lavoro umano e dove il disprezzo che si prova per
chi esercita l'attività manuale si estende a quell'attività
medesima che appare l'ultima nella gerarchia dei valori
sociali ed esclusa dall'ambito di quelli culturali.
Su queste basi gli artigiani non hanno diritto alla
piena cittadinanza nelle Leggi di Platone mentre Aristotele
nega che gli operai meccanici possano essere ammessi
nel novero dei cittadini e li differenzia dagli schiavi
solo in base al fatto che i primi attendono ai bisogni
e alle necessità di più persone, mentre i secondi
hanno cura di una sola persona. Gli ideali di vita
dell'artigiano e del commerciante appaiono ad Aristotele
"ignobili e contrari alla virtù" perché
il loro genere di attività è privo di ogni nobiltà
e nessuna delle loro occupazioni richiede una particolare
eccellenza. L'opposizione tra schiavi e liberi tende
così a identificarsi con l'opposizione tra tecnica
e scienza e fra conoscenza "pratica" e conoscenza
"razionale". Questa identificazione, salvo
brevi parentesi, è comune ad una larga parte del pensiero
europeo durante l'età classica e il medioevo.
Le
arti meccaniche appaiono invece a Bacone un nuovo,
grande fatto culturale e, in base a questa valutazione
del loro significato e della loro importanza per la
vita associata e per la ricerca scientifica, egli
può rivalutare gli ideali di vita che ad esse sono
legati e rovesciare, radicalmente, alcune impostazioni
che Aristotele aveva dato al problema dei rapporti
fra la natura e l'arte.
Quando
Bacone considera la historia artium come una sezione
della storia naturale e polemizza nei confronti della
contrapposizione arte-natura egli rompe, decisamente
e consapevolmente, con una tradizione secolare. Per
questa tradizione (che risale anch'essa ad Aristotele)
l'arte è solo un tentativo di imitare la natura e
di contraffarla nei suoi movimenti; quest'ultima ha
al suo interno il principio di un movimento indefinito,
mentre i prodotti dell'arte, mossi da un principio
esteriore, sono soltanto dei tentativi, necessariamente
destinati a fallire, di imitare la spontaneità del
moto naturale.
Questa
dottrina, chiarisce Bacone, è legata alla teoria aristotelica
delle specie in base alla quale un prodotto della
natura (albero) è qualificato come avente una forma
primaria mentre a un prodotto artificiale (tavolo)
compete solo una forma secondaria.Per Bacone la forma
ed essenza, nelle cose naturali e in quelle artificiali,
sono dello stesso identico tipo.
L'aver
invece affermato l'eterogeneità fra natura ed arte
ha condotto la filosofia a concepire l'arte come una
mera aggiunta alla realtà naturale e ha rischiato
di togliere agli uomini la speranza nella possibilità
di una radicale trasformazione della natura e della
vita umana.
La
scienza ha dunque per Bacone carattere pubblico, democratico,
collaborativo; è fatta di contributi individuali in
vista di un successo generale che è patrimonio di
tutti. L'affermazione di questo ideale di scienza
e la realizzazione di questo tipo di cultura implicavano
evidentemente, per Bacone, anche la rinuncia all'immagine
dello scienziato come vivente incarnazione della infinita
sapienza o come solitario custode di segreti successi
dovuti alla genialità della sua mente individuale.
Ciò che veniva a cadere era l'antica e veneranda immagine
del sapiente come "illuminato" e il concetto,
a questa immagine connesso, della collaborazione fra
gli uomini di scienza come collaborazione fra "illuminati"
che dà luogo a risultati che vanno mantenuti segreti.
Questo,
della distinzione fra homo animalis e homo spiritualis,
fra illuminato e comune mortale, è un concetto che
attraversa tutta la cultura europea dai pitagorici
agli gnostici, da Averroè a Marsilio Ficino. Questo
motivo di un sapere segreto, di una sapienza di cui
pochissimi son degni e che va quindi accuratamente
occultata, è presente in tutta la sterminata letteratura
magico-ermetica che, soprattutto dalla fine del secolo
XII, invase il mondo occidentale e contro la quale
Bacone polemizza aspramente.
Quando
egli ripetutamente afferma che il metodo della scienza
da lui progettato non lascia gran parte al genio singolo
ed eguaglia in qualche modo le intelligenze, intende
prendere posizione contro il carattere di eccezionalità
dei metodi impiegati nelle ricerche magico-alchimistiche.
Qui il risultato appare affidato, in ultima analisi,
alla applicazione di un procedimento "segreto"
dovuto alla capacità di un individuo.
In
questi atteggiamenti di Bacone verso la magia e l'alchimia,
appare evidente la sua distanza dai filosofi scienziati
e maghi del Rinascimento, che rimanevano sostanzialmente
legati ad una concezione esoterica del sapere che
egli apertamente condannava.
La
rottura con la tradizione e la confutazione delle
filosofie
Un
tema dominante nell'opera baconiana è il tentativo
di sostituire a una cultura di tipo retorico-letterario
una cultura di tipo tecnico-scientifico. Questa idea,
di sostituire alla tradizionale "filosofia delle
parole" una "filosofia delle opere",
accompagnò Bacone sin dalla giovinezza.
La
consapevolezza che la mutata funzione attribuita al
sapere comportava una decisa rottura con una millenaria
tradizione appare infatti evidente fino dai primissimi
scritti baconiani e il Temporis partus masculus (composto
certamente prima del 1603) dà espressione precisa
a questa volontà di rottura e di rifiuto.
Il
presupposto fondamentale della critica baconiana alla
filosofia tradizionale è che nella storia della razza
umana si sia iniziata un'epoca nuova. Di fronte a
questo nuovo destino che attende gli uomini e che
gli uomini devono costruirsi è colpevole cercare di
richiamare in vita la scienza dalle tenebre dell'antichità,
invece che dalla luce della natura.
Ciò
di cui Bacone accusa i filosofi dell'antichità e quelli
del Medioevo e del Rinascimento non è una serie di
errori di carattere teorico. Queste filosofie possono
essere sullo stesso piano, sono degne delle stesse
accuse e partecipi dello stesso destino perché sono
espressione di un atteggiamento moralmente colpevole.
Ciò che si tratta di sostituire a quelle filosofie
non è dunque una nuova "filosofia" che pretenda
di rimpiazzarle muovendosi sul loro stesso terreno,
accettando i loro principi, le loro argomentazioni
e le lor dimostrazioni, ma un atteggiamento nuovo
dell'uomo di fronte alla natura che implica diversi
principi, argomentazioni e dimostrazioni: richiede
cioè un nuovo concetto di verità, una nuova moralità,
una nuova logica.
La
condanna morale di Bacone si appunta sul fatto che
la tradizione filosofica ha sostituito al rispetto
per l'opera del creatore che va umilmente ascoltata
e interpretata, a)"le astuzie dell'ingegno e
l'oscurità delle parole" o b)"una religione
adulterata" o c)"le osservazioni popolari
e le menzogne teoriche fondate su certi famigerati
esperimenti". Degenerazioni queste, che derivano
tutte da quel peccato di superbia intellettuale che
ha reso la filosofia sterile di opere trasformandola
in uno strumento di prevalenza nelle dispute.
Bacone
dirige la sua polemica contro tre obbiettivi precisi
e le forme di filosofia di cui egli parla corrispondono
storicamente:
a)
alle esercitazioni logiche di tipo scolastico;
b)
alle varie teologie razionali di ispirazione aristotelica
e ai temi religiosi presenti nelle correnti platoniche
o platonizzanti;
c)
alle metafisiche della natura elaborate da alchimisti,
maghi e filosofi del Rinascimento.
Riguardo
a Platone, queste sono le critiche che Bacone muove
alla sua filosofia:
1)
Platone ha falsamente asserito che la verità abita
naturalmente, fin dalla nascita nella mente dell'uomo
e non proviene dall'esterno;
2)
egli si è servito inoltre, per puntellare le sue spregevoli
teorie, dell'appoggio della religione. In tal modo
da un lato ha distolto gli uomini dalla realtà facendo
volgere i loro occhi verso l'interno dell'anima e
orientandoli verso la contemplazione, e dall'altro
ha favorito quella mescolanza di scienza e teologia
che si rivela esiziale sia al progresso della scienza
sia alla vita religiosa.
Aristotele,
dal canto suo,
1)
ha cercato di rendere gli uomini "schiavi delle
parole" entusiasmandoli per inutili sottigliezze
e vani sofismi. La sua filosofia è da porre alla origine
di quel verbalismo abbondantemente ripreso dalla scolastica.
2)
Costruendo su pochi fatti affrettate teorie, Aristotele
ha dato inizio a quel tipo di scienza che si illude
di aver determinato le cause dei fenomeni quando in
realtà ha costruito soltanto vane ragnatele teoriche.
Le
ragioni per le quali Bacone ritiene che sia inevitabile
una radicale rottura con tutta la tradizione filosofica
sono riconducibili alle seguenti:
1)
la filosofia ha distolto gli uomini dalle indagini
sulla natura e si è trasformata da una riflessione
sulle cose in una riflessione sulla interiorità; ha
posto la contemplazione al posto delle opere, è diventata
una scuola di rassegnazione invece che uno strumento
di possibilità nuove per il genere umano;
2)
questa incapacità di affrontare i problemi dell'esperienza
e della realtà è legata a tre atteggiamenti che caratterizzano
questa millenaria tradizione:
a)
la sostituzione di soluzioni verbali a soluzioni reali,
b)
la pretesa di costruire dottrine concepite come "sistemi"
e quindi capaci di esaurire una volta per sempre nel
loro ambito tutti i problemi e tutta la realtà,
c)
la confusione continua fra cose divine e cose naturali,
fra religione e scienza.
Negli
anni fra il 1603 e il 1608, con gli scritti Cogitata
et visa del 1607 e Redargutio philosophiarum del 1608,
Bacone inizia una discussione di carattere storico
critico che investe le premesse politico-sociale e
i risultati delle filosofie tradizionali. Questo lavoro
di approfondimento viene svolto in una duplice direzione:
da un lato egli cerca, attraverso un'analisi di carattere
storico, di determinare le "cause" del fallimento
della filosofia tradizionale; dall'altro cerca di
indicare e di elaborare dei criteri (i "segni")
che possano dare indicazioni sulla validità o non-validità
delle varie posizioni filosofiche.
Critica
della logica tradizionale e nuova logica
I
progetti relativi ad una riforma della logica contraddistinguono
tutto lo sviluppo del pensiero baconiano fino alla
pubblicazione del Novum Organum (1620) e del De augmentis
(1623). Tali progetti sono legati da un lato al ripudio
della tradizione filosofica e dall'altro alla constatazione
della necessità di una radicale riforma del sapere.
In tutte le opere baconiane le formulazioni date al
progetto di una riforma del metodo appaiono organicamente
connesse ad una ricerca di carattere "storico"
e ad una indagine tendente a diagnosticare i limiti
e le insufficienze del presente status della cultura.
La
riforma dell'induzione scientifica è solo un aspetto
e una "sezione" della riforma della logica
e questa, a sua volta, è solo un aspetto e una "sezione"
della restaurazione del sapere che Bacone ha in animo
di realizzare.
La
logica, secondo Bacone comprende quattro parti denominate
arti intellettuali47. Queste si distinguono tra loro
in base ai fini che la logica si propone di realizzare:
l'uomo a) trova ciò che ha cercato; b) giudica ciò
che ha trovato; c) ritiene ciò che ha giudicato; d)
trasmette ciò che ha ritenuto. Siamo quindi in presenza
di quattro arti: della ricerca o invenzione, dell'esame
o giudizio, del ritenere o memoria, del parlare o
della trasmissione.
Bacone
riscontra le maggiori deficienze della logica tradizionale
soprattutto nel primo settore, quello della ricerca
o invenzione. La sua riforma del metodo induttivo
vuol appunto ovviare a questa situazione fornendo
ai procedimenti un nuovo organo o strumento capace
di consentire all'uomo di impadronirsi della realtà
e di piegarla ai suoi fini. Ma la stessa arte dell'invenzione
che si riferisce all'invenzione delle scienze comprende
due parti: la cosiddetta experientia literata e la
interpretatio naturae.
Quest'ultima
è la "logica nuova" che Bacone tratta nel
secondo libro del Novum Organum. Qui la formulazione
della dottrina dell'induzione scientifica si presenta
come inseparabile da quella dottrina dell'emendazione
dell'intelletto che ha il compito di liberare la mente
umana dagli idola. Infatti, secondo Bacone, l'intelletto
umano può giungere ad impadronirsi dello schema induttivo,
di cui far uso nell'invenzione scientifica, solo liberandosi
contemporaneamente dai limiti, storici e naturali,
che lo caratterizzano e lo condizionano.
Il
Temporis partus masculus, che comprende di fatto solo
una critica delle filosofie tradizionali, è in realtà
il frammento di un più vasto progetto concernente
una riforma della "logica". A tale scopo
è necessario per Bacone non solo liberare le menti
dai pregiudizi in esse scolpiti, ma trovare il mezzo
di "persuaderle" e di penetrare in esse.
Proprio a questo proposito egli introduceva la nozione
di idola.
In
Bacone due ordini di problemi si intrecciano:
1)
quello di una logica capace di attingere la realtà
delle cose e di condurre al contatto, al "connubio"
con le cose;
2)
quello di una logica capace di portare la luce nelle
menti, di penetrare in esse e di liberarle dai pregiudizi
che le assediano e le ostruiscono.
Il
primo problema coincide con quello di un nuovo organo
della scienza (interpretatio naturae) che porrà in
grado di conoscere le forme e di effettuare una serie
infinita di operazioni naturali, e che il secondo
problema coincide con quello di un emendamento dell'intelletto
umano (expurgatio intellectus) che richiede speciali
tecniche di esposizione, di persuasione e di trasmissione.
Ma
da dove deriva per Bacone l'insufficienza della logica
tradizionale? Dipende dal fatto che essa ha rinunciato
ad essere di giovamento alle arti meccaniche e liberali,
alle scienze, alla scoperta degli assiomi. Invece
la nuova logica, a differenza di quella tradizionale,
ha per scopo l'invenzione delle arti invece dell'invenzione
degli argomenti; non vuole insegnare agli uomini a
riportare la vittoria nelle discussioni, ma vuole
metterli in grado di dominare la realtà naturale.
La
dottrina degli "idola"
Nel
Novum Organum e nel De augmentis gli idola sono ripartiti
in quattro gruppi:
1)
gli idola tribus nascenti dalla natura generale della
mente umana;
2)
gli idola specus caratteristici dell'individuo singolo;
3)
gli idola fori derivanti dai rapporti sociali e dal
linguaggio;
4)
gli idola theatri che van fatti risalire all'influsso
delle opinioni filosofiche e agli errati procedimenti
dimostrativi.
Bacone
traccia una chiara distinzione tra idoli acquisiti
e idoli innati: i primi penetrano nella mente "dalle
sètte dei filosofi o dalle cattive forme delle dimostrazioni".
Questo tipo di idoli è eliminabile con difficoltà;
gli altri non sono in alcun modo eliminabili: resta
soltanto la possibilità di indicarli, di descriverli,
di prendere consapevolezza di queste forze insidiatrici
della mente umana.
Alla
radice della teoria baconiana degli idola sta la convinzione
che la situazione della mente umana di fronte alle
cose non sia di fatto quella che dovrebbe essere.
Questa convinzione è strettamente legata agli atteggiamenti
assunti da Bacone in sede religiosa e allo stretto
legame sussistente fra la sua concezione del cristianesimo
e la sua riforma del sapere.
L'opera
di liberazione delle menti coincide in tal modo, per
Bacone con una riforma dell'atteggiamento dell'uomo
di fronte al mondo e si inserisce non soltanto in
un tentativo di riforma della conoscenza, ma in quello,
assai più vasto, di una radicale modificazione della
moralità e dello spirito religioso. La lotta contro
le false immagini presenti nella natura umana appare
un mezzo per realizzare la divina promessa e per condurre
a compimento l'opera della redenzione. Bisogna che
l'uomo sia nuovamente in grado di "ricevere le
immagini delle cose".
Da
questo punto di vista, è allora possibile comprendere
come le più importanti tematiche dell'opera baconiana,
come il fine di utilità pratica attribuito alla scienza,
la valutazione delle opere e delle arti sia strettamente
connessa ad una ispirazione religiosa e nasca sul
terreno di un anglicanesimo imbevuto di spirito calvinistico.
Il
primo tipo di idola, quelli della tribù, è fondato
sulla costituzione stessa della natura umana.Questi
errori derivano dalla debolezza dei sensi, dalla limitatezza
dell'intelletto, dall'influsso degli affetti, dal
modo di ricevere le impressioni dagli oggetti, dall'atteggiamento
di fronte alle concezioni già accettate.
Gli
idoli della spelonca hanno origine dalla natura particolare
del singolo individuo, dalla sua costituzione, dall'educazione,
dall'abitudine e da circostanze accidentali. Qui Bacone
si rifà esplicitamente al mito della caverna, considerando
il nostro corpo come un involucro attraverso cui viene
rifratta la luce naturale delle cose. Le quattro fonti
di questi idola sono per Bacone: l'attaccamento ad
un particolare tipo di ricerca; la tendenza eccessiva
all'analisi o alla sintesi; la predilezione per un
particolare periodo della storia umana; la considerazione
esclusiva degli elementi semplici o dell'insieme della
realtà naturale.
La
descrizione degli idola fori è strettamente connessa
in Bacone sulla convinzione che il linguaggio, come
del resto gli altri prodotti dello spirito umano,
costituisca o possa costituire un ostacolo, del quale
tuttavia in quanto creature umane non si può fare
a meno, alla autentica comprensione della realtà,
sia, in altri termini, qualcosa che si frappone fra
l'uomo e i fatti reali o le forze della natura. Per
"avvicinarsi alle cose" è necessario rifiutare
i nomi che non corrispondono a cose reali e imparare
a costruire parole che rispondono alla realtà effettiva
delle cose. Gli idoli che si impongono all'intelletto
sono di due generi: o sono nomi di cose che non esistono,
o sono nomi di cose che esistono, ma confusi, mal
definiti e astratti dalle cose in modo affrettato
e parziale.
L'interpretazione
della natura
Nella
determinazione di che cosa sia verità della conoscenza
gli uomini si sono finora fondati su prove insoddisfacenti.
La scoperta di nuove opere e di attive direzioni prima
non conosciute è l'unica prova che può essere accettata.
Non si tratta di andar cercando la produzione di cose
concrete che sono infinite di numero e transitorie,
ma di muovere alla ricerca di nature astratte che
sono poche e permanenti, simili alle lettere dell'alfabeto
o ai colori della tavolozza del pittore dalla cui
mescolanza si fa derivare l'infinita varietà dei volti
e delle figure. Il fine operativo al quale deve tendere
il sapere scientifico non dev'essere però confuso
con quel tipo di operatività che è "legato alle
congetture dell'arte e alla lunghezza dell'esperienza".
L'arte e l'esperienza immediata conducono soltanto
alla conoscenza delle cause delle cose particolari;
compito del metodo scientifico è invece quello di
condurre a contatto con le nature astratte dalla cui
combinazione risulta la realtà naturale.
Contrapponendo
il concetto di natura astratta a quello di cosa concreta,
ed escludendo che la ricerca scientifica debba occuparsi
di quest'ultima, Bacone mette in rilievo da un lato
la riducibilità dei fenomeni naturali alla combinazione
di un numero finito di elementi semplici e dall'altro
la radicale diversità fra l'esperienza comune e quella
scientifica. Le nature astratte (o nature semplici)
sono le qualità semplici e irriducibili che possono
essere riscontrate presenti in un qualsiasi contesto
sensibile e dalla cui mescolanza e composizione tale
contesto è costituito. Il problema che si tratta di
risolvere è che "ogni particolare che produce
un qualsiasi effetto è una cosa composta... di diverse
singole nature... e non appare a quale di queste singole
nature l'effetto debba essere riferito". Il metodo
richiede quindi un'analisi e un'opera di sezionamento
dei particolari, in modo da mettere in luce il rapporto
di corrispondenza esistente fra una determinata natura
e l'effetto che si intende ottenere: alla presenza
o all'assenza di una determinata natura corrisponderà
necessariamente la presenza o l'assenza dell'effetto
che si vuole realizzare.
Per
dare luogo ad effetti reali bisognerà seguire una
direzione. Quest'ultima dovrà, secondo Bacone obbedire
a due criteri fondamentali: quello della certezza
e della libertà.
La
direzione per essere certa deve essere infallibile,
cioè una direzione certa dovrà indirizzare a "qualcosa"
che, se presente, l'effetto cercato debba necessariamente
seguirne. Il "qualcosa" di cui parla Bacone
è la natura astratta alla cui scoperta e determinazione
deve tendere la conoscenza.
Si
ha invece libertà quando la direzione non è limitata
ad alcuni mezzi già definiti, ma comprende tutti i
possibili mezzi e le possibili vie. La direzione,
per essere libera deve essere fondata sulla reciproca
implicanza e convertibilità dell'effetto e della direzione.
Ogni volta che l'effetto è presente la direzione deve
essere stata soddisfatta; ogni volta che è presente
un certo tipo di direzione, seguirà da essa un determinato
effetto. In altri termini: ogni caso nel quale una
determinata natura è prodotta può essere considerato
come una direzione in vista della sua riproduzione
artificiale.
Attraverso
la nozione di direzione libera Bacone giunge a gettare
le basi di un procedimento di esclusione che ha per
fine la scoperta della forma.
Giova
chiarire i termini di questa scoperta con un esempio:
Fra
"la bianchezza quale appare ai sensi" e
la "bianchezza inerente alle cose" è presente
una netta distinzione. La prima può essere determinata
da un esame di tipo "fisico" tendente ad
accertare la presenza di certe condizioni di fatto
e la loro traducibilità in operazioni che le riproducano.
La seconda richiede un tipo di esame diverso ("metafisico")
che tenda, mediante una serie di esclusioni e "liberazioni"
successive a stabilire che cosa sia sempre presente
ogni volta che è presente il bianco, indipendentemente
dalla materia, dal mezzo nel quale appare il bianco
o dalla particolare azione o causa che lo fa apparire.
Il primo è per Bacone uno studio "fisico"
delle cause efficienti delle cose concrete, mente
il secondo è un esame "metafisico" inteso
come conoscenza delle forme delle nature semplici.
Si
può così facilmente osservare come in Bacone convergano
ricerca della direzione libera e ricerca della forma
o causa formale.
Risulta
evidente inoltre che "la bianchezza inerente
alle cose" dipende da una certa struttura delle
parti dei corpi e da loro determinate condizioni di
tipo geometrico-meccanico.
Le
proprietà dei corpi, così come appaiono ai sensi,
non hanno carattere oggettivo; superando il piano
della sensibilità e facendo uso di opportuni strumenti
e tecniche logiche è possibile individuare quei processi
meccanici di elementi forniti di proprietà geometriche
che costituiscono la struttura della realtà oggettiva
e materiale. Queste due tesi costituiscono il "presupposto"
o l'"ipotesi di tipo meccanicistico" destinata
a sorreggere l'intera struttura della nuova induzione
baconiana.
Il
fine che si propone il nuovo metodo della scienza
teorizzato da Bacone è la scoperta delle forme o,
con più precisione, la determinazione delle forme
delle nature semplici. Queste ultime sono qualità
irriducibili presenti in differenti contesti sensibili.
Causa
materiale e causa efficiente di una determinata natura
simplex sono: l'ordinamento delle particelle materiali
(schematismus latens) e la serie di movimenti infinitesimali
che costituiscono i movimenti sensibili (processus
latens). Il compito di determinare queste cause in
relazione ad una data materia (nella quale si può
osservare quella determinata natura) spetta alla fisica.
Ma chi conosce le cause materiali ed efficiente può
giungere ad effettuare nuove invenzioni solo in una
materia particolare, mentre chi conosce le forme può
giungere ad abbracciare l'unità della natura in ogni
materia. Alla metafisica, che per Bacone è una scienza
naturale generalizzata fondata sulla storia naturale,
interessa invece scoprire le forme: cioè determinare,
prescindendo dalle materie particolari, i rapporti
fra gli schematismi latentes e i processus latentes
che costituiscono una certa natura.
La
forma si presenta come una relazione di naturae simplices;
essa è dal punto di vista dell'uomo una definizione
che consente di scoprire tutti gli schematismi e i
processi che portano alla realizzazione della natura
semplice in questione, dal punto di vista della natura
è la relazione che lega quei processi e quegli schematismi.
La forma è causa come essenza; e questa non è trascendente
alle cose, ma immanente come l'aristotelica; ma a
differenza di essa è pensata in senso non logico-concettuale,
bensì geometrico-meccanico, e così mostra la sua derivazione
dal pensiero democriteo.
Senza
dubbio la ricerca sulla natura si presenta a Bacone
come una ricerca di essenze e di qualità assolute
e non come un'indagine tendente a determinare rapporti
quantitativi in vista della risoluzione del "fenomeno"
in un sistema di relazioni.
Le
"tavole" baconiane
A
queste tavole spetta, secondo Bacone, un compito preciso:
di fronte alla infinita varietà dei contenuti della
storia naturale l'intelletto umano si trova come smarrito:
le tabulae devono organizzare e ordinare tali contenuti
in modo da consentire all'intelletto di agire su di
essi. Bacone parla, usando un termine giuridico, di
"citazione" di fronte all'intelletto, che
viene effettuata mediante le tavole.
Nella
ricerca della forma del calore, esposta da Bacone
nel secondo libro del Novum Organum, la tabula presentiae
raccoglie tutti i fatti conosciuti nei quali si trova
presente quella natura di cui si cerca la forma. La
forma, per Bacone, è infallibilmente presente o assente,
quando la natura è presente o assente.
La
seconda tavola, la tabula absentiae, deve riunire
i casi nei quali la natura data è assente. Tali casi
sarebbero evidentemente infiniti; la tavola ha il
compito, limitato e quindi possibile, di considerare
le "assenze della natura" solo nelle sostanze
che hanno maggiore somiglianza con quelle nelle quali
la natura è presente. Poiché la forma è la cosa nella
sua essenza, vera forma di una natura può essere considerata
solo quella che aumenta o diminuisce in correlazione
con questa. La terza tavola, la tabula graduum raccoglie
i fatti in cui la natura studiata è più o meno presente.
L'intelletto
si trova ora di fronte ad una collezione ordinata
di fatti e su questo fondamento ha inizio quel procedimento
che Bacone chiama nuova induzione. L'induzione vera,
a differenza di quella tradizionale, per enumerazione,
fa uso di un procedimento di esclusione e solo dopo
aver completato il processo di esclusioni si potrà
giungere ad una affermazione.
Il
vero e perfetto principio operativo nella scoperta
delle forme, è per Bacone il seguente: che la direzione
sia certa, libera e diretta all'azione. Il fatto che
la presenza della forma determini necessariamente
quella della natura è la garanzia della certezza della
direzione, la libertà di quest'ultima consiste in
quella liberazione dall'inessenziale che si raggiunge
attraverso successive esclusioni.
Il
metodo per Bacone è un mezzo di ordinamento e di classificazione
della realtà naturale. Non per caso esso si presenta
come un filo capace di guidare l'uomo entro quella
caotica selva e quel complicato labirinto che è la
natura. I limiti maggior del metodo baconiano derivano
senza dubbio dal fatto che Bacone ebbe scarsa o nessuna
consapevolezza della funzione esercitata dalla matematica
nell'ambito del pensiero scientifico. Ma questa incomprensione
era profondamente connessa a quella sua immagine di
logica come mezzo per ordinare la selva naturale,
immagine che Galileo non aveva certo condiviso, con
la sua idea di un universo "scritto in lingua
matematica".
Le
immagini galileiane tipicamente platoniche di un mondo
a strutture matematiche e razionali, di un Dio geometra
che compone il mondo secondo numero, peso e misura,
saranno senza dubbio più feconde, negli sviluppi della
scienza moderna, dell'immagine baconiana della natura
come selva e labirinto. In Galileo e nello stesso
Newton, pur così profondamente legato a certe posizioni
baconiane, si troverà energicamente riaffermato quel
principio che Bacone relegò ai margini della sua teoria
della realtà: quello della semplicità della economia
e della inesorabilità della natura.
Proprio
nell'ambito di quella impostazione platonica e di
quell'affermazione della "semplicità" della
natura (che ritornerà anche nella prima delle quattro
regole newtoniane) si giunse ad un tipo di interrogazione
della realtà naturale assai diverso e più fecondo
di quello baconiano che funzionava sulla base di modelli
retorici. L'interrogazione di Galileo tende non alla
determinazione delle forme essenziali o delle proprietà
comuni a più fenomeni, ma alla individuazione degli
"elementi della struttura di un fenomeno che
possano concepirsi come assolutamente validi e tali
da costituire la legge di tutti i fenomeni analoghi".
La funzione delle ipotesi o dei modelli teorici veniva
qui esplicitamente teorizzata e riconosciuta: "fatto"
non è per la scienza che ciò che viene raggiunto in
base a precisi criteri di carattere teorico. Si apriva
in tal modo una possibilità che veniva radicalmente
disconosciuta all'interno del metodo baconiano: quella
di una interpretazione dei dati sulla base di tesi
prestabilite, che pone cioè quelle tesi anche alla
base di quei risultati dell'esperienza che si "discostano"
da esse e interpreta quei risultati come "circostanze
disturbanti".
Nell'ambito
del sapere scientifico, secondo Bacone, si tratta
solo e sempre di giustificare e garantire la validità
dei principi e il lavoro scientifico, dal suo punto
di vista, sembra esaurirsi nella formulazione di una
serie di procedimenti atti a indirizzare alla scoperta
di tali principi. Quando egli rifiuta il metodo deduttivo
affermando che le nozioni (di cui constano le proposizioni)
sono solo "etichette delle cose" e dichiara
che si tratta di ricavare in modo non grossolano tali
nozioni dalle cose particolari, si lascia sfuggire
la funzione dell'ipotesi nell'ambito del sapere scientifico
e non a caso, nell'ipotesi, vede solo una illegittima
e arbitraria anticipazione della natura. In questa
opposizione ad ogni procedimento di tipo deduttivo
(e così pure nel rifiuto dell'ipotesi) si è visto
giustamente uno dei limiti maggiori del metodo baconiano
della scienza.
E'
da tener presente tuttavia, il significato storicamente
determinato della protesta baconiana contro la deduzione
e il sillogismo e il valore che tale protesta venne
ad assumere nell'orizzonte della cultura moderna.
Le affermazioni di Bacone in tal senso mostrano appunto
come egli mirasse a colpire, in nome di una discussione
capace di investire l'intero ambito della conoscenza
umana, proprio la connessione che si era di fatto
andata istituendo fra metodo deduttivo e tendenza
ad accettare senza discussione principi o dottrine
fornite dalla tradizione o dalla autorità.
Newton,
in opposizione a Galileo e Cartesio, vedrà nella matematica
non la "regina delle scienze", ma un metodo
e uno strumento di chiarificazione dell'esperienza,
rifiuterà la visione platonica di una natura in sé
matematica e parlerà di uno sconosciuto e infinito
oceano che è compito della scienza esplorare: egli
farà rivivere, anche su un diverso piano, alcune tipiche
esigenze "baconiane".
In
conclusione si può dire evidente che Bacone non può
essere considerato in alcun modo, a causa della cosiddetta
scoperta del metodo induttivo, come il fondatore della
scienza moderna. Infatti, la fecondità della scienza
moderna è stata assicurata non da uno sperimentalismo
empirico di tipo baconiano, ma dal metodo galileiano
fondato su un'analisi quantitativa e meccanica che
non mira a ordinare e purificare il mondo dei dati
in vista di una scoperta delle forme, ma tende alla
scoperta della legge mediante la sola considerazione
dell'ordine misurabile delle cose naturali.Inoltre,
le definizioni e gli assiomi, di cui farà uso la ricerca
scientifica, non nasceranno, come voleva Bacone, da
una induzione che "ascenda gradatamente verso
sempre più estese generalizzazioni", ma si presenteranno
come modelli necessari alla stessa determinazione
del campo di ricerca.
testo tratto da
http://www.homolaicus.com/teorici/bacone/bacone.htm
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